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L'ITALIA
CHE NON S'ARRENDE!
(....
POTIUS QUAM FOEDARI !)
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La
resa incondizionata aveva scombussolato l'animo di
mio padre.
Il suo carattere, il suo concetto dell'Onore e di
fedeltà alla parola data, la sua educazione
militare, il suo passato di combattente, il ricordo
dei suoi Camerati Caduti, non gli consentivano di
accettare il concetto di resa se non per l'estremo
caso in cui fossero state esaurite tutte le possibilità
di resistenza. Una resa incondizionata, una resa disonorevole,
concertata in segreto e ai danni dell'alleato con
il quale si era combattuta, fianco a fianco, per ben
tre anni, una durissima guerra, in palese violazione
dei patti firmati e delle solenni dichiarazioni ufficiali
che reiteravano alla noia, le asserzioni di fedeltà
alla parola data e della guerra a fianco della Germania
fino alla Vittoria Finale, non era concepibile per
chi, come mio padre, aveva un concetto dell'Onore
militare molto vicino ai principi del "bushido"
che portò i giapponesi a combattere una guerra
solitaria per decenni nella jungla del Borneo e della
Malesia.
La richiesta, da parte dei tedeschi, di trasportare
al Nord i velivoli del 18° Stormo e la ripresa
della sua attività di volo, nell'eseguire l'incarico,
lo avevano tirato un po' su di morale.
Non tutto sembrava perduto, Mussolini era stato liberato
dalla sua prigione sul Gran Sasso e si era costituita
la Repubblica Sociale Italiana. La situazione, tuttavia,
pur con qualche schiarita, volgeva sempre più
al peggio. La gran parte degli italiani aveva voltato
le spalle al fascismo, alla guerra, alla alleanza
con la Germania, agli Ideali di Patria, ecc. ecc.
Il discorso del Maresciallo d'Italia Graziani all'Adriano
fece scalpore e risollevò un poco gli spiriti
ma solo nel ristretto cerchio dei militari e dei loro
familiari. La gran parte della popolazione non desiderava
altro che farla finita con la guerra a QUALSIASI COSTO.
Erano loro, in definitiva che avevano sopportato e
avrebbero dovuto sopportare, ancora e forse ancora
a lungo, l'immane sacrificio dei figli al fronte,
del sangue versato in cambio di qualche medaglia e
di qualche riconoscimento ufficiale. I bombardamenti,
poi, avevano avuto come obiettivo preferenziale i
quartieri popolosi e popolari proprio allo scopo di
generare in questi ambienti timore e smarrimento e
i risultati erano, appunto, la gran voglia di porre
fine alla guerra.
La confusione negli animi, poi, era completa. Il re
e Badoglio, metà dell'Italia "ufficiale",
erano al Sud, collaborando con il nemico di un mese
prima al quale si erano arresi e millantavano una
inesistente "ALLEANZA" con i vincitori che
avrebbe portato presto la pace e la "libertà"
e, magari, perché no...!, con un machiavellico
"cambiamento di fronte", avrebbe perfino
consentito di ANDARE A VINCERE CON GLI ANGLOAMERICANI
QUELLA STESSA GUERRA CHE STAVAMO PERDENDO CON I TEDESCHI!
Mussolini era accusato quale unico responsabile d'ogni
catastrofe e della "sciagurata" alleanza
con la Germania.
L'altra metà dell'Italia
era costituita da fascisti fedeli al Duce e da militari
ribelli alla resa. Questi volevano la continuazione
della guerra in nome di un codice d'onore militare
e di un orgoglio nazionale infangati dalla resa e
dalla fuga del Re.
La grande massa del popolo, invece, desiderava solo
un rapido miglioramento delle condizioni di vita,
continuamente promesso da Radio Londra, e non la luce
abbagliante di concetti astratti quali Patria, Onore,
Sacrifici, Combattimento, ecc.
La coscienza dei giovani, in quei tristi giorni, fu
messa a dura prova dovendo scegliere fra l'obbedienza
al richiamo alle armi, gli inviti di radio Londra
e i tanti consigli, sollecitazioni di parenti e amici,
del parroco, del capocellula, ecc.
Solo alcuni ELETTI, con animo sereno, affrontarono
l'asprezza della lotta, i pericoli, il sacrificio,
il martirio.
La R.S.I. fu la ovvia reazione alla resa disonorevole
accompagnata dal maldestro e illusorio tentativo di
ribaltare il fronte e le alleanze in cambio di infondate
speranze di migliori condizioni al tavolo della pace.
Anche la Francia, nella stessa guerra, subì
la sconfitta sul campo di battaglia e fu una sconfitta
ben più cocente e umiliante della nostra! In
poche settimane le linee di difesa francesi erano
state travolte e l'intero Esercito accerchiato e annientato.
Anche in quella circostanza, il governo fu affidato
a un generale, il grande vincitore della battaglia
della "Somme", che non poté far altro
che chiedere la resa. Ma fu una resa onorevole che
lasciava alla Francia piena giurisdizione su gran
parte del territorio non occupato, le navi della flotta
nelle loro basi e in mani francesi, ecc.
Eppure, nonostante la Francia fosse letteralmente
allo sbando, un Generale, Charle De Gaulle, rifiutò
di cedere le armi disubbidendo gli ordini del governo
ufficiale e invitando la Francia, dalle ben munite
basi britanniche, a continuare la lotta . "LA
FRANCE A' PERDUE UNE BATTAILLE, N'A' PAS PERDUE LA
GUERRE...." - diceva - "DES FORCES IMMENCES
ONT PAS ENCORE DONNEE'" (riferendosi alla già
concordata entrata in guerra degli Stati Uniti). All'inizio
il "ribelle" non poté contare che
su poche e raccogliticce truppe coloniali che non
ebbero alcun impatto nelle operazioni belliche fino
al maggio del 1944 quando, con la promessa di 50 ore
di razzie e "mano libera" riuscirono a penetrare
le linee tedesche a Cassino. Ciò che seguì
fu una tragedia per le popolazioni della zona: stupri
di donne, bambini e uomini (incluso il parroco) ad
Esperia e paesi circonvicini. Tutto con la condiscendenza
dei Capi Militari Alleati (nessun gesto di ribellione
fu compiuto dal "legittimo" governo del
Re e di Badoglio).
Tuttavia al Generale De Gaulle, grazie a questi dubbi
successi, fu acconsentito di assidersi, in rappresentanza
della Francia, fra le potenza vincitrici e goderne
tutti i vantaggi, fra cui quelli di imporre condizioni
di pace all'Italia acquisendo due importanti zone
di confine e parte della flotta, non dover sottostare
a limitazioni di armamenti, essere membri permanenti
del Consiglio dell'O.N.U. con diritto di veto, ecc.
Il governo Petain, il governo della resa, fu condannato
all'obbrobrio e, per molti aderenti, alla morte.
Esiste in Francia una graduatoria di benemerenze secondo
la data in cui i "resistenti" aderirono
al movimento gollista. Quelli che possono orgogliosamente
vantare l'onore di "AVOIR REFUSE' LA REDDITION"
fin dall'inizio, abitano l'Empireo del firmamento
patriottico francese. Con Gloria e meriti via via
decrescenti tutti gli altri compreso quelli che vantarono
meriti resistenziali all'ultimo momento.
Scrive il Col. d'Auria in un
suo promemoria per il Tribunale che doveva giudicarlo
per "collaborazionismo".
".... noi (combattenti della R.S.I. n.d.a.)
ci siamo comportati allo stesso modo del Generale
De Gaulle e dei suoi seguaci, con la considerazione,
a nostro vantaggio, che mentre De Gaulle era, di fatto,
un ribelle al proprio governo legittimo, noi abbiamo
ripreso le armi quando il nostro Capo dello Stato,
accompagnato dal Presidente del Consiglio e da due
soli Ministri, non dall'intero governo, ha abbandonato
la Capitale ed il Suo posto di Comando per andare
a consegnarsi al nemico. I ribelli, i fuori legge,
non siamo stati noi (della R.S.I. n.d.a.) ma il Capo
dello Stato, il Presidente del Consiglio ed i due
Ministri che lo hanno seguito. Non é possibile
nemmeno sostenere che il Governo Italiano si sia "trasferito"
in quanto, nella maggioranza dei suoi componenti,
é restato a Roma, celato, senza svolgere alcuna
attività né funzione, forse sorpreso
e sconcertato di quanto avvenuto e di cui era totalmente
all'oscuro.
Se noi andassimo indietro, al 1936, quando vincemmo
la campagna d'Etiopia, i nostri giornali del tempo
si scagliarono violentemente contro Hailé Selassié
(Ras Tafarì poi Negus Neghestì) quando
questi, occupata dalle forze Italiane l'Abissinia
solo in parte, si rifugiò presso gli inglesi.
Noi Italiani accusammo, con ragione, che Hailé
Selassié aveva abbandonato il suo popolo e
perciò lo indicammo al dileggio del mondo intero.
Rammento con ammirazione le parole di Ras Seyum all'atto
della sua sottomissione all'Italia al cospetto del
Maresciallo Graziani.
Ras Seyum disse testualmente: "Ho servito fedelmente
il mio Re finché ho avuto un Re. Ma giacché
egli ha abbandonato il suo popolo e la sua terra,
giuro fedeltà alla mia nuova Patria".
Nel caso del nostro Re, deve parlarsi di vero e proprio
abbandono. Se pure materialmente egli é restato
in Italia, egli si é rifugiato in una città,
Brindisi, che era prossima ad essere occupata dal
nemico e da cui non poteva esercitare alcuna sovranità
perché quella era zona di occupazione militare
ed il governo giuridico e di fatto era il Governo
militare alleato (A.M.G.O.T.) che emanava decreti,
imponeva restrizioni o regole, batteva moneta (le
famose AM Lire!),
controllava ogni provvedimento amministrativo, disponeva
a suo piacimento di porti, aeroporti, ferrovie, impianti
di comunicazione, requisiva alberghi, abitazioni,
beni, materiali, aree e terreni, impianti sportivi,
cinema e teatri che diventavano automaticamente vietati
agli italiani "liberati", amministrava la
giustizia a suo estro.
(solo ad esempio, si cita il caso del tribunale militare
alleato che condannò a morte il Generale Bellomo,
che aveva combattuto i tedeschi in ritirata a Bari,
per essere stato il comandante di soldati che avevano
sparato a un prigioniero inglese evaso e fuggitivo!
Il governo Italiano non mise bocca e non protestò
per la fucilazione di Bellomo, anzi ne cancellò
la memoria!).
Gli Alleati giunsero perfino ad ordinare perentoriamente
al piccolo re d'Italia di sloggiare, senza preavviso
e senza indugi, dalla sua residenza a Napoli perché
il Re Giorgio V d'Inghilterra, in Italia a ispezionare
le truppe combattenti, non desiderava che il re vinto
e NEMICO fosse nella stessa città.
Noi Italiani abbiamo avuto, per contro, parole d'ammirazione
e d'elogio, cavallerescamente tributato, per i nostri
avversari, il Re del Belgio e il Re di Danimarca,
che preferirono affrontare rischi ignoti pur di non
abbandonare i loro popoli. Noi Italiani abbiamo assistito
al fatto in cui un discendente di Emanuele Filiberto,
un erede del Principe Eugenio di Savoia, al quale
la Germania e l'Austria pagano ancora un tributo di
riconoscenza dedicandogli monumenti, strade ed intitolandogli
una nave da guerra, non solo abbandona il suo popolo
e le Forze Armate di cui lui é il Capo Supremo
ma diserta in guerra e passa al nemico. Se é
punibile il militare che abbandona il proprio Corpo
con la pena di morte previa degradazione, tale punizione
deve essere applicata anche per chi ha il Comando
Supremo delle Forze Armate e per chi ne é il
Capo di Stato Maggiore Generale: il codice Penale
Militare si deve applicare indifferentemente per il
Capo come per il gregario".
Relativamente alla asserita
"illegalità" della Repubblica Sociale
Italiana e, per contro, della "legittimità"
del "Regno del Sud", é opportuno
richiamare l'attenzione sul fatto che, secondo il
diritto costituzionale ed internazionale, uno Stato,
per definirsi tale, deve avere:
1) Una popolazione sulla quale esercitare la propria
sovranità;
2) Un territorio;
3) Il diritto di legiferare;
4) Il diritto di amministrare la giustizia;
5) Il diritto di bandire la coscrizione alle armi;
6) Il diritto di battere moneta.
Ebbene
nessuna di queste prerogative era stata lasciata al
preteso Stato Italiano del Sud ed al suo governo se
non subordinatamente alle decisioni, proclami, disposizioni,
ordinanze, ecc. emanate dal Comando Militare Alleato.
La giustizia, se riguardava i rapporti fra italiani,
era affidata alla Magistratura Italiana che, però,
era sorvegliata e riceveva le direttive dai vari "Town
Major" che imponevano deroghe e modifiche alla
nostra legislazione, con quanto rispetto per la nostra
Sovranità é facilmente concepibile.Non
era possibile chiamare i cittadini alle Armi se non
tramite e per mezzo del "Comando Militare Alleato".
