FRANCESCO PAOLO D'AURIA

 

LA MIA GUERRA....

 

L'ITALIA CHE NON S'ARRENDE!

(.... POTIUS QUAM FOEDARI !)

La resa incondizionata aveva scombussolato l'animo di mio padre.
Il suo carattere, il suo concetto dell'Onore e di fedeltà alla parola data, la sua educazione militare, il suo passato di combattente, il ricordo dei suoi Camerati Caduti, non gli consentivano di accettare il concetto di resa se non per l'estremo caso in cui fossero state esaurite tutte le possibilità di resistenza. Una resa incondizionata, una resa disonorevole, concertata in segreto e ai danni dell'alleato con il quale si era combattuta, fianco a fianco, per ben tre anni, una durissima guerra, in palese violazione dei patti firmati e delle solenni dichiarazioni ufficiali che reiteravano alla noia, le asserzioni di fedeltà alla parola data e della guerra a fianco della Germania fino alla Vittoria Finale, non era concepibile per chi, come mio padre, aveva un concetto dell'Onore militare molto vicino ai principi del "bushido" che portò i giapponesi a combattere una guerra solitaria per decenni nella jungla del Borneo e della Malesia.
La richiesta, da parte dei tedeschi, di trasportare al Nord i velivoli del 18° Stormo e la ripresa della sua attività di volo, nell'eseguire l'incarico, lo avevano tirato un po' su di morale.
Non tutto sembrava perduto, Mussolini era stato liberato dalla sua prigione sul Gran Sasso e si era costituita la Repubblica Sociale Italiana. La situazione, tuttavia, pur con qualche schiarita, volgeva sempre più al peggio. La gran parte degli italiani aveva voltato le spalle al fascismo, alla guerra, alla alleanza con la Germania, agli Ideali di Patria, ecc. ecc.
Il discorso del Maresciallo d'Italia Graziani all'Adriano fece scalpore e risollevò un poco gli spiriti ma solo nel ristretto cerchio dei militari e dei loro familiari. La gran parte della popolazione non desiderava altro che farla finita con la guerra a QUALSIASI COSTO. Erano loro, in definitiva che avevano sopportato e avrebbero dovuto sopportare, ancora e forse ancora a lungo, l'immane sacrificio dei figli al fronte, del sangue versato in cambio di qualche medaglia e di qualche riconoscimento ufficiale. I bombardamenti, poi, avevano avuto come obiettivo preferenziale i quartieri popolosi e popolari proprio allo scopo di generare in questi ambienti timore e smarrimento e i risultati erano, appunto, la gran voglia di porre fine alla guerra.
La confusione negli animi, poi, era completa. Il re e Badoglio, metà dell'Italia "ufficiale", erano al Sud, collaborando con il nemico di un mese prima al quale si erano arresi e millantavano una inesistente "ALLEANZA" con i vincitori che avrebbe portato presto la pace e la "libertà" e, magari, perché no...!, con un machiavellico "cambiamento di fronte", avrebbe perfino consentito di ANDARE A VINCERE CON GLI ANGLOAMERICANI QUELLA STESSA GUERRA CHE STAVAMO PERDENDO CON I TEDESCHI!
Mussolini era accusato quale unico responsabile d'ogni catastrofe e della "sciagurata" alleanza con la Germania.

L'altra metà dell'Italia era costituita da fascisti fedeli al Duce e da militari ribelli alla resa. Questi volevano la continuazione della guerra in nome di un codice d'onore militare e di un orgoglio nazionale infangati dalla resa e dalla fuga del Re.
La grande massa del popolo, invece, desiderava solo un rapido miglioramento delle condizioni di vita, continuamente promesso da Radio Londra, e non la luce abbagliante di concetti astratti quali Patria, Onore, Sacrifici, Combattimento, ecc.
La coscienza dei giovani, in quei tristi giorni, fu messa a dura prova dovendo scegliere fra l'obbedienza al richiamo alle armi, gli inviti di radio Londra e i tanti consigli, sollecitazioni di parenti e amici, del parroco, del capocellula, ecc.
Solo alcuni ELETTI, con animo sereno, affrontarono l'asprezza della lotta, i pericoli, il sacrificio, il martirio.
La R.S.I. fu la ovvia reazione alla resa disonorevole accompagnata dal maldestro e illusorio tentativo di ribaltare il fronte e le alleanze in cambio di infondate speranze di migliori condizioni al tavolo della pace.
Anche la Francia, nella stessa guerra, subì la sconfitta sul campo di battaglia e fu una sconfitta ben più cocente e umiliante della nostra! In poche settimane le linee di difesa francesi erano state travolte e l'intero Esercito accerchiato e annientato. Anche in quella circostanza, il governo fu affidato a un generale, il grande vincitore della battaglia della "Somme", che non poté far altro che chiedere la resa. Ma fu una resa onorevole che lasciava alla Francia piena giurisdizione su gran parte del territorio non occupato, le navi della flotta nelle loro basi e in mani francesi, ecc.
Eppure, nonostante la Francia fosse letteralmente allo sbando, un Generale, Charle De Gaulle, rifiutò di cedere le armi disubbidendo gli ordini del governo ufficiale e invitando la Francia, dalle ben munite basi britanniche, a continuare la lotta . "LA FRANCE A' PERDUE UNE BATTAILLE, N'A' PAS PERDUE LA GUERRE...." - diceva - "DES FORCES IMMENCES ONT PAS ENCORE DONNEE'" (riferendosi alla già concordata entrata in guerra degli Stati Uniti). All'inizio il "ribelle" non poté contare che su poche e raccogliticce truppe coloniali che non ebbero alcun impatto nelle operazioni belliche fino al maggio del 1944 quando, con la promessa di 50 ore di razzie e "mano libera" riuscirono a penetrare le linee tedesche a Cassino. Ciò che seguì fu una tragedia per le popolazioni della zona: stupri di donne, bambini e uomini (incluso il parroco) ad Esperia e paesi circonvicini. Tutto con la condiscendenza dei Capi Militari Alleati (nessun gesto di ribellione fu compiuto dal "legittimo" governo del Re e di Badoglio).
Tuttavia al Generale De Gaulle, grazie a questi dubbi successi, fu acconsentito di assidersi, in rappresentanza della Francia, fra le potenza vincitrici e goderne tutti i vantaggi, fra cui quelli di imporre condizioni di pace all'Italia acquisendo due importanti zone di confine e parte della flotta, non dover sottostare a limitazioni di armamenti, essere membri permanenti del Consiglio dell'O.N.U. con diritto di veto, ecc. Il governo Petain, il governo della resa, fu condannato all'obbrobrio e, per molti aderenti, alla morte.
Esiste in Francia una graduatoria di benemerenze secondo la data in cui i "resistenti" aderirono al movimento gollista. Quelli che possono orgogliosamente vantare l'onore di "AVOIR REFUSE' LA REDDITION" fin dall'inizio, abitano l'Empireo del firmamento patriottico francese. Con Gloria e meriti via via decrescenti tutti gli altri compreso quelli che vantarono meriti resistenziali all'ultimo momento.

Scrive il Col. d'Auria in un suo promemoria per il Tribunale che doveva giudicarlo per "collaborazionismo".
".... noi (combattenti della R.S.I. n.d.a.) ci siamo comportati allo stesso modo del Generale De Gaulle e dei suoi seguaci, con la considerazione, a nostro vantaggio, che mentre De Gaulle era, di fatto, un ribelle al proprio governo legittimo, noi abbiamo ripreso le armi quando il nostro Capo dello Stato, accompagnato dal Presidente del Consiglio e da due soli Ministri, non dall'intero governo, ha abbandonato la Capitale ed il Suo posto di Comando per andare a consegnarsi al nemico. I ribelli, i fuori legge, non siamo stati noi (della R.S.I. n.d.a.) ma il Capo dello Stato, il Presidente del Consiglio ed i due Ministri che lo hanno seguito. Non é possibile nemmeno sostenere che il Governo Italiano si sia "trasferito" in quanto, nella maggioranza dei suoi componenti, é restato a Roma, celato, senza svolgere alcuna attività né funzione, forse sorpreso e sconcertato di quanto avvenuto e di cui era totalmente all'oscuro.
Se noi andassimo indietro, al 1936, quando vincemmo la campagna d'Etiopia, i nostri giornali del tempo si scagliarono violentemente contro Hailé Selassié (Ras Tafarì poi Negus Neghestì) quando questi, occupata dalle forze Italiane l'Abissinia solo in parte, si rifugiò presso gli inglesi. Noi Italiani accusammo, con ragione, che Hailé Selassié aveva abbandonato il suo popolo e perciò lo indicammo al dileggio del mondo intero.
Rammento con ammirazione le parole di Ras Seyum all'atto della sua sottomissione all'Italia al cospetto del Maresciallo Graziani.
Ras Seyum disse testualmente: "Ho servito fedelmente il mio Re finché ho avuto un Re. Ma giacché egli ha abbandonato il suo popolo e la sua terra, giuro fedeltà alla mia nuova Patria".
Nel caso del nostro Re, deve parlarsi di vero e proprio abbandono. Se pure materialmente egli é restato in Italia, egli si é rifugiato in una città, Brindisi, che era prossima ad essere occupata dal nemico e da cui non poteva esercitare alcuna sovranità perché quella era zona di occupazione militare ed il governo giuridico e di fatto era il Governo militare alleato (A.M.G.O.T.) che emanava decreti, imponeva restrizioni o regole, batteva moneta (le famose AM Lire!),
controllava ogni provvedimento amministrativo, disponeva a suo piacimento di porti, aeroporti, ferrovie, impianti di comunicazione, requisiva alberghi, abitazioni, beni, materiali, aree e terreni, impianti sportivi, cinema e teatri che diventavano automaticamente vietati agli italiani "liberati", amministrava la giustizia a suo estro.
(solo ad esempio, si cita il caso del tribunale militare alleato che condannò a morte il Generale Bellomo, che aveva combattuto i tedeschi in ritirata a Bari, per essere stato il comandante di soldati che avevano sparato a un prigioniero inglese evaso e fuggitivo! Il governo Italiano non mise bocca e non protestò per la fucilazione di Bellomo, anzi ne cancellò la memoria!).
Gli Alleati giunsero perfino ad ordinare perentoriamente al piccolo re d'Italia di sloggiare, senza preavviso e senza indugi, dalla sua residenza a Napoli perché il Re Giorgio V d'Inghilterra, in Italia a ispezionare le truppe combattenti, non desiderava che il re vinto e NEMICO fosse nella stessa città.
Noi Italiani abbiamo avuto, per contro, parole d'ammirazione e d'elogio, cavallerescamente tributato, per i nostri avversari, il Re del Belgio e il Re di Danimarca, che preferirono affrontare rischi ignoti pur di non abbandonare i loro popoli. Noi Italiani abbiamo assistito al fatto in cui un discendente di Emanuele Filiberto, un erede del Principe Eugenio di Savoia, al quale la Germania e l'Austria pagano ancora un tributo di riconoscenza dedicandogli monumenti, strade ed intitolandogli una nave da guerra, non solo abbandona il suo popolo e le Forze Armate di cui lui é il Capo Supremo ma diserta in guerra e passa al nemico. Se é punibile il militare che abbandona il proprio Corpo con la pena di morte previa degradazione, tale punizione deve essere applicata anche per chi ha il Comando Supremo delle Forze Armate e per chi ne é il Capo di Stato Maggiore Generale: il codice Penale Militare si deve applicare indifferentemente per il Capo come per il gregario".

Relativamente alla asserita "illegalità" della Repubblica Sociale Italiana e, per contro, della "legittimità" del "Regno del Sud", é opportuno richiamare l'attenzione sul fatto che, secondo il diritto costituzionale ed internazionale, uno Stato, per definirsi tale, deve avere:
1) Una popolazione sulla quale esercitare la propria sovranità;
2) Un territorio;
3) Il diritto di legiferare;
4) Il diritto di amministrare la giustizia;
5) Il diritto di bandire la coscrizione alle armi;
6) Il diritto di battere moneta.
E
bbene nessuna di queste prerogative era stata lasciata al preteso Stato Italiano del Sud ed al suo governo se non subordinatamente alle decisioni, proclami, disposizioni, ordinanze, ecc. emanate dal Comando Militare Alleato. La giustizia, se riguardava i rapporti fra italiani, era affidata alla Magistratura Italiana che, però, era sorvegliata e riceveva le direttive dai vari "Town Major" che imponevano deroghe e modifiche alla nostra legislazione, con quanto rispetto per la nostra Sovranità é facilmente concepibile.Non era possibile chiamare i cittadini alle Armi se non tramite e per mezzo del "Comando Militare Alleato". In quanto all'impossibilità di esercitare il diritto di battere moneta, da parte dello asserito Governo Italiano, basta tener conto dell'enorme quantità di valuta di occupazione che ha in sostanza sostituito la moneta nazionale ed ancora oggi circola (a tre anni dalla fine della guerra), con nostra vergogna, con corso legale."
La situazione italiana e quella francese sono parallele: due nazioni sono sconfitte, due Capi si ribellano alla resa del governo ufficiale; l'uno finisce dalla parte che poi vincerà e sale alla gloria degli altari, l'altro si troverà dalla parte perdente e finirà a piazzale Loreto!

