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NINO ARENA: UN PARA'DEL "NEMBO"
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Sulle
vicende della Repubblica Sociale Italiana, argomento
questo ancora attuale e di grande interesse storico,
sono stati scritti numerosi volumi nel bene e nel
male, con diverse e difformi interpretazioni, differenti
elaborazioni, approntati sia da coloro che vi militarono,
(trattasi normalmente di ricordi, episodi personali
e fatti d'armi circoscritti ai reparti di appartenenza);
una imponente opera su più volumi pubblicata
dal compianto Giorgio Pisano con la consulenza militare
dell'indimenticabile Pieramedeo Baldrati; l'ultimo
volume della trilogia su Mussolini dello scomparso
Prof. Renzo De Felice, e non mancano nell'elenco,
autori ex partigiani o dell'area antifascista e non
pochi studiosi stranieri (che "c'azzeccano"
costoro con la RSI non lo abbiamo ancora compreso
NdA). Tedeschi e inglesi, more solito, si sono ancora
una volta alleati per parlare male dell 'Italia e
degli italiani, salvo poche lodevoli intenzioni da
una parte e dall'altra, più ipocrite che convincenti.
Ognuno di questi autori, ha cercato di dare, ed ha
dato, un contributo qualsiasi all'argomento base,
sia pure trattato in diversa misura, teso ad una migliore
conoscenza di quella interessante esperienza politica,
sociale, storica, militare vissuta da milioni d'italiani
fra il settembre 1943 e il maggio 1945, anche se talune
pubblicazioni sono state realizzate con chiari intenti
denigratori e mistificanti intendimenti, e come tali
ininfluenti come equilibrato contributo alla verità
storica. Tempo e soldi sprecati per nulla!
La RSI trae origine e sostanza da altri avvenimenti
antecendenti all'armistizio, iniziando precisamente
da quel 25 luglio, che segnò come evento determinante
nella storia d'Italia, e passò alle cronache
come la "Giornata nazionale degli illusi":
si illuse Vittorio Emanuele preoccupato per la sua
dinastia, pensando che la caduta di Mussolini avrebbe
reso possibile lo sganciamento dell'alleanza col Reich
e la continuità dei Savoia; si illuse Mussolini
sperando che il Re lo avrebbe riconfermato dopo venti
anni di onorato servizio a Capo del Governo; si illuse
Badoglio autoconvintosi, pur nella sua evidente senilità,
di poter dominare la situazione creatasi; si illusero
i 19 gerarchi convinti di aver fatto, con il tradimento
a Mussolini, una scelta necessaria al proseguimento
costituzionale della gestione nazionale; si illuse
il Comando Supremo convinto di potersi finalmente
opporre senza più complessi e condizionamenti
politici all'egemonia militare tedesca; si illusero
gli esponenti politici antifascisti convìnti
di ripristinare, rifiutando il progresso e i tempi,
fallimentari metodi parlamentari del passato pre-fascista;
si illuse soprattutto il popolo, coinvolto pericolosamente
in una collettiva follia irrazionale, che la guerra
sarebbe terminata rapidamente; si illusero le FF.AA.
che credettero alla "guerra continua, alla fedeltà
dell'Italia alla parola data, alle "millenarie
tradizioni" dell'onore militare, alla loro capacità
interpretativa; si disillusero i tedeschi alla realtà
offerta dall'incredibile crollo del fascismo, si illusero
infine, i fascisti convinti dell'immortalità
del partito, dell'indissolubile binomio Italia-fascismo,
del "Mussolini ha sempre ragione". Questa
"nostra storia", che dopo 65 anni presentiamo
all'attenzione di tutti gli italiani (e degli stranieri
che desiderano meglio conoscere le vicende italiane
senza ulteriori funambolismi letterari), si differenzia
sostanzialmente da tutte le altre. Non solo nella
impostazione e descrizione degli eventi narrati, circoscritti
più razionalmente al solo aspetto militare,
ma soprattutto per l'animus con cui è stata
elaborata per precisa volontà dei protagonisti,
unici legittimi depositari di quelle vicende, oggi
più razionalmente presentate, che Essi hanno
contribuito validamente a costruire, una dietro l'altra,
col sangue, le speranze e tanti sacrifici, per tutti
i 597 giorni in cui nacque, visse e scomparve come
fiammeggiante meteora la Repubblica Sociale Italiana.