In quanto all'impossibilità di esercitare il
diritto di battere moneta, da parte dello asserito
Governo Italiano, basta tener conto dell'enorme quantità
di valuta di occupazione che ha in sostanza sostituito
la moneta nazionale ed ancora oggi circola (a tre
anni dalla fine della guerra), con nostra vergogna,
con corso legale."
La situazione italiana e quella francese sono parallele:
due nazioni sono sconfitte, due Capi si ribellano
alla resa del governo ufficiale; l'uno finisce dalla
parte che poi vincerà e sale alla gloria degli
altari, l'altro si troverà dalla parte perdente
e finirà a piazzale Loreto!
I discorsi quotidiani erano
meno pomposi e gli Ideali meno alati.
Nelle file del pane le chiacchiere vertevano sul fatto
che:
"co j Inglesi se sta mejo; danno er pane bianco"
l'obiezione era: "e chi je l' ha detto?"
" 'Na signora che é passata de quà
de le linee"
" E si se stava mejo de la' com' é che
é venuta de quà"?
Insomma si era ritornati ai nobili ideali del :
O FRANZA O SPAGNA, BASTA CHE SE MAGNA!
Non
erano dialoghi infiammati di patriottismo! Né
si disquisiva appassionatamente sul governo a rappresentanza
democratica di cui nessuno sentiva la necessità
o vedeva i vantaggi e che , del resto, non esisteva
neanche al Sud.
Allora, come ancor oggi, cominciarono a coesistere
in Italia due opposte verità secondo le tendenze,
preferenze, convenienze, ecc. In genere ha prevalso
la verità dei vincitori che ha inaridito le
fonti sorgive della altra verità, quella degli
sconfitti.
A
tal proposito, mi torna in mente una vecchia storiella.
"
Un giorno la VERITA', bella, splendente, orgogliosa,
baldanzosa, spensierata, ammirata e lodata da tutti
gli uomini, incontrò, per caso, la MENZOGNA,
turpe, vile, vergognosa, abietta, paurosa, repellente,
ributtante. La misera non aveva il coraggio di farsi
vedere in giro e tutti gli uomini la disprezzavano,
la schernivano.
La VERITA' ebbe pietà di questa infelice e,
nella sua generosità, le fece dono di una piccola
parte di se stessa; altro non aveva, ma quel dono
aveva inestimabile valore.
La MENZOGNA, mostrando di voler ricambiare tanta generosità
ma, invero, per offuscare il troppo splendore di tanta
nobiltà, ricambiò donando, anche lei,
una parte di se stessa.
Da allora la MENZOGNA contiene sempre una piccola
parte di verità così che le falsità
più odiose, a lungo diffuse, finiscono per
essere universalmente credute VERITA' INOPPUGNABILI.
Viceversa la VERITA' che, per sua natura, si ammanta
di modestia e non cerca né chiede pubblicità,
finisce per rivelare la sua piccola parte di incertezza
o di errore e viene, ben presto, guardata con sospetto
e sfiducia e messa da parte o abbandonata nell'oblio.
In tal modo, verità sacrosante divennero, nel
tempo, menzogne certe."
"Da allora la verità e la menzogna convivono
dietro la maschera di ogni uomo dove l'eterno Diogene
sta ancora cercando la menzogna e la verità
nascoste"
Così
la tragedia italiana assunse aspetti inutilmente dialettici;
si discuteva di tutto ed ogni discussione si fondava
su ostentata conoscenza di leggi, regole, articoli,
tradizioni, trattati e convenzioni internazionali,
precedenti storici, ecc. Il tutto in una sarabanda
di parole vuote, riferimenti e autorevoli affermazioni,
da parte di personaggi eccellenti solo nella abissale
ignoranza, incredibile faccia tosta e il cui obiettivo
era la ricerca dell'arzigogolo che affermasse e dimostrasse
tesi da loro predefinite a giustificazione del loro
comportamento. Così facendo si sentivano meno
indegni giacché, in fondo, era questo il tarlo
che li rodeva.Fra le braccia non amorose dei suoi
figli, la stragrande maggioranza dei quali erano queste
mezze tacche di gente imbelle, irresponsabile, vile
ed egoista, AGONIZZAVA L'ITALIA.La rapida avanzata
degli anglo-americani che, in poche settimane, si
erano impadroniti di Calabria, Basilicata, Puglia,
Campania e gran parte di Abruzzo e Molise, faceva
pensare che la guerra sarebbe stata prossima al termine.
Tanto valeva puntare sul cavallo vincente! Del resto
il RE era da quella parte, perché non convincersi
che l'Italia fosse ormai ALLEATA con i vincitori?
Bastava ascoltare radio Londra che prometteva pace,
libertà, pane bianco, democrazia, benessere......
Perché non lasciarsi sedurre dalle SIRENE liberatrici.
?
Agli italiani ancora dotati di un barlume di dignità,
tentennanti ed esitanti di fronte al vergognoso voltafaccia,
venivano generosamente proposti alibi formidabili:
La guerra non l'aveva voluta l'Italia ma il Duce;
gli anglo-americani altro non volevano che portare
libertà ai popoli oppressi e inviavano i loro
figli a morire combattendo per la giusta causa; i
tedeschi erano cattivi e crudeli e per colpa loro
gli anglo-americani, controvoglia, erano costretti
a bombardare le città indifese ed a generare
incredibili lutti e distruzioni; per evitare tali
bombardamenti e i conseguenti lutti non c'era altro
modo che "liberarsi" dei tedeschi; il re,
per evitare di essere catturato ed esautorato dai
tedeschi, era stato costretto a "trasferirsi
in territorio sotto la piena giurisdizione italiana
per poter "liberamente esercitare i diritti e
i doveri della sua sovranità" (???); la
resa era stata un passo doloroso ma necessario per
"salvare il salvabile" dal disastro causato
dal Duce e dal fascismo.... e via così. Tutto,
o quasi tutto, quadrava a perfezione con la voglia
di farla finita che rendeva gli italiani creduloni
oltre ogni logica e realtà dei fatti.
"Come
with us and all will be well"
aveva detto Churchill, chi poteva
dubitare di un così importante e prestigioso
personaggio?
Molti VOLLERO credere alle promesse di radio Londra
nonostante lo stesso Churchill, avesse dichiarato
alla Camera dei Comuni: "Non possiamo non tener
conto che l'Italia ha duramente combattuto contro
di noi per tre anni
"
Noti anche i commenti di parte sovietica: "L'Italia
fu fedele alla sua vocazione di sciacallo (qualche
traduzione riporta la parola puttana) internazionale,
sempre in cerca di compensi per i suoi tradimenti";
come pure dei più alti Capi Militari Alleati.
"La resa dell'Italia fu uno sporco affare (dirty
affair). Tutte le nazioni, nella loro storia, hanno
vinto o perso delle guerre ma l'Italia è l'unica
ad aver perduto questa guerra con disonore" fu
il commento del Gen. Eisenhower.
"Il governo italiano decise di capitolare non
perché non fosse in grado di ulteriore resistenza
ma perché riteneva che fosse venuto, come in
passato, il momento di saltare sul carro del vincitore".
Disse il Gen. Alexander.
Non si tenne il Gen. Montgomery, già in passato
vilmente offensivo verso i soldati Italiani, dal far
sibilare la sua lingua insolente e velenosa: "Il
voltafaccia italiano dell'otto settembre fu il più
grande tradimento della Storia".
Commenti cattivi, perfidi, perfino esagerati e che
condannavano, a torto, tutto il popolo italiano offuscando
le tante pagine di gloria, di coraggio e di grande
civiltà scritte nel passato con tanto sacrificio
di sangue. Purtroppo non si poteva dar loro torto;
chiunque avrebbe espresso giudizi simili, verso una
nazione che avesse tenuto lo stesso comportamento.
Il peggio fu che di tutto questo artificioso "cambiamento
di fronte" alla fin fine non ricevemmo in premio
che dolorose sciagure e nessun vantaggio. Se la contropartita
doveva essere la "liberazione" dal tedesco
invasore e dal fascista oppressore, tanto valeva continuare
la guerra. Il fascismo era già caduto e i tedeschi,
nostri alleati, erano entrati in Italia, su esplicita
richiesta dai nostri comandi, quasi tutti dopo la
caduta del fascismo, per contrastare l'invasione anglo-americana.
La "invasione" da parte dei tedeschi non
c'è mai stata e, in ogni caso, il proseguimento
della guerra e l'avanzata degli eserciti anglo-americani
avrebbe causato, come fu, l' abbandono del suolo italiano
da parte delle truppe sconfitte. Non avremmo conosciuto
gli attentati, le rappresaglie, le stragi fra fratelli
e non avremmo abbandonato i Fratelli Giuliani e Dalmati
alla bestialità delle orde slave.
La presenza dei "tedeschi" significava penuria
di ogni genere alimentare fino alla fame e bombardamenti
giorno e notte.
Nel frattempo si ebbe un periodo di stasi nei movimenti
del fronte in Italia. La linea di difesa (Linea Gustav),
impostata da Kesselring lungo il fiume Sangro, la
valle del Liri e che faceva perno su Cassino era riuscita,
con disperata tenacia, a tenere le posizioni di fronte
alle formidabili offensive della VIII armata inglese
e della Va armata americana.
Il fronte italiano si era stabilizzato. La propaganda
fascista e tedesca ne approfittò per vantare
la fine del disastro causato dall'ignobile tradimento
del re e la prossima ripresa dell'iniziativa. La propaganda
inglese, ancora una volta insuperabile, seppe capovolgere
questa evidente mancata vittoria con la storia che
"il generale TEMPO" era il migliore stratega
degli alleati.
Nella mia scuola circolavano storielle di questo tenore:
"
Per vincere la guerra, Churchill, Mussolini e Hitler
devono superare una prova di abilità: chi riuscirà
a catturare una anguilla che nuota in una piscina,
sarà il vincitore.
(Si noti l'assenza degli altri
protagonisti Roosevelt e Stalin perché, in
quel momento, per gli italiani anglofili, il punto
di riferimento non era nient' altro che l'Inghilterra
e il suo Premier Churchill n.d.a.).
Allora Mussolini, sgomitando un po', si fa avanti
e si butta per primo. Nuota su e giù, si dà
un bel da fare, schizza acqua dappertutto ma alla
fine si deve arrendere ed esce senza fiato dalla piscina.
Allora si fa avanti Hitler che dai suoi generali si
fa preparare un piano perfetto. Con calcoli precisi,
col cronometro che spacca il centesimo di secondo
e quant' altro, Hitler si tuffa e, naturalmente, acchiappa
l'anguilla. Ma non aveva calcolato che l'anguilla
é viscida e gli scivola fra le mani. Tocca
a Churchill il quale si fa portare un cucchiaino da
caffè e, fumando il sigaro, svuota la piscina
e prende l'anguilla."
Fra
queste risate, si svolgeva il dramma della guerra
in Italia e si ingannava la delusione per la "liberazione"
che, attesa dopo pochi giorni dalla caduta di Napoli,
tardava a venire!!!
L'inverno 1943 - 1944 passò così, nella
speranza di resistenza da parte dei "tedescofili"
e nella certezza di una prossima "liberazione"
da parte degli "anglofili". Gli "italianofili"
non ESISTEVANO!
Mio
padre, secondo il suo carattere, fremeva. Aveva aderito
alla R.S.I. ma la ricostituita Aeronautica Nazionale
Repubblicana arruolava giovani Piloti da caccia per
difendere le città dalle incursioni aeree delle
"fortezze volanti"; niente Stormi da bombardamento.
L'attesa era snervante, chiese un colloquio con il
Maresciallo Graziani che lo ricevette e lo ascoltò
ricordando i trascorsi in Etiopia. Ne ebbe una promessa
di interessamento.
Nel frattempo egli prese a collaborare con la "Organizzazione
Todt" per allestire opere e sistemi difensivi
secondo le esigenze della guerra. Fu appunto durante
un trasferimento a Nettuno che il camion con cui mio
padre si recava sul luogo di lavoro, con gli operai
addetti, fu bloccato da una pattuglia tedesca a pochi
chilometri da Anzio. Non si capiva il motivo di questo
impedimento perché il capo pattuglia tedesco
non riusciva a spiegarsi. Solo dopo alcuni tentativi
riuscì a dire: "mericana,
mericana!" e mio padre capì
che c'era stato uno sbarco. La zona era completamente
sguarnita di truppe ma, di ritorno, mio padre riferì
di aver incrociato parecchi camions di soldati tedeschi
in perfetto ordine, seduti su quattro file affacciate,
con il fucile tenuto dritto col calcio fra gli stivaletti,
lo sguardo fisso avanti e nel silenzio assoluto.
"Andavano a morire"!
commentò con ammirazione, da Soldato.