I discorsi quotidiani erano meno pomposi e gli Ideali meno alati.
Nelle file del pane le chiacchiere vertevano sul fatto che:
"co j Inglesi se sta mejo; danno er pane bianco"
l'obiezione era: "e chi je l' ha detto?"
" 'Na signora che é passata de quà de le linee"
" E si se stava mejo de la' com' é che é venuta de quà"?

Insomma si era ritornati ai nobili ideali del :
O FRANZA O SPAGNA, BASTA CHE SE MAGNA!

Non erano dialoghi infiammati di patriottismo! Né si disquisiva appassionatamente sul governo a rappresentanza democratica di cui nessuno sentiva la necessità o vedeva i vantaggi e che , del resto, non esisteva neanche al Sud.
Allora, come ancor oggi, cominciarono a coesistere in Italia due opposte verità secondo le tendenze, preferenze, convenienze, ecc. In genere ha prevalso la verità dei vincitori che ha inaridito le fonti sorgive della altra verità, quella degli sconfitti.

A tal proposito, mi torna in mente una vecchia storiella.
" Un giorno la VERITA', bella, splendente, orgogliosa, baldanzosa, spensierata, ammirata e lodata da tutti gli uomini, incontrò, per caso, la MENZOGNA, turpe, vile, vergognosa, abietta, paurosa, repellente, ributtante. La misera non aveva il coraggio di farsi vedere in giro e tutti gli uomini la disprezzavano, la schernivano.
La VERITA' ebbe pietà di questa infelice e, nella sua generosità, le fece dono di una piccola parte di se stessa; altro non aveva, ma quel dono aveva inestimabile valore.
La MENZOGNA, mostrando di voler ricambiare tanta generosità ma, invero, per offuscare il troppo splendore di tanta nobiltà, ricambiò donando, anche lei, una parte di se stessa.
Da allora la MENZOGNA contiene sempre una piccola parte di verità così che le falsità più odiose, a lungo diffuse, finiscono per essere universalmente credute VERITA' INOPPUGNABILI.
Viceversa la VERITA' che, per sua natura, si ammanta di modestia e non cerca né chiede pubblicità, finisce per rivelare la sua piccola parte di incertezza o di errore e viene, ben presto, guardata con sospetto e sfiducia e messa da parte o abbandonata nell'oblio. In tal modo, verità sacrosante divennero, nel tempo, menzogne certe."
"Da allora la verità e la menzogna convivono dietro la maschera di ogni uomo dove l'eterno Diogene sta ancora cercando la menzogna e la verità nascoste"

Così la tragedia italiana assunse aspetti inutilmente dialettici; si discuteva di tutto ed ogni discussione si fondava su ostentata conoscenza di leggi, regole, articoli, tradizioni, trattati e convenzioni internazionali, precedenti storici, ecc. Il tutto in una sarabanda di parole vuote, riferimenti e autorevoli affermazioni, da parte di personaggi eccellenti solo nella abissale ignoranza, incredibile faccia tosta e il cui obiettivo era la ricerca dell'arzigogolo che affermasse e dimostrasse tesi da loro predefinite a giustificazione del loro comportamento. Così facendo si sentivano meno indegni giacché, in fondo, era questo il tarlo che li rodeva.Fra le braccia non amorose dei suoi figli, la stragrande maggioranza dei quali erano queste mezze tacche di gente imbelle, irresponsabile, vile ed egoista, AGONIZZAVA L'ITALIA.La rapida avanzata degli anglo-americani che, in poche settimane, si erano impadroniti di Calabria, Basilicata, Puglia, Campania e gran parte di Abruzzo e Molise, faceva pensare che la guerra sarebbe stata prossima al termine. Tanto valeva puntare sul cavallo vincente! Del resto il RE era da quella parte, perché non convincersi che l'Italia fosse ormai ALLEATA con i vincitori? Bastava ascoltare radio Londra che prometteva pace, libertà, pane bianco, democrazia, benessere...... Perché non lasciarsi sedurre dalle SIRENE liberatrici. ?
Agli italiani ancora dotati di un barlume di dignità, tentennanti ed esitanti di fronte al vergognoso voltafaccia, venivano generosamente proposti alibi formidabili:
La guerra non l'aveva voluta l'Italia ma il Duce; gli anglo-americani altro non volevano che portare libertà ai popoli oppressi e inviavano i loro figli a morire combattendo per la giusta causa; i tedeschi erano cattivi e crudeli e per colpa loro gli anglo-americani, controvoglia, erano costretti a bombardare le città indifese ed a generare incredibili lutti e distruzioni; per evitare tali bombardamenti e i conseguenti lutti non c'era altro modo che "liberarsi" dei tedeschi; il re, per evitare di essere catturato ed esautorato dai tedeschi, era stato costretto a "trasferirsi in territorio sotto la piena giurisdizione italiana per poter "liberamente esercitare i diritti e i doveri della sua sovranità" (???); la resa era stata un passo doloroso ma necessario per "salvare il salvabile" dal disastro causato dal Duce e dal fascismo.... e via così. Tutto, o quasi tutto, quadrava a perfezione con la voglia di farla finita che rendeva gli italiani creduloni oltre ogni logica e realtà dei fatti.

"Come with us and all will be well" aveva detto Churchill, chi poteva dubitare di un così importante e prestigioso personaggio?
Molti VOLLERO credere alle promesse di radio Londra nonostante lo stesso Churchill, avesse dichiarato alla Camera dei Comuni: "Non possiamo non tener conto che l'Italia ha duramente combattuto contro di noi per tre anni…"
Noti anche i commenti di parte sovietica: "L'Italia fu fedele alla sua vocazione di sciacallo (qualche traduzione riporta la parola puttana) internazionale, sempre in cerca di compensi per i suoi tradimenti"; come pure dei più alti Capi Militari Alleati.
"La resa dell'Italia fu uno sporco affare (dirty affair). Tutte le nazioni, nella loro storia, hanno vinto o perso delle guerre ma l'Italia è l'unica ad aver perduto questa guerra con disonore" fu il commento del Gen. Eisenhower.
"Il governo italiano decise di capitolare non perché non fosse in grado di ulteriore resistenza ma perché riteneva che fosse venuto, come in passato, il momento di saltare sul carro del vincitore". Disse il Gen. Alexander.
Non si tenne il Gen. Montgomery, già in passato vilmente offensivo verso i soldati Italiani, dal far sibilare la sua lingua insolente e velenosa: "Il voltafaccia italiano dell'otto settembre fu il più grande tradimento della Storia".
Commenti cattivi, perfidi, perfino esagerati e che condannavano, a torto, tutto il popolo italiano offuscando le tante pagine di gloria, di coraggio e di grande civiltà scritte nel passato con tanto sacrificio di sangue. Purtroppo non si poteva dar loro torto; chiunque avrebbe espresso giudizi simili, verso una nazione che avesse tenuto lo stesso comportamento.
Il peggio fu che di tutto questo artificioso "cambiamento di fronte" alla fin fine non ricevemmo in premio che dolorose sciagure e nessun vantaggio. Se la contropartita doveva essere la "liberazione" dal tedesco invasore e dal fascista oppressore, tanto valeva continuare la guerra. Il fascismo era già caduto e i tedeschi, nostri alleati, erano entrati in Italia, su esplicita richiesta dai nostri comandi, quasi tutti dopo la caduta del fascismo, per contrastare l'invasione anglo-americana. La "invasione" da parte dei tedeschi non c'è mai stata e, in ogni caso, il proseguimento della guerra e l'avanzata degli eserciti anglo-americani avrebbe causato, come fu, l' abbandono del suolo italiano da parte delle truppe sconfitte. Non avremmo conosciuto gli attentati, le rappresaglie, le stragi fra fratelli e non avremmo abbandonato i Fratelli Giuliani e Dalmati alla bestialità delle orde slave.
La presenza dei "tedeschi" significava penuria di ogni genere alimentare fino alla fame e bombardamenti giorno e notte.
Nel frattempo si ebbe un periodo di stasi nei movimenti del fronte in Italia. La linea di difesa (Linea Gustav), impostata da Kesselring lungo il fiume Sangro, la valle del Liri e che faceva perno su Cassino era riuscita, con disperata tenacia, a tenere le posizioni di fronte alle formidabili offensive della VIII armata inglese e della Va armata americana.
Il fronte italiano si era stabilizzato. La propaganda fascista e tedesca ne approfittò per vantare la fine del disastro causato dall'ignobile tradimento del re e la prossima ripresa dell'iniziativa. La propaganda inglese, ancora una volta insuperabile, seppe capovolgere questa evidente mancata vittoria con la storia che "il generale TEMPO" era il migliore stratega degli alleati.
Nella mia scuola circolavano storielle di questo tenore:

" Per vincere la guerra, Churchill, Mussolini e Hitler devono superare una prova di abilità: chi riuscirà a catturare una anguilla che nuota in una piscina, sarà il vincitore.
(Si noti l'assenza degli altri protagonisti Roosevelt e Stalin perché, in quel momento, per gli italiani anglofili, il punto di riferimento non era nient' altro che l'Inghilterra e il suo Premier Churchill n.d.a.).
Allora Mussolini, sgomitando un po', si fa avanti e si butta per primo. Nuota su e giù, si dà un bel da fare, schizza acqua dappertutto ma alla fine si deve arrendere ed esce senza fiato dalla piscina. Allora si fa avanti Hitler che dai suoi generali si fa preparare un piano perfetto. Con calcoli precisi, col cronometro che spacca il centesimo di secondo e quant' altro, Hitler si tuffa e, naturalmente, acchiappa l'anguilla. Ma non aveva calcolato che l'anguilla é viscida e gli scivola fra le mani. Tocca a Churchill il quale si fa portare un cucchiaino da caffè e, fumando il sigaro, svuota la piscina e prende l'anguilla."

Fra queste risate, si svolgeva il dramma della guerra in Italia e si ingannava la delusione per la "liberazione" che, attesa dopo pochi giorni dalla caduta di Napoli, tardava a venire!!!
L'inverno 1943 - 1944 passò così, nella speranza di resistenza da parte dei "tedescofili" e nella certezza di una prossima "liberazione" da parte degli "anglofili". Gli "italianofili" non ESISTEVANO!
Mio padre, secondo il suo carattere, fremeva. Aveva aderito alla R.S.I. ma la ricostituita Aeronautica Nazionale Repubblicana arruolava giovani Piloti da caccia per difendere le città dalle incursioni aeree delle "fortezze volanti"; niente Stormi da bombardamento. L'attesa era snervante, chiese un colloquio con il Maresciallo Graziani che lo ricevette e lo ascoltò ricordando i trascorsi in Etiopia. Ne ebbe una promessa di interessamento.
Nel frattempo egli prese a collaborare con la "Organizzazione Todt" per allestire opere e sistemi difensivi secondo le esigenze della guerra. Fu appunto durante un trasferimento a Nettuno che il camion con cui mio padre si recava sul luogo di lavoro, con gli operai addetti, fu bloccato da una pattuglia tedesca a pochi chilometri da Anzio. Non si capiva il motivo di questo impedimento perché il capo pattuglia tedesco non riusciva a spiegarsi. Solo dopo alcuni tentativi riuscì a dire: "mericana, mericana!" e mio padre capì che c'era stato uno sbarco. La zona era completamente sguarnita di truppe ma, di ritorno, mio padre riferì di aver incrociato parecchi camions di soldati tedeschi in perfetto ordine, seduti su quattro file affacciate, con il fucile tenuto dritto col calcio fra gli stivaletti, lo sguardo fisso avanti e nel silenzio assoluto.
"Andavano a morire"! commentò con ammirazione, da Soldato.

