NINO ARENA: UN PARA'DEL "NEMBO"


Sulle vicende della Repubblica Sociale Italiana, argomento questo ancora attuale e di grande interesse storico, sono stati scritti numerosi volumi nel bene e nel male, con diverse e difformi interpretazioni, differenti elaborazioni, approntati sia da coloro che vi militarono, (trattasi normalmente di ricordi, episodi personali e fatti d'armi circoscritti ai reparti di appartenenza); una imponente opera su più volumi pubblicata dal compianto Giorgio Pisano con la consulenza militare dell'indimenticabile Pieramedeo Baldrati; l'ultimo volume della trilogia su Mussolini dello scomparso Prof. Renzo De Felice, e non mancano nell'elenco, autori ex partigiani o dell'area antifascista e non pochi studiosi stranieri (che "c'azzeccano" costoro con la RSI non lo abbiamo ancora compreso NdA). Tedeschi e inglesi, more solito, si sono ancora una volta alleati per parlare male dell 'Italia e degli italiani, salvo poche lodevoli intenzioni da una parte e dall'altra, più ipocrite che convincenti. Ognuno di questi autori, ha cercato di dare, ed ha dato, un contributo qualsiasi all'argomento base, sia pure trattato in diversa misura, teso ad una migliore conoscenza di quella interessante esperienza politica, sociale, storica, militare vissuta da milioni d'italiani fra il settembre 1943 e il maggio 1945, anche se talune pubblicazioni sono state realizzate con chiari intenti denigratori e mistificanti intendimenti, e come tali ininfluenti come equilibrato contributo alla verità storica. Tempo e soldi sprecati per nulla!
La RSI trae origine e sostanza da altri avvenimenti antecendenti all'armistizio, iniziando precisamente da quel 25 luglio, che segnò come evento determinante nella storia d'Italia, e passò alle cronache come la "Giornata nazionale degli illusi": si illuse Vittorio Emanuele preoccupato per la sua dinastia, pensando che la caduta di Mussolini avrebbe reso possibile lo sganciamento dell'alleanza col Reich e la continuità dei Savoia; si illuse Mussolini sperando che il Re lo avrebbe riconfermato dopo venti anni di onorato servizio a Capo del Governo; si illuse Badoglio autoconvintosi, pur nella sua evidente senilità, di poter dominare la situazione creatasi; si illusero i 19 gerarchi convinti di aver fatto, con il tradimento a Mussolini, una scelta necessaria al proseguimento costituzionale della gestione nazionale; si illuse il Comando Supremo convinto di potersi finalmente opporre senza più complessi e condizionamenti politici all'egemonia militare tedesca; si illusero gli esponenti politici antifascisti convìnti di ripristinare, rifiutando il progresso e i tempi, fallimentari metodi parlamentari del passato pre-fascista; si illuse soprattutto il popolo, coinvolto pericolosamente in una collettiva follia irrazionale, che la guerra sarebbe terminata rapidamente; si illusero le FF.AA. che credettero alla "guerra continua, alla fedeltà dell'Italia alla parola data, alle "millenarie tradizioni" dell'onore militare, alla loro capacità interpretativa; si disillusero i tedeschi alla realtà offerta dall'incredibile crollo del fascismo, si illusero infine, i fascisti convinti dell'immortalità del partito, dell'indissolubile binomio Italia-fascismo, del "Mussolini ha sempre ragione". Questa "nostra storia", che dopo 65 anni presentiamo all'attenzione di tutti gli italiani (e degli stranieri che desiderano meglio conoscere le vicende italiane senza ulteriori funambolismi letterari), si differenzia sostanzialmente da tutte le altre. Non solo nella impostazione e descrizione degli eventi narrati, circoscritti più razionalmente al solo aspetto militare, ma soprattutto per l'animus con cui è stata elaborata per precisa volontà dei protagonisti, unici legittimi depositari di quelle vicende, oggi più razionalmente presentate, che Essi hanno contribuito validamente a costruire, una dietro l'altra, col sangue, le speranze e tanti sacrifici, per tutti i 597 giorni in cui nacque, visse e scomparve come fiammeggiante meteora la Repubblica Sociale Italiana. Per tutte queste motivazioni la nostra Storia è diversa. Per evitare il facile leit motiv del settarismo e della faziosità altrui, il comodo pretesto del plagio editoriale ripetitivo e stantio cui ricorrono in molti (abbiamo ricercato, selezionato e utilizzato oltre 1800 documenti originali sulla RSI) abbiamo invogliato i superstiti ad inviarci testimonianze e ricordi per gli opportuni riscontri; abbiamo, ancora, consultato e analizzato altre notizie sugli oltre 800 titoli bibliografici esistenti tuttoggi sulla RSI, raccolti in volume edito a suo tempo da un selezionato gruppo di valenti ricercatori, team benemerito che ha curato inoltre, con encomiabile lavoro d'indagine, l'anagrafe accurata e documentabile su oltre lOOmila caduti e dispersi della RSI, necessaria per dare concretezza umana e confutare legalmente nel freddo linguaggio burocratico delle statistiche i 9.363 morti "fascisti" (di cui 1167 soppressi alla fine del conflitto) "censiti" a dire del Ministro dell'Interno nel 1946; modificare ancora in eccesso, i 12.779 nominativi "accertati" nel 1995 dal Ministero della Difesa, contrapposti, più ragionevolmente, ai circa lOOmila nomi desunti da Pisano nella sua "Storia della guerra civile in Italia" edita nel 1966, oggi ancor più aggiornati dalla Commissione Valentini a circa 115/120 mila soggetti in gran parte individuati anagrafìcamente e suddivisi per reparti dopo anni di ricerche e senza tema di