FRANCO DARIVA

 

ANTONIO ERRICO


Il generale di Squadra aerea Antonio Errico è venuto a mancare lo scorso anno 2005. E' stato un protagonista della II guerra mondiale con il grado di Tenente Pilota della R.A. rifiutando poi, come quasi tutti gli Aviatori che avevano, duramente e con sacrificio combattuto, la resa incondizionata e passando alla A.N.R. Della sua vita militare si possono raccontare innumerevoli episodi. Alcuni sono qui riportati.

1 - Rapporto scritto dal Comandante del 9° Stormo B.T. per motivare la richiesta di Medaglia d'Argento al v.m.:

" ... la sera del 30 maggio 1942 il Ten. Pilota Antonio Errico riceveva l'ordine di effettuare una azione di bombardamento notturno sull'Aeroporto maltese di Tà Venezia.
Il tiro sull'obiettivo veniva eseguito alle ore 22 e 12' dalla quota di 5.800 metri. Iniziata la rotta del rientro, circa 13 minuti dopo lo sgancio delle bombe, quando il velivolo aveva una quota di 3.500 metri, un aereo nemico, chiaramente riconosciuto al chiarore lunare per un Bristol Beaufighter, effettuava a poppa ed a sinistra una prima raffica di proiettili traccianti che non raggiungevano il bersaglio.
Contemporaneamente un altro caccia dello stesso tipo si portava a destra del Cant Z 1007 bis effettuando insistentemente segnali luminosi con una luce rossa.
Mentre il Ten. Errico osservava questo secondo velivolo, il primo attaccante invertiva la rotta ed effettuava una seconda raffica dalla direzione di prua a sinistra colpendo e mettendo fuori uso l'impianto luce e ferendo ad una gamba il 2° pilota; colpiva inoltre i razzi e le fumate di segnalazione che si accendevano causando denso fumo all'interno della fusoliera già invasa da forti esalazioni di benzina provenienti da qualche tubazione tranciata.
Il motorista, probabilmente impressionato da tutto ciò e dall'assetto fortemente appruato del velivolo, espressamente voluto dal pilota per tentare di sottrarsi a successivi attacchi, apriva il cielo della cabina e si lanciava col paracadute nel vuoto.
Intanto, mentre l'apparecchio nemico di destra si manteneva sempre vicino a quota superiore, il primo tornava dalla direzione di poppa a destra ed effettuava una nuova raffica che colpiva l'ala ed il motore destro per poi allontanarsi. ( Probabilmente per aver raggiunto il limite di autonomia n.d.a.).
Non sentendo le armi di bordo reagire in difesa, il Ten. Errico invitava allora il secondo pilota a verificare se l'armiere od il radiotelegrafista fossero feriti ed a portarsi alla mitragliatrice in torretta. Il 2° Pilota Serg. Magg. Endrizzi non poteva eseguire l'ordine per la gravità della ferita riportata. Il Ten. Errico allora, effettuando una cabrata decisa ed un rovesciamento sull'ala sinistra con successiva affondata, riusciva a svincolarsi dal secondo caccia rimastogli sulla destra.
Rimesso il velivolo in volo orizzontale, toglieva il contatto al motore destro seriamente danneggiato e predisponeva l'elica a passo bandiera; sennonché l'aereo nemico, dotato di velocità nettamente superiore, si poneva nuovamente alla sua destra interdicendogli l'avvicinamento alla costa, di cui si scorgevano a distanza i fari marittimi, ripetendo insistentemente le segnalazioni con luce rossa dirette evidentemente a persuadere l'equipaggio, rimasto senza difesa, a dirigere verso l'isola di Malta. Il Ten. Errico, respingendo tale evidente invito che avrebbe garantito la salvezza della propria vita e di quella dell'equipaggio, tentava nuovamente di svincolarsi dal nemico, pur avendo due soli motori efficienti ed anche questi scarsamente alimentati per deficiente pressione della benzina, effettuando una cabrata accentuata ed un rovesciamento a destra. Riuscitovi puntava decisamente verso la costa ma il velivolo nemico lo sopravanzava e lo mitragliava di fianco alla cabina di pilotaggio asportando la cappottatura del motore destro, spezzando il volantino nelle mani del 1° Pilota e spezzando la parte destra della pedaliera. Il pilotaggio dell'aereo era divenuto, a questo punto, difficilissimo perché, con solo due motori funzionanti irregolarmente, tendeva fortemente ad appruarsi mentre i danni al volantino ed alla pedaliera ne rendevano faticoso il governo, specie in direzione. La benzina che colava dai fori dei serbatoi e delle tubazioni si incendiava fuori dal velivolo lasciando una scia di fiamme chiaramente visibile anche da terra.
Raggiunta la costa, il Ten. Errico, nell'intento di portare in salvo il 2° Pilota ferito nonché l'armiere ed il radiotelegrafista che riteneva essere ancora a bordo (mentre si erano lanciati poco dopo il motorista), rinunciava a lanciarsi con il paracadute decidendo di effettuare un atterraggio di fortuna che si presentava, per le condizioni precarie del velivolo, la mancanza di ogni illuminazione a bordo e l'asprezza della zona, particolarmente pericoloso. Trovatosi l'abitato di Menfi improvvisamente di fronte, quando la quota del velivolo non permetteva di superarlo e mancati improvvisamente anche i motori sinistro e centrale, il Ten. Errico, con decisa manovra, metteva l'aereo in scivolata a sinistra; l'apparecchio urtava così il terreno e si incendiava causando ai due piloti ferite varie ed ustioni..."