Io
ebbi una diversa esperienza della vicenda. Ero a scuola,
al Massimo, e, quel giorno, il nostro insegnante era
assente e sostituito da un altro Padre gesuita. Come
sempre in queste occasioni, il "supplente"
venne preso sottogamba e la disciplina lasciava a
desiderare. Il Padre allora ci disse testualmente:
"Se sarete buoni vi
darò una bella notizia"!
"Io la so!"
squittì un compagno, credo Grazioli. "Anch'
io la so" fece eco un altro.
Ed allora il Padre dovette dire a tutti la "bella
notizia":
"Stanotte gli "alleati"
sono sbarcati ad Anzio e fra un paio di giorni saranno
a Roma!"
Era il 23 gennaio 1944. Non ci vollero due giorni
perché gli "alleati" entrarono a
Roma il quattro giugno. Ma una considerazione mi preme
fare: sotto quale tirannia, nella storia del mondo,
in un paese in guerra, é permesso impunemente
parlare di "bella notizia" per comunicare
il prossimo arrivo degli eserciti nemici? E in quale
regime, in stato di guerra, si può impunemente
e pubblicamente dichiarare di avere ascoltato la radio
nemica, nonostante le severissime punizioni decretate
a mai applicate?
Mah! Forse solo sotto la Tirannia Fascista quando,
si sente dire, chi parlava male del Regime finiva
in galera!
Nonostante
la difesa strenua delle posizioni contese metro per
metro, tuttavia, non si notavano segni di ripresa.
Era vero ed era certo un successo che la Whermacht
riuscisse a contenere gli attacchi del nemico che
aveva assoluto dominio del cielo, disponibilità
incondizionata di mezzi e rifornimenti ed interventi,
anche questi incontrastati, delle artiglierie navali
come ad Anzio. La sproporzione di forze era di cinque
a uno.
In quanto alle poche forze Italiane, valorose e combattive,
in molti casi eroiche, queste, in quel periodo, non
riuscirono a raggiungere la consistenza di una divisione,
poche squadriglie di aerei e di mezzi speciali della
marina. Le Grandi Unità della R.S.I. si stavano
addestrando in Germania e sarebbero rientrate solo
quando Roma era già stata occupata dagli anglo-americani.
Le residue speranze di vittoria venivano affidate
alle propagandate "armi nuove" che avrebbero
dovuto capovolgere la situazione a favore della Germania.
Qualche arma "nuova" era entrata in azione
ma non v'era stato alcun capovolgimento della situazione.
Al contrario, lo strapotere degli "alleati"
con incursioni aeree di centinaia e centinaia di velivoli
e distruzione di interi quartieri diventava sempre
più evidente.
Nel
febbraio '44 ci fecero uscire da scuola, prima della
chiusura, perché Roma era sotto un violento
bombardamento; mentre attraversavo piazza dei Cinquecento
un aereo si abbassò a mitragliare; mi sentivo
agghiacciare per il frastuono della mitraglia a distanza
ravvicinata, correvo col cuore in gola mentre grossi
bossoli, cadendo, rimbalzavano sul selciato.
Raggiunsi un rifugio antiaereo costruito nei giardini
fiancheggianti le terme di Diocleziano e cercai di
infilarmici dentro. Sul passaggio di accesso la gente
si accalcava e non si poteva passare.... il cancello
era chiuso....!
Uscii di nuovo allo scoperto. I tram erano fermi ma
un numero "8" , cigolando, si mosse ed io
lo rincorsi, salii restando sul predellino per guardare
in alto. Arrivati a piazza Indipendenza vidi il cielo
letteralmente oscurato da aerei nemici. Saltai dal
tram correndo in direzione opposta a quella degli
aerei: scaricarono colpendo il quartiere prenestino
e casilino. Il tram continuò la sua corsa ma
in via Morgagni fu bersagliato da tre bombe che non
lo centrarono ma fecero ugualmente una carneficina
fra i passeggeri investendoli con lo spostamento d'aria
del tremendo triplice scoppio e con una mitraglia
di schegge. In quel tram perirono oltre ottanta persone;
un mio compagno morì ed altri due furono feriti
da schegge.
Nel frattempo io, sempre correndo, ero arrivato, per
vie traverse, a piazza Bologna e per V. Michele di
Lando mi dirigevo verso la mia abitazione in V. Eleonora
d'Arborea. Guardando in alto vidi distintamente gli
aerei sopra di me aprire i portelloni e sganciare
le grosse bombe. Feci appena in tempo ad entrare nell'atrio
di un palazzo pensando di evitare possibili schegge
o macerie e detriti lanciati per aria. Sapevo che
le bombe sganciate sulla mia testa dovevano cadere
più avanti. Mio padre mi aveva spiegato che
la bomba d'aereo percorre una traiettoria a parabola.
Solo che la mia abitazione con mia madre e le sorelle
era proprio duecento metri più avanti.. Pochi
istanti e in un baleno l'inferno e il caos si scatenarono
su di noi: serie di esplosioni, sussulti, spostamento
d'aria, scoppi, intonaci che si sgretolavano, cornicioni
che cadevano, polvere e fumo nell'aria, urla di gente
terrorizzata, pianti di bambini, gente inebetita che
fuggiva non si sa dove... E' inimmaginabile l'effetto
del bombardamento sulla gente che non sa cosa fare,
impotente e senza difesa alcuna; é come un
terremoto con una violenza mille volte più
devastante e senza lo sfogo di poter scappare all'aperto;
fuori era la morte!
La mia casa si trovava poco
più avanti. Vedevo una nuvola di fumo e polvere;
mi misi a correre; a pochi metri dal portone erano
caduti grossi pezzi di muri, mattoni, terriccio. Interi
isolati di case in fondo alla via Eleonora d'Arborea
non esistevano più. Il convento delle suore
Sacramentine dove noi andavamo, nel pomeriggio, a
fare i compiti e a giocare sotto la sorveglianza delle
buone Madri, era svanito nel nulla. Le suore che si
erano riunite, come fu detto dai giornali, nella Cappella
a pregare, erano state trasferite subito in Paradiso
per interessamento dello zio Sam che, probabilmente,
le riteneva spie al servizio del tedesco invasore.
Mi recai subito a vedere il convento centrato dalle
bombe. Non esisteva neanche un muro. I frati della
vicina chiesa di S. Ippolito, anch'essa colpita, scavavano
con le pale sotto le macerie, non ricordo se trovarono
almeno i corpi. e dire che il clero continuava a pregare
per la vittoria delle armi anglo-americane!!
Di esperienze simili ne ho vissuto tante.
A
fine marzo ci fu l'attentato dei G.A.P. a via Rasella.
Ricordo che se ne discuteva nel giardino del condominio
anche se non si sapeva bene cosa fosse successo. Luigi,
il portiere del palazzo, era passato in bicicletta
da quelle parti e diceva che erano morti tanti soldati
ed alcuni civili. Dei civili non importava niente
a nessuno mentre si era preoccupati dei soldati perché
ciò significava rappresaglia. Si diceva anche
che erano stati presi in ostaggio gli abitanti della
zona. La "rappresaglia" era data per scontata;
neppur lontanamente si pensava che non ci sarebbe
stata una violenta reazione. L'unico dubbio era: Chi
sarebbe stato il "capro espiatorio"?
Il resto della cronaca é noto dai vari libri
che glorificano l'episodio e condannano Priebke.
Ciò che manca é il racconto della minuscola
ma significativa parte che ebbe mio padre nella vicenda.
Seppe che un suo amico, Teodato Albanese, fascista
di vecchia data e di famiglia rimasta fascista anche
dopo l'episodio, era stato incluso nella lista delle
vittime della rappresaglia. Mio padre fu avvertito
dai familiari dell' ostaggio e, tramite conoscenze,
riuscì ad avere un colloquio con l'ambasciatore
tedesco Rahn. Come "passaporto diplomatico"
mio padre esibì una dichiarazione di stima
e ammirazione di Kesselring scritta per lui in Sicilia.
Grazie a questo speciale "lasciapassare",
l'ambasciatore presentò mio padre ad un alto
ufficiale tedesco (non ne ricordo il nome ma potrebbe
essere stato il gen. Maelzer).
Mio padre riferì che, al sentire il motivo
della visita, l'alto ufficiale, con cortesia, lo invitò
ad andarsene per evitare di essere anche lui incluso
nella lista degli ostaggi da fucilare......
Fu così che Teodato Albanese, fascista, figura
fra le vittime del nazifascismo e fra i Caduti per
la libertà.
L'episodio
scosse tutta Roma, vittima dei bombardamenti da un
lato e delle rappresaglie dall'altro. La razione di
pane era stata portata a 100 gr. di sostanza immangiabile
a persona al giorno. Altri viveri non esistevano se
non alla "borsa nera" Un Kg. di zucchero
o di sale costava 700 lire: l'equivalente, cioè,
di uno stipendio mensile di un impiegato e più
del mensile di un operaio.
Il
primo di giugno del 1944, tornando da scuola, dove
mi ero recato per incontrare i miei compagni, vidi
mio padre e mia madre indaffarati a trascinare casse
e bauli. La notizia era di quelle che piacciono molto
ai ragazzi. Si parte, si va a Milano.
Era stata una decisione improvvisa ma che allettava
moltissimo noi ragazzi; città fino ad allora
sconosciuta, Milano ci attraeva per la novità
della cosa. Partimmo su un camion scoperto. Era il
2 giugno! Ovunque si palpava un'aria di incertezza
e di tristezza. E' falso che i romani stessero aspettando
i "liberatori". Nella quasi totalità
le persone mostravano l'indifferenza e la apatia tipiche
del popolo romano. Nessuno sapeva come sarebbe finita.
Anche i più "anglofili", di fronte
all'evento ormai imminente, eran presi dal dubbio
tipico di chi teme di fare un salto nel buio.
Negli uffici si bruciavano i documenti, alcuni tedeschi
di retroguardia regalavano ai popolani i residui dei
loro magazzini.
A Prima Porta un graduato della G.N.R. bestemmiava,
come mai avevo sentito prima, perché, arrivato
a Roma con un camion di farina, gli fu dato l'ordine
di tornare indietro. "Ho
portato qui il camion fra mitragliamenti aerei e partigiani
per niente?" urlava, e giù bestemmie in
toscano!.
Eravamo partiti da Via Veneto
nel pomeriggio, aspettammo che si facesse scuro a
Prima Porta e poi partimmo da Roma! Io ero seduto
sul bordo esterno del cassone del camion mentre mia
madre aveva trovato posto nella cabina. Mio padre
e le mie sorelle seduti su un baule. Mia madre era
preoccupata per me per il timore che io, addormentandomi,
potessi cadere fuori del camion ma le sue paure erano
superflue perché non fu possibile dormire.
Continui posti di blocco, lunghe attese, strade accidentata
per buche di bombe, timore di essere attaccati dai
cacciabombardieri che, in permanenza, volteggiavano
sulle strade. Al mattino, alle ore 6, non eravamo
che a Terni.
Ricordo un viale alberato, camion tedeschi mimetizzati
sotto gli alberi, in attesa.
Impiegammo cinque giorni, dormendo sul camion all'addiaccio,
per arrivare a Milano seguendo strade e percorsi sconosciuti
e giocando a rimpiattino con gli aerei che non ci
davano tregua; volteggiavano su nel cielo, incontrastati,
e si abbassavano per ridurre a colabrodo qualsiasi
veicolo riuscissero ad avvistare. Anche i contadini
al lavoro nei campi o ciclisti che percorrevano qualche
viottolo di campagna erano considerati obiettivi militari
e bersagliati dalle mitragliatrici dei liberatori.
Le strade erano intasate da rottami arsi, dissestate
da crateri di bombe malamente riempiti. Spesso si
era costretti a lunghe deviazioni per i campi perché
la strada era del tutto impraticabile. Si temevano
attacchi i di partigiani. Il nostro autista, che aveva
fatto più volte la spola per rifornire Roma,
era bravissimo. Conosceva strade di campagna poco
praticate; sapeva dove nascondersi quando vedeva i
cacciabombardieri. Se l'aereo volteggiava nella vallata,
il camion si fermava a ridosso di una curva e attendeva;
quando l'aereo allargava il giro, rapidamente si percorreva
un tornante e si aspettava di nuovo. Alla fine l'aereo
se ne andava. Deo gratias! Avanti per un altro tratto
di strada.
Varcati gli Appennini, ai nostri occhi si presentò
un paesaggio diverso, un paese ancora pieno di vita,
un paese "normale" . Ciclisti per le strade,
contadini nei campi, movimento di autocarri e, soprattutto,
visi sorridenti e ben nutriti.
Nel Nord, a differenza di Roma, "si mangiava".
Trovammo casa a Laglio sul lago di Como fra partigiani
che ci minacciavano ogni giorno, salvo poi venire
da mio padre la Domenica perché intercedesse
a favore di questo o quel parente che era stato fermato
o imprigionato.
"Napuletan
Republican" mi dicevano "quando
che finis la guera te cupum".
Poi se la cavarono con molto meno.