smentite. Andando a ritroso nel tempo, troviamo all'opposizione i 6.500 antifascisti schedati nel ventennio dall'OVRA, i 4.000 nominativi in eresia di sospetto inventariati come fuoriusciti/confinati, cui contrapporre, per un giusto criterio di equità, 1.400.000 cittadini italiani colpiti dalle leggi antifasciste e luogotenenziali sull'epurazione, liste comprendenti piccoli borghesi e proletari (non aristocratici, capitalisti, grandi industriali, possidenti agrari, latifondisti) anche se non mancarono talune eccezioni, ma soltanto modesti dipendenti dello Stato, funzionari e impiegati, ufficiali e sottufficiali di tutte le FF.AA. (particolarmente velenosa e settaria la Marina), magistrati e burocrati (i gran commis dell'amministrazione statale), dipendenti delle disciolte organizzazioni fasciste freddamente liquidate con decreto e rimasti senza lavoro, insegnanti, subalterni ministeriali messi alla fame, personale degli enti locali, delle organizzazioni corporative, sindaci e segretari comunali, anziani combattenti della MVSN cacciati via indiscriminatamente: tutte categorie di umili connazionali, sufficienti ci dimostrare su chi si abbattè impietosa e inesorabile la pesante scure antifascista e antiproletaria dell'epurazione indiscriminata di cui nessuno ne parla. Oltre 450 i suicidi accertati, 1600 gli ex "repubblichini" arruolati per disperazione nella Legione francese (oltre 400 gli italiani della RSI scomparsi fra Indocina e Algeria, 500 gli "ancient combattant" pensionati dalla Francia) ed ancora 60mila gli italiani emarginati emigrati fra l'Europa, il sud America, il Canada, il Venezuela e l'Australia per tentare di rifarsi una vita. Tutti connazionali proscritti dall'antifascismo che nessuna statistica ÌSTAT farà mai conoscere nel nome di una "libertà''' a senso unico e nessuna pubblicazione "democratica " avrà il coraggio civile e umano di esporre liberamente alla pubblica opinione, nel ricordo, pericoloso e latente, di demolire un artificioso castello "dei cattivi" volutamente eretto da oltre 60 anni per strumentalizzare e condizionare milioni di ignari italiani che non conoscono ancora oggi la storia del proprio Paese, bandita volutamente dalle scuole ma aleggiante con i suoi timori, i suoi fantasmi, le sue paure attorno a chi volle erigerlo, solleticando l'interesse di chi vuole sapere e conoscere, in contrasto con la superficialità italica di chi lo accetta supinamente senza indagare e l'appagamento epidermico di chi rifiuta ragionevolmente, per partito preso, il confronto in alternativa di una diversa verità molto spiacevole da conoscere. Non ci rifiutiamo di fare i conti con la storia assumendoci le nostre responsabilità, anche quelle che non ci competono, ma non possiamo farci carico dei comportamenti altrui e delle relative conseguenze, come spesso ci imputano "sparando a zero nel mucchio", come non accettiamo connessioni, connivenze, complicità morali, consensi e solidarietà per le feroci rappresaglie tedesche, con cui ci accusano, i campi di sterminio, le deportazioni coatte, annoverando senza timori fra questi rifiuti, le leggi razziali, uno dei più grossolani errori del fascismo (ho avuto come compagno di banco alle scuole elementari della Garbatella Franco Ascoli, tuttora vivente, con il quale ho mantenuto, dopo 65 anni, cordiali rapporti di amicizia NdA). Non possiamo quindi accettare da altri sentenze di comodo, poiché abbiamo fatto onestamente da anni il nostro coscienzioso esame di distinzione, di valutazione, senza per questo rinnegare il nostro passato e la nostra generazione (quella nata all'inizio degli anni '20) che ha vissuto pienamente la genesi, l'affermazione e il declino del movimento fascista, subendone interamente l'influsso e i principi, le contraddizioni e le delusioni fino al 25 luglio 1943, e quando nel settembre dello stesso anno abbiamo vissuto le drammatiche vicende dell'armistizio e del tradimento, stando alle armi, sui banchi della scuola o al lavoro, non indugiammo oltre, quando, a torto o a ragione, ritenemmo che l'Italia in cui credevamo avesse bisogno di noi per la sua difesa e la salvaguardia del suo onore infangato da pochi irresponsabili in fuga con i Savoia, dopo aver abbandonato un intero popolo e le sue FF.AA.. Sapevamo che era una battaglia perduta, ma volemmo ugualmente tentare di fare qualcosa senza misurare i rischi, senza prospettive di vittoria o di compensi, con la freschezza e l'entusiasmo della giovinezza, non per puntellare per coerenza etica il rinato fascismo repubblicano, non certamente perché afascisti o afflitti da fronda contestatrìce, ma più semplicemente perché avevamo maturato e valutato in fretta gli straordinari eventi accaduti, perché desideravamo fare, prima che le cose si appianassero, una scelta ad personam per non rimanere fuori della Storia, scegliendo l'Italia, senza subire dall'esterno alcun condizionamento diverso, in piena libertà di giudizio, spontaneamente. Per tutto questo e per altri misteriosi e imperscrutabili motivi dell'inconscio, la nostra generazione ormai al tramonto, può considerarsi anomala, ed è questa diversità che ha in buona fede colpito, riteniamo, l'allora Presidente della Camera On. Violante, comunista, quando, nel suo discorso inaugurale, accennò, con rispetto e considerazione, allo spirito e all'entusiasmo che ci animava come volontari, pur militando ideologicamente dalla parte a noi avversa, e salvaguardando, come suo dovere di comunista, "i valori della resistenza".