Io ebbi una diversa esperienza della vicenda. Ero a scuola, al Massimo, e, quel giorno, il nostro insegnante era assente e sostituito da un altro Padre gesuita. Come sempre in queste occasioni, il "supplente" venne preso sottogamba e la disciplina lasciava a desiderare. Il Padre allora ci disse testualmente: "Se sarete buoni vi darò una bella notizia"!
"Io la so!" squittì un compagno, credo Grazioli. "Anch' io la so" fece eco un altro.
Ed allora il Padre dovette dire a tutti la "bella notizia":
"Stanotte gli "alleati" sono sbarcati ad Anzio e fra un paio di giorni saranno a Roma!"
Era il 23 gennaio 1944. Non ci vollero due giorni perché gli "alleati" entrarono a Roma il quattro giugno. Ma una considerazione mi preme fare: sotto quale tirannia, nella storia del mondo, in un paese in guerra, é permesso impunemente parlare di "bella notizia" per comunicare il prossimo arrivo degli eserciti nemici? E in quale regime, in stato di guerra, si può impunemente e pubblicamente dichiarare di avere ascoltato la radio nemica, nonostante le severissime punizioni decretate a mai applicate?
Mah! Forse solo sotto la Tirannia Fascista quando, si sente dire, chi parlava male del Regime finiva in galera!

Nonostante la difesa strenua delle posizioni contese metro per metro, tuttavia, non si notavano segni di ripresa. Era vero ed era certo un successo che la Whermacht riuscisse a contenere gli attacchi del nemico che aveva assoluto dominio del cielo, disponibilità incondizionata di mezzi e rifornimenti ed interventi, anche questi incontrastati, delle artiglierie navali come ad Anzio. La sproporzione di forze era di cinque a uno.
In quanto alle poche forze Italiane, valorose e combattive, in molti casi eroiche, queste, in quel periodo, non riuscirono a raggiungere la consistenza di una divisione, poche squadriglie di aerei e di mezzi speciali della marina. Le Grandi Unità della R.S.I. si stavano addestrando in Germania e sarebbero rientrate solo quando Roma era già stata occupata dagli anglo-americani.
Le residue speranze di vittoria venivano affidate alle propagandate "armi nuove" che avrebbero dovuto capovolgere la situazione a favore della Germania. Qualche arma "nuova" era entrata in azione ma non v'era stato alcun capovolgimento della situazione. Al contrario, lo strapotere degli "alleati" con incursioni aeree di centinaia e centinaia di velivoli e distruzione di interi quartieri diventava sempre più evidente.

Nel febbraio '44 ci fecero uscire da scuola, prima della chiusura, perché Roma era sotto un violento bombardamento; mentre attraversavo piazza dei Cinquecento un aereo si abbassò a mitragliare; mi sentivo agghiacciare per il frastuono della mitraglia a distanza ravvicinata, correvo col cuore in gola mentre grossi bossoli, cadendo, rimbalzavano sul selciato.
Raggiunsi un rifugio antiaereo costruito nei giardini fiancheggianti le terme di Diocleziano e cercai di infilarmici dentro. Sul passaggio di accesso la gente si accalcava e non si poteva passare.... il cancello era chiuso....!
Uscii di nuovo allo scoperto. I tram erano fermi ma un numero "8" , cigolando, si mosse ed io lo rincorsi, salii restando sul predellino per guardare in alto. Arrivati a piazza Indipendenza vidi il cielo letteralmente oscurato da aerei nemici. Saltai dal tram correndo in direzione opposta a quella degli aerei: scaricarono colpendo il quartiere prenestino e casilino. Il tram continuò la sua corsa ma in via Morgagni fu bersagliato da tre bombe che non lo centrarono ma fecero ugualmente una carneficina fra i passeggeri investendoli con lo spostamento d'aria del tremendo triplice scoppio e con una mitraglia di schegge. In quel tram perirono oltre ottanta persone; un mio compagno morì ed altri due furono feriti da schegge.
Nel frattempo io, sempre correndo, ero arrivato, per vie traverse, a piazza Bologna e per V. Michele di Lando mi dirigevo verso la mia abitazione in V. Eleonora d'Arborea. Guardando in alto vidi distintamente gli aerei sopra di me aprire i portelloni e sganciare le grosse bombe. Feci appena in tempo ad entrare nell'atrio di un palazzo pensando di evitare possibili schegge o macerie e detriti lanciati per aria. Sapevo che le bombe sganciate sulla mia testa dovevano cadere più avanti. Mio padre mi aveva spiegato che la bomba d'aereo percorre una traiettoria a parabola. Solo che la mia abitazione con mia madre e le sorelle era proprio duecento metri più avanti.. Pochi istanti e in un baleno l'inferno e il caos si scatenarono su di noi: serie di esplosioni, sussulti, spostamento d'aria, scoppi, intonaci che si sgretolavano, cornicioni che cadevano, polvere e fumo nell'aria, urla di gente terrorizzata, pianti di bambini, gente inebetita che fuggiva non si sa dove... E' inimmaginabile l'effetto del bombardamento sulla gente che non sa cosa fare, impotente e senza difesa alcuna; é come un terremoto con una violenza mille volte più devastante e senza lo sfogo di poter scappare all'aperto; fuori era la morte!

La mia casa si trovava poco più avanti. Vedevo una nuvola di fumo e polvere; mi misi a correre; a pochi metri dal portone erano caduti grossi pezzi di muri, mattoni, terriccio. Interi isolati di case in fondo alla via Eleonora d'Arborea non esistevano più. Il convento delle suore Sacramentine dove noi andavamo, nel pomeriggio, a fare i compiti e a giocare sotto la sorveglianza delle buone Madri, era svanito nel nulla. Le suore che si erano riunite, come fu detto dai giornali, nella Cappella a pregare, erano state trasferite subito in Paradiso per interessamento dello zio Sam che, probabilmente, le riteneva spie al servizio del tedesco invasore.
Mi recai subito a vedere il convento centrato dalle bombe. Non esisteva neanche un muro. I frati della vicina chiesa di S. Ippolito, anch'essa colpita, scavavano con le pale sotto le macerie, non ricordo se trovarono almeno i corpi. e dire che il clero continuava a pregare per la vittoria delle armi anglo-americane!!
Di esperienze simili ne ho vissuto tante.

A fine marzo ci fu l'attentato dei G.A.P. a via Rasella. Ricordo che se ne discuteva nel giardino del condominio anche se non si sapeva bene cosa fosse successo. Luigi, il portiere del palazzo, era passato in bicicletta da quelle parti e diceva che erano morti tanti soldati ed alcuni civili. Dei civili non importava niente a nessuno mentre si era preoccupati dei soldati perché ciò significava rappresaglia. Si diceva anche che erano stati presi in ostaggio gli abitanti della zona. La "rappresaglia" era data per scontata; neppur lontanamente si pensava che non ci sarebbe stata una violenta reazione. L'unico dubbio era: Chi sarebbe stato il "capro espiatorio"?
Il resto della cronaca é noto dai vari libri che glorificano l'episodio e condannano Priebke.
Ciò che manca é il racconto della minuscola ma significativa parte che ebbe mio padre nella vicenda. Seppe che un suo amico, Teodato Albanese, fascista di vecchia data e di famiglia rimasta fascista anche dopo l'episodio, era stato incluso nella lista delle vittime della rappresaglia. Mio padre fu avvertito dai familiari dell' ostaggio e, tramite conoscenze, riuscì ad avere un colloquio con l'ambasciatore tedesco Rahn. Come "passaporto diplomatico" mio padre esibì una dichiarazione di stima e ammirazione di Kesselring scritta per lui in Sicilia. Grazie a questo speciale "lasciapassare", l'ambasciatore presentò mio padre ad un alto ufficiale tedesco (non ne ricordo il nome ma potrebbe essere stato il gen. Maelzer).
Mio padre riferì che, al sentire il motivo della visita, l'alto ufficiale, con cortesia, lo invitò ad andarsene per evitare di essere anche lui incluso nella lista degli ostaggi da fucilare......
Fu così che Teodato Albanese, fascista, figura fra le vittime del nazifascismo e fra i Caduti per la libertà.

L'episodio scosse tutta Roma, vittima dei bombardamenti da un lato e delle rappresaglie dall'altro. La razione di pane era stata portata a 100 gr. di sostanza immangiabile a persona al giorno. Altri viveri non esistevano se non alla "borsa nera" Un Kg. di zucchero o di sale costava 700 lire: l'equivalente, cioè, di uno stipendio mensile di un impiegato e più del mensile di un operaio.

Il primo di giugno del 1944, tornando da scuola, dove mi ero recato per incontrare i miei compagni, vidi mio padre e mia madre indaffarati a trascinare casse e bauli. La notizia era di quelle che piacciono molto ai ragazzi. Si parte, si va a Milano.
Era stata una decisione improvvisa ma che allettava moltissimo noi ragazzi; città fino ad allora sconosciuta, Milano ci attraeva per la novità della cosa. Partimmo su un camion scoperto. Era il 2 giugno! Ovunque si palpava un'aria di incertezza e di tristezza. E' falso che i romani stessero aspettando i "liberatori". Nella quasi totalità le persone mostravano l'indifferenza e la apatia tipiche del popolo romano. Nessuno sapeva come sarebbe finita. Anche i più "anglofili", di fronte all'evento ormai imminente, eran presi dal dubbio tipico di chi teme di fare un salto nel buio.
Negli uffici si bruciavano i documenti, alcuni tedeschi di retroguardia regalavano ai popolani i residui dei loro magazzini.
A Prima Porta un graduato della G.N.R. bestemmiava, come mai avevo sentito prima, perché, arrivato a Roma con un camion di farina, gli fu dato l'ordine di tornare indietro.
"Ho portato qui il camion fra mitragliamenti aerei e partigiani per niente?" urlava, e giù bestemmie in toscano!.
Eravamo partiti da Via Veneto nel pomeriggio, aspettammo che si facesse scuro a Prima Porta e poi partimmo da Roma! Io ero seduto sul bordo esterno del cassone del camion mentre mia madre aveva trovato posto nella cabina. Mio padre e le mie sorelle seduti su un baule. Mia madre era preoccupata per me per il timore che io, addormentandomi, potessi cadere fuori del camion ma le sue paure erano superflue perché non fu possibile dormire. Continui posti di blocco, lunghe attese, strade accidentata per buche di bombe, timore di essere attaccati dai cacciabombardieri che, in permanenza, volteggiavano sulle strade. Al mattino, alle ore 6, non eravamo che a Terni.
Ricordo un viale alberato, camion tedeschi mimetizzati sotto gli alberi, in attesa.
Impiegammo cinque giorni, dormendo sul camion all'addiaccio, per arrivare a Milano seguendo strade e percorsi sconosciuti e giocando a rimpiattino con gli aerei che non ci davano tregua; volteggiavano su nel cielo, incontrastati, e si abbassavano per ridurre a colabrodo qualsiasi veicolo riuscissero ad avvistare. Anche i contadini al lavoro nei campi o ciclisti che percorrevano qualche viottolo di campagna erano considerati obiettivi militari e bersagliati dalle mitragliatrici dei liberatori. Le strade erano intasate da rottami arsi, dissestate da crateri di bombe malamente riempiti. Spesso si era costretti a lunghe deviazioni per i campi perché la strada era del tutto impraticabile. Si temevano attacchi i di partigiani. Il nostro autista, che aveva fatto più volte la spola per rifornire Roma, era bravissimo. Conosceva strade di campagna poco praticate; sapeva dove nascondersi quando vedeva i cacciabombardieri. Se l'aereo volteggiava nella vallata, il camion si fermava a ridosso di una curva e attendeva; quando l'aereo allargava il giro, rapidamente si percorreva un tornante e si aspettava di nuovo. Alla fine l'aereo se ne andava. Deo gratias! Avanti per un altro tratto di strada.
Varcati gli Appennini, ai nostri occhi si presentò un paesaggio diverso, un paese ancora pieno di vita, un paese "normale" . Ciclisti per le strade, contadini nei campi, movimento di autocarri e, soprattutto, visi sorridenti e ben nutriti.
Nel Nord, a differenza di Roma, "si mangiava". Trovammo casa a Laglio sul lago di Como fra partigiani che ci minacciavano ogni giorno, salvo poi venire da mio padre la Domenica perché intercedesse a favore di questo o quel parente che era stato fermato o imprigionato.