Per tutte queste motivazioni la nostra Storia è
diversa. Per evitare il facile leit motiv del settarismo
e della faziosità altrui, il comodo pretesto
del plagio editoriale ripetitivo e stantio cui ricorrono
in molti (abbiamo ricercato, selezionato e utilizzato
oltre 1800 documenti originali sulla RSI) abbiamo
invogliato i superstiti ad inviarci testimonianze
e ricordi per gli opportuni riscontri; abbiamo, ancora,
consultato e analizzato altre notizie sugli oltre
800 titoli bibliografici esistenti tuttoggi sulla
RSI, raccolti in volume edito a suo tempo da un selezionato
gruppo di valenti ricercatori, team benemerito che
ha curato inoltre, con encomiabile lavoro d'indagine,
l'anagrafe accurata e documentabile su oltre lOOmila
caduti e dispersi della RSI, necessaria per dare concretezza
umana e confutare legalmente nel freddo linguaggio
burocratico delle statistiche i 9.363 morti "fascisti"
(di cui 1167 soppressi alla fine del conflitto) "censiti"
a dire del Ministro dell'Interno nel 1946; modificare
ancora in eccesso, i 12.779 nominativi "accertati"
nel 1995 dal Ministero della Difesa, contrapposti,
più ragionevolmente, ai circa lOOmila nomi
desunti da Pisano nella sua "Storia della guerra
civile in Italia" edita nel 1966, oggi ancor
più aggiornati dalla Commissione Valentini
a circa 115/120 mila soggetti in gran parte individuati
anagrafìcamente e suddivisi per reparti dopo
anni di ricerche e senza tema di smentite. Andando
a ritroso nel tempo, troviamo all'opposizione i 6.500
antifascisti schedati nel ventennio dall'OVRA, i 4.000
nominativi in eresia di sospetto inventariati come
fuoriusciti/confinati, cui contrapporre, per un giusto
criterio di equità, 1.400.000 cittadini italiani
colpiti dalle leggi antifasciste e luogotenenziali
sull'epurazione, liste comprendenti piccoli borghesi
e proletari (non aristocratici, capitalisti, grandi
industriali, possidenti agrari, latifondisti) anche
se non mancarono talune eccezioni, ma soltanto modesti
dipendenti dello Stato, funzionari e impiegati, ufficiali
e sottufficiali di tutte le FF.AA. (particolarmente
velenosa e settaria la Marina), magistrati e burocrati
(i gran commis dell'amministrazione statale), dipendenti
delle disciolte organizzazioni fasciste freddamente
liquidate con decreto e rimasti senza lavoro, insegnanti,
subalterni ministeriali messi alla fame, personale
degli enti locali, delle organizzazioni corporative,
sindaci e segretari comunali, anziani combattenti
della MVSN cacciati via indiscriminatamente: tutte
categorie di umili connazionali, sufficienti ci dimostrare
su chi si abbattè impietosa e inesorabile la
pesante scure antifascista e antiproletaria dell'epurazione
indiscriminata di cui nessuno ne parla. Oltre 450
i suicidi accertati, 1600 gli ex "repubblichini"
arruolati per disperazione nella Legione francese
(oltre 400 gli italiani della RSI scomparsi fra Indocina
e Algeria, 500 gli "ancient combattant"
pensionati dalla Francia) ed ancora 60mila gli italiani
emarginati emigrati fra l'Europa, il sud America,
il Canada, il Venezuela e l'Australia per tentare
di rifarsi una vita. Tutti connazionali proscritti
dall'antifascismo che nessuna statistica ÌSTAT
farà mai conoscere nel nome di una "libertà'''
a senso unico e nessuna pubblicazione "democratica
" avrà il coraggio civile e umano di esporre
liberamente alla pubblica opinione, nel ricordo, pericoloso
e latente, di demolire un artificioso castello "dei
cattivi" volutamente eretto da oltre 60 anni
per strumentalizzare e condizionare milioni di ignari
italiani che non conoscono ancora oggi la storia del
proprio Paese, bandita volutamente dalle scuole ma
aleggiante con i suoi timori, i suoi fantasmi, le
sue paure attorno a chi volle erigerlo, solleticando
l'interesse di chi vuole sapere e conoscere, in contrasto
con la superficialità italica di chi lo accetta
supinamente senza indagare e l'appagamento epidermico
di chi rifiuta ragionevolmente, per partito preso,
il confronto in alternativa di una diversa verità
molto spiacevole da conoscere. Non ci rifiutiamo di
fare i conti con la storia assumendoci le nostre responsabilità,
anche quelle che non ci competono, ma non possiamo
farci carico dei comportamenti altrui e delle relative
conseguenze, come spesso ci imputano "sparando
a zero nel mucchio", come non accettiamo connessioni,
connivenze, complicità morali, consensi e solidarietà
per le feroci rappresaglie tedesche, con cui ci accusano,
i campi di sterminio, le deportazioni coatte, annoverando
senza timori fra questi rifiuti, le leggi razziali,
uno dei più grossolani errori del fascismo
(ho avuto come compagno di banco alle scuole elementari
della Garbatella Franco Ascoli, tuttora vivente, con
il quale ho mantenuto, dopo 65 anni, cordiali rapporti
di amicizia NdA). Non possiamo quindi accettare da
altri sentenze di comodo, poiché abbiamo fatto
onestamente da anni il nostro coscienzioso esame di
distinzione, di valutazione, senza per questo rinnegare
il nostro passato e la nostra generazione (quella
nata all'inizio degli anni '20) che ha vissuto pienamente
la genesi, l'affermazione e il declino del movimento
fascista, subendone interamente l'influsso e i principi,
le contraddizioni e le delusioni fino al 25 luglio
1943, e quando nel settembre dello stesso anno abbiamo
vissuto le drammatiche vicende dell'armistizio e del
tradimento, stando alle armi, sui banchi della scuola
o al lavoro, non indugiammo oltre, quando, a torto
o a ragione, ritenemmo che l'Italia in cui credevamo
avesse bisogno di noi per la sua difesa e la salvaguardia
del suo onore infangato da pochi irresponsabili in
fuga con i Savoia, dopo aver abbandonato un intero
popolo e le sue FF.AA.. Sapevamo che era una battaglia
perduta, ma volemmo ugualmente tentare di fare qualcosa
senza misurare i rischi, senza prospettive di vittoria
o di compensi, con la freschezza e l'entusiasmo della
giovinezza, non per puntellare per coerenza etica
il rinato fascismo repubblicano, non certamente perché
afascisti o afflitti da fronda contestatrìce,
ma più semplicemente perché avevamo
maturato e valutato in fretta gli straordinari eventi
accaduti, perché desideravamo fare, prima che
le cose si appianassero, una scelta ad personam per
non rimanere fuori della Storia, scegliendo l'Italia,
senza subire dall'esterno alcun condizionamento diverso,
in piena libertà di giudizio, spontaneamente.