Con questo non desideriamo essere considerati come individui dotati di straordinarie virtù per la coerenza dimostrata, né accettiamo, in contrapposizione, essere definiti "biechi aguzzini e servi dei tedeschi" come più volte maldestramente tentato dagli avversari politici subdolamente, ma più semplicemente considerati per quelli che realmente eravamo: italiani (piccola minoranza anomala) che in assoluta buonafede hanno creduto, combattuto e sofferto per un ideale nobile quale era in quel particolare momento storico la difesa della loro Patria e del suo onore nazionale. Rifiuto della strumentalizzazione dunque, anche quando i nostri camerati morivano orgogliosamente perché condannati come "fascisti" pur senza essere iscritti al PFR, quando frequentavamo le scuole ufficiali della GNR indossando la camìcia nera, quando applicavamo alla lettera la disposizione del Duce n. 1004/SM, il cui art. 19 sulla legge fondamentale delle FF.AA. della RSl, vietava ai militari in servizio l'iscrizione al partito fascista repubblicano, quando giuravamo per l'Italia e non per una ideologia o peggio ancora per il Re, anche se molti, contravvenendo al divieto, si iscrissero al PFR ostentando tessera e distintivo. Una generazione che non sapeva odiare (a differenza degli avversati) pagando per tale grave complesso psicologico in altissima misura nella guerra civile; una generazione che rispettava ed ammirava il soldato tedesco come alleato ma lo contestava apertamente per metodi e mentalità (rifiutando uniformi con simboli nazisti), che ha risposto con decisione ad ogni tentativo di sopraffazione tedesca {anche minacciando l'uso delle armi come accadde a Gorizia e Milano), che conosceva esattamente quando combatteva, le motivazioni ideali che l'avevano spinta a riprendere le armi dopo l'8 settembre 1943, non per rafforzare ideologicamente una Germania tracotante e prevaricatoria, che brigava ingannevolmente per fagocitare lembi d'Italia, ma soltanto per tener fede ad un impegno di alleanza militare, sottoscritto dall'Italia quattro anni prima dell'armistizio con l'avallo autorevole di Vittorio Emanuele, che lo aveva poi rinnegato, ma che andava comunque rispettato, impegno che era stato informalmente ricusato nascostamente da Badoglio e compagni col suo armistizio per viltà fisica e morale, opportunismo unilaterale e come tale giustamente considerato come tradimento dall'opinione pubblica internazionale.
Il resto, tutto quello che segue gli eventi nella scia luminosa di quel fatto storico importante che fu la RSI, è soltanto frutto deviante del pensiero, confusione morale, tentativo giustificante del capovolgimento di rapporti d'alleanza, impostazione mendace di valori ideali e condanne gratuite per coloro che vi militarono, e si opposero alla menzogna, utilizzando massivamente, ad arte, l'egemonia culturale e incontrastata della sinistra e il conformismo becero della intellighenzia nostrana da sempre al servizio del potente di turno. Etichettature ideologiche non veritiere, necessarie però nella visione strumentale e aberrante della guerra civile, ad emettere con pseudo parvenza legalitaria, sentenze di morte per giustificare delitti e crimini elargiti indifferentemente a modesti e semplici coscritti del popolo chiamati alle armi, a motivati volontari, ad anziani richiamati e fedeli simpatizzanti di parte, tutti considerati meritevoli senza appello di morte e come tali freddamente eliminati senza alcuna distinzione: "...sono considerati fuorilegge e condannati a morte; uguale trattamento sia usato anche ai feriti di tali reparti trovati sul campo. In caso si debbono fare dei prigionieri per interrogatori ecc. il prigioniero non deve essere tenuto in vita oltre le tre ore". (Cfr. Disposizione CLNAl/CVL alla Div. GL "Val Chisone" a firma Marcellin) Cosa rispondere a simili aberranti documenti, cosa fare e come comportarsi in simili circostanze? Semplicemente adottando nel solco della legalità, le leggi di guerra per i belligeranti nei confronti dei "franchi tiratori" o definizioni similari, cosi come gli eserciti regolari, nessuno escluso, hanno inteso adottare per difendersi nel rispetto delle convenzioni e trattati internazionali in Europa, Indocina, Algeria, Corea, Palestina, Afghanistan, Libano, Israele, Congo e Kenia, Malesia, Mozambico, Angola, in cui Germania, Francia, Inghilterra, Stati Uniti, Unione Sovietica, Portogallo e Israele, Belgio e persino l'ONU hanno operato in guerra e nel turbolento dopoguerra. La RSI e le sue FF.AA. non potevano fare diversamente, in quanto stato legalmente riconosciuto a livello internazionale, certificata come nazione belligerante, anche se in Italia venne fraudolentemente sovvertita dalla resistenza tale disposto codificato, trasformando arbitrariamente la difesa da attacchi di guerriglieri