"Napuletan Republican" mi dicevano "quando che finis la guera te cupum".
Poi se la cavarono con molto meno.
Per le leggi della R.S.I. erano tutti renitenti alla leva, oppure si erano presentati ed avevano ottenuto l'esenzione dal servizio militare perché impegnati in fabbrica. Era un modo di fare il "doppio gioco". Il coscritto di leva, tramite il parroco che in quelle regioni era la autorità indiscussa, veniva presentato ad un proprietario o direttore di fabbrica il quale assumeva il candidato e dichiarava che la sua opera era indispensabile per la gestione della fabbrica. Tutti sapevano trattarsi di un sotterfugio ma nessuno ci teneva, salvo casi sporadici, a mandare sotto le armi gente che non aveva voglia di combattere o che non era animata d'amor di Patria.
La R.S.I. poteva contare su un concorso di giovani superiore alle possibilità di creare, addestrare e armare truppe da avviare al combattimento.
Così in quei paesini del lago di Como che, a sera, d'estate, sembravano formare un panoramico "presepio" con uno scenario incantevole e che, durante il giorno, rievocavano la descrizione del Manzoni:

"....ville sparse e biancheggianti sul pendio, come branchi di pecore pascenti...",
esisteva una specie di zona franca; nessuno si preoccupava di sorvegliare o indagare, non esisteva polizia né carabinieri né truppe di alcun genere. I valligiani continuavano a fare i contrabbandieri commerciando con la Svizzera e a tagliar legna. I partigiani, che spesso erano gli stessi boscaioli o contrabbandieri, non si davano molto da fare per vincere la guerra. A loro bastava attendere.
A portar confusione, quei paesini di villeggiatura erano divenuti la residenza delle ricche famiglie milanesi, che possedevano splendide e lussuose ville affacciate sul lago, e dei meno ricchi che si erano adattati a prendere in fitto le case dei valligiani.
Tutto sommato c'era una atmosfera di vacanza e di attesa. La guerra non riguardava chi viveva sul lago, perlomeno in quella zona del lago di Como.
I valligiani non erano molto lieti dei nuovi residenti. Abituati alla vita delle loro piccole comunità, rimaste pressoché immutate dal paesaggio dipinto dal Manzoni, dove si conoscevano tutti fra di loro, il forestiero veniva subito individuato:
"Chi l' é?" "El sarà quei sc-fulà!"
Ricordo una canzoncina: "quando vedrai ... le labbra pitturate
ricordati che sono le sfollate.."

sul motivo in voga: "quando vedrai brillar la prima stella, ..."

PER L'ONORE!
Mio padre tornò a vestire la divisa azzurra ed essere di nuovo il Colonnello d'Auria con l'incarico di Ispettore dei Campi d'Aviazione e dei Reparti della Aeronautica Nazionale Repubblicana e Comandante del raggruppamento Guardie della A.N.R. con giurisdizione su tutto il territorio della R.S.I.
Il Raggruppamento Guardie aveva il compito di proteggere i velivoli, gli aeroporti ed i magazzini.
Per lui non sarebbe stato possibile volare, in mancanza di gruppi di aerei da bombardamento, ma l'essere uscito dalla lesasperante inattività, deprimente per il suo carattere, gli fece riprendere grinta e combattività.
Questa attività di ispezione e di coordinamento, alle dirette dipendenze del Sottosegretario di Stato per l'Aeronautica, lo costringeva a continue e pericolose trasferte in tutto il territorio allora controllato dalla R.S.I. I trasporti erano l'obiettivo preferito dei cacciabombardieri nemici e, fra un attacco e l'altro, ci pensavano i partigiani a rendere il viaggio più interessante e allegro con spericolate quanto coraggiose imboscate.

E, difatti, non passò molto tempo e ........... il 10 luglio 1944, mentre l'auto che recava a bordo il Col. d'Auria con l'autista e l'armiere di scorta, naturalmente tutti in divisa grigio azzurra, viaggiava da Asti a Moncalvo, paese dell'astigiano, percorrendo una strada in salita e con molte curve, all'uscita di una di queste, si trovò davanti un camioncino col telone abbassato e un borghese con la mano alzata.
Come già detto, i viaggi e i trasporti erano problematici in quei giorni e, fra utenti della strada si cercava di aiutarsi. Pareva questo uno dei casi in cui lo sfortunato autista era rimasto appiedato per qualche guasto alla macchina.
Il Col. d'Auria non ebbe il sospetto di una imboscata anche perché i veicoli circolanti non militari erano pochi, in genere usati non per scopi personali ma per trasporto di viveri o altre necessità ed erano tutti debitamente "autorizzati". Dette quindi l ' ordine di fermarsi per prestare soccorso. L'autista si fermò e abbassò il finestrino.
Ebbe certo una sorpresa molto amara quando l'individuo che aveva chiesto soccorso estrasse improvvisamente una pistola dalla tasca della giacca e puntandola attraverso il finestrino gridò: "Scendete!".

Ma mio padre non era un tipo arrendevole; del resto non aveva scelta: se fosse caduto prigioniero dei partigiani, sia lui che gli avieri della scorta sarebbero finiti, come tanti, in una fossa sconosciuta senza che se ne fosse saputo più nulla. Azioni di guerra, le chiamarono, dopo.
Senza esitare, egli estrasse la sua Beretta d'ordinanza e fece fuoco.
Come in un film Western, una frazione di secondo decise la sorte di tre appartenenti alla Aeronautica Repubblicana da un lato e quella di un povero giovane dall'altra. Questi, colpito mortalmente, cercò di allontanarsi di corsa dalla vettura ma cadde a terra, il telone del camioncino si alzò e altri quattro o cinque partigiani scesero sparando. Sia mio padre che l'armiere di scorta risposero al fuoco e forse ferirono altri irregolari perché li videro cadere a terra mentre l'autista, con rapidissima manovra, invertiva la direzione di marcia per andare a chiedere rinforzi.
Quando ritornarono sul luogo dell'imboscata, i partigiani erano spariti, e nessuno del paese volle dare indicazioni. Solo un vecchietto disse che i partigiani erano scappati e che il ferito era stato portato all'ospedale. Il vecchio aggiunse che lui era un veterano della prima guerra mondiale e per questo sentiva il dovere di parlare non condividendo la tattica degli agguati proditori. Mio padre ringraziò, il ferito fu portato con un camion ad Asti, in ospedale, dove morì.
Rispondendo all'interrogatorio, dichiarò di essere stato indotto ad unirsi ai partigiani da un reclutatore che aveva promesso compensi e possibilità di un buon impiego dopo la "vittoria".
Le istruzioni venivano impartite da ufficiali inglesi che i vari gruppi di armati irregolari incontravano in luoghi sempre diversi, secondo appuntamenti comunicati con breve preavviso.
Si seppe poi che il vecchietto che aveva indicato l'ospedale fu linciato davanti a tutta la popolazione del paese: spia fascista. Così si creava l'omertà e la condiscendenza al regime che si sarebbe instaurato di lì a poco.
Dopo l'episodio, vidi l'auto crivellata di colpi. In particolare il parabrezza non esisteva più e lo schienale del sedile anteriore, dove sedeva mio padre era traforato da tre colpi. Sporgendosi dal finestrino per sparare, mio padre aveva evitato la scarica che, attraversando il parabrezza, aveva centrato lo schienale. lui era rimasto incolume. "Audaces fortuna juvat!"

Questo fatto sarà poi causa, nel dopoguerra, di un processo in cui il Col. d'Auria sarà accusato di ....assassinio del partigiano!!! Povero papà: dalla gloria degli eroi alla ignominia degli assassini! Se fosse stato trucidato, i partigiani avrebbero vantato una azione di guerra in più e alla mia famiglia non sarebbe stata restituita la salma né riconosciuta la pensione do guerra.

Il 25 agosto 1944 ecco scoppiare, imprevista, una "grana" piuttosto seria.
Il Feld-Maresciallo Von Richthofen emanò un ordine per lo scioglimento della Aeronautica Nazionale Repubblicana e il suo inserimento nella Luftwaffe tedesca come "Legione Aerea Italiana". Un po' come avevano fatto gli "alleati" con le truppe del governo del sud inserite nei loro ranghi. Non si é mai capito il motivo di questa iniziativa del Maresciallo tedesco (per altro portatore di un nome famoso in tutto il mondo!).
Si può pensare che i tedeschi ritenessero preferibile avere, più che forze alleate, forze a loro dipendenti e questo, magari, può essere giustificato anche dall'obiettivo di avere la massima efficienza e il massimo coordinamento. Si pensi, infatti, a come diverso avrebbe potuto essere l'esito della guerra se la compattezza e la collaborazione italo tedesca fosse stata pari a quella simbiosi quasi perfetta realizzata fra le forze inglesi, americane, australiane, canadesi, neozelandesi, ecc.!Comunque sarebbe stato troppo tardi.
Di fatto il Col. d'Auria ed altri alti ufficiali della A.N.R. ebbero una reazione di ribellione e di orgogliosa indipendenza. Mio padre scrisse due promemoria con i quali, con la piena approvazione di tutti gli ufficiali della A.N.R., opponendosi apertamente al progetto incautamente e brutalmente messo in atto dal Feld-Maresciallo tedesco, chiedevano al Sottosegretario di Stato per l'Aeronautica di intervenire presso Mussolini.
Gli Ufficiali Italiani chiedevano non solo di mantenere ben alta la loro bandiera e la loro indipendenza ma anche l'allontanamento del Maresciallo tedesco e dei suoi collaboratori nonché la loro punizione.La richiesta fu accolta e tutti indistintamente gli ufficiali tedeschi furono sostituiti e puniti. Questo fatto viene totalmente ignorato dai soliti diffamatori che vogliono vedere le forze armate della R.S.I. "al servizio" del tedesco oppressore e invasore.
Non ho il testo dei due promemoria (che dovrebbero essere reperibili negli archivi dello Stato) ma, come risulta da un rapporto steso successivamente, mio padre, e tutti gli altri ufficiali con lui, "IMPUGNAVANO IL LORO DIRITTO A SERVIRE L'ITALIA E NON LA GERMANIA., VOLEVANO ESSERE SOLDATI IN SERVIZIO DELLA PATRIA ITALIANA E, COME TALI, DIFENDEVANO LA LORO DIVISA, IL LORO ONORE, LA LORO INDIPENDENZA., LA LORO BANDIERA".Tale posizione di orgoglio e dignità ed anche di coraggio, andrebbe raffrontata con la strisciante umiltà, acquiescenza e servilismo che rappresentarono la caratteristica costante dei rapporti fra il governo Badoglio, il Re e gli ufficiali "cobelligeranti" e gli arroganti vincitori....Da appassionato lettore e cultore di Storia (dilettante, beninteso), mi son formato la convinzione che la R.S.I. sia stata la più bella espressione di orgoglio nazionale, di virilità di popolo, di spirito PATRIOTTICO.
L'unica, la più bella fiammata di giovinezza, di fede e di speranza che abbia illuminato l'Italia dai tempi di Furio Camillo ad oggi.
Neanche il Risorgimento può vantare un concorso di gioventù, una dedizione dei militanti, una coerenza oltre la vita, forze armate in cui aleggiava lo spirito di Bir el Gobi e di El Alamein, infine la fermezza negli ideali testimoniata con la propria vita. Solo il primo Cristianesimo seppe dare tanta testimonianza di fede e di coraggio!Questo manipolo di giovani ricordano i versi della "Spigolatrice di Sapri":"Eran trecento, eran giovani e forti .. e sono morti.......Dove vai bel Capitano?....................rispose:O mia sorella, vado a morir per la mia Patria bella.."C'era una aria di entusiasmo, di dedizione, di mistica preparazione per un sacrificio accettato volontariamente e con gioia perché l'oggetto di tanta dedizione e amore era la Patria, l'Italia, la Gran Madre che li aveva chiamati.

In quella ottica va considerato l'atto di orgoglio e di ribellione che portò gli aviatori Italiani a rifiutare la inclusione nella pur gloriosa Luftwaffe; gli aviatori Italiani sentivano di dover difendere, sopra ogni cosa, la tradizione dell'Arma Azzurra Italiana, l'Arma che con sacrifici di sangue e, guidata da Francesco De Pinedo e da Italo Balbo, tanto prestigio aveva conquistato all'Italia.
L'Arma Azzurra che, in tutti i cieli del Mediterraneo come anche in Russia, si era battuta contro un nemico molto più agguerrito e, a costo di perdite sanguinosissime, era riuscita a tenergli testa pur lottando in perenne inferiorità sia per numero di aerei che per le prestazioni tecniche di questi, per gli armamenti tecnologicamente superati, la organizzazione approssimativa, la produzione lenta e insufficiente. Il tutto da compensare con lo spirito e la abnegazione.
Gli studiosi, messa da parte la partigianeria, ancora oggi fuorviante, nei giudizi, dovrebbero studiare e rendere di pubblico dominio quale fu l'essenza e la grandezza della offerta che questi Uomini fecero al loro Ideale di Patria.