La quota di volo dell'aereo danneggiato era tanto bassa che il Ten. Errico, come ebbe a dire rievocando l'episodio, vedeva il campanile di Menfi, cittadina della Sicilia nei pressi di Agrigento, al di sopra della quota di volo, il che significa che l'aereo volava a pochi metri dal suolo tanto che scivolando d'ala urtò il terreno. Altra manovra non poteva effettuare per evitare che l'aereo si schiantasse sull'abitato causando una strage. Nella caduta i due Piloti furono "fortunati" perché entrambi sbalzati dalla cabina (il "cielo" era stato aperto da quei componenti dell'equipaggio che s'erano buttati col paracadute), furono soccorsi da personale della difesa contraerea (la DI.CA.T.), che aveva visto l'incendio; IL 2° Pilota era stato proiettato su un albero di fico....


2) Spirito goliardico dei Piloti

Per meglio dare una idea delle difficoltà in cui operavano i nostri soldati (i tristi esempi sono in numero infinito) valga menzionare il fatto, riferito dallo stesso Generale di Squadra Errico, che un giorno, per caso, effettuando dei tiri di prova con le armi di bordo, fu notato che i proiettili si schiacciavano urtando contro un sasso. Fu accertato che i proiettili erano "leggeri", privi cioè di piombo o di carica esplosiva!! Fu fatta una inchiesta essendo, al fatto, presente anche il colonnello Pilota Ettore Muti, l'Eroe purissimo per antonomasia, (fatto assassinare da Badoglio durante i 45 giorni precedenti la capitolazione, il primo martire della riconquistata libertà antifascista) che minacciò fuoco e fiamme! Non é dato sapere se e chi pagò per questi atti di incosciente e vile tradimento né quante perdite di aerei e Piloti furono da attribuirsi al fatto che mentre gli inglesi sparavano proiettili micidiali, i nostri aviatori si difendevano sparando .... a "salve"!