come azione irregolare, processando essi, gli irregolari delle bande fuorilegge, i comandanti e i gregari di reparti regolari, elargendo condanne a morte per meglio convalidare l'illecito, condannando a lunghe pene detentive, soldati che si erano difesi, eliminando più sbrigativamente con i tribunali del popolo e le famigerate CAS tutti coloro che incappavano sfortunatamente nelle mani della resistenza, uccidendo coloro che venivano assolti in quanto già condannati comunque all'eliminazione fisica. "Il narrare de suoi tempi scema fede ai racconti, per la opinione universale che lo storico di cose presenti, menato dagli odii e dagli amori, falsifica e svolge le verità. Ma la storia è testimonianza, lo storico dice cose viste o apprese da chi le vide; la condizione di contemporaneo, mediata o immediata, è indispensabile. È testimonianza ed è giudizio; e veramente nelle sentenze non è facile schivare le proprie passioni se non a narratori d'animo freddo, uomini di racconto, pessimi fra gli scrittori che non sentono né fan sentire la turpitudine o la grandezza delle umane azioni. " (Pietro Colletta patriota). Non mancarono da una parte e dall'altra gli eccessi e le violenze, poiché tali manifestazioni fanno sfortunatamente parte dell'umanità, ma rifiutiamo decisamente, perché mendace, la generalizzazione settaria, le condanne ingiuste e giuridicamente immotivate, poiché anche i "vinti" non possono accettare accuse infondate, subire ingiustizie, sopportare pene immeritate, ben conoscendo per metodi e comportamenti altrui, i killers che militavano fra i "banditen", i boia stranieri che eliminavano freddamente i prigionieri fascisti o presunti tali, le "spie", segnalate da Radio Londra e dalla filiale italiana di Bari, "giustiziate" spesso per abietti motivi di lucro o di personale risentimento, senza alcun fondamento di giustizia. "Frankie " l'australiano, Mirko, Lakovic, Martin terroristi slavi, i russi Vukosin e Krazov che uccidevano per sadico piacere in Val Sesia e in Umbria, nelle Marche e nella Carnia, in Venezia Giulia, dove si distinsero i comunisti titini Motlika, Tonde, Picolic, Trampus, Stoka e il famigerato "Giacca" uccisore degli stessi partigiani italiani, colpevoli della scomparsa di migliala dì italiani innocenti, anche se non mancarono sfortunatamente gli esecutori nostrani, responsabili di innumerevoli stragi da Vercelli a Graglia, da Schio a Carpi, da Oderzo a Concordia, da Cadibona al Cansiglio, nel triangolo della morte BO-MO-RE, per citare soltanto alcune località; episodi infami che possono benissimo accompagnarsi nel genocidio dell'umanità alle rappresaglie tedesche, ai campi di sterminio nazisti, alle fosse di Katyn dì Stalin, alle stragi di Dresda e Amburgo della RAF inglese, alle atomiche USA sul Giappone, al napalm sparso a piene mani sul Vietnam, alle foibe titine dell'Istria, allo sterminio in Cambogia del comunista Phol Pot, alla disumana consegna a Stalin, a guerra ormai terminata, del popolo cosacco e dei nazionalisti slavi fatta dall'esercito britannico, agli estoni anticomunisti consegnati dalla Svezia all'URSS perché li giustiziasse: chi è senza peccato scagli la prima pietra! Quanti delitti rimasti impuniti soltanto perché compiuti dai "vincitori" sui "vinti", quante Norimberga palesi e occulte ci furono e giudicarono secondo una secolare legge di sopraffazione giunta sino ai nostri giorni, anche se vorremmo chiudere senza più recriminazioni questa insanabile pagina di dolore che ha colpito milioni d'italiani addossandoci ognuno la parte di responsabilità che ci compete, in un clima di maggiore comprensione e concardia fra italiani di opposte ideologie, ora che la generazione ruggente della guerra civile sta scomparendo per cause naturali portandosi dietro i suoi rancori, le sue nostalgie, le sue delusioni, un residuo desiderio di giustizia inappagato, i ricordi di una odiosa emarginazione illiberale e democraticamente ingiustificata durata oltre 60 anni, al cui confronto la "tirannia" del fascismo era una dittatura che ha consentito a 40 milioni di italiani dì vivere serenamente per vent'anni, ma che abbiamo riscoperto soltanto come tale nel dopoguerra. Dal 1943 ad oggi sono trascorsi 65 anni; non molti per scrivere spassionatamente la storia della RSI, non pochi per disporre oggi, di una più vasta visione delle vicende analizzate a mente fredda, serenamente, più completa degli avvenimenti accaduti, più pacata e ordinata sulla sequenza cronologica con cui si sono svolti gli eventi, inducendo nel tempo i superstiti a scrivere i fatti così come avvennero realmente, offrendo agli italiani tutti, in tal modo, una storia interessante e poco conosciuta delle nostre vicende contemporanee, in quanto da sempre "democraticamente" avversata, quasi come fosse un oltraggio alla