Per tutto questo e per altri misteriosi e imperscrutabili
motivi dell'inconscio, la nostra generazione ormai
al tramonto, può considerarsi anomala, ed è
questa diversità che ha in buona fede colpito,
riteniamo, l'allora Presidente della Camera On. Violante,
comunista, quando, nel suo discorso inaugurale, accennò,
con rispetto e considerazione, allo spirito e all'entusiasmo
che ci animava come volontari, pur militando ideologicamente
dalla parte a noi avversa, e salvaguardando, come
suo dovere di comunista, "i valori della resistenza".
Con questo non desideriamo essere considerati come
individui dotati di straordinarie virtù per
la coerenza dimostrata, né accettiamo, in contrapposizione,
essere definiti "biechi aguzzini e servi dei
tedeschi" come più volte maldestramente
tentato dagli avversari politici subdolamente, ma
più semplicemente considerati per quelli che
realmente eravamo: italiani (piccola minoranza anomala)
che in assoluta buonafede hanno creduto, combattuto
e sofferto per un ideale nobile quale era in quel
particolare momento storico la difesa della loro Patria
e del suo onore nazionale. Rifiuto della strumentalizzazione
dunque, anche quando i nostri camerati morivano orgogliosamente
perché condannati come "fascisti"
pur senza essere iscritti al PFR, quando frequentavamo
le scuole ufficiali della GNR indossando la camìcia
nera, quando applicavamo alla lettera la disposizione
del Duce n. 1004/SM, il cui art. 19 sulla legge fondamentale
delle FF.AA. della RSl, vietava ai militari in servizio
l'iscrizione al partito fascista repubblicano, quando
giuravamo per l'Italia e non per una ideologia o peggio
ancora per il Re, anche se molti, contravvenendo al
divieto, si iscrissero al PFR ostentando tessera e
distintivo. Una generazione che non sapeva odiare
(a differenza degli avversati) pagando per tale grave
complesso psicologico in altissima misura nella guerra
civile; una generazione che rispettava ed ammirava
il soldato tedesco come alleato ma lo contestava apertamente
per metodi e mentalità (rifiutando uniformi
con simboli nazisti), che ha risposto con decisione
ad ogni tentativo di sopraffazione tedesca {anche
minacciando l'uso delle armi come accadde a Gorizia
e Milano), che conosceva esattamente quando combatteva,
le motivazioni ideali che l'avevano spinta a riprendere
le armi dopo l'8 settembre 1943, non per rafforzare
ideologicamente una Germania tracotante e prevaricatoria,
che brigava ingannevolmente per fagocitare lembi d'Italia,
ma soltanto per tener fede ad un impegno di alleanza
militare, sottoscritto dall'Italia quattro anni prima
dell'armistizio con l'avallo autorevole di Vittorio
Emanuele, che lo aveva poi rinnegato, ma che andava
comunque rispettato, impegno che era stato informalmente
ricusato nascostamente da Badoglio e compagni col
suo armistizio per viltà fisica e morale, opportunismo
unilaterale e come tale giustamente considerato come
tradimento dall'opinione pubblica internazionale.
Il resto, tutto quello che segue gli eventi nella
scia luminosa di quel fatto storico importante che
fu la RSI, è soltanto frutto deviante del pensiero,
confusione morale, tentativo giustificante del capovolgimento
di rapporti d'alleanza, impostazione mendace di valori
ideali e condanne gratuite per coloro che vi militarono,
e si opposero alla menzogna, utilizzando massivamente,
ad arte, l'egemonia culturale e incontrastata della
sinistra e il conformismo becero della intellighenzia
nostrana da sempre al servizio del potente di turno.
Etichettature ideologiche non veritiere, necessarie
però nella visione strumentale e aberrante
della guerra civile, ad emettere con pseudo parvenza
legalitaria, sentenze di morte per giustificare delitti
e crimini elargiti indifferentemente a modesti e semplici
coscritti del popolo chiamati alle armi, a motivati
volontari, ad anziani richiamati e fedeli simpatizzanti
di parte, tutti considerati meritevoli senza appello
di morte e come tali freddamente eliminati senza alcuna
distinzione: "...sono considerati fuorilegge
e condannati a morte; uguale trattamento sia usato
anche ai feriti di tali reparti trovati sul campo.
