FRANCO DARIVA

 

LA "LIBERAZIONE"


Fu, per tanti onesti Italiani un giorno lugubre, di grande lutto. Un giorno d'indicibile tristezza, di profondo dolore.
Per altri, sempre italiani, fu un giorno di trionfo, d'ebbrezza, di felicità.
Agli uni tutto pareva perduto, nulla più sembrava attrarli alla vita, ad una nuova vita... il futuro non esisteva o non aveva prospettive. Gli altri erano posseduti da una follia di incontenibile gioia, euforia e superficiale ottimismo. Il raggiungimento dei sogni, le chimere diventavano realtà, tutto era bello, facile, il paradiso promesso e tanto atteso s'era finalmente realizzato o era a portata di mano. Gli increduli e gli attendisti ammettevano di aver sbagliato, si pentivano del loro scetticismo e felici di aver trovato, per grazia divina, la luce della conversione e della verità, senza scomodarsi a usar troppo il cervello, cedevano alla tentazione di partecipare alla demenza collettiva.

Ma perché il rito festivo fosse degnamente celebrato, era necessario che il dio dei vincitori fosse adorato e onorato adeguatamente. E questo dio era MOLOCH, il dio perverso e feroce che voleva esser onorato e placato con sacrifici umani. Forse la guerra e le bombe non avevano fatto abbastanza vittime, lutti e distruzioni.

Era finalmente arrivata la LIBERTÀ' ma non doveva credersi che una conquista così grande e bella potesse essere appannaggio di tutti. La LIBERTÀ' era solo per chi, riempiendosene la bocca a furia di parlarne o ascoltando chi ne parlava ad ogni occasione, aveva finito per crederci o, più spesso, aveva dato a intendere di crederci e, di conseguenza, riteneva di essersela meritata.
Gli altri non erano degni di questo bene così prezioso e, per questo, erano stati prescelti come vittime da sacrificare al DIO MOLOCH della LIBERTA'.

Questo dio Molok, come avevo letto da ragazzo, era adorato da certi popoli di stirpe fenicia che lo nutrivano di vittime prescelte fra fanciulli giovanissimi. In attesa del grande evento, le vittime predestinate eran fatte oggetto di lusinghe e felicitazioni, di ammirazione e, addirittura, di invidia perché, a differenza di altri, avrebbero avuto la ben rara fortuna di essere sacrificati alla grande e potente divinità e ciò non poteva che essere un grande privilegio di cui dovevano essere oltremodo orgogliosi e fieri, onorati e contenti. Per questo non dovevano aver paura o piangere ma gioire!
I sacerdoti e i notabili cittadini erano poi certi che grandi grazie sarebbero piovute sul popolo dei fedeli che sacrificavano i propri figli per il rito crudele.
All'uopo, nel giorno festivo, la gigantesca statua bronzea del dio era contornata di fascine di legna cui, con solenne cerimonia, veniva poi appiccato il fuoco. I giovanetti cantavano invocando il DIO che a breve li avrebbe accolti presso di se e reso immortali.
Quando il bronzo era fatto rovente, robusti sacerdoti afferravano gli ELETTI e li lanciavano nella bocca ingorda del simulacro dove, in un attimo, sparivano nel nulla: un grido strozzato, un forte stridio e un po' di fumo.