libertà di opinione e di pensiero che, secondo un desueto luogo comune dei media, "noi" rifiutiamo per principio di applicare. Non sono passati invano oltre 60 anni della storia italiana senza maturare principi e convincimenti, come non sono passati in forma inutile per noi, lunghi anni di lavoro, di sacrifici, di risalita sociale per tornare prepotentemente e in forma del tutto naturale al vertice di quella scala di valori individuali, che ci ha permesso di offrire allo sviluppo nazionale: Ministri e Presidenti di regione, alti funzionati dello Stato e della Magistratura, medici e scienziati di alto livello, generali delle FF.AA. (alcuni dei quali uccisi vilmente dalle bierre), imprenditori avveduti e intelligenti e recentemente anche un Premio Nobel, che militò, strane coincidenze della vita, nello stesso reparto in cui militai nella RSI, salvo poi a rinnegare militanza, scelte individuali e ideali liberamente voluti. Questo lavoro non è stato volutamente incentrato su argomenti diversificati: politica, fascismo repubblicano, propaganda razziale, motivazioni sociali, aspetti finanziari, previdenziali, produttivi, culturali della RSI, pur sfiorando nella narrazione taluni argomenti inerenti il soggetto fondamentale, che non sono stati trattati compiutamente poiché ho preferito impostare e razionaiizzare sforzi e ricerche solo sulle FF.AA. della RSI e sull'azione militare, evitando per quanto possibile, una diluita e generalizzata visione degli eventi che avrebbe perso in parte la sua connotazione parlando di tutto e di tutti. L'azione militare è stata, a mio giudizio, l'aspetto preminente della impostazione strategica della RSI, nel tentativo in gran parte assolto, di realizzare un compito fondamentale e primario della politica repubblicana.
Riscattare l'Onore d'Italia, non è stato soltanto un semplice slogan propagandistico adottato dalla RSI, ma una formula ideale che racchiudeva pragmatìcamente una delle poche possibilità d'azione autonoma che la difficile situazione post-armistiziale offriva alla ridotta strategia d'azione della RSI, valutando obiettivamente l'occhiuta e diffidente presenza tedesca, volutamente portata capziosamente, per comodità offensiva e infondata prevenzione, all'affrettato giudizio ed alla facile censura tipica di una mentalità prevenuta e ottusamente radicalizzata. Non era certamente lo slogan propagandistico del "Zwei Volks ein Krieg" innalzato nel 1939 come etichetta ideale al patto d'acciaio Roma-Berlino, ma una incresciosa e diversa realtà avuta in eredità dal tradimento badogliano, assegnata in toto al popolo italiano dall'opinione pubblica internazionale senza alcuna distinzione ideologica. Sussisteva, anche, l'insegna mortificante e avvilente di inaffidabilità, condivisa pariteticamente da tedeschi e alleati (soprattutto inglesi); offesa questa che non faceva piacere a nessuno dei contendenti, meno che mai al governo del sud, poiché, nonostante le apprezzabili dimostrazioni di cobelligeranza fornite in azione, il trattato di pace firmato a Parigi da De Gasperi nel 1947, non forniva alcuna distinzione fra paesi cobelligeranti ed ex paesi dell'Asse, ed all'Italia del Re, che aveva onestamente combattuto al fianco degli alleati contro la Germania (e la RSI) non venne riservato alcun benefìcio, venne privata delle colonie e di lembi territoriali nazionali, perse la flotta, ebbe FF.AA. ridotte e pagò duramente e senza alcun vantaggio la sua scelta di campo del settembre 1943.
Anche il Reich tentò, per precisa volontà della sua Fuhrung, di fare dell'Italia uno stato occupato militarmente, da punire e sfruttare a somiglianza di quelli europei: Francia, Scandinavia, Paesi Bassi, Paesi Balcanici, Paesi dell'Europa orientale, ma fortunatamente ci fu per l'Italia il ritorno alla guida politica di Mussolini, la nascita della RSI con un suo governo, la decisa opposizione italiana a tale ipocrita e occulto intendimento tedesco, in contrapposizione alle esigenze della Wehrmacht secondo la strategia delVOKW, sbandierate a tutto campo come conditio sine qua non alla neonata RSI, che mal si conciliavano con l'intenzione di piena autonomia dell'Italia del nord, che Mussolini ribadì energicamente al Fiihrer, poiché la nascita della RSI, appoggiata e sostenuta personalmente da Hitler come stato alleato a tutti gli effetti, doveva avere necessariamente, una sua particolare sfera d'influenza e di autonomia politica e amministrativa, che teneva conto oggettivamente di una diversa realtà giuridica, della volontà dimostrata con i fatti da centinaia di migliala di volontari italiani, del rilancio in comune del Patto d'acciaio, di ammirevoli esempi di cameratismo dimostrati sui campi dì battaglia da innumerevoli italiani, schieratisi con la Wehrmacht all'armistizio su tuttti i fronti di guerra.