Scrive il Gen. Sq. A. Errico in una sua lettera:
"…ricevo .. la (lettera n.d.a.) del 16 c.m. con le due cartoline di Malta e ringrazio di cuore per il pensiero che mi ha riportato a giornate gloriose ma sfortunate per il nostro 9° Stormo, comandato dal Comandante Giovanni d'Auria, in tutte e tre le terrificanti serie di incessanti attacchi a Malta specialmente - dato che tutti i primi Piloti erano abilitati al volo senza visibilità - quelli eseguiti durante le notti illuni o col maltempo, quando gli altri Stormi da bombardamento non erano in grado di operare. Senza contare le azioni diurne nel Mediterraneo con la solita scorta caccia che si guardava bene dal giungere al previsto punto di incontro per scortarci. Abbiamo SEMPRE operato da soli, senza scorta, ed abbiamo molto pagato con perdite di velivoli ed equipaggi tanto che dopo il terzo ciclo di operazioni con base in Sicilia, rientrammo a Viterbo, nel febbraio 1943, solo con tre velivoli sul primo dei quali eravamo in quattro Piloti: il Comandante, il Ten. Col. Savi, comandante del Gruppo, il Capitano di complemento Pilota Conte Lelio Piovene Porto Godi (Combattente della R.S.I. e quindi indegno cugino del degno scrittore impegnato Guido n.d.a.) ed il sottoscritto (l'allora Ten. Pilota Errico n.d.a.). Sull'altro apparecchio volava l'altro comandante di Gruppo, il Capitano Geymet comandante la 59^ Squadriglia (anche IL Cap. Geymet aderì come quasi tutti del 9° Stormo, alla R.S.I.) , Il Capitano Bianciardi comandante la 60^ Squadriglia ed un Tenente di complemento di Sarzana di cui non ricordo il nome.
Eravamo gli unici Piloti superstiti dello Stormo decimato dalla caccia e dalla contraerea terrestre e navale nemica.
Il porto di La Valletta, Hal-Far e le dislocazioni di velivoli di Mikabba che distavano fino a due Km. dalla pista aeroportuale, erano i nostri bersagli difesi strenuamente dagli Hurricane e dalla contraerea specialmente navale che sparava torrenti di cannonate che … ci "beccavano" anche a 7.000 - 7.500 metri (che era la massima tangenza dei nostri aerei).
A quella quota eravamo costretti a respirare con una bomboletta di ossigeno che serviva per tutto l'equipaggio e, data la scarsa durata, veniva adoperata soltanto oltre i 6.000 metri. Al ritorno, spesso, dovevamo fare i conti anche con la DICAT (la nostra difesa contro aerea) che ci sparava addosso perché non riconosceva i bengala di segnalazione che venivano lanciati dai nostri armieri! A tutto questo si aggiungeva l'assillo della fame perché dovevamo mangiare con le "tessere" come la popolazione civile.
Il maresciallo "Spennagalline" (il maresciallo Giacomo Maraglio n.d.a.) si sforzava di migliorare il vitto dei Piloti aumentando un po' il "mangime" delle sue "gallinelle" come lui chiamava gli avventori della mensa acquistando direttamente dai contadini, nei dintorni dell'Aeroporto, tutto ciò che trovava; una risorsa insperata e benedetta dai Piloti, per quanto riguardava il vitto, era il Tenente dell'Esercito Mineo che, per farsi perdonare le cannonate sparate a vuoto dai suoi artiglieri della contraerea, essendo proprietario di una azienda agricola nei pressi di Marsala, di tanto in tanto, forniva ai Piloti qualche sacco di farina e ottime bottiglie di vino rosso di sua produzione.
Ma il giorno di S. Giovanni del 1942 "Spennagalline" superò se stesso e si dimostrò un abile cuoco, oltre che pescatore, perché riuscì, non sapemmo mai come, a "pescare" una intera aragosta (una vera ghiottoneria per il Comandante n.d.a.) che servì, con contorno di dodici uova, lessate e tagliate in due, al nostro Comandante per il suo onomastico e per fargli passare un po' la fame. Il pasto, al quale assistemmo tutti in piedi, fu consumato per intero. Ma due giorni dopo il Comandante, purtroppo, dovette ricorrere alle cure del medico "Svenevole" perché gli erano spuntate sulle gambe e su un braccio delle bollicine dovute, pare, al pranzo luculliano.
Lo "Svenevole" era un bravo medico e rimise subito in sesto il Comandante.
Il suo soprannome era dovuto al fatto che il brav'uomo, al vedere una goccia di sangue provocato, magari, da una iniezione, crollava svenuto! Però, nonostante questo suo guaio, era sempre presente e disponibile in ogni ora del giorno e della notte a patto che non si trattasse di tagliare o pungere qualcuno, nel qual caso si faceva sostituire da un sergente maggiore………...
Naturalmente non se la poteva cavare solo con il soprannome di Svenevole; la "plebaglia ufficializia di basso rango" (la Calotta in gergo aviatorio) lo onorava delle sue continue attenzioni. Siccome a mensa c'era quasi sempre insalata, si poteva esser certi che il poveruomo trovava, sotto le foglie di verdura, cinque o sei spicchi di arancia rosso sangue con conseguente malessere della vittima. In questi casi c'era sempre qualcuno pronto a versargli in gola un buon bicchierino di cognac per farlo riprendere subito anche perché, tutto sommato, il medico era indispensabile specie quando i velivoli rientravano a casa da un volo di guerra.
Il 9° Stormo aveva sede a Viterbo, ma trasferitosi in zona d'operazioni si era sistemato nei pressi del piccolo centro di Chinisia S. Giuseppe; era formato da ventotto trimotori da bombardamento pesante Cant Z 1007 Bis che erano i migliori aerei da bombardamento italiani dell'epoca. L'impiego dello Stormo era prevalentemente rivolto al bombardamento notturno delle basi militari inglesi a Malta oppure, in volo anche diurno, attacco ai convogli che tentavano di rifornire Malta.
L'aeroporto di Chinisia era un Campo di fortuna, dove si dormiva in baracche fredde e umide per la pioggia che entrava da ogni buco.
Il massimo del "(S)COMFORT" lo si provava nell'infilarsi, ad ore impossibili, per i turni di volo notturni che si facevano, nelle brandine militari con lenzuola fredde e bagnate.
Le zanzare, poi, completavano l'ambiente di delizia..