Per le leggi della R.S.I. erano tutti renitenti alla
leva, oppure si erano presentati ed avevano ottenuto
l'esenzione dal servizio militare perché impegnati
in fabbrica. Era un modo di fare il "doppio gioco".
Il coscritto di leva, tramite il parroco che in quelle
regioni era la autorità indiscussa, veniva
presentato ad un proprietario o direttore di fabbrica
il quale assumeva il candidato e dichiarava che la
sua opera era indispensabile per la gestione della
fabbrica. Tutti sapevano trattarsi di un sotterfugio
ma nessuno ci teneva, salvo casi sporadici, a mandare
sotto le armi gente che non aveva voglia di combattere
o che non era animata d'amor di Patria.
La R.S.I. poteva contare su un concorso di giovani
superiore alle possibilità di creare, addestrare
e armare truppe da avviare al combattimento.
Così in quei paesini del lago di Como che,
a sera, d'estate, sembravano formare un panoramico
"presepio" con uno scenario incantevole
e che, durante il giorno, rievocavano la descrizione
del Manzoni:
"....ville sparse e
biancheggianti sul pendio, come branchi di pecore
pascenti...",
esisteva una specie di zona
franca; nessuno si preoccupava di sorvegliare o indagare,
non esisteva polizia né carabinieri né
truppe di alcun genere. I valligiani continuavano
a fare i contrabbandieri commerciando con la Svizzera
e a tagliar legna. I partigiani, che spesso erano
gli stessi boscaioli o contrabbandieri, non si davano
molto da fare per vincere la guerra. A loro bastava
attendere.
A portar confusione, quei paesini di villeggiatura
erano divenuti la residenza delle ricche famiglie
milanesi, che possedevano splendide e lussuose ville
affacciate sul lago, e dei meno ricchi che si erano
adattati a prendere in fitto le case dei valligiani.
Tutto sommato c'era una atmosfera di vacanza e di
attesa. La guerra non riguardava chi viveva sul lago,
perlomeno in quella zona del lago di Como.
I valligiani non erano molto lieti dei nuovi residenti.
Abituati alla vita delle loro piccole comunità,
rimaste pressoché immutate dal paesaggio dipinto
dal Manzoni, dove si conoscevano tutti fra di loro,
il forestiero veniva subito individuato: "Chi
l' é?" "El sarà quei sc-fulà!"
Ricordo una canzoncina: "quando
vedrai ... le labbra pitturate
ricordati che sono le sfollate.."
sul motivo in voga: "quando vedrai brillar la
prima stella, ..."
PER
L'ONORE!
Mio padre tornò a vestire
la divisa azzurra ed essere di nuovo il Colonnello
d'Auria con l'incarico di Ispettore dei Campi d'Aviazione
e dei Reparti della Aeronautica Nazionale Repubblicana
e Comandante del raggruppamento Guardie della A.N.R.
con giurisdizione su tutto il territorio della R.S.I.
Il Raggruppamento Guardie aveva il compito di proteggere
i velivoli, gli aeroporti ed i magazzini.
Per lui non sarebbe stato possibile volare, in mancanza
di gruppi di aerei da bombardamento, ma l'essere uscito
dalla lesasperante inattività, deprimente per
il suo carattere, gli fece riprendere grinta e combattività.
Questa attività di ispezione e di coordinamento,
alle dirette dipendenze del Sottosegretario di Stato
per l'Aeronautica, lo costringeva a continue e pericolose
trasferte in tutto il territorio allora controllato
dalla R.S.I. I trasporti erano l'obiettivo preferito
dei cacciabombardieri nemici e, fra un attacco e l'altro,
ci pensavano i partigiani a rendere il viaggio più
interessante e allegro con spericolate quanto coraggiose
imboscate.
E, difatti, non passò molto tempo e ...........
il 10 luglio 1944, mentre l'auto che recava a bordo
il Col. d'Auria con l'autista e l'armiere di scorta,
naturalmente tutti in divisa grigio azzurra, viaggiava
da Asti a Moncalvo, paese dell'astigiano, percorrendo
una strada in salita e con molte curve, all'uscita
di una di queste, si trovò davanti un camioncino
col telone abbassato e un borghese con la mano alzata.
Come già detto, i viaggi e i trasporti erano
problematici in quei giorni e, fra utenti della strada
si cercava di aiutarsi. Pareva questo uno dei casi
in cui lo sfortunato autista era rimasto appiedato
per qualche guasto alla macchina.
Il Col. d'Auria non ebbe il sospetto di una imboscata
anche perché i veicoli circolanti non militari
erano pochi, in genere usati non per scopi personali
ma per trasporto di viveri o altre necessità
ed erano tutti debitamente "autorizzati".
Dette quindi l ' ordine di fermarsi per prestare soccorso.
L'autista si fermò e abbassò il finestrino.
Ebbe certo una sorpresa molto amara quando l'individuo
che aveva chiesto soccorso estrasse improvvisamente
una pistola dalla tasca della giacca e puntandola
attraverso il finestrino gridò: "Scendete!".
Ma mio padre non era un tipo
arrendevole; del resto non aveva scelta: se fosse
caduto prigioniero dei partigiani, sia lui che gli
avieri della scorta sarebbero finiti, come tanti,
in una fossa sconosciuta senza che se ne fosse saputo
più nulla. Azioni di guerra, le chiamarono,
dopo.
Senza esitare, egli estrasse la sua Beretta d'ordinanza
e fece fuoco.
Come in un film Western, una frazione di secondo decise
la sorte di tre appartenenti alla Aeronautica Repubblicana
da un lato e quella di un povero giovane dall'altra.
Questi, colpito mortalmente, cercò di allontanarsi
di corsa dalla vettura ma cadde a terra, il telone
del camioncino si alzò e altri quattro o cinque
partigiani scesero sparando. Sia mio padre che l'armiere
di scorta risposero al fuoco e forse ferirono altri
irregolari perché li videro cadere a terra
mentre l'autista, con rapidissima manovra, invertiva
la direzione di marcia per andare a chiedere rinforzi.
Quando ritornarono sul luogo dell'imboscata, i partigiani
erano spariti, e nessuno del paese volle dare indicazioni.
Solo un vecchietto disse che i partigiani erano scappati
e che il ferito era stato portato all'ospedale. Il
vecchio aggiunse che lui era un veterano della prima
guerra mondiale e per questo sentiva il dovere di
parlare non condividendo la tattica degli agguati
proditori. Mio padre ringraziò, il ferito fu
portato con un camion ad Asti, in ospedale, dove morì.
Rispondendo all'interrogatorio, dichiarò di
essere stato indotto ad unirsi ai partigiani da un
reclutatore che aveva promesso compensi e possibilità
di un buon impiego dopo la "vittoria".
Le istruzioni venivano impartite da ufficiali inglesi
che i vari gruppi di armati irregolari incontravano
in luoghi sempre diversi, secondo appuntamenti comunicati
con breve preavviso.Si
seppe poi che il vecchietto che aveva indicato l'ospedale
fu linciato davanti a tutta la popolazione del paese:
spia fascista. Così si creava l'omertà
e la condiscendenza al regime che si sarebbe instaurato
di lì a poco.
Dopo l'episodio, vidi l'auto crivellata di colpi.
In particolare il parabrezza non esisteva più
e lo schienale del sedile anteriore, dove sedeva mio
padre era traforato da tre colpi. Sporgendosi dal
finestrino per sparare, mio padre aveva evitato la
scarica che, attraversando il parabrezza, aveva centrato
lo schienale. lui era rimasto incolume. "Audaces
fortuna juvat!"
Questo fatto sarà poi
causa, nel dopoguerra, di un processo in cui il Col.
d'Auria sarà accusato di ....assassinio del
partigiano!!! Povero papà: dalla gloria degli
eroi alla ignominia degli assassini! Se fosse stato
trucidato, i partigiani avrebbero vantato una azione
di guerra in più e alla mia famiglia non sarebbe
stata restituita la salma né riconosciuta la
pensione do guerra.
Il
25 agosto 1944 ecco scoppiare, imprevista, una "grana"
piuttosto seria.
Il Feld-Maresciallo Von Richthofen emanò un
ordine per lo scioglimento della Aeronautica Nazionale
Repubblicana e il suo inserimento nella Luftwaffe
tedesca come "Legione Aerea Italiana". Un
po' come avevano fatto gli "alleati" con
le truppe del governo del sud inserite nei loro ranghi.
Non si é mai capito il motivo di questa iniziativa
del Maresciallo tedesco (per altro portatore di un
nome famoso in tutto il mondo!).
Si può pensare che i tedeschi ritenessero preferibile
avere, più che forze alleate, forze a loro
dipendenti e questo, magari, può essere giustificato
anche dall'obiettivo di avere la massima efficienza
e il massimo coordinamento. Si pensi, infatti, a come
diverso avrebbe potuto essere l'esito della guerra
se la compattezza e la collaborazione italo tedesca
fosse stata pari a quella simbiosi quasi perfetta
realizzata fra le forze inglesi, americane, australiane,
canadesi, neozelandesi, ecc.!Comunque sarebbe stato
troppo tardi.
Di fatto il Col. d'Auria ed altri alti ufficiali della
A.N.R. ebbero una reazione di ribellione e di orgogliosa
indipendenza. Mio padre scrisse due promemoria con
i quali, con la piena approvazione di tutti gli ufficiali
della A.N.R., opponendosi apertamente al progetto
incautamente e brutalmente messo in atto dal Feld-Maresciallo
tedesco, chiedevano al Sottosegretario di Stato per
l'Aeronautica di intervenire presso Mussolini.
Gli Ufficiali Italiani chiedevano non solo di mantenere
ben alta la loro bandiera e la loro indipendenza ma
anche l'allontanamento del Maresciallo tedesco e dei
suoi collaboratori nonché la loro punizione.La
richiesta fu accolta e tutti indistintamente gli ufficiali
tedeschi furono sostituiti e puniti. Questo fatto
viene totalmente ignorato dai soliti diffamatori che
vogliono vedere le forze armate della R.S.I. "al
servizio" del tedesco oppressore e invasore.
Non ho il testo dei due promemoria (che dovrebbero
essere reperibili negli archivi dello Stato) ma, come
risulta da un rapporto steso successivamente, mio
padre, e tutti gli altri ufficiali con lui, "IMPUGNAVANO
IL LORO DIRITTO A SERVIRE L'ITALIA E NON LA GERMANIA.,
VOLEVANO ESSERE SOLDATI IN SERVIZIO DELLA PATRIA ITALIANA
E, COME TALI, DIFENDEVANO LA LORO DIVISA, IL LORO
ONORE, LA LORO INDIPENDENZA., LA LORO BANDIERA".Tale
posizione di orgoglio e dignità ed anche di
coraggio, andrebbe raffrontata con la strisciante
umiltà, acquiescenza e servilismo che rappresentarono
la caratteristica costante dei rapporti fra il governo
Badoglio, il Re e gli ufficiali "cobelligeranti"
e gli arroganti vincitori....Da appassionato lettore
e cultore di Storia (dilettante, beninteso), mi son
formato la convinzione che la R.S.I. sia stata la
più bella espressione di orgoglio nazionale,
di virilità di popolo, di spirito PATRIOTTICO.
L'unica, la più bella fiammata di giovinezza,
di fede e di speranza che abbia illuminato l'Italia
dai tempi di Furio Camillo ad oggi.
Neanche il Risorgimento può vantare un concorso
di gioventù, una dedizione dei militanti, una
coerenza oltre la vita, forze armate in cui aleggiava
lo spirito di Bir el Gobi e di El Alamein, infine
la fermezza negli ideali testimoniata con la propria
vita. Solo il primo Cristianesimo seppe dare tanta
testimonianza di fede e di coraggio!Questo manipolo
di giovani ricordano i versi della "Spigolatrice
di Sapri":"Eran trecento, eran giovani e
forti .. e sono morti.......Dove vai bel Capitano?....................rispose:O
mia sorella, vado a morir per la mia Patria bella.."C'era
una aria di entusiasmo, di dedizione, di mistica preparazione
per un sacrificio accettato volontariamente e con
gioia perché l'oggetto di tanta dedizione e
amore era la Patria, l'Italia, la Gran Madre che li
aveva chiamati.
In quella ottica va considerato l'atto di orgoglio
e di ribellione che portò gli aviatori Italiani
a rifiutare la inclusione nella pur gloriosa Luftwaffe;
gli aviatori Italiani sentivano di dover difendere,
sopra ogni cosa, la tradizione dell'Arma Azzurra Italiana,
l'Arma che con sacrifici di sangue e, guidata da Francesco
De Pinedo e da Italo Balbo, tanto prestigio aveva
conquistato all'Italia.
L'Arma Azzurra che, in tutti i cieli del Mediterraneo
come anche in Russia, si era battuta contro un nemico
molto più agguerrito e, a costo di perdite
sanguinosissime, era riuscita a tenergli testa pur
lottando in perenne inferiorità sia per numero
di aerei che per le prestazioni tecniche di questi,
per gli armamenti tecnologicamente superati, la organizzazione
approssimativa, la produzione lenta e insufficiente.