Inizialmente tutto ciò non fu ritenuto sufficiente per la Germania onde esimerla dall'applicare rigidamente una ingiustificata condotta punitiva verso l'Italia, usando l'opprimente e stantio ritornello del tradimento, del tutto ingiustificato dalla realtà, ma usato come comodo pretesto comportamentale per ogni occasione. Fu quindi necessario per la RSI e per Mussolini condurre una campagna di opposizione con forza e volontà contro i tedeschi (o almeno verso una parte dei responsabili nazisti delegati dal Reich ai rapporti con l'Italia repubblicana) iniziando una logorante battaglia a livello diplomatico, politico, militare, per la sicurezza-territoriale, le questioni finanziane, produttive ed economiche, per la lotta alle bande, fronteggiando e contestando le insensate rappresaglie naziste che si riverberavano negativamente contro la RSI. Fu necessario contrapporre all'arbitrio tedesco la legalità delle leggi italiane, alla sopraffazione la reazione giustificante del diritto, alla prevaricazione il rispetto dei patti d'alleanza. Non sempre si riuscì ad ottenere giustizia ma, per gli aspetti fondamentali, prevalse il buonsenso e la fermezza del governo repubblicano, anche se fu una lunga battaglia condotta sul fronte interno, detestata dai più in quanto portata contro l'alleato, ma necessaria come finalità per non farsi soverchiare dalla prepotenza tedesca, ottenendo come nel caso del "golpe" di Richtofen, il rientro in Germania del responsabile della Luftwaffe in Italia; la riparazione morale, giudiziaria ed economica per l'arbitrio fatto dalla Kriegsmarine colpevole di aver fatto fucilare due ufficiali italiani della Marina repubblicana. Una battaglia combattuta giornalmente, corrosiva in quanto condotta contro un pseudo "amico", paradossalmente assurda fra ottusità teutonica e fantasia latina, fra slogans ricorrenti ma superati e palesi dimostrazioni di volontà combattiva, ribattendo colpo dietro colpo i sabotaggi occulti e i boicottaggi spiccioli dei "capataz" locali, contestando persino il maresciallo Keitel che voleva soltanto manovalanza dagli IMI e la RSI che si batteva per riscattarli onorevolmente come soldati opponendo al preteso senso di fedeltà tedesco l'attentato al Fuhrer che sgretolò il morale e la fede dei nazisti e dell'OKW, la lotta fra Kesselring combattuto, per direttive dell'OKW ad impiegare in linea reparti italiani al livello massimo di battaglione, e il maresciallo Graziani che, avendo ottenuto dall'OKW le G.U, perfettamente addestrate per l'impiego in linea sul fronte italiano, lottava per portarle unitariamente in combattimento, chiedeva il rispetto delle convenzioni stabilite per armamenti/equipaggiamenti ceduti con riluttanza nonostante gli impegni dell'OKW, esponendo ai riottosi responsabili militari tedeschi, in alternativa, la volontà della Luftwaffe a fornire ai piloti italiani i migliori e competitivi aerei da caccia (persino quelli a razzo) avendo conosciuto ed apprezzato in battaglia valore individuale e capacità professionali dei nostri aviatori rimasti da soli a difendere l'Italia del nord, ed infine, a coronamento di questa lunga e logorante schermaglia, la verità luminosa e incontrovertibile emersa a fine guerra, sul tradimento dei nazisti tedeschi, all'insaputa del Fuhrer e della Wehnnacht, di Mussolini e della RSI, con la firma apposta in Svizzera da Wolff ed emissari alleati, per la cessazione della guerra in Italia: Badoglio aveva fatto scuola e proseliti!
Alla descrizione sull'azione militare delle FF.AA. repubblicane, si accompagna cronologicamente e fisiologicamente e non poteva essere diversamente, l'andamento della guerra in Italia; dallo sbarco alleato in Sicilia del luglio 1943 allo sfondamento della "Gotica" nell'aprile 1945; le sanguinose battaglie fra il Gruppo d'Eserciti C di Albert Kesselring e il 15° Gruppo di Armate alleate di Harold Alexander, che si combatterono da Salerno a Cassino, da Roma alla "Gotica", in Venezia Giulia e sulle Alpi occidentali ed alle cui vicende parteciparono in misura sempre più crescente le FF.AA. della RSI, comprendenti oltre 800 mila uomini di cui 450 mila dei reparti operativi e 370 mila di quelli ausiliari, fra cui si contava, in assoluto, la più elevata percentuale di volontari mai prima d'allora registrata nelle guerre nazionali, poiché non meno di 140 mila furono i giovani e meno giovani che accorsero spontaneamente al richiamo dell'Italia al momento dell'armistizio; migliaia e decine dì migliaia coloro che rimasero in armi volontariamente; oltre 120 mila gli ex IMI che uscirono, senza pressione alcuna dai campi d'internamento, scegliendo la RSI, la Werhmacht, le Waffen SS, i reparti militarizzati, inserendo doverosamente fra i volontari le 7.000 ausiliarie e Fiamme Bianche, che, giovanissimi, vollero portare il loro contributo all'Italia affrontando pericoli e prevenzioni. Persino in Estremo Oriente, fra la Cina e il Giappone, ci furono soldati italiani che giurarono fedeltà alla RSI e operarono sino al termine della 2a G.M, e per finire i 450mila ex IMI che contribuirono validamente allo sforzo bellico del Reich lavorando per la produzione bellica tedesca e l'appoggio morale della RSI.