Passò l'estate e con essa quel po' di villeggiatura di cui avevamo inaspettatamente goduto.
Mio padre era di base a Milano ma viaggiava spesso per motivi legati al suo incarico; in genere tornava il Sabato sera col battello. Tutti i mariti e padri da Milano venivano a trovare la famiglia "sfollata" sul lago di Como. Il treno delle ferrovie Nord - Milano era comodissimo e a pochi passi dalla stazione di arrivo a Como ci si imbarcava sul battello a vapore che zigzagando da una sponda all'altra, si fermava ai pontili dei tanti paesini sparsi sul lago. Una passeggiata in salita e si arrivava a casa. Il Lunedì alle sei ci si alzava per prendere il primo battello e in una ora e mezza si stava a Milano.

Per la scuola noi ragazzi trovammo che anche l'Istituto S. Orsola di Via Lanzone a Milano si era trasferito sul lago di Como in un albergo che, con poca fantasia , si chiamava "Il Vapore". Infatti si trovava proprio di fianco all'imbarcadero del villaggio di Torno.
Noi ragazzi dovevamo scendere la ripida stradina costruita con scapoli di pietra, caratteristica della zona, per giungere dal villino alla strada, la ben nota VIA REGINA, portandoci le biciclette. Giunti alla strada lungo il lago pedalavamo fino a Urio dove si prendeva il vaporetto che, partito da Como, risaliva il lago collegando le sponde opposte. Torno era, appunto, la fermata successiva. Dovevamo imbarcare le biciclette perché il tragitto di ritorno era Torno - Carate. Di qui si pedalava, poi si saliva a piedi con la bicicletta a mano e, finalmente, si arrivava a casa dove, dovevamo metterci subito a studiare e fare i compiti. Un impegno improbo.
Il tragitto era faticoso e, con la brutta stagione, divenne impossibile. Allora le mie due sorelle rimasero in convitto dalle suore, a Torno. Io restai con mia madre nel villino isolato e sperduto a mezza costa che avevamo trovato come abitazione.
La vita non era molto facile né allegra; prendevo privatamente lezioni da una brava insegnante presso l'abitazione di uno dei miei compagni di scuola. Per la matematica si andava da una altra insegnante nota per essere una accesa antifascista. Era toscana e un giorno ci spiegò le ragioni del suo odio al fascismo; Il suo discorso non fu per me molto illuminante, anzi non capii quasi nulla se non che c'era di mezzo un federale col quale... erano sorti dissidi insanabili: le compagne, che, allora come sempre, erano più smaliziate dei maschi, intesero che si trattava di una delusione amorosa.. Ergo Mussolini boja!
Strano a dirsi, in quei tempi queste giustificazioni erano più che accettate. Oggi si crede che l'antifascismo fosse basato sull'anelito di libertà di un popolo oppresso. Tutto falso! I grandi antifascisti erano quelli che in un modo o nell'altro avevano avuto a che fare con questo o quel gerarca ricavandone esperienze negative, che non erano riusciti ad entrare nel "GIRO" o che ne erano stati messi fuori.
Per le donne, in particolare, spesso si trattava di grosse delusioni che poco avevano a che fare con la politica..... oppure di folgorazioni provocate dalle frecce di Cupido!! Fu questo il caso di mia cugina fervente "Giovane Italiana", poi universitaria dei G.U.F. che cambiò idee e sentimenti dopo che fu folgorata, non sulla strada di Damasco ma in via della Frezza, da un collega dell'I.N.F.P.S. (oggi con la F in meno) che le faceva la corte e che la iniziò ai misteri religiosi del socialismo e del marxismo. Il corteggiatore, diventato poi suo marito, da rivoluzionario marxista annacquò i suoi ideali proletari, via via, verso un socialismo democratico, con Saragat prima e poi con Craxi, per ancorare, infine, il suo antifascismo nel porto liberal-capitalista-progressista-reazionario-rivoluzionario dell'Ulivo.
In genere, allora, come sempre, gli ANTI più decisi e virulenti erano i delusi, gli scontenti o gli esclusi. Poco contava che, al cambiar di vento, quegli stessi gerarchi, colpevoli di aver provocato il malanimo e i sentimenti ostili al fascismo e al Duce, girarono come banderuole e si "riciclarono" sull'altro fronte finendo per capitanare l'opposizione, non ufficiale ma neppure tanto nascosta, quasi che le loro passate malefatte fossero dovute non alla loro pusillanimità ma a Mussolini. Molti acerrimi antifascisti erano stati, infatti, solo pochi giorni prima, esemplari per fede fascista pura e adamantina.
I partigiani, in quello scorcio di autunno e durante il freddissimo inverno che seguì, non si mossero. Solo sporadicamente aggredivano qualche "fascista" isolato.
Nella zona, a Carate, ne fu ammazzato uno, colpito alle spalle. Non ci fu rappresaglia; la propaganda poneva l'enfasi sui meriti del povero milite "Caduto per la Patria" e sull'efferato assassinio da parte di "venduti al nemico". Ma l'effetto propagandistico era nullo.
La gente aveva perso il senso comune. Gli assassinii non servivano certo ad affermare, come si disse poi, la lotta di popolo. Lo capivan tutti che si trattava di assassinio! Ma quel sangue innocente serviva esclusivamente ad allontanare dal fascismo e dalla Repubblica Sociale le simpatie degli indecisi che erano la gran massa degli Italiani. Pochi erano pronti a rischiare una proditoria scarica di mitra alla schiena per l'onore di essere un militare in licenza o parente o "morosa" di un "fascista". Era un metodo prettamente mafioso per creare omertà e, incutendo paura e generando insicurezza, isolare i "fascisti".
Questi ultimi, poi, dovevano vivere con la certezza che, quando meno se lo aspettavano, per mano di insospettabili artigiani, operai, giovani renitenti o conoscenti (se non proprio di amici) che si potevano incontrare sorridenti al caffè, ad ogni angolo di strada o dietro qualche cespuglio, rischiavano di incontrare la pistola assassina; dovevano temere anche delle ragazze che, mostrando di cedere alle loro "avances", cercavano di appartarsi in un posticino romantico e soprattutto buio e isolato dove gli assassini, in attesa, compivano il loro vile delitto rivendicato poi come "atto di guerra": esattamente come, anni più tardi, avrebbero fatto i "nuovi partigiani" delle Brigate Rosse.
I familiari, amici, sostenitori o simpatizzanti dei fascisti erano anch'essi nel mirino. Non si contano i casi di fidanzate e sorelle di combattenti della R.S.I. violentate, percosse, uccise. Se andava bene se la cavavano con il taglio dei capelli in senso di spregio.
Una AUSILIARIA che ho recentemente rivisto, per essere sorella di un milite della R.S.I., si vide, mentre era sola in casa con la madre, di notte, la casa invasa da 18 partigiani che torturarono le due donne per sapere dove stava il fratello e figlio. Non lo sapevano e non potevano dirlo ma, se lo avessero saputo, non lo avrebbero detto perché già il padre era stato assassinato in tal modo. Comunque la ragazza, quindici anni, fu stuprata diciotto volte quella sera..... Volevano guadagnarsi la medaglia al valore per atti di coraggio di fronte al nemico.


Il metodo della costante minaccia funzionava a perfezione per la gran massa del popolo che era assente e disorientata, senza guida né profeti dopo vent'anni in cui aveva ciecamente creduto nel suo Duce. Tuttavia, nonostante la incombente minaccia, benché gli Ufficiali di tutte le Armi avessero la facoltà di vestire abiti civili, mio padre così come tutti gli altri Ufficiali non rinunciarono mai all'orgoglio di sentirsi Militari e Combattenti e indossarono sempre dignitosamente la loro divisa. Con la stessa fierezza, militari provenienti dalle zone di operazione, in licenza, indossavano la loro divisa con scanzonata spavalderia e furono spesso facili bersagli dei partigiani in cerca di gloria a buon mercato.
Per Natale ci recammo tutti a Milano per trascorrere le vacanze scolastiche vicino a mio padre.
La casa in affitto, senza riscaldamento, era gelida. Non sembrava neppure di stare al coperto. Con le dita delle mani gonfie di "geloni" cercavamo di fare i compiti delle vacanze con scarsa voglia e nessuna concentrazione.
L'ufficio di mio padre a Milano era alla Ia Z.A.T. in piazza Novelli mentre la nostra abitazione era a viale Maino, non molto distante. In divisa di Colonnello, si recava tutte le mattine in ufficio, tornava all'ora di pranzo, ritornava in ufficio subito dopo e poi ripercorreva la stessa strada di sera, al buio.
Un giorno mi accorsi di non poter scrivere per mancanza di inchiostro; mio padre mi disse che me ne avrebbe dato un po' del suo. Così, dopo pranzo, lo seguii in ufficio col calamaio in mano. gli camminavo al fianco mentre procedeva tranquillo con la sua normale andatura a grandi passi misurati; sembrava che il mondo intorno a lui non esistesse.... Io, invece vedevo il vuoto crearsi intorno a noi. La gente ci guardava.. poi guardava me. Alcuni ragazzi che giocavano sul marciapiedi, al nostro arrivo, cominciarono ad allontanarsi; qualcuno, più intento al gioco, si attardò ma poi rincorse i compagni che lo sollecitavano dall'altra parte della strada.
Pensai: che abbiano paura di mio padre? Forse la propaganda ostile aveva insinuato l'idea o il timore che "i fascisti" fossero dei pericolosi delinquenti? Questo pensavo; non potevo allora concepire l'idea che, viceversa, quei ragazzi consideravano mio padre un "dead man walking", in versione resistenziale, e se ne tenevano alla larga. Che qualcuno potesse avere il coraggio di aggredire mio padre non mi passava per la testa; al contrario temevo per il ritorno quando sarei ripassato di lì da solo, senza la sua protezione.
Lui era sempre "ACHILLE";... e che? volevano rimetterci le penne anche i "partigiani"? Mio padre camminava imperterrito come se si trovasse ad una parata; se fossero piovute bombe non avrebbe alterato il passo!
Di sera I miei genitori andarono a teatro. All'inizio del 1945, a Milano, funzionava il teatro. Fu un "regalo" per mia madre. C'era il coprifuoco ma chi andava a teatro ne era esente; bastava mostrare i biglietti in caso qualche pattuglia avesse intimato l'Alt!
Di notte, si sentivano spesso sparatorie. Scariche di mitra, qualche bomba a mano.
Trascorso il periodo Natalizio tornammo a Laglio. La strada era sommersa dalla neve in cui affondavo fino alla coscia. Vestivo pantaloni corti.
Fu un inverno duro.
Dal fronte poche notizie tranne un barlume di speranza datoci dalla offensiva delle truppe italo-tedesche alla Garfagnana.
Purtroppo erano speranze che svanivano. Le famose "armi nuove" che dovevano ribaltare la situazione militare, sempre più disastrosa, non arrivavano.
I bollettini e i giornali citavano atti di fulgido eroismo, resistenza ad oltranza, ragazzi di quindici anni che combattevano a fianco dei veterani contendendo, metro a metro, il sacro suolo della Patria allo strapotere del nemico avanzante, tristi notizie sulle stragi, stupri, sevizie che le orde di soldati russi, più barbare degli UNNI, infliggevano alle popolazioni di alcune zone della Germania invasa, da dove fiumane di popolo atterrito migravano in cerca di rifugio e protezione; non sarebbero più ritornati. Sarà poi detto che quella era la punizione che si meritavano.
Sul finire di quell'inverno 1945 mio padre ebbe l'ordine di recarsi a Bologna, ormai minacciata dal nemico, per recuperare quel che era rimasto del materiale della Accademia Aeronautica che era stata precedentemente trasferita a Forlì. Il Col. d'Auria si recò sul posto con un camion, accompagnato dal Ten. Errico, da un armiere di scorta e, naturalmente, dall'autista dell'automezzo.
Ecco il racconto dell'operazione con le parole del Gen. Di Squadra Antonio Errico dal quale vengono poste in risalto le non comuni doti di fermezza, decisione, autocontrollo, sangue freddo, senso di responsabilità e coraggio di cui era dotato il Comandante d'Auria oltre che del noto formidabile appetito già collaudato in migliori occasioni.
"Sul finire dell'inverno 1945, il Comandante ebbe l'ordine dallo Stato Maggiore di recarsi a Bologna per il recupero del materiale dell'Accademia.
La squadra era formata dal Comandante, dal sottoscritto (l'allora Ten. Errico n.d.a.), dall'armiere di scorta 1° aviere Silvio Gallo, un bravo e coraggioso ragazzo di Alassio, e dal conducente del mezzo, un aviere scelto di vicino Pavia del quale non ricordo il nome.
A Bologna incontrammo un (allora) maggiore G.A.R.I. che aveva provveduto a far trasportare a Borgo Panigale quel che era rimasto del materiale didattico. Fu effettuato il carico sul camion e ripreso subito il viaggio di ritorno via Piacenza perché ad Ovest della città il PO risultava traghettabile. Quando arrivammo sulla riva del PO, in prossimità dello scivolo per entrare in acqua, fummo accolti da un folto gruppo di individui, una ventina, tutti armati di mitra e pistole, in borghese e con il fazzoletto rosso intorno al collo. Silvio Gallo, sul cassone, col mitra puntato, era a destra; io, con la mia pistola Beretta, a sinistra, entrambi in piedi. Dalla cabina, ad autocarro fermo, scese il Comandante. Aveva la sua pistola appesa a bandoliera, come allora si portava. Non la impugnò ma, con fare deciso, rivolto ai superarmati, disse tranquillamente: "devo traghettare e, quindi, ho bisogno che lo scivolo sia libero subito". Non minacciò nessuno né impugnò la pistola. I superarmati si riunirono in crocchio e dopo qualche secondo venne fuori il capobanda che disse: "e se non lo facciamo?" Il Comandante tranquillamente rispose: "Allora noi facciamo piazza pulita". Gli armatissimi si allontanarono subito dallo scivolo. Era quasi notte quando entrammo in acqua e traghettammo giungendo sulla riva nord del PO. L'autista, che aveva la famiglia da quelle parti, chiese se poteva passare a salutare i suoi genitori; gli fu accordato un breve permesso e fu fatta una deviazione di qualche chilometro. Il cascinale aveva porte e finestre chiuse e ci vollero le urla dell'autista per farsi riconoscere e aprire; (la gente aveva paura e, di notte, si barricava in casa n.d.a.). Noi restammo sul camion in attesa dell'autista che tornò subito per dirci che i genitori avrebbero avuto piacere di riceverci in casa. Non ce lo facemmo ripetere anche perché eravamo bagnati, gelati ed affamati essendo il pasto di mezzogiorno, come spesso accadeva in quei tempi e in quelle circostanze, regolarmente saltato.
Entrammo subito e ci trovammo in un camerone con un tavolo al centro ed il caminetto acceso al quale ci avvicinammo per asciugarci e riscaldarci. L'anziana padrona di casa preparava la tavola e, scusandosi, nella sua modestia, della semplice accoglienza che era in grado di offrirci, ci disse che ci poteva servire solo del brodo caldo con pane non proprio fresco ed una salame (lungo circa mezzo metro!) oltre al vino di produzione familiare. Ben felici della "modesta" accoglienza (avevamo dimenticato il sapore del salame, del vino e del pane fatto in casa), Ci sedemmo tutti intorno al tavolo e cominciammo a mangiare. Quando si arrivò al salame, il Comandante disse: "prima servitevi voi, poi, al resto, ci penso io". Cosa che fece mangiandosi quasi la metà del salame col pane anche se era un po' duro……
Ripartimmo verso la mezzanotte ed arrivammo in piazza Novelli verso le cinque del mattino, giusto in tempo per far scaricare il camion e andarcene tutti a dormire. Il giorno dopo la febbre si fece sentire e durò qualche giorno…"