3) Spirito ribelle dei Piloti

Un altro episodio che la dice lunga sullo spirito intollerante e ribelle caratteristico dei combattenti che, per davvero, mettevano la loro vita a rischio ad ogni istante, è stata riferita dal Gen. Errico. Eccola:
"Doveva venire in visita al 9° Stormo S.M. il Re piccoletto (alcuni lo chiamavano sardina) e, per l'occasione, lo schieramento dello Stormo, con tutti gli equipaggi, era stato spostato da Chinisia S. Giuseppe a Trapani Milo perché lì c'era la pista in cemento ed il Re non si sarebbe bagnato i piedi come sul terreno di Chinisia. La mattina, però, prima della visita, era pervenuto l'ordine di attaccare, in missione diurna, un piccolo convoglio, scortato da due incrociatori, proveniente da Gibilterra e diretto a Malta. I due Capi equipaggio di turno quella mattina eravamo io e Baldrati, un S.Ten. Pilota romagnolo.
Partimmo ciascuno con un carico di quattro bombe da 250 Kg. e quattro bombe incendiarie. Il convoglio era stato segnalato a circa 25 miglia ad Ovest di Pantelleria; avvistammo il convoglio verso le ore 8 e 45 locali. Quale Capo sezione feci segno a Baldrati, gregario di destra, di attaccare prima la seconda nave da carico e poi l'incrociatore. Colpimmo due navi ma un uragano di fuoco, da parte degli incrociatori, riuscì a colpire pesantemente l'apparecchio di Baldrati mentre sul mio velivolo si ebbero due feriti gravi, il marconista ed il motorista mentre l'armiere se la cavò con ferite leggere.
Avevamo avuto l'ordine di atterrare a Milo e così fu fatto. Appena a terra, ci venne incontro di corsa l'Ufficiale di picchetto dicendoci di rullare per allinearci con gli altri a bordo pista. Accolsi male l'Ufficiale perché avevo i miei camerati gravemente feriti; chiesi quindi di mandare prima l'ambulanza. Trasportati i feriti, mi diressi verso lo schieramento del mio Gruppo di cui era Comandante il Maggiore Savi. Avevo appena fermato i motori e, con il mio secondo Pilota, l'allora Sergente Maggiore Endrizzi, mi ero schierato sotto l'ala del velivolo quando sopraggiunse il Re piccoletto che, vedendoci con la tuta di volo piuttosto malconcia e in disordine chiese alCcomandante del 9° Stormo Colonnello d'Auria: - e questi chi sono? che hanno combinato? con tono di voce infastidito ed espressione di sufficienza. Il Comandante capì al volo che stavo per dire qualcosa e, tempestivamente, fece un cenno al Maggiore Savi che mi si avvicinò per dirmi: - abbia pazienza e stia calmo! Non fiatai ma, innervosito, abbandonai, di corsa, il mio posto di schieramento per andare in infermeria dai feriti che, nel frattempo erano stati già trasferiti all'Ospedale della Marina Militare.
A cerimonia finita il Comandante d'Auria mi mandò a chiamare e mi chiese: - Cosa volevate dire? Risposi : Comandante, col dovuto rispetto per Voi , lo volevo prendere a calci nel c… - E il Comandante sorridendo mi disse: - Anch'io!"