Il tutto da compensare con lo spirito e la abnegazione.
Gli studiosi, messa da parte la partigianeria, ancora
oggi fuorviante, nei giudizi, dovrebbero studiare
e rendere di pubblico dominio quale fu l'essenza e
la grandezza della offerta che questi Uomini fecero
al loro Ideale di Patria.
Passò
l'estate e con essa quel po' di villeggiatura di cui
avevamo inaspettatamente goduto.
Mio padre era di base a Milano ma viaggiava spesso
per motivi legati al suo incarico; in genere tornava
il Sabato sera col battello. Tutti i mariti e padri
da Milano venivano a trovare la famiglia "sfollata"
sul lago di Como. Il treno delle ferrovie Nord - Milano
era comodissimo e a pochi passi dalla stazione di
arrivo a Como ci si imbarcava sul battello a vapore
che zigzagando da una sponda all'altra, si fermava
ai pontili dei tanti paesini sparsi sul lago. Una
passeggiata in salita e si arrivava a casa. Il Lunedì
alle sei ci si alzava per prendere il primo battello
e in una ora e mezza si stava a Milano.
Per la scuola noi ragazzi trovammo che anche l'Istituto
S. Orsola di Via Lanzone a Milano si era trasferito
sul lago di Como in un albergo che, con poca fantasia
, si chiamava "Il Vapore". Infatti si trovava
proprio di fianco all'imbarcadero del villaggio di
Torno.
Noi ragazzi dovevamo scendere la ripida stradina costruita
con scapoli di pietra, caratteristica della zona,
per giungere dal villino alla strada, la ben nota
VIA REGINA, portandoci le biciclette. Giunti alla
strada lungo il lago pedalavamo fino a Urio dove si
prendeva il vaporetto che, partito da Como, risaliva
il lago collegando le sponde opposte. Torno era, appunto,
la fermata successiva. Dovevamo imbarcare le biciclette
perché il tragitto di ritorno era Torno - Carate.
Di qui si pedalava, poi si saliva a piedi con la bicicletta
a mano e, finalmente, si arrivava a casa dove, dovevamo
metterci subito a studiare e fare i compiti. Un impegno
improbo.
Il tragitto era faticoso e, con la brutta stagione,
divenne impossibile. Allora le mie due sorelle rimasero
in convitto dalle suore, a Torno. Io restai con mia
madre nel villino isolato e sperduto a mezza costa
che avevamo trovato come abitazione.
La vita non era molto facile né allegra; prendevo
privatamente lezioni da una brava insegnante presso
l'abitazione di uno dei miei compagni di scuola. Per
la matematica si andava da una altra insegnante nota
per essere una accesa antifascista. Era toscana e
un giorno ci spiegò le ragioni del suo odio
al fascismo; Il suo discorso non fu per me molto illuminante,
anzi non capii quasi nulla se non che c'era di mezzo
un federale col quale... erano sorti dissidi insanabili:
le compagne, che, allora come sempre, erano più
smaliziate dei maschi, intesero che si trattava di
una delusione amorosa.. Ergo Mussolini boja!
Strano a dirsi, in quei tempi queste giustificazioni
erano più che accettate. Oggi si crede che
l'antifascismo fosse basato sull'anelito di libertà
di un popolo oppresso. Tutto falso! I grandi antifascisti
erano quelli che in un modo o nell'altro avevano avuto
a che fare con questo o quel gerarca ricavandone esperienze
negative, che non erano riusciti ad entrare nel "GIRO"
o che ne erano stati messi fuori.
Per le donne, in particolare, spesso si trattava di
grosse delusioni che poco avevano a che fare con la
politica..... oppure di folgorazioni provocate dalle
frecce di Cupido!! Fu questo il caso di mia cugina
fervente "Giovane Italiana", poi universitaria
dei G.U.F. che cambiò idee e sentimenti dopo
che fu folgorata, non sulla strada di Damasco ma in
via della Frezza, da un collega dell'I.N.F.P.S. (oggi
con la F in meno) che le faceva la corte e che la
iniziò ai misteri religiosi del socialismo
e del marxismo. Il corteggiatore, diventato poi suo
marito, da rivoluzionario marxista annacquò
i suoi ideali proletari, via via, verso un socialismo
democratico, con Saragat prima e poi con Craxi, per
ancorare, infine, il suo antifascismo nel porto liberal-capitalista-progressista-reazionario-rivoluzionario
dell'Ulivo.
In genere, allora, come sempre, gli ANTI più
decisi e virulenti erano i delusi, gli scontenti o
gli esclusi. Poco contava che, al cambiar di vento,
quegli stessi gerarchi, colpevoli di aver provocato
il malanimo e i sentimenti ostili al fascismo e al
Duce, girarono come banderuole e si "riciclarono"
sull'altro fronte finendo per capitanare l'opposizione,
non ufficiale ma neppure tanto nascosta, quasi che
le loro passate malefatte fossero dovute non alla
loro pusillanimità ma a Mussolini. Molti acerrimi
antifascisti erano stati, infatti, solo pochi giorni
prima, esemplari per fede fascista pura e adamantina.I
partigiani, in quello scorcio di autunno e durante
il freddissimo inverno che seguì, non si mossero.
Solo sporadicamente aggredivano qualche "fascista"
isolato.
Nella zona, a Carate, ne fu
ammazzato uno, colpito alle spalle. Non ci fu rappresaglia;
la propaganda poneva l'enfasi sui meriti del povero
milite "Caduto per la Patria" e sull'efferato
assassinio da parte di "venduti al nemico".
Ma l'effetto propagandistico era nullo.
La gente aveva perso il senso comune. Gli assassinii
non servivano certo ad affermare, come si disse poi,
la lotta di popolo. Lo capivan tutti che si trattava
di assassinio! Ma quel sangue innocente serviva esclusivamente
ad allontanare dal fascismo e dalla Repubblica Sociale
le simpatie degli indecisi che erano la gran massa
degli Italiani. Pochi erano pronti a rischiare una
proditoria scarica di mitra alla schiena per l'onore
di essere un militare in licenza o parente o "morosa"
di un "fascista". Era un metodo prettamente
mafioso per creare omertà e, incutendo paura
e generando insicurezza, isolare i "fascisti".
Questi ultimi, poi, dovevano vivere con la certezza
che, quando meno se lo aspettavano, per mano di insospettabili
artigiani, operai, giovani renitenti o conoscenti
(se non proprio di amici) che si potevano incontrare
sorridenti al caffè, ad ogni angolo di strada
o dietro qualche cespuglio, rischiavano di incontrare
la pistola assassina; dovevano temere anche delle
ragazze che, mostrando di cedere alle loro "avances",
cercavano di appartarsi in un posticino romantico
e soprattutto buio e isolato dove gli assassini, in
attesa, compivano il loro vile delitto rivendicato
poi come "atto di guerra": esattamente come,
anni più tardi, avrebbero fatto i "nuovi
partigiani" delle Brigate Rosse.
I familiari, amici, sostenitori o simpatizzanti dei
fascisti erano anch'essi nel mirino. Non si contano
i casi di fidanzate e sorelle di combattenti della
R.S.I. violentate, percosse, uccise. Se andava bene
se la cavavano con il taglio dei capelli in senso
di spregio.
Una AUSILIARIA che ho recentemente rivisto, per essere
sorella di un milite della R.S.I., si vide, mentre
era sola in casa con la madre, di notte, la casa invasa
da 18 partigiani che torturarono le due donne per
sapere dove stava il fratello e figlio. Non lo sapevano
e non potevano dirlo ma, se lo avessero saputo, non
lo avrebbero detto perché già il padre
era stato assassinato in tal modo. Comunque la ragazza,
quindici anni, fu stuprata diciotto volte quella sera.....
Volevano guadagnarsi la medaglia al valore per atti
di coraggio di fronte al nemico.
Il metodo della costante minaccia
funzionava a perfezione per la gran massa del popolo
che era assente e disorientata, senza guida né
profeti dopo vent'anni in cui aveva ciecamente creduto
nel suo Duce. Tuttavia, nonostante la incombente minaccia,
benché gli Ufficiali di tutte le Armi avessero
la facoltà di vestire abiti civili, mio padre
così come tutti gli altri Ufficiali non rinunciarono
mai all'orgoglio di sentirsi Militari e Combattenti
e indossarono sempre dignitosamente la loro divisa.
Con la stessa fierezza, militari provenienti dalle
zone di operazione, in licenza, indossavano la loro
divisa con scanzonata spavalderia e furono spesso
facili bersagli dei partigiani in cerca di gloria
a buon mercato.Per
Natale ci recammo tutti a Milano per trascorrere le
vacanze scolastiche vicino a mio padre.
La casa in affitto, senza riscaldamento, era gelida.
Non sembrava neppure di stare al coperto. Con le dita
delle mani gonfie di "geloni" cercavamo
di fare i compiti delle vacanze con scarsa voglia
e nessuna concentrazione.
L'ufficio di mio padre a Milano era alla Ia Z.A.T.
in piazza Novelli mentre la nostra abitazione era
a viale Maino, non molto distante. In divisa di Colonnello,
si recava tutte le mattine in ufficio, tornava all'ora
di pranzo, ritornava in ufficio subito dopo e poi
ripercorreva la stessa strada di sera, al buio.
Un giorno mi accorsi di non poter scrivere per mancanza
di inchiostro; mio padre mi disse che me ne avrebbe
dato un po' del suo. Così, dopo pranzo, lo
seguii in ufficio col calamaio in mano. gli camminavo
al fianco mentre procedeva tranquillo con la sua normale
andatura a grandi passi misurati; sembrava che il
mondo intorno a lui non esistesse.... Io, invece vedevo
il vuoto crearsi intorno a noi. La gente ci guardava..
poi guardava me. Alcuni ragazzi che giocavano sul
marciapiedi, al nostro arrivo, cominciarono ad allontanarsi;
qualcuno, più intento al gioco, si attardò
ma poi rincorse i compagni che lo sollecitavano dall'altra
parte della strada.
Pensai: che abbiano paura di mio padre? Forse la propaganda
ostile aveva insinuato l'idea o il timore che "i
fascisti" fossero dei pericolosi delinquenti?
Questo pensavo; non potevo allora concepire l'idea
che, viceversa, quei ragazzi consideravano mio padre
un "dead man walking", in versione resistenziale,
e se ne tenevano alla larga. Che qualcuno potesse
avere il coraggio di aggredire mio padre non mi passava
per la testa; al contrario temevo per il ritorno quando
sarei ripassato di lì da solo, senza la sua
protezione.
Lui era sempre "ACHILLE";... e che? volevano
rimetterci le penne anche i "partigiani"?
Mio padre camminava imperterrito come se si trovasse
ad una parata; se fossero piovute bombe non avrebbe
alterato il passo!
Di
sera I miei genitori andarono a teatro. All'inizio
del 1945, a Milano, funzionava il teatro. Fu un "regalo"
per mia madre. C'era il coprifuoco ma chi andava a
teatro ne era esente; bastava mostrare i biglietti
in caso qualche pattuglia avesse intimato l'Alt!
Di notte, si sentivano spesso sparatorie. Scariche
di mitra, qualche bomba a mano.
Trascorso il periodo Natalizio tornammo a Laglio.
La strada era sommersa dalla neve in cui affondavo
fino alla coscia. Vestivo pantaloni corti.
Fu un inverno duro.
Dal fronte poche notizie tranne un barlume di speranza
datoci dalla offensiva delle truppe italo-tedesche
alla Garfagnana.
Purtroppo erano speranze che svanivano. Le famose
"armi nuove" che dovevano ribaltare la situazione
militare, sempre più disastrosa, non arrivavano.
I bollettini e i giornali citavano atti di fulgido
eroismo, resistenza ad oltranza, ragazzi di quindici
anni che combattevano a fianco dei veterani contendendo,
metro a metro, il sacro suolo della Patria allo strapotere
del nemico avanzante, tristi notizie sulle stragi,
stupri, sevizie che le orde di soldati russi, più
barbare degli UNNI, infliggevano alle popolazioni
di alcune zone della Germania invasa, da dove fiumane
di popolo atterrito migravano in cerca di rifugio
e protezione; non sarebbero più ritornati.
Sarà poi detto che quella era la punizione
che si meritavano.Sul
finire di quell'inverno 1945 mio padre ebbe l'ordine
di recarsi a Bologna, ormai minacciata dal nemico,
per recuperare quel che era rimasto del materiale
della Accademia Aeronautica che era stata precedentemente
trasferita a Forlì. Il Col. d'Auria si recò
sul posto con un camion, accompagnato dal Ten. Errico,
da un armiere di scorta e, naturalmente, dall'autista
dell'automezzo.
Ecco il racconto dell'operazione
con le parole del Gen. Di Squadra Antonio Errico dal
quale vengono poste in risalto le non comuni doti
di fermezza, decisione, autocontrollo, sangue freddo,
senso di responsabilità e coraggio di cui era
dotato il Comandante d'Auria oltre che del noto formidabile
appetito già collaudato in migliori occasioni.