In caso si debbono fare dei prigionieri per interrogatori
ecc. il prigioniero non deve essere tenuto in vita
oltre le tre ore". (Cfr. Disposizione CLNAl/CVL
alla Div. GL "Val Chisone" a firma Marcellin)
Cosa rispondere a simili aberranti documenti, cosa
fare e come comportarsi in simili circostanze? Semplicemente
adottando nel solco della legalità, le leggi
di guerra per i belligeranti nei confronti dei "franchi
tiratori" o definizioni similari, cosi come gli
eserciti regolari, nessuno escluso, hanno inteso adottare
per difendersi nel rispetto delle convenzioni e trattati
internazionali in Europa, Indocina, Algeria, Corea,
Palestina, Afghanistan, Libano, Israele, Congo e Kenia,
Malesia, Mozambico, Angola, in cui Germania, Francia,
Inghilterra, Stati Uniti, Unione Sovietica, Portogallo
e Israele, Belgio e persino l'ONU hanno operato in
guerra e nel turbolento dopoguerra. La RSI e le sue
FF.AA. non potevano fare diversamente, in quanto stato
legalmente riconosciuto a livello internazionale,
certificata come nazione belligerante, anche se in
Italia venne fraudolentemente sovvertita dalla resistenza
tale disposto codificato, trasformando arbitrariamente
la difesa da attacchi di guerriglieri come azione
irregolare, processando essi, gli irregolari delle
bande fuorilegge, i comandanti e i gregari di reparti
regolari, elargendo condanne a morte per meglio convalidare
l'illecito, condannando a lunghe pene detentive, soldati
che si erano difesi, eliminando più sbrigativamente
con i tribunali del popolo e le famigerate CAS tutti
coloro che incappavano sfortunatamente nelle mani
della resistenza, uccidendo coloro che venivano assolti
in quanto già condannati comunque all'eliminazione
fisica. "Il narrare de suoi tempi scema fede
ai racconti, per la opinione universale che lo storico
di cose presenti, menato dagli odii e dagli amori,
falsifica e svolge le verità. Ma la storia
è testimonianza, lo storico dice cose viste
o apprese da chi le vide; la condizione di contemporaneo,
mediata o immediata, è indispensabile. È
testimonianza ed è giudizio; e veramente nelle
sentenze non è facile schivare le proprie passioni
se non a narratori d'animo freddo, uomini di racconto,
pessimi fra gli scrittori che non sentono né
fan sentire la turpitudine o la grandezza delle umane
azioni. " (Pietro Colletta patriota). Non mancarono
da una parte e dall'altra gli eccessi e le violenze,
poiché tali manifestazioni fanno sfortunatamente
parte dell'umanità, ma rifiutiamo decisamente,
perché mendace, la generalizzazione settaria,
le condanne ingiuste e giuridicamente immotivate,
poiché anche i "vinti" non possono
accettare accuse infondate, subire ingiustizie, sopportare
pene immeritate, ben conoscendo per metodi e comportamenti
altrui, i killers che militavano fra i "banditen",
i boia stranieri che eliminavano freddamente i prigionieri
fascisti o presunti tali, le "spie", segnalate
da Radio Londra e dalla filiale italiana di Bari,
"giustiziate" spesso per abietti motivi
di lucro o di personale risentimento, senza alcun
fondamento di giustizia. "Frankie " l'australiano,
Mirko, Lakovic, Martin terroristi slavi, i russi Vukosin
e Krazov che uccidevano per sadico piacere in Val
Sesia e in Umbria, nelle Marche e nella Carnia, in
Venezia Giulia, dove si distinsero i comunisti titini
Motlika, Tonde, Picolic, Trampus, Stoka e il famigerato
"Giacca" uccisore degli stessi partigiani
italiani, colpevoli della scomparsa di migliala dì
italiani innocenti, anche se non mancarono sfortunatamente
gli esecutori nostrani, responsabili di innumerevoli
stragi da Vercelli a Graglia, da Schio a Carpi, da
Oderzo a Concordia, da Cadibona al Cansiglio, nel
triangolo della morte BO-MO-RE, per citare soltanto
alcune località; episodi infami che possono
benissimo accompagnarsi nel genocidio dell'umanità
alle rappresaglie tedesche, ai campi di sterminio
nazisti, alle fosse di Katyn dì Stalin, alle
stragi di Dresda e Amburgo della RAF inglese, alle
atomiche USA sul Giappone, al napalm sparso a piene
mani sul Vietnam, alle foibe titine dell'Istria, allo
sterminio in Cambogia del comunista Phol Pot, alla
disumana consegna a Stalin, a guerra ormai terminata,
del popolo cosacco e dei nazionalisti slavi fatta
dall'esercito britannico, agli estoni anticomunisti
consegnati dalla Svezia all'URSS perché li
giustiziasse: chi è senza peccato scagli la
prima pietra! Quanti delitti rimasti impuniti soltanto
perché compiuti dai "vincitori" sui
"vinti", quante Norimberga palesi e occulte
ci furono e giudicarono secondo una secolare legge
di sopraffazione giunta sino ai nostri giorni, anche
se vorremmo chiudere senza più recriminazioni
questa insanabile pagina di dolore che ha colpito
milioni d'italiani addossandoci ognuno la parte di
responsabilità che ci compete, in un clima
di maggiore comprensione e concardia fra italiani
di opposte ideologie, ora che la generazione ruggente
della guerra civile sta scomparendo per cause naturali
portandosi dietro i suoi rancori, le sue nostalgie,
le sue delusioni, un residuo desiderio di giustizia
inappagato, i ricordi di una odiosa emarginazione
illiberale e democraticamente ingiustificata durata
oltre 60 anni, al cui confronto la "tirannia"
del fascismo era una dittatura che ha consentito a
40 milioni di italiani dì vivere serenamente
per vent'anni, ma che abbiamo riscoperto soltanto
come tale nel dopoguerra. Dal 1943 ad oggi sono trascorsi
