FRANCESCO PAOLO D'AURIA

 

Marcantonio Bezicheri

Ero in età da quarta elementare, quando mio padre si decise a seguire l'esempio di tanti altri e ad andare "sfollato".
A dire la verità, furono le insistenze di mia madre.
"Giorgio - diceva - la nostra casa è proprio sopra il porto; se vengono a bombardare Ancona, questo è uno dei punti più esposti. Non potremo scampare!"
Mio padre replicava che Ancona (città dove vivevamo da alcuni anni e dove mio padre esercitava la funzione di dirigente dell'Avvocatura di quello che allora si chiamava Istituto Nazionale Fascista delle Assicurazioni per gli Infortuni sul Lavoro) non correva pericolo, era un porto senza alcuna rilevanza militare, vi erano ormeggiate solo delle motovedette ecc…ecc….
In realtà, proprio sotto il colle sulla cui vetta si elevava la Basilica romanico-gotica di San Ciriaco, vi era un cantiere navale.
Aveva ragione mio padre nel dire che sia il porto, che il cantiere non potevano rappresentare un serio obiettivo militare, perché al porto, oltre ai pescherecci, alle navi-passeggeri e da trasporto che tenevano il collegamento con l'altra sponda e con Zara ed agli idrovolanti della linea diretta Ancona-Zara, non attraccavano se non piccoli navigli della Guardia di Finanza e della Marina Militare ed il cantiere funzionava soprattutto per pescherecci, navi da trasporto, panfili privati e altri battelli del genere.
Una batteria della DICAT, ai piedi del colle di San Ciriaco costituiva tutta la difesa anti-aerea, perché anche le autorità erano più o meno dell'idea di mio padre.
Me la ricordo bene quella batteria, perché, un giorno, andai a cercarvi il dott. Grassia, medico curante di mia madre, capitano della Milizia, che svolgeva la sua attività militare "part-time" proprio lì.
Allora non esistevano i telefoni cellulari e così venni "spedito", accompagnato dalla "dada", a cercare il dott. Grassia, perché mia madre aveva avuto un attacco improvviso della dolorosa flebite di cui soffriva.
Era una giornata di sole e ricordo i soldati in camicia nera, accovacciati o sdraiati sui sacchetti di sabbia, accanto ai pezzi di artiglieria.
Mi salutavano ridendo e gridando "vieni qua balilla, che ti do una caramella!"
In mezzo a loro c'era il medico di mia madre, in divisa da centurione, di "diagonalino" più grigio che verde, bustina, guanti di pelle scura, occhiali da sole e stivali.
Anch'egli era convinto che Ancona non sarebbe stata bombardata, perché, militarmente, non rappresentava nulla e si schierava, perciò, dalla parte di mio padre.
Alla fine fu solo proprio per accontentare mia madre e metterla tranquilla, che mio padre accettò anche lui di partecipare allo sfollamento.
A dir la verità alla decisione aveva contribuito pure il fatto che erano sfollati tutti gli uffici della sede dell'INAIL di Ancona e si erano sistemati a Chiaravalle, una cittadina dell'entroterra marchigiano.
Da tempo un giovane avvocato amico di mio padre e proprietario di numerosi poderi nei pressi di Pergola, in provincia di Pesaro, gli aveva offerto di ospitarlo nell'appartamentino padronale di uno di quei poderi.
Fu così che da Ancona "emigrammo" al "Roccolo" in località Cuppio di Pergola.
L'impatto con la realtà agreste e contadina, all'inizio, lasciò me e la mia sorellina - bambini di città - sconcertati e perplessi.
I numerosi figli del mezzadro che viveva nella casa colonica affiancata all'appartamento dove ci sistemammo noi, non usavano le scarpe se non in pieno inverno ed erano liberi di andare dove volevano senza essere accompagnati da alcuno.
Dopo il primo momento di sconcerto, ci adeguammo subito, anche perché nessuna delle due cameriere o "donne di servizio" come si chiamavano allora, ci aveva seguito ed anche perché l'atmosfera rustica coinvolse pure mia madre che, non faceva storie se giravamo di qua e di là, spaziando per i campi, assieme ai figli dei contadini.
Dopo un po' che eravamo lì, ci raggiunse la notizia del tremendo bombardamento di Ancona, con centinaia e centinaia di vittime e la distruzione della nostra casa e di tutte quelle che si trovavano sul colle.
Pure la bella Basilica di San Ciriaco fu colpita e semi-distrutta.
Oggi, da tempo, è tornata come era, perché è stata ben ricostruita, ma parte delle case distrutte sul colle non sono state ripristinate e vi sono zone dove sono state lasciate le macerie a ricordo e monito, con una lapide che rammenta quel tragico evento.
Al "Roccolo" ci raggiunse la notizie dell'8 settembre.
Io me la ricordo come una sera piovigginosa e grigia; ero in cucina, con mia madre e la mia sorellina, quando sentii schiamazzi e grida allegre, come per una improvvisa notizia da festeggiare.
Dopo un po', rincasò mio padre, che si recava tutti i giorni all'ufficio di Chiaravalle, in bicicletta.
"Che cosa è successo?" - chiedemmo tutti.
"E' stato firmato l'armistizio - rispose - e la gente sta festeggiando la fine della guerra".
"Ma chi ha vinto?" - domandai io e mio padre rispose: "Gli altri".
Non dissi nulla, ma non riuscii a capire come si poteva essere allegri e festanti, se si aveva perso.