"Sul finire dell'inverno
1945, il Comandante ebbe l'ordine dallo Stato Maggiore
di recarsi a Bologna per il recupero del materiale
dell'Accademia.
La squadra era formata dal Comandante, dal sottoscritto
(l'allora Ten. Errico n.d.a.), dall'armiere di scorta
1° aviere Silvio Gallo, un bravo e coraggioso
ragazzo di Alassio, e dal conducente del mezzo, un
aviere scelto di vicino Pavia del quale non ricordo
il nome.
A Bologna incontrammo un (allora) maggiore G.A.R.I.
che aveva provveduto a far trasportare a Borgo Panigale
quel che era rimasto del materiale didattico. Fu effettuato
il carico sul camion e ripreso subito il viaggio di
ritorno via Piacenza perché ad Ovest della
città il PO risultava traghettabile. Quando
arrivammo sulla riva del PO, in prossimità
dello scivolo per entrare in acqua, fummo accolti
da un folto gruppo di individui, una ventina, tutti
armati di mitra e pistole, in borghese e con il fazzoletto
rosso intorno al collo. Silvio Gallo, sul cassone,
col mitra puntato, era a destra; io, con la mia pistola
Beretta, a sinistra, entrambi in piedi. Dalla cabina,
ad autocarro fermo, scese il Comandante. Aveva la
sua pistola appesa a bandoliera, come allora si portava.
Non la impugnò ma, con fare deciso, rivolto
ai superarmati, disse tranquillamente: "devo
traghettare e, quindi, ho bisogno che lo scivolo sia
libero subito". Non minacciò nessuno né
impugnò la pistola. I superarmati si riunirono
in crocchio e dopo qualche secondo venne fuori il
capobanda che disse: "e se non lo facciamo?"
Il Comandante tranquillamente rispose: "Allora
noi facciamo piazza pulita". Gli armatissimi
si allontanarono subito dallo scivolo. Era quasi notte
quando entrammo in acqua e traghettammo giungendo
sulla riva nord del PO. L'autista, che aveva la famiglia
da quelle parti, chiese se poteva passare a salutare
i suoi genitori; gli fu accordato un breve permesso
e fu fatta una deviazione di qualche chilometro. Il
cascinale aveva porte e finestre chiuse e ci vollero
le urla dell'autista per farsi riconoscere e aprire;
(la gente aveva paura e, di notte, si barricava in
casa n.d.a.). Noi restammo sul camion in attesa dell'autista
che tornò subito per dirci che i genitori avrebbero
avuto piacere di riceverci in casa. Non ce lo facemmo
ripetere anche perché eravamo bagnati, gelati
ed affamati essendo il pasto di mezzogiorno, come
spesso accadeva in quei tempi e in quelle circostanze,
regolarmente saltato.
Entrammo subito e ci trovammo in un camerone con un
tavolo al centro ed il caminetto acceso al quale ci
avvicinammo per asciugarci e riscaldarci. L'anziana
padrona di casa preparava la tavola e, scusandosi,
nella sua modestia, della semplice accoglienza che
era in grado di offrirci, ci disse che ci poteva servire
solo del brodo caldo con pane non proprio fresco ed
una salame (lungo circa mezzo metro!) oltre al vino
di produzione familiare. Ben felici della "modesta"
accoglienza (avevamo dimenticato il sapore del salame,
del vino e del pane fatto in casa), Ci sedemmo tutti
intorno al tavolo e cominciammo a mangiare. Quando
si arrivò al salame, il Comandante disse: "prima
servitevi voi, poi, al resto, ci penso io". Cosa
che fece mangiandosi quasi la metà del salame
col pane anche se era un po' duro
Ripartimmo verso la mezzanotte ed arrivammo in piazza
Novelli verso le cinque del mattino, giusto in tempo
per far scaricare il camion e andarcene tutti a dormire.
Il giorno dopo la febbre si fece sentire e durò
qualche giorno
"
Dal
racconto, che io ricordavo solo in parte, si notano
le solite cose.
La capacità del Col. d'Auria di mantenere il
sangue freddo in ogni circostanza.
Il suo atteggiamento di fermezza e decisione che incutevano
rispetto e timore in quegli sprovveduti partigiani
senza disciplina e con nessuna voglia di rischiare
minimamente la pelle in attesa di darsi alle indiscriminate
stragi, di lì a qualche giorno, senza correre
pericolo alcuno.
Lo spirito di servizio e di abnegazione degli Ufficiali
e dei semplici Avieri della Aeronautica Nazionale
Repubblicana.
Il comportamento non fazioso dei combattenti della
R.S.I. ai quali poco importava dei partigiani attribuendone
il fenomeno più a viltà e alla scarsa
voglia di combattere che ad altro. Se, per assurdo,
la R.S.I. avesse vinto la guerra non ci sarebbe stato
nessuno, eccetto qualche Capo prontamente riparato
in Russia, che avrebbe vantato i propri meriti antifascisti
e resistenziali.
Un
bel giorno, di quel periodo, morì Roosevelt.
In America passa ancor oggi per un grande statista.
Potessero essere interpellati, i milioni di individui
schiavizzati o soppressi dal comunismo forse esprimerebbero
una opinione diversa.
Si sperò, invano, che il nuovo Presidente Truman
desse un indirizzo diverso alla politica americana.
Gli "Alleati" mantennero fede ai patti di
Yalta (come poi fecero nei successivi cinquanta anni)
permettendo che la civiltà europea cadesse
sotto il tallone del bolscevismo e vi rimanesse per
oltre mezzo secolo. La disgregazione, il degrado,
le guerre, le stragi, le ribellioni e rivoluzioni,
gli infiniti lutti degli ultimi cinquanta anni della
Storia del mondo hanno origine da quell' irresponsabile,
superficiale, maledetto accordo di spartizione del
mondo generosamente concesso dagli americani perché
i russi fornissero la carne da cannone necessaria
a permettere il trionfo degli eserciti alleati sull'
Europa. Il nazismo e Hitler non c'entrano. La guerra
s'è fatta contro la Germania e l'Italia che,
ricche di risorse umane, di vitalità e di ideali,
volevano emanciparsi dalla ipoteca anglosassone.Il
resto è propaganda per gli incolti e per gli
imbecilli.
LA
FINE
Non ho mai capito perché ci si ostini a celebrare
il 25 di aprile la "festa della liberazione".
Forse perché un 27 o 28 non fanno cifra tonda!
Oppure perché il 28 cominciarono ad arrivare
truppe anglo-americane il qual fatto potrebbe sminuire
la gloria, per i "patrioti" del C.L.N. di
aver sconfitto, da soli, la potente Wehrmacht tedesca...
....Voilà, con una sola mano!
Nei fatti, quel giorno non fu liberato proprio niente
da nessuno.
Fu il mattino seguente che io,
andando a fare la spesa, dal "prestin" notai
una incredibile confusione.
La signora Galletti (la sciura Galeti) la moglie del
"prestiné" era impazzita. Fino a
quel giorno il suo comportamento era stato calmo,
distaccato, indifferente. Quel giorno, eran circa
le 10 del mattino, sembrava aver patito il morso velenoso
della tarantola. Con linguaggio incomprensibile, per
l'estrema concitazione che le faceva incespicar la
lingua e accavallare le parole, riferiva che...
il Luis, il Mario e l'Aldo (i nomi sono inventati
perché non li ricordo)... erano andati dal
Molteni e con il ..."ciupet
inscì"... , la
signora portava l'indice alla tempia con il pollice
alzato a indicare una pistola, s' eran fatti consegnare
la macchina che, ricordo bene , era una Lancia Aprilia
di colore argento.
Prima che finisse di strillare entrava un altro cliente
e la signora ricominciava dall'inizio ad emettere
il vorticoso turbine degli strilli: " ... dal
Molteni.. ciupet
inscì.." e
la mano ...a
mò di pistola alla tempia.
La velocità con cui si esprimeva in dialetto
non mi faceva capire ciò che andava dicendo
e che stava accadendo. Al mattino avevo ascoltato
i programmi radio (L'EIAR) e non s'era sentito nulla
di anormale; solo più tardi nella giornata
sentiremo messaggi trionfali da Radio Milano Libera.
Sapevo chi fosse questo Molteni ma non lo conoscevo
di persona né immaginavo il motivo per cui
gli avevan fregato la macchina e come questo fatto
potesse rendere la signora Galletti pazza di incontenibile
gioia. Non era un gerarca fascista, non era un combattente.
Era solo un signore di mezza età in un villino
sopra il bar presso l'imbarcadero di Carate. Forse
il suo peccato era quello di avere una automobile.
Occorre dire che molti di quelli che attendevano prudentemente
la fine degli eventi bellici stando, come si suol
dire, alla finestra, erano considerati "fascisti"
solo perché benestanti. A quell'epoca chi aveva
una Lancia Aprilia era più che benestante.
Inoltre nei mesi precedenti, specie nei paesi isolati,
si eran tenute riunioni organizzate da esponenti comunisti,
con l'intervento di qualche emissario di fuori zona,
che aveva svolto opera di propaganda a favore della
"rivoluzione popolare" contro l'oppressore,
ecc. ,ecc.
Il fascismo era stato rappresentato come emanazione
delle classi ricche e borghesi ("I SCIURI")
che, per difendere e salvaguardare i loro interessi
al tempo della quasi certa vittoria della masse proletarie,
dopo le grandi "lotte" e i grandi scioperi
unitari del 1919, avevano finanziato e portato al
potere Mussolini concedendo un minimo di riforme sociali
per salvare le apparenze ma togliendo al POPOLO la
vittoria ormai quasi conquistata.. e a caro prezzo.
Ora era il momento di saldare il conto; la classe
operaia doveva insorgere, far fuori i fascisti e prendersi
il potere togliendolo ai famosi SCIURI!.
Naturalmente c'erano poi i ricchi borghesi "buoni"
che avevano aiutato il Partito e costoro, per quanto
SCIURI, avevano diritto a qualche riguardo:
pagando..
s'intende; quelli che non si erano allineati erano
bollati nemici del popolo e forse il "sciur Multeni
l' era un de quei".Tornando alla sciura in preda
alle convulsioni, dopo aver atteso inutilmente d'esser
servito con la mia razione di pane, mi feci avanti
e chiesi: "Ma che sta
succedendo?"
Fino ad allora mi avevano ignorato.
La mia frase eccitò ancor più la signora
del prestin che guardandomi con rabbia urlò:
"Te ne accorgerai quando
verranno a prendere te e tuo padre!!"
Non risposi, minacce di morte
ne avevamo avute tante e non avevo mai dato peso a
queste ritenendole intese solo a spaventarci ma senza
reale pericolo. Del resto avevamo trascorso parecchi
mesi in quella casa isolata e se i partigiani avessero
voluto uccidere me e mia madre o prenderci come ostaggi
avrebbero potuto farlo tranquillamente. Non esistevano
truppe o presidi della R.S.I. nei paraggi.
Così entrai "in prestin", cioè
nel forno, dove conoscevo il fornaio da cui speravo
di sapere qualche cosa di più.
Nel forno c'era il prestriné che impastava
il pane mentre il garzone infornava e sfornava, su
lunghe pale di legno, le tante formelle di pane (le
michette) che l'altro preparava. Ebbene il garzone
eseguiva l'operazione saltando in continuazione. Saltava
e saltava e il fornaio, col quale avevo tante volte
avuto lunghe discussioni anche di politica, mi spiegò
che c'era l'insurrezione e che il garzone, al termine
della giornata di lavoro, avrebbe lasciato il posto
per andare ad ammazzare i fascisti. Suo fratello partigiano,
mi fu anche detto, era stato fucilato per essere stato
catturato, durante un rastrellamento, con le armi
in mano. I presenti (di giorno il forno era un po'
il "circolo" delle chiacchiere; la sera
c'era l'osteria) mostravano comprensione per le giuste
aspirazioni del giovane che, in attesa della fine
della giornata di lavoro, continuava a saltare per
mostrare a tutti la gioia che gli dava il pensiero
che presto avrebbe ammazzato tanti fascisti!!
I commenti erano : "El
ga razun" " el ga mazà el fradel,
se voerat vendicà" e così
via.
Nessuno dei solidali astanti suggerì al giovane
garzone di smettere di saltare e correre ad esaudire
la sua sete di vendetta senza finire il turno lavorativo!
Forse il fornaio pretendeva la giornata completa fregandosene
delle motivazioni del garzone!!
Seconda osservazione: Il giovane garzone non andava
a combattere o a conquistare, a lottare o altro di
simile, né aveva sentito l'impulso di combattere,
magari per vendicare il fratello o per sostenere le
sue idee o la sua battaglia, prima del momento in
cui, essendo stato reso noto il collasso della R.S.I.,
andava "ad ammazzare"
perché: "se doveva
vendicà". Non so se poi sia
riuscito ad acquisire grandissimi meriti resistenziali
e patriottici assassinando qualche poveraccio dei
tanti che, sconfitti, tornavano a casa.