65 anni; non molti per scrivere spassionatamente la
storia della RSI, non pochi per disporre oggi, di
una più vasta visione delle vicende analizzate
a mente fredda, serenamente, più completa degli
avvenimenti accaduti, più pacata e ordinata
sulla sequenza cronologica con cui si sono svolti
gli eventi, inducendo nel tempo i superstiti a scrivere
i fatti così come avvennero realmente, offrendo
agli italiani tutti, in tal modo, una storia interessante
e poco conosciuta delle nostre vicende contemporanee,
in quanto da sempre "democraticamente" avversata,
quasi come fosse un oltraggio alla libertà
di opinione e di pensiero che, secondo un desueto
luogo comune dei media, "noi" rifiutiamo
per principio di applicare. Non sono passati invano
oltre 60 anni della storia italiana senza maturare
principi e convincimenti, come non sono passati in
forma inutile per noi, lunghi anni di lavoro, di sacrifici,
di risalita sociale per tornare prepotentemente e
in forma del tutto naturale al vertice di quella scala
di valori individuali, che ci ha permesso di offrire
allo sviluppo nazionale: Ministri e Presidenti di
regione, alti funzionati dello Stato e della Magistratura,
medici e scienziati di alto livello, generali delle
FF.AA. (alcuni dei quali uccisi vilmente dalle bierre),
imprenditori avveduti e intelligenti e recentemente
anche un Premio Nobel, che militò, strane coincidenze
della vita, nello stesso reparto in cui militai nella
RSI, salvo poi a rinnegare militanza, scelte individuali
e ideali liberamente voluti. Questo lavoro non è
stato volutamente incentrato su argomenti diversificati:
politica, fascismo repubblicano, propaganda razziale,
motivazioni sociali, aspetti finanziari, previdenziali,
produttivi, culturali della RSI, pur sfiorando nella
narrazione taluni argomenti inerenti il soggetto fondamentale,
che non sono stati trattati compiutamente poiché
ho preferito impostare e razionaiizzare sforzi e ricerche
solo sulle FF.AA. della RSI e sull'azione militare,
evitando per quanto possibile, una diluita e generalizzata
visione degli eventi che avrebbe perso in parte la
sua connotazione parlando di tutto e di tutti. L'azione
militare è stata, a mio giudizio, l'aspetto
preminente della impostazione strategica della RSI,
nel tentativo in gran parte assolto, di realizzare
un compito fondamentale e primario della politica
repubblicana.
Riscattare l'Onore d'Italia, non è stato soltanto
un semplice slogan propagandistico adottato dalla
RSI, ma una formula ideale che racchiudeva pragmatìcamente
una delle poche possibilità d'azione autonoma
che la difficile situazione post-armistiziale offriva
alla ridotta strategia d'azione della RSI, valutando
obiettivamente l'occhiuta e diffidente presenza tedesca,
volutamente portata capziosamente, per comodità
offensiva e infondata prevenzione, all'affrettato
giudizio ed alla facile censura tipica di una mentalità
prevenuta e ottusamente radicalizzata. Non era certamente
lo slogan propagandistico del "Zwei Volks ein
Krieg" innalzato nel 1939 come etichetta ideale
al patto d'acciaio Roma-Berlino, ma una incresciosa
e diversa realtà avuta in eredità dal
tradimento badogliano, assegnata in toto al popolo
italiano dall'opinione pubblica internazionale senza
alcuna distinzione ideologica. Sussisteva, anche,
l'insegna mortificante e avvilente di inaffidabilità,
condivisa pariteticamente da tedeschi e alleati (soprattutto
inglesi); offesa questa che non faceva piacere a nessuno
dei contendenti, meno che mai al governo del sud,
poiché, nonostante le apprezzabili dimostrazioni
di cobelligeranza fornite in azione, il trattato di
pace firmato a Parigi da De Gasperi nel 1947, non
forniva alcuna distinzione fra paesi cobelligeranti
ed ex paesi dell'Asse, ed all'Italia del Re, che aveva
onestamente combattuto al fianco degli alleati contro
la Germania (e la RSI) non venne riservato alcun benefìcio,
venne privata delle colonie e di lembi territoriali
nazionali, perse la flotta, ebbe FF.AA. ridotte e
pagò duramente e senza alcun vantaggio la sua
scelta di campo del settembre 1943.
Anche il Reich tentò, per precisa volontà
della sua Fuhrung, di fare dell'Italia uno stato occupato
militarmente, da punire e sfruttare a somiglianza
di quelli europei: Francia, Scandinavia, Paesi Bassi,
Paesi Balcanici, Paesi dell'Europa orientale, ma fortunatamente
ci fu per l'Italia il ritorno alla guida politica
di Mussolini, la nascita della RSI con un suo governo,
la decisa opposizione italiana a tale ipocrita e occulto
intendimento tedesco, in contrapposizione alle esigenze
della Wehrmacht secondo la strategia delVOKW, sbandierate
a tutto campo come conditio sine qua non alla neonata
RSI, che mal si conciliavano con l'intenzione di piena
autonomia dell'Italia del nord, che Mussolini ribadì
energicamente al Fiihrer, poiché la nascita
della RSI, appoggiata e sostenuta personalmente da
Hitler come stato alleato a tutti gli effetti, doveva
avere necessariamente, una sua particolare sfera d'influenza
e di autonomia politica e amministrativa, che teneva
conto oggettivamente di una diversa realtà
giuridica, della volontà dimostrata con i fatti
da centinaia di migliala di volontari italiani, del
rilancio in comune del Patto d'acciaio, di ammirevoli
esempi di cameratismo dimostrati sui campi dì
battaglia da innumerevoli italiani, schieratisi con
la Wehrmacht all'armistizio su tuttti i fronti di
guerra.