Fu così che, migliaia di anni dopo, nei giorni di follia a partire dal 26 aprile 1945, come nei millenni barbarici addietro, le fauci incandescenti del dio vendicativo ingoiarono voracemente decine e decine di migliaia di giovani vite innocenti.
Con i miei occhi, nascosto dietro un pilastro del recinto del giardino della nostra casa presso Laglio sul lago di Como, assistetti ad un barbaro massacro. Era il Gigi che abitava un centinaio di metri a monte della nostra abitazione. Era un milite della R.S.I. La sorella, colpevole di avere un fratello che non si era voluto imboscare, era già stata punita: baldi giovani l'avevano catturata e, di forza, le avevano tagliato a zero i capelli. Forse desideravano far pratica da parrucchieri, un mestiere che rende....
Il Gigi, finita la R.S.I., aveva pensato, ingenuamente, di tornare a casa. Forse si ricordava d'aver visto in qualche film che i reduci dal fronte erano accolti alla stazione con fiori, banda cittadina e sindaco con in mano il discorso scritto dal farmacista. I compaesani del Gigi, infatti, lo stavano aspettando al varco per fargli la festa ma non c'era la banda né il farmacista aveva scritto il discorso perché il sindaco lo leggesse. Quando lui capì la situazione, disarmato, tentò di darsi alla fuga. In dieci gli diedero la caccia sparandogli con tutte le armi che avevano. Colpito, il Gigi tentò di svicolare per una stradina secondaria ma avevano bloccato anche quella aggirandola dall'alto. Cadde crivellato di colpi ma non era morto. Lo presero e, svenuto, lo trascinarono afferrandolo per le braccia. Mentre due compaesani, con i quali chissà quante volte aveva bevuto e scherzato all'osteria, lo trascinavano, gli altri lo colpivano con violentissimi calci alla pancia. Ogni tanto, sotto i colpi violenti, il corpo del criminale aveva un sussulto, poi si afflosciava. La sua casa era poco più in alto della mia casa. Dal mio giardino vedevo spesso la sorella che si affacciava alla finestra per sbattere qualche coperta; da qualche giorno aveva sempre un fazzolettone sul capo per non mostrare la testa rapata a zero. Spero solo che da quella finestra la mamma non abbia visto lo scempio del figlio.
Nei giorni successivi, passando per la stradina si notava la scia del sangue lasciata dal moribondo. "L'è el sang del Gigi" dicevano i paesani scherzando.
Di tante altre vittime sentii parlare e poi lessi su quei tanti libri che non hanno editori né acquirenti, che raccontano storie in disaccordo con le pubblicazioni resistenziali. Libri che nessuno intende prendere in considerazione. Beninteso, nessuno contesta i fatti riferiti, fatti che descrivono atrocità e crimini da far sbiadire le gesta di Tamerlano o di Gengis Khan, ma detti fatti orrendi vengono semplicemente ignorati, messi da parte, obliati con annoiata sufficienza, con malcelato fastidio per chi vuole riproporli alla memoria di chi non desidera ricordare. Atrocità e crimini incomprensibili perché il sangue versato non serviva a conquistare la vittoria che era già appannaggio dell'ex-nemico ora presunto alleato, non serviva a vendicare vecchi rancori perché molte vittime erano così giovani che non potevano aver commesso fatti tali da generare rancori, oppure erano anziani, delusi e abbattuti dalla sconfitta, inermi che avevano deposto le armi, donne e vecchi innocui che non valeva certamente la pena di torturare e massacrare.

Ma forse i nuovi eroi credettero di conquistarsi gloria imperitura trasformando la festa della LIBERAZIONE in un carnaio come solo le plebi impazzite e incivili riescono a fare quando gli istinti belluini presenti nella primordiale natura dell'uomo vengono risvegliati da robuste inoculazioni di odio. L'odio tra fratelli era stato iniettato da chi, su questo, intendeva costruire il proprio dominio per il futuro.

Il ventotto aprile, a sera, una barcaiolo percorreva il tratto di lago davanti a Laglio, in direzione di Como. Urlava frasi incomprensibili in dialetto comasco; sembrava forsennato. Benché avessi imparato il dialetto locale, anche a causa della distanza, non riuscivo a decifrare le frasi che mi giungevano ben forti ma smozzicate.
Altri sentirono e capirono e si dettero a manifestazioni di giubilo.
Alla fine anche io riuscii a capire che il barcaiolo urlava: "l'han cupà el dus"
Rimasi di sasso!
Ora penso che se il Duce avesse sospettato che la sua Morte sarebbe stata causa di tanta felicità per il popolo, forse si sarebbe lasciato "cupà" prima. Per accontentare tanti bravi italiani... sono certo che avrebbe offerto volentieri la sua vita.
Leggere i giornali di quei giorni era una cosa mortificante e avvilente. Si descrivevano con dettagli di viva fantasia le ultime ore e soprattutto la paura di Mussolini (definito pallido e tremebondo), la sua viltà di fronte ai "giustizieri del popolo", la sua stupidità nel promettere "un impero" al boja per aver salva la vita.