All'azione militare si contrappose, non da parte nostra, una guerra civile durissima, combattuta senza esclusione di colpi, nelle città, nelle campagne, sui monti, nelle valli del centro-nord Italia, nei boschi, sui monti. Una guerra subdola, feroce e oltraggiosa per chi la dovette subire per aspetti morali e nazionali, per vili attentati perpetrati alle spalle, imprevisti e improvvisi, per metodi comportamentali ignobili che causarono la perdita di preziosi valori morali, umani, ideali e un giustificabile desiderio di vendetta, non voluta ma presente. Si ebbe la ricerca disperata e la conferma di una valida motivazione giuridica e morale necessaria per suffragare una scelta d'onore da una parte, la ricerca di una legittimità dell' illegale dall'altra, per giustificare, come poi slealmente si verifica, azioni delittuose ideologicamente ammantate di ipocrisia e dalla "necessità di guerra". Scrisse al riguardo i! Prof. Renzo De Felice: "...la Resistenza è stata un grande evento storico. Nessun "revisionismo" riuscirà mai a negarlo. Ma la Storia, al contrario dell'ideologia e detta fede, si basa sulla verità dei fatti piuttosto che sulle certezze assolute. Una "vulgata" storiografica aggressivamente egemonica, costruita per ragioni ideologiche (legittimare una nuova democrazia con l'antifascismo) ma usata spesso per scopi politici (legittimare la sinistra comunista con la democrazia) la sconfitta dell'Italia e la crisi dell'Italia nazionale, il ruolo decisivo per la vittoria degli eserciti inglese e americano, le frustrazioni dell'antifascismo, i limiti militari della resistenza e la realpolitik del PCI e del Partito Cattolico, l'inconsistenza storica della monarchia e l'inadeguatezza etico-politica della borghesia ". (Cfr. R. De Felice "II Rosso e Nero". Ce n'è per tutti! Noi non contestiamo tale realtà, bensì i suoi metodi e la torva politica persecutoria perseguita pervicacemente per oltre un cinquantennio, non accettiamo quindi giudizi sommari emessi dalla parte giudicabile e storicamente perseguibile, chiediam,o soltanto in cambio, giustizia e serenità di giudizi.
Per legittimare tutto questo confuso e contrastante groviglio di interessi, ormai ampiamente delegittimati dagli eventi con il crollo ideologico del comunismo mondiale, venne fraudolentemente violentata la storia, relegando in secondo piano la vittoria degli alleati in Italia, vennero disconosciuti arbitrariamente dalla resistenza gli oltre 300 mila caduti di 16 nazioni morti in terra italiana per il trionfo della democrazìa e ugualmente misconosciuti i 340 mila soldati tedeschi che caddero in Italia e con loro gli oltre 1OO mila soldati della RSI, e fra questi 12.500 italiani uccisi da ignoti ciclisti sulla strade del nord Italia, cittadini in gran parte incolpevoli, moltissimi dei quali sconosciuti agli stessi gappisti che li uccisero. Una ecatombe di connazionali rei soltanto di diverso pensiero ideologico o supposto tale, sterminati indifferentemente in divisa o in borghese, freddamente eliminati anche mesi e anni dopo la fine della guerra. A questi bisogna aggiungere, per rappresaglie connesse con la guerriglia o per fatti delittuosi commessi contro soldati germanici, circa 35 mila civili di ogni età e sesso, fra cui oltre 25mila connazionali sterminati dagli slavi nella sola Venezia Giulia. Caddero in combattimento oltre 60mila soldati delle FF.AA. repubblicane, scomparsi un po' ovunque in Europa, deportati e mai più rientrati in patria dai campi sovietici e titini, da portare il totale a non meno 115/120mila caduti militari. Morirono ancora per offesa aerea degli alleati fra il settembre 1943 e il maggio 1945, un totale di 43.400 civili e 3.600 militari della RSI, altri 65 mila rimasero feriti nei 15.000 bombardamenti e mitragliamene effettuati dagli anglo-americani nel centro e nord Italia che distrussero fra l'altro 5 milioni di alloggi causando danni al patrimonio edilizio nazionale per migliaia di miliardi. In questo drammatico scenario di morte e di rovine morali e materiali, si muove ed opera la Repubblica Sociale Italiana come Stato e come Governo di fatto, agendo in una situazione disperata, difficile in ogni campo d'attività, una situazione aggravata dai comportamenti delle autorità tedesche, dalla guerra, dai bombardamenti, dagli attentati partigiani, dalle distruzioni di ogni attività lavorativa e sociale collegata con la vita civile, oppressa dalla responsabilità di governare, per alimentare, far lavorare, approvvigionare, produrre, far vivere una popolazione di 24 milioni d'italiani, altrimenti destinata ad immani sofferenze se priva di uomini responsabili e di strutture credibili per la sua sussistenza e sopravvivenza. Ed è questo il vero incompreso ruolo della RSI; uno