Dal racconto, che io ricordavo solo in parte, si notano le solite cose.
La capacità del Col. d'Auria di mantenere il sangue freddo in ogni circostanza.
Il suo atteggiamento di fermezza e decisione che incutevano rispetto e timore in quegli sprovveduti partigiani senza disciplina e con nessuna voglia di rischiare minimamente la pelle in attesa di darsi alle indiscriminate stragi, di lì a qualche giorno, senza correre pericolo alcuno.
Lo spirito di servizio e di abnegazione degli Ufficiali e dei semplici Avieri della Aeronautica Nazionale Repubblicana.
Il comportamento non fazioso dei combattenti della R.S.I. ai quali poco importava dei partigiani attribuendone il fenomeno più a viltà e alla scarsa voglia di combattere che ad altro. Se, per assurdo, la R.S.I. avesse vinto la guerra non ci sarebbe stato nessuno, eccetto qualche Capo prontamente riparato in Russia, che avrebbe vantato i propri meriti antifascisti e resistenziali.

Un bel giorno, di quel periodo, morì Roosevelt. In America passa ancor oggi per un grande statista. Potessero essere interpellati, i milioni di individui schiavizzati o soppressi dal comunismo forse esprimerebbero una opinione diversa.
Si sperò, invano, che il nuovo Presidente Truman desse un indirizzo diverso alla politica americana. Gli "Alleati" mantennero fede ai patti di Yalta (come poi fecero nei successivi cinquanta anni) permettendo che la civiltà europea cadesse sotto il tallone del bolscevismo e vi rimanesse per oltre mezzo secolo. La disgregazione, il degrado, le guerre, le stragi, le ribellioni e rivoluzioni, gli infiniti lutti degli ultimi cinquanta anni della Storia del mondo hanno origine da quell' irresponsabile, superficiale, maledetto accordo di spartizione del mondo generosamente concesso dagli americani perché i russi fornissero la carne da cannone necessaria a permettere il trionfo degli eserciti alleati sull' Europa. Il nazismo e Hitler non c'entrano. La guerra s'è fatta contro la Germania e l'Italia che, ricche di risorse umane, di vitalità e di ideali, volevano emanciparsi dalla ipoteca anglosassone.Il resto è propaganda per gli incolti e per gli imbecilli.

LA FINE
Non ho mai capito perché ci si ostini a celebrare il 25 di aprile la "festa della liberazione". Forse perché un 27 o 28 non fanno cifra tonda! Oppure perché il 28 cominciarono ad arrivare truppe anglo-americane il qual fatto potrebbe sminuire la gloria, per i "patrioti" del C.L.N. di aver sconfitto, da soli, la potente Wehrmacht tedesca... ....Voilà, con una sola mano!
Nei fatti, quel giorno non fu liberato proprio niente da nessuno.
Fu il mattino seguente che io, andando a fare la spesa, dal "prestin" notai una incredibile confusione.
La signora Galletti (la sciura Galeti) la moglie del "prestiné" era impazzita. Fino a quel giorno il suo comportamento era stato calmo, distaccato, indifferente. Quel giorno, eran circa le 10 del mattino, sembrava aver patito il morso velenoso della tarantola. Con linguaggio incomprensibile, per l'estrema concitazione che le faceva incespicar la lingua e accavallare le parole, riferiva che... il Luis, il Mario e l'Aldo (i nomi sono inventati perché non li ricordo)... erano andati dal Molteni e con il ...
"ciupet inscì"... , la signora portava l'indice alla tempia con il pollice alzato a indicare una pistola, s' eran fatti consegnare la macchina che, ricordo bene , era una Lancia Aprilia di colore argento.
Prima che finisse di strillare entrava un altro cliente e la signora ricominciava dall'inizio ad emettere il vorticoso turbine degli strilli: " ... dal Molteni..
ciupet inscì.." e la mano ...a mò di pistola alla tempia.
La velocità con cui si esprimeva in dialetto non mi faceva capire ciò che andava dicendo e che stava accadendo. Al mattino avevo ascoltato i programmi radio (L'EIAR) e non s'era sentito nulla di anormale; solo più tardi nella giornata sentiremo messaggi trionfali da Radio Milano Libera. Sapevo chi fosse questo Molteni ma non lo conoscevo di persona né immaginavo il motivo per cui gli avevan fregato la macchina e come questo fatto potesse rendere la signora Galletti pazza di incontenibile gioia. Non era un gerarca fascista, non era un combattente. Era solo un signore di mezza età in un villino sopra il bar presso l'imbarcadero di Carate. Forse il suo peccato era quello di avere una automobile.
Occorre dire che molti di quelli che attendevano prudentemente la fine degli eventi bellici stando, come si suol dire, alla finestra, erano considerati "fascisti" solo perché benestanti. A quell'epoca chi aveva una Lancia Aprilia era più che benestante. Inoltre nei mesi precedenti, specie nei paesi isolati, si eran tenute riunioni organizzate da esponenti comunisti, con l'intervento di qualche emissario di fuori zona, che aveva svolto opera di propaganda a favore della "rivoluzione popolare" contro l'oppressore, ecc. ,ecc.
Il fascismo era stato rappresentato come emanazione delle classi ricche e borghesi ("I SCIURI") che, per difendere e salvaguardare i loro interessi al tempo della quasi certa vittoria della masse proletarie, dopo le grandi "lotte" e i grandi scioperi unitari del 1919, avevano finanziato e portato al potere Mussolini concedendo un minimo di riforme sociali per salvare le apparenze ma togliendo al POPOLO la vittoria ormai quasi conquistata.. e a caro prezzo.
Ora era il momento di saldare il conto; la classe operaia doveva insorgere, far fuori i fascisti e prendersi il potere togliendolo ai famosi SCIURI!.
Naturalmente c'erano poi i ricchi borghesi "buoni" che avevano aiutato il Partito e costoro, per quanto SCIURI, avevano diritto a qualche riguardo: …pagando.. s'intende; quelli che non si erano allineati erano bollati nemici del popolo e forse il "sciur Multeni l' era un de quei".Tornando alla sciura in preda alle convulsioni, dopo aver atteso inutilmente d'esser servito con la mia razione di pane, mi feci avanti e chiesi: "Ma che sta succedendo?"

Fino ad allora mi avevano ignorato. La mia frase eccitò ancor più la signora del prestin che guardandomi con rabbia urlò: "Te ne accorgerai quando verranno a prendere te e tuo padre!!"
Non risposi, minacce di morte ne avevamo avute tante e non avevo mai dato peso a queste ritenendole intese solo a spaventarci ma senza reale pericolo. Del resto avevamo trascorso parecchi mesi in quella casa isolata e se i partigiani avessero voluto uccidere me e mia madre o prenderci come ostaggi avrebbero potuto farlo tranquillamente. Non esistevano truppe o presidi della R.S.I. nei paraggi.
Così entrai "in prestin", cioè nel forno, dove conoscevo il fornaio da cui speravo di sapere qualche cosa di più.
Nel forno c'era il prestriné che impastava il pane mentre il garzone infornava e sfornava, su lunghe pale di legno, le tante formelle di pane (le michette) che l'altro preparava. Ebbene il garzone eseguiva l'operazione saltando in continuazione. Saltava e saltava e il fornaio, col quale avevo tante volte avuto lunghe discussioni anche di politica, mi spiegò che c'era l'insurrezione e che il garzone, al termine della giornata di lavoro, avrebbe lasciato il posto per andare ad ammazzare i fascisti. Suo fratello partigiano, mi fu anche detto, era stato fucilato per essere stato catturato, durante un rastrellamento, con le armi in mano. I presenti (di giorno il forno era un po' il "circolo" delle chiacchiere; la sera c'era l'osteria) mostravano comprensione per le giuste aspirazioni del giovane che, in attesa della fine della giornata di lavoro, continuava a saltare per mostrare a tutti la gioia che gli dava il pensiero che presto avrebbe ammazzato tanti fascisti!!
I commenti erano : "El ga razun" " el ga mazà el fradel, se voerat vendicà" e così via.