Inizialmente tutto ciò non fu ritenuto sufficiente
per la Germania onde esimerla dall'applicare rigidamente
una ingiustificata condotta punitiva verso l'Italia,
usando l'opprimente e stantio ritornello del tradimento,
del tutto ingiustificato dalla realtà, ma usato
come comodo pretesto comportamentale per ogni occasione.
Fu quindi necessario per la RSI e per Mussolini condurre
una campagna di opposizione con forza e volontà
contro i tedeschi (o almeno verso una parte dei responsabili
nazisti delegati dal Reich ai rapporti con l'Italia
repubblicana) iniziando una logorante battaglia a
livello diplomatico, politico, militare, per la sicurezza-territoriale,
le questioni finanziane, produttive ed economiche,
per la lotta alle bande, fronteggiando e contestando
le insensate rappresaglie naziste che si riverberavano
negativamente contro la RSI. Fu necessario contrapporre
all'arbitrio tedesco la legalità delle leggi
italiane, alla sopraffazione la reazione giustificante
del diritto, alla prevaricazione il rispetto dei patti
d'alleanza. Non sempre si riuscì ad ottenere
giustizia ma, per gli aspetti fondamentali, prevalse
il buonsenso e la fermezza del governo repubblicano,
anche se fu una lunga battaglia condotta sul fronte
interno, detestata dai più in quanto portata
contro l'alleato, ma necessaria come finalità
per non farsi soverchiare dalla prepotenza tedesca,
ottenendo come nel caso del "golpe" di Richtofen,
il rientro in Germania del responsabile della Luftwaffe
in Italia; la riparazione morale, giudiziaria ed economica
per l'arbitrio fatto dalla Kriegsmarine colpevole
di aver fatto fucilare due ufficiali italiani della
Marina repubblicana. Una battaglia combattuta giornalmente,
corrosiva in quanto condotta contro un pseudo "amico",
paradossalmente assurda fra ottusità teutonica
e fantasia latina, fra slogans ricorrenti ma superati
e palesi dimostrazioni di volontà combattiva,
ribattendo colpo dietro colpo i sabotaggi occulti
e i boicottaggi spiccioli dei "capataz"
locali, contestando persino il maresciallo Keitel
che voleva soltanto manovalanza dagli IMI e la RSI
che si batteva per riscattarli onorevolmente come
soldati opponendo al preteso senso di fedeltà
tedesco l'attentato al Fuhrer che sgretolò
il morale e la fede dei nazisti e dell'OKW, la lotta
fra Kesselring combattuto, per direttive dell'OKW
ad impiegare in linea reparti italiani al livello
massimo di battaglione, e il maresciallo Graziani
che, avendo ottenuto dall'OKW le G.U, perfettamente
addestrate per l'impiego in linea sul fronte italiano,
lottava per portarle unitariamente in combattimento,
chiedeva il rispetto delle convenzioni stabilite per
armamenti/equipaggiamenti ceduti con riluttanza nonostante
gli impegni dell'OKW, esponendo ai riottosi responsabili
militari tedeschi, in alternativa, la volontà
della Luftwaffe a fornire ai piloti italiani i migliori
e competitivi aerei da caccia (persino quelli a razzo)
avendo conosciuto ed apprezzato in battaglia valore
individuale e capacità professionali dei nostri
aviatori rimasti da soli a difendere l'Italia del
nord, ed infine, a coronamento di questa lunga e logorante
schermaglia, la verità luminosa e incontrovertibile
emersa a fine guerra, sul tradimento dei nazisti tedeschi,
all'insaputa del Fuhrer e della Wehnnacht, di Mussolini
e della RSI, con la firma apposta in Svizzera da Wolff
ed emissari alleati, per la cessazione della guerra
in Italia: Badoglio aveva fatto scuola e proseliti!
Alla descrizione sull'azione militare delle FF.AA.
repubblicane, si accompagna cronologicamente e fisiologicamente
e non poteva essere diversamente, l'andamento della
guerra in Italia; dallo sbarco alleato in Sicilia
del luglio 1943 allo sfondamento della "Gotica"
nell'aprile 1945; le sanguinose battaglie fra il Gruppo
d'Eserciti C di Albert Kesselring e il 15° Gruppo
di Armate alleate di Harold Alexander, che si combatterono
da Salerno a Cassino, da Roma alla "Gotica",
in Venezia Giulia e sulle Alpi occidentali ed alle
cui vicende parteciparono in misura sempre più
crescente le FF.AA. della RSI, comprendenti oltre
800 mila uomini di cui 450 mila dei reparti operativi
e 370 mila di quelli ausiliari, fra cui si contava,
in assoluto, la più elevata percentuale di
volontari mai prima d'allora registrata nelle guerre
nazionali, poiché non meno di 140 mila furono
i giovani e meno giovani che accorsero spontaneamente
al richiamo dell'Italia al momento dell'armistizio;
migliaia e decine dì migliaia coloro che rimasero
in armi volontariamente; oltre 120 mila gli ex IMI
che uscirono, senza pressione alcuna dai campi d'internamento,
scegliendo la RSI, la Werhmacht, le Waffen SS, i reparti
militarizzati, inserendo doverosamente fra i volontari
le 7.000 ausiliarie e Fiamme Bianche, che, giovanissimi,
vollero portare il loro contributo all'Italia affrontando
pericoli e prevenzioni. Persino in Estremo Oriente,
fra la Cina e il Giappone, ci furono soldati italiani
che giurarono fedeltà alla RSI e operarono
sino al termine della 2a G.M, e per finire i 450mila
ex IMI che contribuirono validamente allo sforzo bellico
del Reich lavorando per la produzione bellica tedesca
e l'appoggio morale della RSI.
