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Ero
in età da quarta elementare, quando mio padre
si decise a seguire l'esempio di tanti altri e ad
andare "sfollato".
A dire la verità, furono le insistenze di mia
madre.
"Giorgio - diceva - la nostra casa è proprio
sopra il porto; se vengono a bombardare Ancona, questo
è uno dei punti più esposti. Non potremo
scampare!"
Mio padre replicava che Ancona (città dove
vivevamo da alcuni anni e dove mio padre esercitava
la funzione di dirigente dell'Avvocatura di quello
che allora si chiamava Istituto Nazionale Fascista
delle Assicurazioni per gli Infortuni sul Lavoro)
non correva pericolo, era un porto senza alcuna rilevanza
militare, vi erano ormeggiate solo delle motovedette
ecc
ecc
.
In realtà, proprio sotto il colle sulla cui
vetta si elevava la Basilica romanico-gotica di San
Ciriaco, vi era un cantiere navale.
Aveva ragione mio padre nel dire che sia il porto,
che il cantiere non potevano rappresentare un serio
obiettivo militare, perché al porto, oltre
ai pescherecci, alle navi-passeggeri e da trasporto
che tenevano il collegamento con l'altra sponda e
con Zara ed agli idrovolanti della linea diretta Ancona-Zara,
non attraccavano se non piccoli navigli della Guardia
di Finanza e della Marina Militare ed il cantiere
funzionava soprattutto per pescherecci, navi da trasporto,
panfili privati e altri battelli del genere.
Una batteria della DICAT, ai piedi del colle di San
Ciriaco costituiva tutta la difesa anti-aerea, perché
anche le autorità erano più o meno dell'idea
di mio padre.
Me la ricordo bene quella batteria, perché,
un giorno, andai a cercarvi il dott. Grassia, medico
curante di mia madre, capitano della Milizia, che
svolgeva la sua attività militare "part-time"
proprio lì.
Allora non esistevano i telefoni cellulari e così
venni "spedito", accompagnato dalla "dada",
a cercare il dott. Grassia, perché mia madre
aveva avuto un attacco improvviso della dolorosa flebite
di cui soffriva.
Era una giornata di sole e ricordo i soldati in camicia
nera, accovacciati o sdraiati sui sacchetti di sabbia,
accanto ai pezzi di artiglieria.
Mi salutavano ridendo e gridando "vieni qua balilla,
che ti do una caramella!"
In mezzo a loro c'era il medico di mia madre, in divisa
da centurione, di "diagonalino" più
grigio che verde, bustina, guanti di pelle scura,
occhiali da sole e stivali.
Anch'egli era convinto che Ancona non sarebbe stata
bombardata, perché, militarmente, non rappresentava
nulla e si schierava, perciò, dalla parte di
mio padre.
Alla fine fu solo proprio per accontentare mia madre
e metterla tranquilla, che mio padre accettò
anche lui di partecipare allo sfollamento.
A dir la verità alla decisione aveva contribuito
pure il fatto che erano sfollati tutti gli uffici
della sede dell'INAIL di Ancona e si erano sistemati
a Chiaravalle, una cittadina dell'entroterra marchigiano.
Da tempo un giovane avvocato amico di mio padre e
proprietario di numerosi poderi nei pressi di Pergola,
in provincia di Pesaro, gli aveva offerto di ospitarlo
nell'appartamentino padronale di uno di quei poderi.
Fu così che da Ancona "emigrammo"
al "Roccolo" in località Cuppio di
Pergola.
L'impatto con la realtà agreste e contadina,
all'inizio, lasciò me e la mia sorellina -
bambini di città - sconcertati e perplessi.
I numerosi figli del mezzadro che viveva nella casa
colonica affiancata all'appartamento dove ci sistemammo
noi, non usavano le scarpe se non in pieno inverno
ed erano liberi di andare dove volevano senza essere
accompagnati da alcuno.
Dopo il primo momento di sconcerto, ci adeguammo subito,
anche perché nessuna delle due cameriere o
"donne di servizio" come si chiamavano allora,
ci aveva seguito ed anche perché l'atmosfera
rustica coinvolse pure mia madre che, non faceva storie
se giravamo di qua e di là, spaziando per i
campi, assieme ai figli dei contadini.
Dopo un po' che eravamo lì, ci raggiunse la
notizia del tremendo bombardamento di Ancona, con
centinaia e centinaia di vittime e la distruzione
della nostra casa e di tutte quelle che si trovavano
sul colle.
Pure la bella Basilica di San Ciriaco fu colpita e
semi-distrutta.
Oggi, da tempo, è tornata come era, perché
è stata ben ricostruita, ma parte delle case
distrutte sul colle non sono state ripristinate e
vi sono zone dove sono state lasciate le macerie a
ricordo e monito, con una lapide che rammenta quel
tragico evento.
Al "Roccolo" ci raggiunse la notizie dell'8
settembre.