Nessuno dei solidali astanti suggerì al giovane garzone di smettere di saltare e correre ad esaudire la sua sete di vendetta senza finire il turno lavorativo! Forse il fornaio pretendeva la giornata completa fregandosene delle motivazioni del garzone!!
Seconda osservazione: Il giovane garzone non andava a combattere o a conquistare, a lottare o altro di simile, né aveva sentito l'impulso di combattere, magari per vendicare il fratello o per sostenere le sue idee o la sua battaglia, prima del momento in cui, essendo stato reso noto il collasso della R.S.I., andava "ad ammazzare" perché: "se doveva vendicà". Non so se poi sia riuscito ad acquisire grandissimi meriti resistenziali e patriottici assassinando qualche poveraccio dei tanti che, sconfitti, tornavano a casa.
La mattinata era quasi passata, ricordo era ormai mezzogiorno, ed io senza il pane che, nella confusione, non ero riuscito ad acquistare, presi la via di casa. Da lontano vidi mia madre che, avendo ascoltato alla radio le notizie che, per noi, erano tremende, veniva a cercarmi temendo per me. Scendeva per la stretta e ripida stradina, tipica dei paesini del lago; la guardai fisso,... anche lei, da lontano, mi guardò fisso e molto seria... mosse il capo leggermente in avanti per rispondere al mio muto interrogativo: Un SI...., senza parole.!
Avevamo la morte nel cuore. Eravamo angosciati per mio padre perché da tempo i partigiani e i loro fiancheggiatori e simpatizzanti ci minacciavano apertamente di morte; mio padre, inoltre era stato segnalato da radio Londra. Per chi non lo sapesse, questa benemerita organizzazione di sciacalli, assassini oltreché traditori, trasmetteva liste di proscrizione di Italiani che, senza dichiarato motivo o giustificazione, si voleva fossero eliminati. I partigiani, obbedienti, aspettavano il malcapitato sul portone di casa, oppure alla fermata del tram (allora non esistevano le auto blu né la scorta) e, magari dopo avergli chiesto se si chiamasse Tizio, gli scaricavano la pistola addosso certi di guadagnarsi la medaglia d'oro per atto di valore.
Eravamo ancor più angosciati per la notizia della sconfitta. Pur avendo vissuto quotidianamente la tragedia della guerra e l'approssimarsi della fine, esisteva in noi l'illusione che quel giorno infausto non sarebbe mai arrivato; ed invece eravamo davvero alla fine!
Ci chiudemmo in casa ascoltando la radio. Non ho mai tanto odiato i programmi della radio come allora.
Non avevo mai sentito cantare "Katiusha" in versione partigiana e quel giorno quel bel motivo dei nostri soldati in Russia veniva profanato. Continuavamo a sentire le frasi baldanzose e a noi ostili pur di essere informati. Non sapevamo fino a che punto credere alle tante notizie che la radio propalava. Molte, infatti risultarono poi false.

Nel pomeriggio qualcuno bussò alla nostra porta. Aveva cominciato a piovigginare. Andai ad aprire. Era una signora nostra conoscente di Urio. Era venuta perché preoccupata per noi che sapeva soli e voleva convincere mia madre ad andare a casa sua. Mia madre era reticente, aspettava di sapere qualche notizia di mio padre. La gentile signora, invece, insisteva a portarci via proprio perché dava per scontato, come sapemmo qualche tempo più tardi, che mio padre fosse stato ucciso dai partigiani. Non ricordo il nome di quella signora, forse De Santis, ricordo solo che la vecchia madre aveva cognome Blanc e abitava in Via Piermarini N° 8 a Milano.
Alla fine mia madre si lasciò persuadere. Con molta riluttanza, prendemmo poche cose e ci avviammo a piedi lungo la stradina che, a mezza costa, poco più in basso della nostra abitazione, seguendo la lunghezza del lago, parallelamente alla Via Regina lungo il lago, congiunge i paesini che si abbarbicano sulle pendici di quei ....monti sorgenti dalle acque ed elevati al cielo...
Piovigginava.
Lungo la via due individui armati ci seguivano. Provammo una certa tensione man mano che gli armati si avvicinavano. Non sapevamo cosa facessero né che intenzione avessero. Non volevamo girarci a guardare. Alla fine mi feci coraggio, mi volsi e li vidi a pochi passi proprio dietro di noi. La strada era stretta, allora mia madre con distaccata calma come se fosse la situazione più naturale disse: "facciamo passare, noi andiamo più piano". Così ci togliemmo quelle pistole dalle spalle. Non é facile esprimere la sensazione che provai ad avere due uomini (peraltro dalla brutta faccia), sicuramente ostili, con le pistole in mano, dietro le spalle. Ogni istante mi aspettavo lo sparo, eppure mi imponevo la calma! Tutto sommato eravamo "fascisti" e la caccia era aperta da tempo. Non c'era bisogno di particolare licenza né necessità di distinguere la cacciagione..... Molti furono gli assassinii perpetrati in quei giorni da chi aveva in mano un pericoloso giocattolo, un fazzoletto rosso al collo e si arrogava il potere di vita o di morte su chi non era della stessa idea; naturalmente in nome della riconquistata libertà.
Dopo qualche metro i due furono raggiunti da una donna con l'ombrello; confabularono. Una "staffetta", evidentemente, che riferiva cosa aveva visto oppure altre informazioni. Se ne andarono.
A Carate incontrammo altre persone. Li conoscevo, li vedevo tutte le sere all'osteria, cosa molto abituale, a quei tempi, per gli uomini.
Stavano in piedi presso un incrocio, con le spalle appoggiate ai muri di pietra che limitavano la strada; sembravano i "bravi" di don Rodrigo. Il più giovane avrà avuto 25 o 26 anni, lo conoscevo, era un operaio della locale fabbrica di reti metalliche. Gli passai vicino; sotto la giacca nascondeva una pistola mitragliatrice. Proseguimmo senza noie.
Arrivammo a destinazione, ormai era sera. Mangiammo qualcosa in silenzio: ricordi angosciosi!
Il mattino seguente, di buon' ora, gli ospiti mi portarono a Carate a fare qualche spesa in loro compagnia. Forse volevano distrarmi.
La strada Regina, in quel punto, incrociava la stradina che, in salita, portava verso la parte alta del paese. C'erano i partigiani che bloccavano la strada. Erano una quindicina. Passavano altre auto sgangherate, tutte cariche di partigiani. Facce patibolari, molti visi slavi, non conoscevano neanche l'italiano e lasciavano parlare chi li accompagnava. Vestivano elmetti tedeschi sottratti alle truppe che si erano arrese. O forse erano disertori.

A un tratto si sentì il rumore di una moto che si avvicinava. Il lago faceva da cassa di risonanza amplificando il suono. "In lur.. in lur..." Son loro...son loro.. Cominciarono a strillare. La gente sparì in un battibaleno. Il negozio di alimentari tirò giù la saracinesca. I partigiani si appostarono, con le armi pronte, dietro gli angoli delle case, sopra i tetti, nei vicoli. Solo due o tre rimasero vicino alla strada nei pressi del posto preparato per l'agguato. Fecero cenno alla moto di fermarsi. Questi scesero e i partigiani li convinsero a deporre le armi e ad andarsene. Così fecero. Non fu sparato un sol colpo di fucile. Gli eccidi dovevano cominciare di lì a poco.
Tornato a casa della signora che ci aveva ospitato, mia madre insistette per tornare a casa. Sperava che mio padre tornasse o si facesse vivo.
La signora, molto intraprendente, insistette per accompagnarci prima da un signore sconosciuto che lei riteneva un notabile della nuova classe dirigente. Mia madre era reticente ma la sig.ra De Santis riusciva sempre a convincerla della bontà delle sue iniziative.
Ricordo bene questo strano incontro:
" Scusi dottor...Tizio" -
"Chiamatemi Capitano del Popolo"
"Scusi Signor Capitano........"
-"del Po - po - lo" ...-
"Si, scusi, del Popolo", la signora é moglie di un Colonnello e vive sola con il figlio... é molto preoccupata..."
"Nulla avete da temere ... Sono
qui io ad assicurarvi che nulla sarà fatto alle persone che non si sono macchiate.... "...
"In casa, poi, ci sono delle armi... che sono del marito...."
"Me ne occuperò io, manderò io delle persone, mettete un' arma, un fucile per esempio, bene in vista e nascondete le altre, come le pistole...., che sono personali..."
"Grazie Capitano del Popolo..."

Così ritornammo a casa e pensammo a preparare qualcosa in cucina con quel che s'era acquistato la mattina. Poca roba, in verità, ma mia madre aveva risorse pressoché infinite. Avevamo le galline e con due uova ed un po' di farina preparava pasta fatta in casa che oggi non si può più trovare in nessun ristorante.
Ecco una squadra di partigiani presentarsi sul prato che circondava la casa. Un po' burberi per darsi qualche aria e per incutere paura (non eran di quelli che non avevan bisogno di fingere per generare terrore), entrarono nel recinto delle galline, lo sfondarono facendo scappare le bestiole e finalmente entrarono nel giardino. Chissà perché non avevano scelto il cancello d'ingresso.
Io andai loro incontro con il mitra in mano facendo atto di consegnarlo.

Contenti della protezione e dei buoni uffici del "Capitano del Popolo" aspettavamo che i partigiani se ne andassero soddisfatti anch'essi. Avevano un mitra e, volendo, potevano andare a vincere la guerra visto che non c'erano più nemici. Ma il loro capo si inalbera. "Ci han detto che voi avete altre armi", poi tira fuori un foglietto sul quale aveva annotato: una pistola Walter PP, una pistola Beretta Cal. 9, un mitra Beretta canna lunga e una MASCHINE PISTOLE.
Mia madre ed io restammo esterrefatti, chi aveva dato quei dettagli al capo partigiano? Il "Capitano del Popolo" non conosceva la marca della pistola né il tipo delle altre armi.
Comunque negammo l'esistenza di altre armi che, invece avevamo ben nascosto secondo il consiglio del "Capitano del Po po lo".
Il "Capitano del Popolo" non era altro che un modesto antifascista (o meglio un non fascista), vissuto nell'ombra per anni, illuso di avere prestigio e notorietà e ingenuo al punto di credere che queste prerogative, che si era attribuito da solo, gli procurassero un minimo di benevolo consenso e gli consentissero di esercitare un qualsiasi potere. A tal livello di buffoneria era giunta la classe dirigente italiana che si apprestava a sostituire quella creata dal fascismo.
I partigiani si arrabbiarono o finsero di esserlo, perquisirono la casa buttando tutto per aria ma non dovevano essere molto pratici perché mentre si accanivano ad ispezionare l'interno dei materassi trascurarono la catasta di legna da ardere. Alla fine si stufarono e, promettendo di ritornare e reiterando le minacce, se ne andarono.
Finì così la mattinata del 27 aprile. Non sapevamo ancora la sorte di mio padre ma ci demmo da fare per non farci prendere in trappola con le armi. Non ci preoccupammo troppo di sapere come avevan fatto i partigiani a sapere i dettagli sulle armi che erano in casa. Questo pensiero fu il mio costante assillo e il segreto tormento per anni e anni finché, a furia di ripensarci, ne venni a capo ed ebbi la prova, ammesso che ve ne fosse bisogno, di quanto i più fidati amici o presunti tali possano, al riparo dell'anonimato, diventare le peggiori carogne. Ecco la soluzione del "puzzle".
In precedenza ho detto di come, nell'impossibilità di frequentare la scuola nel periodo invernale, per iniziativa di alcune famiglie, si era organizzata per i ragazzi del luogo una "scuola parallela" con insegnanti private ed esami trimestrali di qualificazione presso l'Istituto delle Orsoline di Milano, trasferite presso l'albergo "Il Vapore" di Torno.
Ebbene la mia piccola classe era formata da quattro studenti di terza media di cui due maschi, io e Paolo, figlio o nipote di un conte Giulini che aveva una bellissima villa affacciata sul lago, e due ragazze di cui una si chiamava Maria Campi, la chiamavano Chichi mentre la sua ambizione era chiamarsi Mery. Chichi, , aveva un fratello Mario studente di seconda media ma che aveva la mia età, per cui io, questo Mario Campi e Paolo Giulini, passavamo i momenti liberi, come si fa fra compagni di scuola, andando in bicicletta, parlando del più e del meno, raccontando io qualcosa di Roma che loro non conoscevano. Erano, di famiglia, vistosamente ricchi e di conseguenza un po' snob.
Il villino (villino Ghezzi) dove abitavo con mia madre era, al paragone delle loro lussuose ville, cosa ben modesta per cui non invitavo mai i compagni a casa. Una sola volta vennero a casa mia per accompagnarmi e mi chiesero cosa avrei fatto se fossero venuti i partigiani. Dissi loro che avrei tentato di difendermi con le armi dato che, da Balilla moschettiere, avevo imparato a maneggiarle. Forse ero un po' sbruffone, chissà cosa avrei fatto di fronte al pericolo reale ma, di certo, pensavo esattamente quel che dissi. Fu così che mi chiesero di far loro vedere le armi ed io, pur riluttante, aprii l'armadio dove erano contenute.
Non era ancora vicino il momento del tracollo e, come tutti, questi compagni si guardavano bene dal prendere posizione ostile; anzi sembravano favorevoli alla causa della R.S.I.
Non ho più alcun dubbio che, al momento della "insurrezione popolare" anche quei miei compagni si siano sentiti in dovere di combattere e abbattere il fascismo e si siano presentati ai partigiani per denunciarmi fornendo i dettagli delle armi che nessuno, oltre loro, aveva visto o poteva conoscere.
Sono passati, da quel lontano aprile, sessantadue anni. Vorrei tanto incontrare Paolo e Mario per chieder loro: PERCHÉ?
Quale orrendo demone si insinuò nel loro animo e si impadronì della loro mente per diventare infami delatori in una faccenda che per me, mio padre e la mia famiglia poteva esser fatale, motivo più che sufficiente cioè per essere trucidati?
Sarebbe bastato che, invece dei partigiani con cui avemmo a che fare, guerriglieri sprovveduti e improvvisati dell'ultima ora, la cosa fosse giunta alle orecchie dei tanti esecutori sanguinari, che in quei giorni si arrogarono "licenza di uccidere" e ne fecero largo uso, che la mia famiglia sarebbe stata distrutta, come tante altre, e ridotta sotto un mucchio di terra sanguinolento con il divieto a chiunque di porre una lapide o di far qualsiasi menzione del fatto per non essere tacciati di "provocare" .. "tentare di riscrivere la storia",... "gettare fango sulla resistenza" ... e balordaggini del genere.
Ho cercato, tornando sui luoghi di quelle vicende, di rintracciare questi "amici". La casa é stata venduta più volte e s'è persa traccia dei primitivi abitanti.
Comunque le cose si mettevano male ed io e mia madre non sapevamo che fare. Non ci fidavamo dei nascondigli fino allora utilizzati perché si trovavano all'interno della nostra abitazione. D'altro canto non volevamo cedere la armi ai partigiani, sia perché erano di mio padre che era assente, sia perché temevamo potessero essere usate contro i reduci della R.S.I.
Andai a chiamare una vecchina che abitava nella vicina frazione di Ticée il cui figlio simpatizzava per la R.S.I.; la vecchina ci disse: "ci penso io". Ci pensò poco e male; andò a seppellire le armi nell'orto senza avvedersi di essere spiata. Il giorno dopo il figlio della vicina di casa della vecchina, uno che fino allora aveva fatto il bellimbusto, era diventato partigiano e camminava su e giù ostentando il più bel pezzo di artiglieria che la partigianeria locale avesse mai visto. Disse che era suo e questo ci salvò perché se avesse detto la verità, noi avremmo passato dei guai ma quel gioiello di meccanica che era la pistola mitragliatrice di fabbricazione tedesca, sarebbe diventato appannaggio di qualcuno più importante di lui.
Le altre armi le nascosi io stesso sotto le grosse radici di un castagno vicino casa. Nessuno mi vide, la pistola Walter PP 7,65 gioiello di arma di fabbricazione cecoslovacca é ancora in mie mani e l'ho donata a mio figlio per ricordo del nonno valoroso.

