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AVVENTURA DI UNA FIAMMA BIANCA!
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Volgeva
ormai al termine l'inverno '43-'44 e gli invasori
che risalivano la penisola, potevano giungere a Roma
da un momento all'altro essendo sbarcati ad Anzio
il 22 gennaio del 1944.
Nel febbraio di quell'anno, esponenti della RSI e
del Partito Fascista si recarono presso le scuole
superiori di Roma per interpellare gli studenti degli
ultimi anni dei corsi medi superiori (giovani dai
16/18 anni in su) ed arruolare quanti volessero far
parte del1' esercito repubblicano. Della mia classe,
il 1° liceo, di oltre 30 studenti, ci arruolammo
solo in tre.
Di questi uno è vivo e vegeto, dell'altro,
certo Romano (di cognome), non ho notizie e penso
sia Caduto, prima o dopo la "liberazione".
Ma voglio tornare a quel febbraio 1944: ero emozionantissimo!
Era il momento decisivo della mia vita: ero felice
di poter difendere il suolo della Patria profanato
dallo straniero, da bombardamenti e soprusi di ogni
genere degli anglo-americani ed ancor più di
marocchini. indiani, polacchi, ecc.. Sentivo profondamente
l'angoscia per il nostro sogno meraviglioso che stava
per svanire. Più volte avevo sognato di scappare
di casa per correre a dare quanto potessi, per l'Italia
e per il Duce; fedele ad un giuramento ogni anno ripetuto
con sincera convinzione . Non ci poteva essere altra
occasione per stare in pace con me stesso, con la
mia fede e la mia coscienza. Che dire a casa? Semplice;
poiché non c'era modo in quei tempi, né
di fare un po' di villeggiatura, né, col razionamento
dei viveri, di nutrirsi adeguatamente. (specie per
noi giovani), dissi che il "fascio" ci portava,
finita la scuola, a fare un campeggio ginnico-ricreativo,
con pasti abbondanti, passeggiate ed altre balle.
A parte il piacere di vedermi felice, ben nutrito
e di potermi far fare un po' di villeggiatura, altrimenti
impossibile, ricordo che i miei rimasero un po' interdetti
sul fatto che non si dovesse pagare proprio nulla.
Comunque andai. Il nostro accampamento si trovava
dietro l'attuale Stadio Olimpico, tra il verde dei
colli della Farnesina. Eravamo tutti giovanissimi
ed io appartenevo al ristretto gruppo degli "under
15", come dicono oggi i giornalisti sportivi.
Ginnastica, ordine chiuso, qualche esercitazione con
le armi e molte marce e canti.
L'allora tenente Franci ed il capitano Sivori erano
i nostri capi. Due i momenti di grande felicità.
L'arrivo di tanti ragazzi delle Colonie, arruolatisi
con fede ancor più forte della nostra, se possibile,
che portarono una nota vivacissima nei plotoni. Mi
sembrava che, con tanta giovinezza, avremmo potuto
vincere qualunque nemico.
Secondo motivo di felicità, la divisa: pantaloni
lunghi alla zuava e basco con la fiamma bianca. Per
le prime libere uscite - noi romani ne approfittavamo
per andare a casa - vestivo abiti borghesi sia per
evitare aggressioni di vigliacchi, (già alcuni
dei nostri erano stati aggrediti), sia, almeno per
me, per non destare sospetti in famiglia.
Pensavo che non avessero capito come stavano le cose,
mentre, evidentemente, già stavano progettando,
di nascosto, per evitare le mie reazioni inconsulte,
di impedirmi di andare in guerra. Il tempo stringeva
ed, infatti, ai primi di maggio si cominciò
a parlare di partenza. Quasi tutti con destinazione
al nord mentre un piccolissimo gruppo venne autorizzato
a combattere per la difesa di Roma. Io ero tra quelli
che dovevano partire e ricordo di aver inventato non
so più quale scusa barbina can i miei: gita,
campeggio od altro per giustificare la partenza. Avrei,
poi, scritto una lettera per spiegar loro la mia partenza
per il servizio militare volontario.
Tutto era pronto e la grande avventura stava per cominciare.
Ero così eccitato che non riuscivo nemmeno
a dormire.
Una sera, però, vennero due graduati, a dirci
che i "romani" dovevano andare a casa per
salutare i parenti e prendere ciò che ci potesse
occorrere perché si stava per partire. Ed era
vero.
Giunto a casa, i graduati parlarono a lungo con mio
padre parlò; al termine del colloquio mi fu
poi detto che potevo restare a casa con un permesso
straordinario di 24 ore.
Andati via i graduati, invece, fui "chiuso"
nella mia stanza da mio padre fino a quando era ormai
troppo tardi per poster partire. Così sfumarono
ingloriosamente i miei sogni che avevo nutrito in
sincerità e con tanta fede.
Il mio cuore continuò a sognare all'unisono
con i miei compagni, con quella onorata meravigliosa.
purissima gioventù, che ha saputo morire cantando.
E quando oggi rivedo foto o leggo di fucilazioni,
di sevizie, di indicibili infamie partigiane, negli
incubi notturni sento grida, spari e tanto odio fratricida
verso i miei compagni. Non penso ad uno scampato pericolo
ma ad un tributo non pagato.
Flavio Palumbo
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