Io me la ricordo come una sera piovigginosa e grigia;
ero in cucina, con mia madre e la mia sorellina, quando
sentii schiamazzi e grida allegre, come per una improvvisa
notizia da festeggiare.
Dopo un po', rincasò mio padre, che si recava
tutti i giorni all'ufficio di Chiaravalle, in bicicletta.
"Che cosa è successo?" - chiedemmo
tutti.
"E' stato firmato l'armistizio - rispose - e
la gente sta festeggiando la fine della guerra".
"Ma chi ha vinto?" - domandai io e mio padre
rispose: "Gli altri".
Non dissi nulla, ma non riuscii a capire come si poteva
essere allegri e festanti, se si aveva perso.
****
Dopo un po', anche in quella zona, sopraggiunse dapprima
e per poco, l'occupazione tedesca e poi l'instaurazione
delle istituzioni della Repubblica Sociale Italiana.
Così accadde che, quando le scuole riaprirono
i loro battenti, io mi trovai a frequentare la quarta
elementare in una scuola del paese di Pergola, territorio
dove veniva esercitata la sovranità della RSI.
Per andare a scuola vi era da fare una bella camminata,
su una strada di campagna, che si snodava fra campi
e filari di alberi.
Per noi bambini, nei mesi di bella stagione, era una
festa e ci mettevamo in cammino di buon'ora, per non
arrivare in ritardo.
Nei mesi invernali, spesso con pioggia e neve, ci
accompagnava il contadino con il suo camioncino.
Gli "scuola-bus" non erano ancora stati
inventati.
Ricordo ancora la maestra, che era la signora Venturi,
vedova di un ufficiale caduto in guerra.
Alta, una vaga somiglianza con Alida Valli, portava
sempre appuntata sul grembiule nero il nastrino della
decorazione alla memoria concessa al marito.
In uno dei primi giorni di scuola ci disse che erano
aperte le iscrizioni all'Opera Nazionale Balilla.
"Non è più una cosa automatica,
come prima - precisò - ora non scatta con l'iscrizione
a scuola, ma è volontaria. Chi vuole si iscrive
e chi non vuole no".
Naturalmente, la maggior parte degli scolari dichiarò
di volersi iscrivere.
La divisa, le esercitazioni, le escursioni attiravano
ancora.
Rammento che vi fu un mio compagno che si alzò
e disse: "Io non mi iscrivo, perché mio
padre è un socialista e non è d'accordo
."
Non si iscrisse e non successe nulla, né a
lui né al padre.
La divisa era sempre quella che io già conoscevo,
per essere stato figlio della Lupa e poi in procinto
di "passare" balilla, quando sfollai.
Di diverso vi era solo il fazzoletto da collo: non
più quello azzurro di prima, ma rosso cremisi.
Quando chiesi il perché alla maestra, mi rispose
che quello era il colore della Repubblica, il colore
del volontarismo e del sacrificio.
Non capii bene ciò che voleva dire, anche perché
di sacrifici noi ragazzini di campagna (ormai anche
io mi annoveravo in questa categoria) ne facevamo
pochi.
Anche in quello che poi sarà uno degli inverni
più brutti di quel periodo, per chi viveva
in campagna la fame non si è mai fatta sentire.
Certo, mancava il caffè, era difficile trovare
lo zucchero, ma i cibi principali non mancavano nelle
case e sui deschi dei contadini e, quindi, anche di
noi sfollati che vivevamo accanto a loro e da loro
li acquistavamo.
Il tipo di vita che facevo, inoltre, mi appariva tutt'altro
che un sacrificio: la mancanza di comodità
non preoccupava certo noi bambini e ragazzi e la carenza
di scarpe era, per noi, tutt'altro che preoccupante.
Il correre, di primavera e d'estate, per i campi a
piedi nudi, ci rendeva felici
..
Compresi meglio il significato di quello che la maestra
voleva dire, un giorno, alcuni mesi dopo.
Arrivando a scuola, trovammo, parcheggiati lì
davanti, alcuni camions militari, di quelli con il
telone.
In essi, seduti su due file, con il moschetto fra
le ginocchia, vi erano dei giovani soldati.
Vestivano tutti la camicia nera ed in testa avevano
l'elmetto.
Poi, nell'aula, entrarono alcuni ufficiali e la maestra
ci fece alzare in piedi.
Uno di loro disse che erano venuti a salutare la maestra,
prima di partire per il fronte.
"Noi non abbiamo voluto arrenderci e vogliamo
ancora combattere per l'Italia".
E poi aggiunse con aria triste: "Ma c'è
chi ci spara alle spalle!"
La maestra strinse la mano calorosamente a quell'ufficiale
e poi ci portò tutti fuori a intonare un canto
patriottico, mentre la colonna dei camions si metteva
in marcia.
Eravamo tutti commossi e rimanemmo lì fino
a quando l'ultimo autocarro scomparve, dietro la svolta
della strada.
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