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Dopo un po', anche in quella zona, sopraggiunse dapprima e per poco, l'occupazione tedesca e poi l'instaurazione delle istituzioni della Repubblica Sociale Italiana.
Così accadde che, quando le scuole riaprirono i loro battenti, io mi trovai a frequentare la quarta elementare in una scuola del paese di Pergola, territorio dove veniva esercitata la sovranità della RSI.
Per andare a scuola vi era da fare una bella camminata, su una strada di campagna, che si snodava fra campi e filari di alberi.
Per noi bambini, nei mesi di bella stagione, era una festa e ci mettevamo in cammino di buon'ora, per non arrivare in ritardo.
Nei mesi invernali, spesso con pioggia e neve, ci accompagnava il contadino con il suo camioncino.
Gli "scuola-bus" non erano ancora stati inventati.
Ricordo ancora la maestra, che era la signora Venturi, vedova di un ufficiale caduto in guerra.
Alta, una vaga somiglianza con Alida Valli, portava sempre appuntata sul grembiule nero il nastrino della decorazione alla memoria concessa al marito.
In uno dei primi giorni di scuola ci disse che erano aperte le iscrizioni all'Opera Nazionale Balilla.
"Non è più una cosa automatica, come prima - precisò - ora non scatta con l'iscrizione a scuola, ma è volontaria. Chi vuole si iscrive e chi non vuole no".
Naturalmente, la maggior parte degli scolari dichiarò di volersi iscrivere.
La divisa, le esercitazioni, le escursioni attiravano ancora.
Rammento che vi fu un mio compagno che si alzò e disse: "Io non mi iscrivo, perché mio padre è un socialista e non è d'accordo…."
Non si iscrisse e non successe nulla, né a lui né al padre.
La divisa era sempre quella che io già conoscevo, per essere stato figlio della Lupa e poi in procinto di "passare" balilla, quando sfollai.
Di diverso vi era solo il fazzoletto da collo: non più quello azzurro di prima, ma rosso cremisi.
Quando chiesi il perché alla maestra, mi rispose che quello era il colore della Repubblica, il colore del volontarismo e del sacrificio.
Non capii bene ciò che voleva dire, anche perché di sacrifici noi ragazzini di campagna (ormai anche io mi annoveravo in questa categoria) ne facevamo pochi.
Anche in quello che poi sarà uno degli inverni più brutti di quel periodo, per chi viveva in campagna la fame non si è mai fatta sentire.
Certo, mancava il caffè, era difficile trovare lo zucchero, ma i cibi principali non mancavano nelle case e sui deschi dei contadini e, quindi, anche di noi sfollati che vivevamo accanto a loro e da loro li acquistavamo.
Il tipo di vita che facevo, inoltre, mi appariva tutt'altro che un sacrificio: la mancanza di comodità non preoccupava certo noi bambini e ragazzi e la carenza di scarpe era, per noi, tutt'altro che preoccupante.
Il correre, di primavera e d'estate, per i campi a piedi nudi, ci rendeva felici…..
Compresi meglio il significato di quello che la maestra voleva dire, un giorno, alcuni mesi dopo.
Arrivando a scuola, trovammo, parcheggiati lì davanti, alcuni camions militari, di quelli con il telone.
In essi, seduti su due file, con il moschetto fra le ginocchia, vi erano dei giovani soldati.
Vestivano tutti la camicia nera ed in testa avevano l'elmetto.
Poi, nell'aula, entrarono alcuni ufficiali e la maestra ci fece alzare in piedi.
Uno di loro disse che erano venuti a salutare la maestra, prima di partire per il fronte.
"Noi non abbiamo voluto arrenderci e vogliamo ancora combattere per l'Italia".
E poi aggiunse con aria triste: "Ma c'è chi ci spara alle spalle!"
La maestra strinse la mano calorosamente a quell'ufficiale e poi ci portò tutti fuori a intonare un canto patriottico, mentre la colonna dei camions si metteva in marcia.
Eravamo tutti commossi e rimanemmo lì fino a quando l'ultimo autocarro scomparve, dietro la svolta della strada.