All'azione militare si contrappose, non da parte nostra,
una guerra civile durissima, combattuta senza esclusione
di colpi, nelle città, nelle campagne, sui
monti, nelle valli del centro-nord Italia, nei boschi,
sui monti. Una guerra subdola, feroce e oltraggiosa
per chi la dovette subire per aspetti morali e nazionali,
per vili attentati perpetrati alle spalle, imprevisti
e improvvisi, per metodi comportamentali ignobili
che causarono la perdita di preziosi valori morali,
umani, ideali e un giustificabile desiderio di vendetta,
non voluta ma presente. Si ebbe la ricerca disperata
e la conferma di una valida motivazione giuridica
e morale necessaria per suffragare una scelta d'onore
da una parte, la ricerca di una legittimità
dell' illegale dall'altra, per giustificare, come
poi slealmente si verifica, azioni delittuose ideologicamente
ammantate di ipocrisia e dalla "necessità
di guerra". Scrisse al riguardo i! Prof. Renzo
De Felice: "...la Resistenza è stata un
grande evento storico. Nessun "revisionismo"
riuscirà mai a negarlo. Ma la Storia, al contrario
dell'ideologia e detta fede, si basa sulla verità
dei fatti piuttosto che sulle certezze assolute. Una
"vulgata" storiografica aggressivamente
egemonica, costruita per ragioni ideologiche (legittimare
una nuova democrazia con l'antifascismo) ma usata
spesso per scopi politici (legittimare la sinistra
comunista con la democrazia) la sconfitta dell'Italia
e la crisi dell'Italia nazionale, il ruolo decisivo
per la vittoria degli eserciti inglese e americano,
le frustrazioni dell'antifascismo, i limiti militari
della resistenza e la realpolitik del PCI e del Partito
Cattolico, l'inconsistenza storica della monarchia
e l'inadeguatezza etico-politica della borghesia ".
(Cfr. R. De Felice "II Rosso e Nero". Ce
n'è per tutti! Noi non contestiamo tale realtà,
bensì i suoi metodi e la torva politica persecutoria
perseguita pervicacemente per oltre un cinquantennio,
non accettiamo quindi giudizi sommari emessi dalla
parte giudicabile e storicamente perseguibile, chiediam,o
soltanto in cambio, giustizia e serenità di
giudizi.
Per legittimare tutto questo confuso e contrastante
groviglio di interessi, ormai ampiamente delegittimati
dagli eventi con il crollo ideologico del comunismo
mondiale, venne fraudolentemente violentata la storia,
relegando in secondo piano la vittoria degli alleati
in Italia, vennero disconosciuti arbitrariamente dalla
resistenza gli oltre 300 mila caduti di 16 nazioni
morti in terra italiana per il trionfo della democrazìa
e ugualmente misconosciuti i 340 mila soldati tedeschi
che caddero in Italia e con loro gli oltre 1OO mila
soldati della RSI, e fra questi 12.500 italiani uccisi
da ignoti ciclisti sulla strade del nord Italia, cittadini
in gran parte incolpevoli, moltissimi dei quali sconosciuti
agli stessi gappisti che li uccisero. Una ecatombe
di connazionali rei soltanto di diverso pensiero ideologico
o supposto tale, sterminati indifferentemente in divisa
o in borghese, freddamente eliminati anche mesi e
anni dopo la fine della guerra. A questi bisogna aggiungere,
per rappresaglie connesse con la guerriglia o per
fatti delittuosi commessi contro soldati germanici,
circa 35 mila civili di ogni età e sesso, fra
cui oltre 25mila connazionali sterminati dagli slavi
nella sola Venezia Giulia. Caddero in combattimento
oltre 60mila soldati delle FF.AA. repubblicane, scomparsi
un po' ovunque in Europa, deportati e mai più
rientrati in patria dai campi sovietici e titini,
da portare il totale a non meno 115/120mila caduti
militari. Morirono ancora per offesa aerea degli alleati
fra il settembre 1943 e il maggio 1945, un totale
di 43.400 civili e 3.600 militari della RSI, altri
65 mila rimasero feriti nei 15.000 bombardamenti e
mitragliamene effettuati dagli anglo-americani nel
centro e nord Italia che distrussero fra l'altro 5
milioni di alloggi causando danni al patrimonio edilizio
nazionale per migliaia di miliardi. In questo drammatico
scenario di morte e di rovine morali e materiali,
si muove ed opera la Repubblica Sociale Italiana come
Stato e come Governo di fatto, agendo in una situazione
disperata, difficile in ogni campo d'attività,
una situazione aggravata dai comportamenti delle autorità
tedesche, dalla guerra, dai bombardamenti, dagli attentati
partigiani, dalle distruzioni di ogni attività
lavorativa e sociale collegata con la vita civile,
oppressa dalla responsabilità di governare,
per alimentare, far lavorare, approvvigionare, produrre,
far vivere una popolazione di 24 milioni d'italiani,
altrimenti destinata ad immani sofferenze se priva
di uomini responsabili e di strutture credibili per
la sua sussistenza e sopravvivenza. Ed è questo
il vero incompreso ruolo della RSI; uno Stato come
dice il Prof. De Felice, realmente vissuto, settariamente
negletto dai suoi nemici, in palese contrasto storico
con la verità, ma di cui si avverte, si intuisce
o si accerta a seconda degli intendimenti, l'esistenza
e la necessità; si riconosce legislativamente
l'importanza ad operare in difesa di tutti gli italiani,
altrimenti destinati ad essere abbandonati al loro
destino ed alla mercé degli eserciti occupanti
(al sud in condizioni oggettìvamente peggiori),
uno Stato che una sentenza della Magistratura (Corte
Suprema Militare dì Milano) del 26.4.1954 definisce:
"...uno "Stato di fatto" con capacità
giuridica, una propria sfera storica, autonomia operativa,
che emanava regolarmente le sue leggi e i suoi decreti
senza alcuna autorizzazione dell'alleato tedesco".