La mattinata era quasi passata,
ricordo era ormai mezzogiorno, ed io senza il pane
che, nella confusione, non ero riuscito ad acquistare,
presi la via di casa. Da
lontano vidi
mia madre che, avendo ascoltato alla radio le notizie
che, per noi, erano tremende, veniva a cercarmi temendo
per me. Scendeva per la stretta e ripida stradina,
tipica dei paesini del lago; la guardai fisso,...
anche lei, da lontano, mi guardò fisso e molto
seria... mosse il capo leggermente in avanti per rispondere
al mio muto interrogativo: Un SI...., senza parole.!
Avevamo la morte nel cuore. Eravamo angosciati per
mio padre perché da tempo i partigiani e i
loro fiancheggiatori e simpatizzanti ci minacciavano
apertamente di morte; mio padre, inoltre era stato
segnalato da radio Londra. Per chi non lo sapesse,
questa benemerita organizzazione di sciacalli, assassini
oltreché traditori, trasmetteva liste di proscrizione
di Italiani che, senza dichiarato motivo o giustificazione,
si voleva fossero eliminati. I partigiani, obbedienti,
aspettavano il malcapitato sul portone di casa, oppure
alla fermata del tram (allora non esistevano le auto
blu né la scorta) e, magari dopo avergli chiesto
se si chiamasse Tizio, gli scaricavano la pistola
addosso certi di guadagnarsi la medaglia d'oro per
atto di valore.
Eravamo ancor più angosciati per la notizia
della sconfitta. Pur avendo vissuto quotidianamente
la tragedia della guerra e l'approssimarsi della fine,
esisteva in noi l'illusione che quel giorno infausto
non sarebbe mai arrivato; ed invece eravamo davvero
alla fine!
Ci chiudemmo in casa ascoltando la radio. Non ho mai
tanto odiato i programmi della radio come allora.
Non avevo mai sentito cantare "Katiusha"
in versione partigiana e quel giorno quel bel motivo
dei nostri soldati in Russia veniva profanato. Continuavamo
a sentire le frasi baldanzose e a noi ostili pur di
essere informati. Non sapevamo fino a che punto credere
alle tante notizie che la radio propalava. Molte,
infatti risultarono poi false.
Nel pomeriggio qualcuno bussò
alla nostra porta. Aveva cominciato a piovigginare.
Andai ad aprire. Era una signora nostra conoscente
di Urio. Era venuta perché preoccupata per
noi che sapeva soli e voleva convincere mia madre
ad andare a casa sua. Mia madre era reticente, aspettava
di sapere qualche notizia di mio padre. La gentile
signora, invece, insisteva a portarci via proprio
perché dava per scontato, come sapemmo qualche
tempo più tardi, che mio padre fosse stato
ucciso dai partigiani. Non ricordo il nome di quella
signora, forse De Santis, ricordo solo che la vecchia
madre aveva cognome Blanc e abitava in Via Piermarini
N° 8 a Milano.
Alla fine mia madre si lasciò persuadere. Con
molta riluttanza, prendemmo poche cose e ci avviammo
a piedi lungo la stradina che, a mezza costa, poco
più in basso della nostra abitazione, seguendo
la lunghezza del lago, parallelamente alla Via Regina
lungo il lago, congiunge i paesini che si abbarbicano
sulle pendici di quei ....monti sorgenti dalle acque
ed elevati al cielo...
Piovigginava.
Lungo la via due individui armati ci seguivano. Provammo
una certa tensione man mano che gli armati si avvicinavano.
Non sapevamo cosa facessero né che intenzione
avessero. Non volevamo girarci a guardare. Alla fine
mi feci coraggio, mi volsi e li vidi a pochi passi
proprio dietro di noi. La strada era stretta, allora
mia madre con distaccata calma come se fosse la situazione
più naturale disse: "facciamo passare,
noi andiamo più piano". Così ci
togliemmo quelle pistole dalle spalle. Non é
facile esprimere la sensazione che provai ad avere
due uomini (peraltro dalla brutta faccia), sicuramente
ostili, con le pistole in mano, dietro le spalle.
Ogni istante mi aspettavo lo sparo, eppure mi imponevo
la calma! Tutto sommato eravamo "fascisti"
e la caccia era aperta da tempo. Non c'era bisogno
di particolare licenza né necessità
di distinguere la cacciagione..... Molti furono gli
assassinii perpetrati in quei giorni da chi aveva
in mano un pericoloso giocattolo, un fazzoletto rosso
al collo e si arrogava il potere di vita o di morte
su chi non era della stessa idea; naturalmente in
nome della riconquistata libertà.
Dopo qualche metro i due furono raggiunti da una donna
con l'ombrello; confabularono. Una "staffetta",
evidentemente, che riferiva cosa aveva visto oppure
altre informazioni. Se ne andarono.
A Carate incontrammo altre persone. Li conoscevo,
li vedevo tutte le sere all'osteria, cosa molto abituale,
a quei tempi, per gli uomini.
Stavano in piedi presso un incrocio, con le spalle
appoggiate ai muri di pietra che limitavano la strada;
sembravano i "bravi" di don Rodrigo. Il
più giovane avrà avuto 25 o 26 anni,
lo conoscevo, era un operaio della locale fabbrica
di reti metalliche. Gli passai vicino; sotto la giacca
nascondeva una pistola mitragliatrice. Proseguimmo
senza noie.
Arrivammo a destinazione, ormai era sera. Mangiammo
qualcosa in silenzio: ricordi angosciosi!
Il mattino seguente, di buon' ora, gli ospiti mi portarono
a Carate a fare qualche spesa in loro compagnia. Forse
volevano distrarmi.
La strada Regina, in quel punto, incrociava la stradina
che, in salita, portava verso la parte alta del paese.
C'erano i partigiani che bloccavano la strada. Erano
una quindicina. Passavano altre auto sgangherate,
tutte cariche di partigiani. Facce patibolari, molti
visi slavi, non conoscevano neanche l'italiano e lasciavano
parlare chi li accompagnava. Vestivano elmetti tedeschi
sottratti alle truppe che si erano arrese. O forse
erano disertori.
A un tratto si sentì
il rumore di una moto che si avvicinava. Il lago faceva
da cassa di risonanza amplificando il suono.
"In lur.. in lur..."
Son loro...son loro.. Cominciarono
a strillare. La gente sparì in un battibaleno.
Il negozio di alimentari tirò giù la
saracinesca. I partigiani si appostarono, con le armi
pronte, dietro gli angoli delle case, sopra i tetti,
nei vicoli. Solo due o tre rimasero vicino alla strada
nei pressi del posto preparato per l'agguato. Fecero
cenno alla moto di fermarsi. Questi scesero e i partigiani
li convinsero a deporre le armi e ad andarsene. Così
fecero. Non fu sparato un sol colpo di fucile. Gli
eccidi dovevano cominciare di lì a poco.
Tornato a casa della signora
che ci aveva ospitato, mia madre insistette per tornare
a casa. Sperava che mio padre tornasse o si facesse
vivo.
La signora, molto intraprendente, insistette per accompagnarci
prima da un signore sconosciuto che lei riteneva un
notabile della nuova classe dirigente. Mia madre era
reticente ma la sig.ra De Santis riusciva sempre a
convincerla della bontà delle sue iniziative.
Ricordo bene questo strano incontro:
" Scusi dottor...Tizio"
-
"Chiamatemi Capitano del Popolo"
"Scusi Signor Capitano........"
-"del Po - po - lo" ...-
"Si, scusi, del Popolo", la signora é
moglie di un Colonnello e vive sola con il figlio...
é molto preoccupata..."
"Nulla avete da temere ... Sono qui
io
ad assicurarvi che nulla sarà fatto alle persone
che non si sono macchiate.... "...
"In casa, poi, ci sono delle armi... che sono
del marito...."
"Me ne occuperò io, manderò io
delle persone, mettete un' arma, un fucile per esempio,
bene in vista e nascondete le altre, come le pistole....,
che sono personali..."
"Grazie Capitano del Popolo..."
Così ritornammo a casa e pensammo a preparare
qualcosa in cucina con quel che s'era acquistato la
mattina. Poca roba, in verità, ma mia madre
aveva risorse pressoché infinite. Avevamo le
galline e con due uova ed un po' di farina preparava
pasta fatta in casa che oggi non si può più
trovare in nessun ristorante.
Ecco una squadra di partigiani presentarsi sul prato
che circondava la casa. Un po' burberi per darsi qualche
aria e per incutere paura (non eran di quelli che
non avevan bisogno di fingere per generare terrore),
entrarono nel recinto delle galline, lo sfondarono
facendo scappare le bestiole e finalmente entrarono
nel giardino. Chissà perché non avevano
scelto il cancello d'ingresso.
Io andai loro incontro con il mitra in mano facendo
atto di consegnarlo.
Contenti della protezione e
dei buoni uffici del "Capitano del Popolo"
aspettavamo che i partigiani se ne andassero soddisfatti
anch'essi. Avevano un mitra e, volendo, potevano andare
a vincere la guerra visto che non c'erano più
nemici. Ma il loro capo si inalbera. "Ci han
detto che voi avete altre armi", poi tira fuori
un foglietto sul quale aveva annotato: una pistola
Walter PP, una pistola Beretta Cal. 9, un mitra Beretta
canna lunga e una MASCHINE PISTOLE.
Mia madre ed io restammo esterrefatti, chi aveva dato
quei dettagli al capo partigiano? Il "Capitano
del Popolo" non conosceva la marca della pistola
né il tipo delle altre armi.
Comunque negammo l'esistenza di altre armi che, invece
avevamo ben nascosto secondo il consiglio del "Capitano
del Po po lo".
Il "Capitano del Popolo" non era altro che
un modesto antifascista (o meglio un non fascista),
vissuto nell'ombra per anni, illuso di avere prestigio
e notorietà e ingenuo al punto di credere che
queste prerogative, che si era attribuito da solo,
gli procurassero un minimo di benevolo consenso e
gli consentissero di esercitare un qualsiasi potere.
A tal livello di buffoneria era giunta la classe dirigente
italiana che si apprestava a sostituire quella creata
dal fascismo.
I partigiani si arrabbiarono o finsero di esserlo,
perquisirono la casa buttando tutto per aria ma non
dovevano essere molto pratici perché mentre
si accanivano ad ispezionare l'interno dei materassi
trascurarono la catasta di legna da ardere. Alla fine
si stufarono e, promettendo di ritornare e reiterando
le minacce, se ne andarono.
Finì così la mattinata del 27 aprile.
Non sapevamo ancora la sorte di mio padre ma ci demmo
da fare per non farci prendere in trappola con le
armi. Non ci preoccupammo troppo di sapere come avevan
fatto i partigiani a sapere i dettagli sulle armi
che erano in casa. Questo pensiero fu il mio costante
assillo e il segreto tormento per anni e anni finché,
a furia di ripensarci, ne venni a capo ed ebbi la
prova, ammesso che ve ne fosse bisogno, di quanto
i più fidati amici o presunti tali possano,
al riparo dell'anonimato, diventare le peggiori carogne.
Ecco la soluzione del "puzzle".
In precedenza ho detto di come, nell'impossibilità
di frequentare la scuola nel periodo invernale, per
iniziativa di alcune famiglie, si era organizzata
per i ragazzi del luogo una "scuola parallela"
con insegnanti private ed esami trimestrali di qualificazione
presso l'Istituto delle Orsoline di Milano, trasferite
presso l'albergo "Il Vapore" di Torno.
Ebbene la mia piccola classe
era formata da quattro studenti di terza media di
cui due maschi, io e Paolo, figlio o nipote di un
conte Giulini che aveva una bellissima villa affacciata
sul lago, e due ragazze di cui una si chiamava Maria
Campi, la chiamavano Chichi mentre la sua ambizione
era chiamarsi Mery. Chichi, , aveva un fratello Mario
studente di seconda media ma che aveva la mia età,
per cui io, questo Mario Campi e Paolo Giulini, passavamo
i momenti liberi, come si fa fra compagni di scuola,
andando in bicicletta, parlando del più e del
meno, raccontando io qualcosa di Roma che loro non
conoscevano. Erano, di famiglia, vistosamente ricchi
e di conseguenza un po' snob.
Il villino (villino Ghezzi) dove abitavo con mia madre
era, al paragone delle loro lussuose ville, cosa ben
modesta per cui non invitavo mai i compagni a casa.
Una sola volta vennero a casa mia per accompagnarmi
e mi chiesero cosa avrei fatto se fossero venuti i
partigiani. Dissi loro che avrei tentato di difendermi
con le armi dato che, da Balilla moschettiere, avevo
imparato a maneggiarle. Forse ero un po' sbruffone,
chissà cosa avrei fatto di fronte al pericolo
reale ma, di certo, pensavo esattamente quel che dissi.
