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Fu, per tanti onesti Italiani un giorno lugubre,
di grande lutto. Un giorno d'indicibile tristezza,
di profondo dolore.
Per altri, sempre italiani, fu un giorno di trionfo,
d'ebbrezza, di felicità.
Agli uni tutto pareva perduto, nulla più sembrava
attrarli alla vita, ad una nuova vita... il futuro
non esisteva o non aveva prospettive. Gli altri erano
posseduti da una follia di incontenibile gioia, euforia
e superficiale ottimismo. Il raggiungimento dei sogni,
le chimere diventavano realtà, tutto era bello,
facile, il paradiso promesso e tanto atteso s'era
finalmente realizzato o era a portata di mano. Gli
increduli e gli attendisti ammettevano di aver sbagliato,
si pentivano del loro scetticismo e felici di aver
trovato, per grazia divina, la luce della conversione
e della verità, senza scomodarsi a usar troppo
il cervello, cedevano alla tentazione di partecipare
alla demenza collettiva.
Ma perché
il rito festivo fosse degnamente celebrato, era necessario
che il dio dei vincitori fosse adorato e onorato adeguatamente.
E questo dio era MOLOCH, il dio perverso e feroce
che voleva esser onorato e placato con sacrifici umani.
Forse la guerra e le bombe non avevano fatto abbastanza
vittime, lutti e distruzioni.
Era finalmente
arrivata la LIBERTÀ' ma non doveva credersi
che una conquista così grande e bella potesse
essere appannaggio di tutti. La LIBERTÀ' era
solo per chi, riempiendosene la bocca a furia di parlarne
o ascoltando chi ne parlava ad ogni occasione, aveva
finito per crederci o, più spesso, aveva dato
a intendere di crederci e, di conseguenza, riteneva
di essersela meritata.
Gli altri non erano degni di questo bene così
prezioso e, per questo, erano stati prescelti come
vittime da sacrificare al DIO MOLOCH della LIBERTA'.
Questo
dio Molok, come avevo letto da ragazzo, era adorato
da certi popoli di stirpe fenicia che lo nutrivano
di vittime prescelte fra fanciulli giovanissimi. In
attesa del grande evento, le vittime predestinate
eran fatte oggetto di lusinghe e felicitazioni, di
ammirazione e, addirittura, di invidia perché,
a differenza di altri, avrebbero avuto la ben rara
fortuna di essere sacrificati alla grande e potente
divinità e ciò non poteva che essere
un grande privilegio di cui dovevano essere oltremodo
orgogliosi e fieri, onorati e contenti. Per questo
non dovevano aver paura o piangere ma gioire!
I sacerdoti e i notabili cittadini erano poi certi
che grandi grazie sarebbero piovute sul popolo dei
fedeli che sacrificavano i propri figli per il rito
crudele.
All'uopo, nel giorno festivo, la gigantesca statua
bronzea del dio era contornata di fascine di legna
cui, con solenne cerimonia, veniva poi appiccato il
fuoco. I giovanetti cantavano invocando il DIO che
a breve li avrebbe accolti presso di se e reso immortali.
Quando il bronzo era fatto rovente, robusti sacerdoti
afferravano gli ELETTI e li lanciavano nella bocca
ingorda del simulacro dove, in un attimo, sparivano
nel nulla: un grido strozzato, un forte stridio e
un po' di fumo.
Fu così
che, migliaia di anni dopo, nei giorni di follia a
partire dal 26 aprile 1945, come nei millenni barbarici
addietro, le fauci incandescenti del dio vendicativo
ingoiarono voracemente decine e decine di migliaia
di giovani vite innocenti.
Con i miei occhi, nascosto dietro un pilastro del
recinto del giardino della nostra casa presso Laglio
sul lago di Como, assistetti ad un barbaro massacro.
Era il Gigi che abitava un centinaio di metri a monte
della nostra abitazione. Era un milite della R.S.I.
La sorella, colpevole di avere un fratello che non
si era voluto imboscare, era già stata punita:
baldi giovani l'avevano catturata e, di forza, le
avevano tagliato a zero i capelli. Forse desideravano
far pratica da parrucchieri, un mestiere che rende....