Stato come dice il Prof. De Felice, realmente vissuto, settariamente negletto dai suoi nemici, in palese contrasto storico con la verità, ma di cui si avverte, si intuisce o si accerta a seconda degli intendimenti, l'esistenza e la necessità; si riconosce legislativamente l'importanza ad operare in difesa di tutti gli italiani, altrimenti destinati ad essere abbandonati al loro destino ed alla mercé degli eserciti occupanti (al sud in condizioni oggettìvamente peggiori), uno Stato che una sentenza della Magistratura (Corte Suprema Militare dì Milano) del 26.4.1954 definisce: "...uno "Stato di fatto" con capacità giuridica, una propria sfera storica, autonomia operativa, che emanava regolarmente le sue leggi e i suoi decreti senza alcuna autorizzazione dell'alleato tedesco". Non certamente la stolta, sarcastica e strumentale illegittimità che gli avversari le hanno arbitrariamente appiccicato con la riduttiva etichetta di "Repubblica di Salò", geograficamente errata anche come realtà strutturale, pensata ed adottata da un traditore, che, ancor prima del 25 luglio 1943 e già durante la guerra, parlava dai microfoni delle nazioni nemiche, al soldo e al servizio del nemico dichiarato, salvatosi, come altri traditori, dall'Ari. 16 del trattato di pace, che salvaguardava coloro che avevano collaborato col nemico durante la guerra. Non come accaduto all'inglese John Amery, "colpevole" per gli stessi motivi, facendo propaganda, per l'Asse, che venne a fine guerra processato e impiccato per tradimento. Una storia comune con due diverse e contrastanti conclusioni.
Indipendentemente da ciò che fu l'esito della guerra, l'impegno preso dall'Italia della RSI nel settembre 1943, venne rispettato coerentemente fino all'ultimo, riabilitando storicamente l'onore militare della nazione, il. suo impegno con la Germania, la sua credibilità internazionale, che nessun revisionismo dì parte, usando una definizione del Prof. De Felice, potrà mai smentire. Un risultato pagato però a caro prezzo, un sacrifìcio non inutile, anche se si tentò di svuotarlo ingenuamente dì contenuto morale, pur considerando che il sostantivo Onore, nel comune linguaggio dei popoli, anche di quelli più primitivi, significa impegno alla parola data, lealtà, reputazione, integrità morale, rispetto. Un sacrifìcio che nessuno potrà mai più disconoscere, se in buonafede, o cancellare storicamente.
Dalla fine della guerra ad oggi abbiamo pagato a caro prezzo la nostra scelta. Non meno di 60.000 gli internati nei Campi POW degli alleati in Italia e nord Africa, 55.000 quelli rinchiusi nei campi della morte titini e sovietici molti dei quali non più rientrati in Patria; oltre 60.000 coloro che furono rinchiusi nelle patrie galere (molti vi furono sterminati), sottoposti a giudizio, processati, condannati a morte e a lunghe pene detentive, nella stragrande maggioranza per infondate accuse spazzate via successivamente dalla magistratura togata legale o liberati per effetto "dell'amnistia Togliatti", emessa, ed è bene precisarlo una volta per sempre, non per un gesto umano di clemenza nei confronti dei "perdenti", ma per cancellare innumerevoli delitti compiuti a nome della resistenza, etichettati come "atti di guerra ", di cui soltanto una ristretta frangia di criminali politicizzati, incappati nuovamente nelle maglie della giustizia, non poterono beneficiarne, anche se si salvarono accolti "fraternamente" oltre cortina, per accordi col PCI (quello dell'amnistia), dove il potente organismo internazionale del "soccorso rosso" li ospitò a lungo, li addestrò ancora alla sovversione anti NATO, evitò loro che pagassero il conto lasciato in sospeso in Italia con la giustizia. In questa campagna di solidarietà, molto contribuì il nostro Nobel. La Storia, ancorché snaturata e alterata nel suo corso per comodità politica di parte, è una cosa seria. I fatti registrati sono immutabili ed è sufficiente ricercarli e leggerli attentamente, valutarli con serenità di giudizio per come si sono verificati. Sicuramente nel testo, così vasto e multiforme, potranno affiorare errori e inesattezze casuali, dovute a errate trascrizioni e interpretazioni, sicuramente non volute o imposte. Il lettore li interpreti correttamente nell'ottica obiettiva di un sincero sforzo di ricerca che ha richiesto anni di lavoro.
"Ho fatto soltanto il mio dovere di soldato. Ho combattuto onorevolmente la mia ultima e perduta battaglia. Ora sono stanco, lasciatemi tornare a casa".
Molti di quei soldati dell'Onore non poterono esaudire neanche questo umano desiderio. Molti di loro non hanno neanche una pietra con inciso il nome, ma una zolla di terra su cui ogni primavera spunta, col grano germogliale, un fiore rosso sangue di papavero.

Nino Arena