Fu così che mi chiesero di far loro vedere
le armi ed io, pur riluttante, aprii l'armadio dove
erano contenute.
Non era ancora vicino il momento del tracollo e, come
tutti, questi compagni si guardavano bene dal prendere
posizione ostile; anzi sembravano favorevoli alla
causa della R.S.I.
Non ho più alcun dubbio che, al momento della
"insurrezione popolare" anche quei miei
compagni si siano sentiti in dovere di combattere
e abbattere il fascismo e si siano presentati ai partigiani
per denunciarmi fornendo i dettagli delle armi che
nessuno, oltre loro, aveva visto o poteva conoscere.
Sono passati, da quel lontano aprile, sessantadue
anni. Vorrei tanto incontrare Paolo e Mario per chieder
loro: PERCHÉ?
Quale orrendo demone si insinuò nel loro animo
e si impadronì della loro mente per diventare
infami delatori in una faccenda che per me, mio padre
e la mia famiglia poteva esser fatale, motivo più
che sufficiente cioè per essere trucidati?
Sarebbe bastato che, invece dei partigiani con cui
avemmo a che fare, guerriglieri sprovveduti e improvvisati
dell'ultima ora, la cosa fosse giunta alle orecchie
dei tanti esecutori sanguinari, che in quei giorni
si arrogarono "licenza di uccidere" e ne
fecero largo uso, che la mia famiglia sarebbe stata
distrutta, come tante altre, e ridotta sotto un mucchio
di terra sanguinolento con il divieto a chiunque di
porre una lapide o di far qualsiasi menzione del fatto
per non essere tacciati di "provocare" ..
"tentare di riscrivere la storia",... "gettare
fango sulla resistenza" ... e balordaggini del
genere.
Ho cercato, tornando sui luoghi di quelle vicende,
di rintracciare questi "amici". La casa
é stata venduta più volte e s'è
persa traccia dei primitivi abitanti.
Comunque le cose si mettevano male ed io e mia madre
non sapevamo che fare. Non ci fidavamo dei nascondigli
fino allora utilizzati perché si trovavano
all'interno della nostra abitazione. D'altro canto
non volevamo cedere la armi ai partigiani, sia perché
erano di mio padre che era assente, sia perché
temevamo potessero essere usate contro i reduci della
R.S.I.
Andai a chiamare una vecchina che abitava nella vicina
frazione di Ticée il cui figlio simpatizzava
per la R.S.I.; la vecchina ci disse: "ci penso
io". Ci pensò poco e male; andò
a seppellire le armi nell'orto senza avvedersi di
essere spiata. Il giorno dopo il figlio della vicina
di casa della vecchina, uno che fino allora aveva
fatto il bellimbusto, era diventato partigiano e camminava
su e giù ostentando il più bel pezzo
di artiglieria che la partigianeria locale avesse
mai visto. Disse che era suo e questo ci salvò
perché se avesse detto la verità, noi
avremmo passato dei guai ma quel gioiello di meccanica
che era la pistola mitragliatrice di fabbricazione
tedesca, sarebbe diventato appannaggio di qualcuno
più importante di lui.
Le altre armi le nascosi io stesso sotto le grosse
radici di un castagno vicino casa. Nessuno mi vide,
la pistola Walter PP 7,65 gioiello di arma di fabbricazione
cecoslovacca é ancora in mie mani e l'ho donata
a mio figlio per ricordo del nonno valoroso.
Verso
sera vedemmo arrivare mio padre.
Era arrivato in bicicletta da Milano. Uscito in divisa
dalla sede della Ia Z.A.T. in piazza Novelli, si era
recato nella abitazione da noi preso in fitto in V.le
Maino. L'appartamento era stata rioccupato dal padrone
di casa che aveva anche "requisito" quel
poco che era di nostra proprietà. Era diventato
antifascista anche lui e doveva farlo chiaramente
vedere. Mio padre riuscì a convincerlo che
tutto ciò che voleva era mettersi in borghese
e venir via. La famiglia era a Laglio ed era in pensiero.
Il padron di casa, evidentemente un buon uomo, smise
di fare il feroce e mio padre si vestì con
l'abito civile. Non aveva fatto ancora i conti con
la portiera che, ossequiente e gentile fino al giorno
prima, si era improvvisamente trasformata in una pasionaria
aggressiva e intransigente. Maltrattò mio padre,
poi chiamò a spalleggiarla il figlio che, da
qualche ora, forse da pochi minuti, era diventato
partigiano anche lui. Non sapeva che fare ma riteneva
doveroso blaterare contro i "fascisti" mostrando
aggressività e minacciando. Non era ancora
riuscito a procurarsi delle armi. Comunque mio padre
ne venne fuori senza eccessive difficoltà.
Aveva un lasciapassare firmato da un generale d'aviazione
in pensione e riuscì, con questo, a superare
tutti i posti di blocco sulla strada da Milano a Como
e poi fino a Laglio.Lo incontrammo sulla stradina
teatro di tante nostre avventure. Ci abbracciammo.
Mio padre, baciando mia madre, piangeva come un bambino
che chiede aiuto alla mamma. Disse solo : "Mariella
..abbiamo perduto!".
Quel
giorno, per mio padre, era trascorso come lui stesso
lo descrive in una sua memoria.
Il mattino del 26 aprile, il generale Bonomi lo chiamò
per informarlo che, essendo il suo nominativo incluso
nella lista di Radio Londra dei "criminali"
da ammazzare, dava a lui le consegne e cercava scampo
eclissandosi.
Anche mio padre era nella lista nera di Radio Londra
ma, da Ufficiale orgoglioso e coraggioso, obbedì
senza dir parola.
Rimase in attesa di comunicazioni e degli eventi.
Poi, come lui stesso scrisse:
" quando si apprese che la sorte delle armi
volgeva decisamente a nostro svantaggio, in assenza
del Sottosegretario di Stato alla Aeronautica, Gen..
Bonomi, ci riunimmo a Consiglio: il Col. Altomare,
Capo di Gabinetto del Sottosegretario, il Col. D'Ippolito,
Capo dell'Ufficio del Personale dello Stato Maggiore;
io, Col. d'Auria, Ispettore dei Reparti e degli Aeroporti,
quale facente parte dello Stato Maggiore; il Ten.
Col. Cadringher, Sottocapo di Stato Maggiore con funzioni
di Capo, in assenza del Col. Baylon; il Ten. Col.
Morino, Direttore Generale dei Servizi.
Nonostante l'ora tarda, giacché il Consiglio
fu tenuto nelle ore notturne, dopo un profondo esame
della situazione, fu riconosciuto all'unanimità
che, se avessimo deciso di opporre resistenza ai partigiani,
avremmo potuto benissimo e con tutta tranquillità
sostenere un vero assedio per un periodo indeterminato
ma avremmo dovuto, in seguito, cedere alle armi anglo-americane
che avanzavano. In tal modo, non solo tutto il personale
della Aeronautica Repubblicana sarebbe caduto prigioniero
ma, quel che più per noi contava, tutto il
materiale, faticosamente e costosamente accantonato,
sarebbe stato preso dagli avversari quale preda bellica.
Pensando che tale materiale costituiva un bene Italiano,
si decise di cederlo ai rappresentanti del C.L.N.
che erano italiani.
Per ciò fu dato incarico al Cappellano militare
della Z.A.T. (Zona Aerea Territoriale) di avvicinare
esponenti partigiani e di proporre il regolare passaggio
di consegne. La proposta venne senz'altro accolta
ed il mattino successivo si presentò alla sede
del Ministero dell'Aeronautica una commissione di
partigiani, con bandiera bianca e disarmata, alla
quale noi proponemmo di sostituirsi a noi nella sede
del Sottosegretariato, in tutti gli edifici dell'Aeronautica,
negli Aeroporti e nei Magazzini. La commissione, della
quale faceva parte un Capitano dell'Aeronautica, fu
raggiunta, in seguito, dal Generale Pilota della Riserva
Aeronautica Virgilio Sala che approvò le decisioni
prese. Sempre allo scopo di salvare il materiale,
nella stessa giornata affluirono alla sede del Ministero
alcuni partigiani disarmati ai quali le nostre guardie,
per nostro ordine, cedettero le armi cosicché
fu assicurata la continuità del servizio armato
a custodia degli edifici e del materiale.
Fu in seguito accertato, in occasione del processo
al Col. Baylon, a Milano, che l'Aeronautica Repubblicana
cedette senza combattere mentre avrebbe potuto benissimo
farlo e che nessuna azione venne tentata unicamente
allo scopo di evitare spargimento di sangue che, malgrado
le differenze ideologiche, era pur sempre italiano
e quindi fraterno. Ciò comprova che nessuno
spirito fazioso ci animava ma che ci sospingeva, al
contrario, unicamente la speranza di salvare in ogni
modo l'Italia. Cavallerescamente, sportivamente, deponemmo
le armi dopo averle impugnate, prima e dopo l'otto
settembre, con tanta speranza di dare il nostro contributo
in purezza d'animo e di intenti alla nostra Patria.
Il nostro tentativo non riuscì, come ce ne
dovemmo accorgere amaramente.
Ancora va detto che, durante il periodo nel quale
l'Italia era divisa, un impegno improbo e ingrato
per la intera Aeronautica Nazionale Repubblicana fu
quello di dare assistenza alle famiglie dei militari
dell'Aeronautica soccorse anche se, notoriamente,
risultava che i loro congiunti servissero gli "Alleati".
Tali militari, volendo noi deliberatamente ignorare
quanto essi facevano, furono considerati prigionieri
e l'assistenza alle loro famiglie fu prestata largamente
e generosamente.
Durante il periodo in cui ricoprii la carica di Ispettore,
effettuai due inchieste a carico dell'Ufficio delle
Gestioni Speciali e della Assistenza, diretto dal
Ten. Col. Commissario Salerno, unicamente perché
alcune famiglie, i cui congiunti combattevano contro
di noi, reclamarono per il ritardo di un mese con
il quale venivano liquidati gli assegni loro concessi,
ritardo largamente giustificato dalle interruzioni
del servizio ferroviario causate dagli incessanti
bombardamenti e mitragliamenti aerei ed alle conseguenti
difficoltà, a volte insormontabili, di far
giungere la posta a destinazione.
Comunque l'opera di bene da noi svolta, ricambiata
solo con odio e persecuzioni, torna interamente a
nostro orgoglio. "
Così
finì, per mio padre e per la mia famiglia la
guerra cominciata il 10 giugno 1940.
Dimenticavo di dire che i partigiani di Torno, dove
le mie sorelle erano in collegio, in mancanza di altri
obiettivi militari ma con identico sprezzo del pericolo
(o del ridicolo), si presentarono al collegio delle
Orsoline presso l'albergo "Il Vapore" per
"rapare" mia sorella e una sua compagna,
parente stretta della Comandante delle Ausiliarie
della R.S.I. Piera Gatteschi, entrambe bieche SPIE
FASCISTE .. quattordicenni!!
Fortunatamente non erano di quei partigiani che si
sarebbero resi benemeriti facendo a gara a chi aveva
ammazzato più fascisti....
Così ci pensò Madre Andreina, la Superiora,
una vecchina piccola piccola, a tenere a bada e mettere
alla porta quattro cialtroni...!
Vivemmo da allora giorni di ansia, di incertezza,
giorni in cui la vita di chiunque di noi, ma soprattutto
quella di mio padre, era appesa a un filo. Ogni partigiano
che avesse voluto farlo o che avesse creduto meritevole
farlo, aveva licenza di uccidere senza dover render
conto a nessuno e con la certezza di farla franca.
Alla legge e all'ordine che la R.S.I. aveva saputo
mantenere anche a costo del sacrificio di molti aderenti,
si sostituì l'arbitrio, la prevaricazione,
la violenza, il delitto.
Solo il "terrore" della rivoluzione francese,
con la plebe impazzita e assetata di sangue, o i massacri
del regime sovietico, possono stare a paragone!
Disarmati i "fascisti" (molti della R.S.I.
erano solo militari e non aderenti al P.F.R.) , dopo
una parvenza di "volemose bene" e di mediazioni
dei prelati che suggerivano "meglio arrendersi
a degli italiani anziché agli stranieri",
cominciò la spietata caccia all'uomo.
Squadre organizzate di "esecutori" si dettero
al massacro di quanti erano tornati ingenuamente a
casa, di quanti cercavano di tornarvi o di quelli
che, per accertamenti, erano stati rinchiusi nelle
carceri o in edifici a tal scopo adibiti. Furono costituiti
"tribunali del popolo" dove l'efficienza
della giustizia, per la prima volta in Italia, si
realizzò con sentenze emesse in cinque minuti
e con condanne pesantissime . Per tutti, spesso dopo
torture e sevizie, LA MORTE!
DOPO
TANTI ANNI, GUARDANDO A RITROSO, TROVO PIENE DI SIGNIFICATO
LE ULTIME PAROLE DI CARMELO BORG PISANI PRIMA DI MORIRE:
"I SERVI ED I
VILI NON SON GRADITI A DIO!"
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