Il Gigi, finita la R.S.I., aveva pensato, ingenuamente,
di tornare a casa. Forse si ricordava d'aver visto
in qualche film che i reduci dal fronte erano accolti
alla stazione con fiori, banda cittadina e sindaco
con in mano il discorso scritto dal farmacista. I
compaesani del Gigi, infatti, lo stavano aspettando
al varco per fargli la festa ma non c'era la banda
né il farmacista aveva scritto il discorso
perché il sindaco lo leggesse. Quando lui capì
la situazione, disarmato, tentò di darsi alla
fuga. In dieci gli diedero la caccia sparandogli con
tutte le armi che avevano. Colpito, il Gigi tentò
di svicolare per una stradina secondaria ma avevano
bloccato anche quella aggirandola dall'alto. Cadde
crivellato di colpi ma non era morto. Lo presero e,
svenuto, lo trascinarono afferrandolo per le braccia.
Mentre due compaesani, con i quali chissà quante
volte aveva bevuto e scherzato all'osteria, lo trascinavano,
gli altri lo colpivano con violentissimi calci alla
pancia. Ogni tanto, sotto i colpi violenti, il corpo
del criminale aveva un sussulto, poi si afflosciava.
La sua casa era poco più in alto della mia
casa. Dal mio giardino vedevo spesso la sorella che
si affacciava alla finestra per sbattere qualche coperta;
da qualche giorno aveva sempre un fazzolettone sul
capo per non mostrare la testa rapata a zero. Spero
solo che da quella finestra la mamma non abbia visto
lo scempio del figlio.
Nei giorni successivi, passando per la stradina si
notava la scia del sangue lasciata dal moribondo.
"L'è el sang del Gigi" dicevano i
paesani scherzando.
Di tante altre vittime sentii parlare e poi lessi
su quei tanti libri che non hanno editori né
acquirenti, che raccontano storie in disaccordo con
le pubblicazioni resistenziali. Libri che nessuno
intende prendere in considerazione. Beninteso, nessuno
contesta i fatti riferiti, fatti che descrivono atrocità
e crimini da far sbiadire le gesta di Tamerlano o
di Gengis Khan, ma detti fatti orrendi vengono semplicemente
ignorati, messi da parte, obliati con annoiata sufficienza,
con malcelato fastidio per chi vuole riproporli alla
memoria di chi non desidera ricordare. Atrocità
e crimini incomprensibili perché il sangue
versato non serviva a conquistare la vittoria che
era già appannaggio dell'ex-nemico ora presunto
alleato, non serviva a vendicare vecchi rancori perché
molte vittime erano così giovani che non potevano
aver commesso fatti tali da generare rancori, oppure
erano anziani, delusi e abbattuti dalla sconfitta,
inermi che avevano deposto le armi, donne e vecchi
innocui che non valeva certamente la pena di torturare
e massacrare.
Ma forse
i nuovi eroi credettero di conquistarsi gloria imperitura
trasformando la festa della LIBERAZIONE in un carnaio
come solo le plebi impazzite e incivili riescono a
fare quando gli istinti belluini presenti nella primordiale
natura dell'uomo vengono risvegliati da robuste inoculazioni
di odio. L'odio tra fratelli era stato iniettato da
chi, su questo, intendeva costruire il proprio dominio
per il futuro.
Il ventotto
aprile, a sera, una barcaiolo percorreva il tratto
di lago davanti a Laglio, in direzione di Como. Urlava
frasi incomprensibili in dialetto comasco; sembrava
forsennato. Benché avessi imparato il dialetto
locale, anche a causa della distanza, non riuscivo
a decifrare le frasi che mi giungevano ben forti ma
smozzicate.
Altri sentirono e capirono e si dettero a manifestazioni
di giubilo.
Alla fine anche io riuscii a capire che il barcaiolo
urlava: "l'han cupà el dus"
Rimasi di sasso!
Ora penso che se il Duce avesse sospettato che la
sua Morte sarebbe stata causa di tanta felicità
per il popolo, forse si sarebbe lasciato "cupà"
prima. Per accontentare tanti bravi italiani... sono
certo che avrebbe offerto volentieri la sua vita.
Leggere i giornali di quei giorni era una cosa mortificante
e avvilente. Si descrivevano con dettagli di viva
fantasia le ultime ore e soprattutto la paura di Mussolini
(definito pallido e tremebondo), la sua viltà
di fronte ai "giustizieri del popolo", la
sua stupidità nel promettere "un impero"
al boja per aver salva la vita.
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