Non certamente la stolta, sarcastica e strumentale
illegittimità che gli avversari le hanno arbitrariamente
appiccicato con la riduttiva etichetta di "Repubblica
di Salò", geograficamente errata anche
come realtà strutturale, pensata ed adottata
da un traditore, che, ancor prima del 25 luglio 1943
e già durante la guerra, parlava dai microfoni
delle nazioni nemiche, al soldo e al servizio del
nemico dichiarato, salvatosi, come altri traditori,
dall'Ari. 16 del trattato di pace, che salvaguardava
coloro che avevano collaborato col nemico durante
la guerra. Non come accaduto all'inglese John Amery,
"colpevole" per gli stessi motivi, facendo
propaganda, per l'Asse, che venne a fine guerra processato
e impiccato per tradimento. Una storia comune con
due diverse e contrastanti conclusioni.
Indipendentemente da ciò che fu l'esito della
guerra, l'impegno preso dall'Italia della RSI nel
settembre 1943, venne rispettato coerentemente fino
all'ultimo, riabilitando storicamente l'onore militare
della nazione, il. suo impegno con la Germania, la
sua credibilità internazionale, che nessun
revisionismo dì parte, usando una definizione
del Prof. De Felice, potrà mai smentire. Un
risultato pagato però a caro prezzo, un sacrifìcio
non inutile, anche se si tentò di svuotarlo
ingenuamente dì contenuto morale, pur considerando
che il sostantivo Onore, nel comune linguaggio dei
popoli, anche di quelli più primitivi, significa
impegno alla parola data, lealtà, reputazione,
integrità morale, rispetto. Un sacrifìcio
che nessuno potrà mai più disconoscere,
se in buonafede, o cancellare storicamente.
Dalla fine della guerra ad oggi abbiamo pagato a caro
prezzo la nostra scelta. Non meno di 60.000 gli internati
nei Campi POW degli alleati in Italia e nord Africa,
55.000 quelli rinchiusi nei campi della morte titini
e sovietici molti dei quali non più rientrati
in Patria; oltre 60.000 coloro che furono rinchiusi
nelle patrie galere (molti vi furono sterminati),
sottoposti a giudizio, processati, condannati a morte
e a lunghe pene detentive, nella stragrande maggioranza
per infondate accuse spazzate via successivamente
dalla magistratura togata legale o liberati per effetto
"dell'amnistia Togliatti", emessa, ed è
bene precisarlo una volta per sempre, non per un gesto
umano di clemenza nei confronti dei "perdenti",
ma per cancellare innumerevoli delitti compiuti a
nome della resistenza, etichettati come "atti
di guerra ", di cui soltanto una ristretta frangia
di criminali politicizzati, incappati nuovamente nelle
maglie della giustizia, non poterono beneficiarne,
anche se si salvarono accolti "fraternamente"
oltre cortina, per accordi col PCI (quello dell'amnistia),
dove il potente organismo internazionale del "soccorso
rosso" li ospitò a lungo, li addestrò
ancora alla sovversione anti NATO, evitò loro
che pagassero il conto lasciato in sospeso in Italia
con la giustizia. In questa campagna di solidarietà,
molto contribuì il nostro Nobel. La Storia,
ancorché snaturata e alterata nel suo corso
per comodità politica di parte, è una
cosa seria. I fatti registrati sono immutabili ed
è sufficiente ricercarli e leggerli attentamente,
valutarli con serenità di giudizio per come
si sono verificati. Sicuramente nel testo, così
vasto e multiforme, potranno affiorare errori e inesattezze
casuali, dovute a errate trascrizioni e interpretazioni,
sicuramente non volute o imposte. Il lettore li interpreti
correttamente nell'ottica obiettiva di un sincero
sforzo di ricerca che ha richiesto anni di lavoro.
"Ho fatto soltanto il mio dovere di soldato.
Ho combattuto onorevolmente la mia ultima e perduta
battaglia. Ora sono stanco, lasciatemi tornare a casa".
Molti di quei soldati dell'Onore non poterono esaudire
neanche questo umano desiderio. Molti di loro non
hanno neanche una pietra con inciso il nome, ma una
zolla di terra su cui ogni primavera spunta, col grano
germogliale, un fiore rosso sangue di papavero.
Nino Arena
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