Verso sera vedemmo arrivare mio padre.
Era arrivato in bicicletta da Milano. Uscito in divisa dalla sede della Ia Z.A.T. in piazza Novelli, si era recato nella abitazione da noi preso in fitto in V.le Maino. L'appartamento era stata rioccupato dal padrone di casa che aveva anche "requisito" quel poco che era di nostra proprietà. Era diventato antifascista anche lui e doveva farlo chiaramente vedere. Mio padre riuscì a convincerlo che tutto ciò che voleva era mettersi in borghese e venir via. La famiglia era a Laglio ed era in pensiero. Il padron di casa, evidentemente un buon uomo, smise di fare il feroce e mio padre si vestì con l'abito civile. Non aveva fatto ancora i conti con la portiera che, ossequiente e gentile fino al giorno prima, si era improvvisamente trasformata in una pasionaria aggressiva e intransigente. Maltrattò mio padre, poi chiamò a spalleggiarla il figlio che, da qualche ora, forse da pochi minuti, era diventato partigiano anche lui. Non sapeva che fare ma riteneva doveroso blaterare contro i "fascisti" mostrando aggressività e minacciando. Non era ancora riuscito a procurarsi delle armi. Comunque mio padre ne venne fuori senza eccessive difficoltà. Aveva un lasciapassare firmato da un generale d'aviazione in pensione e riuscì, con questo, a superare tutti i posti di blocco sulla strada da Milano a Como e poi fino a Laglio.Lo incontrammo sulla stradina teatro di tante nostre avventure. Ci abbracciammo. Mio padre, baciando mia madre, piangeva come un bambino che chiede aiuto alla mamma. Disse solo : "Mariella ..abbiamo perduto!".

Quel giorno, per mio padre, era trascorso come lui stesso lo descrive in una sua memoria.
Il mattino del 26 aprile, il generale Bonomi lo chiamò per informarlo che, essendo il suo nominativo incluso nella lista di Radio Londra dei "criminali" da ammazzare, dava a lui le consegne e cercava scampo eclissandosi.
Anche mio padre era nella lista nera di Radio Londra ma, da Ufficiale orgoglioso e coraggioso, obbedì senza dir parola.
Rimase in attesa di comunicazioni e degli eventi. Poi, come lui stesso scrisse:
" quando si apprese che la sorte delle armi volgeva decisamente a nostro svantaggio, in assenza del Sottosegretario di Stato alla Aeronautica, Gen.. Bonomi, ci riunimmo a Consiglio: il Col. Altomare, Capo di Gabinetto del Sottosegretario, il Col. D'Ippolito, Capo dell'Ufficio del Personale dello Stato Maggiore; io, Col. d'Auria, Ispettore dei Reparti e degli Aeroporti, quale facente parte dello Stato Maggiore; il Ten. Col. Cadringher, Sottocapo di Stato Maggiore con funzioni di Capo, in assenza del Col. Baylon; il Ten. Col. Morino, Direttore Generale dei Servizi.
Nonostante l'ora tarda, giacché il Consiglio fu tenuto nelle ore notturne, dopo un profondo esame della situazione, fu riconosciuto all'unanimità che, se avessimo deciso di opporre resistenza ai partigiani, avremmo potuto benissimo e con tutta tranquillità sostenere un vero assedio per un periodo indeterminato ma avremmo dovuto, in seguito, cedere alle armi anglo-americane che avanzavano. In tal modo, non solo tutto il personale della Aeronautica Repubblicana sarebbe caduto prigioniero ma, quel che più per noi contava, tutto il materiale, faticosamente e costosamente accantonato, sarebbe stato preso dagli avversari quale preda bellica. Pensando che tale materiale costituiva un bene Italiano, si decise di cederlo ai rappresentanti del C.L.N. che erano italiani.
Per ciò fu dato incarico al Cappellano militare della Z.A.T. (Zona Aerea Territoriale) di avvicinare esponenti partigiani e di proporre il regolare passaggio di consegne. La proposta venne senz'altro accolta ed il mattino successivo si presentò alla sede del Ministero dell'Aeronautica una commissione di partigiani, con bandiera bianca e disarmata, alla quale noi proponemmo di sostituirsi a noi nella sede del Sottosegretariato, in tutti gli edifici dell'Aeronautica, negli Aeroporti e nei Magazzini. La commissione, della quale faceva parte un Capitano dell'Aeronautica, fu raggiunta, in seguito, dal Generale Pilota della Riserva Aeronautica Virgilio Sala che approvò le decisioni prese. Sempre allo scopo di salvare il materiale, nella stessa giornata affluirono alla sede del Ministero alcuni partigiani disarmati ai quali le nostre guardie, per nostro ordine, cedettero le armi cosicché fu assicurata la continuità del servizio armato a custodia degli edifici e del materiale.
Fu in seguito accertato, in occasione del processo al Col. Baylon, a Milano, che l'Aeronautica Repubblicana cedette senza combattere mentre avrebbe potuto benissimo farlo e che nessuna azione venne tentata unicamente allo scopo di evitare spargimento di sangue che, malgrado le differenze ideologiche, era pur sempre italiano e quindi fraterno. Ciò comprova che nessuno spirito fazioso ci animava ma che ci sospingeva, al contrario, unicamente la speranza di salvare in ogni modo l'Italia. Cavallerescamente, sportivamente, deponemmo le armi dopo averle impugnate, prima e dopo l'otto settembre, con tanta speranza di dare il nostro contributo in purezza d'animo e di intenti alla nostra Patria. Il nostro tentativo non riuscì, come ce ne dovemmo accorgere amaramente.
Ancora va detto che, durante il periodo nel quale l'Italia era divisa, un impegno improbo e ingrato per la intera Aeronautica Nazionale Repubblicana fu quello di dare assistenza alle famiglie dei militari dell'Aeronautica soccorse anche se, notoriamente, risultava che i loro congiunti servissero gli "Alleati". Tali militari, volendo noi deliberatamente ignorare quanto essi facevano, furono considerati prigionieri e l'assistenza alle loro famiglie fu prestata largamente e generosamente.
Durante il periodo in cui ricoprii la carica di Ispettore, effettuai due inchieste a carico dell'Ufficio delle Gestioni Speciali e della Assistenza, diretto dal Ten. Col. Commissario Salerno, unicamente perché alcune famiglie, i cui congiunti combattevano contro di noi, reclamarono per il ritardo di un mese con il quale venivano liquidati gli assegni loro concessi, ritardo largamente giustificato dalle interruzioni del servizio ferroviario causate dagli incessanti bombardamenti e mitragliamenti aerei ed alle conseguenti difficoltà, a volte insormontabili, di far giungere la posta a destinazione.
Comunque l'opera di bene da noi svolta, ricambiata solo con odio e persecuzioni, torna interamente a nostro orgoglio. "

Così finì, per mio padre e per la mia famiglia la guerra cominciata il 10 giugno 1940.
Dimenticavo di dire che i partigiani di Torno, dove le mie sorelle erano in collegio, in mancanza di altri obiettivi militari ma con identico sprezzo del pericolo (o del ridicolo), si presentarono al collegio delle Orsoline presso l'albergo "Il Vapore" per "rapare" mia sorella e una sua compagna, parente stretta della Comandante delle Ausiliarie della R.S.I. Piera Gatteschi, entrambe bieche SPIE FASCISTE .. quattordicenni!!
Fortunatamente non erano di quei partigiani che si sarebbero resi benemeriti facendo a gara a chi aveva ammazzato più fascisti....
Così ci pensò Madre Andreina, la Superiora, una vecchina piccola piccola, a tenere a bada e mettere alla porta quattro cialtroni...!

Vivemmo da allora giorni di ansia, di incertezza, giorni in cui la vita di chiunque di noi, ma soprattutto quella di mio padre, era appesa a un filo. Ogni partigiano che avesse voluto farlo o che avesse creduto meritevole farlo, aveva licenza di uccidere senza dover render conto a nessuno e con la certezza di farla franca. Alla legge e all'ordine che la R.S.I. aveva saputo mantenere anche a costo del sacrificio di molti aderenti, si sostituì l'arbitrio, la prevaricazione, la violenza, il delitto.
Solo il "terrore" della rivoluzione francese, con la plebe impazzita e assetata di sangue, o i massacri del regime sovietico, possono stare a paragone!
Disarmati i "fascisti" (molti della R.S.I. erano solo militari e non aderenti al P.F.R.) , dopo una parvenza di "volemose bene" e di mediazioni dei prelati che suggerivano "meglio arrendersi a degli italiani anziché agli stranieri", cominciò la spietata caccia all'uomo.
Squadre organizzate di "esecutori" si dettero al massacro di quanti erano tornati ingenuamente a casa, di quanti cercavano di tornarvi o di quelli che, per accertamenti, erano stati rinchiusi nelle carceri o in edifici a tal scopo adibiti. Furono costituiti "tribunali del popolo" dove l'efficienza della giustizia, per la prima volta in Italia, si realizzò con sentenze emesse in cinque minuti e con condanne pesantissime . Per tutti, spesso dopo torture e sevizie, LA MORTE!

DOPO TANTI ANNI, GUARDANDO A RITROSO, TROVO PIENE DI SIGNIFICATO LE ULTIME PAROLE DI CARMELO BORG PISANI PRIMA DI MORIRE:
"I SERVI ED I VILI NON SON GRADITI A DIO!"