GIAN MARIA GUASTI

Fui assegnato alla Compagnia Comando del Battaglione Aosta, particolarmente per la conoscenza della lingua tedesca, . Era il Battaglione a cui erano assegnati tutti i compiti particolari, con armamento leggero ed automatico, veloce negli spostamenti, arrivava, con le sue compagnie, o anche solo con un plotone certe volte, dove occorreva un particolare appoggio ai reparti che incontravano delle difficoltà oppure per rintuzzare azioni di disturbo di reparti partigiani che operavano lungo la riviera di ponente nell'interno del territorio. Il plotone a cui appartenevo fece parecchie uscite della durata di due o tre giorni ma non capitò quasi mai di avere degli scontri a fuoco. Il nostro comando aveva degli informatori ma anche i gruppi partigiani erano ben informati sui nostri spostamenti e preferivano evitare il contatto diretto che ritenevano superiore alle loro capacità. Le informazioni che ci pervenivano erano tutte dello stesso tenore, la nostra preparazione ed il nostro armamento con il volume di fuoco che poteva esprimere, era molto temuto e le formazioni irregolari preferivano abbandonare il campo per ritornare a pericolo passato. Inoltre sapevano che non facevamo rivalse e rispettavamo la gente dei paesi attraversati anzi, da parte della popolazione, ricevevamo una buona accoglienza. Le località maggiormente soggette ai nostri interventi erano il Passo della Scoffera, Torriglia, la valle verso Bobbio Penice, la zona di Borzonasca ed i monti alle spalle di Chiavari, Lavagna e Sestri Levante. Nel mese di agosto partecipai ad un grosso intervento organizzato ad alto livello e con la partecipazione di circa tremila effettivi di tutte le armi. Fu deciso a seguito di varie imboscate subite con la morte di parecchi militari e per un attentato in un cinema di Genova che provocò molte vittime. Venne effettuato nella zona di Torriglia e durò una settimana, il mio reparto, a parte una breve scaramuccia a distanza, non ebbe occasioni di violenti scontri a fuoco ma altri reparti incontrarono resistenza e, seppi poi, finirono con la dispersione di tutte le bande locali e con la fucilazione di alcuni partigiani catturati. A settembre tutto il mio battaglione venne mobilitato e destinato alla occupazione ed al presidio di una vasta zona nell'interno del territorio dove operavano numerose Brigate Comuniste. Con un grande spostamento di uomini e mezzi raggiungemmo Bobbio in Val Trebbia ai piedi del monte Penice, dove venne stabilito il Comando. Un consistente reparto tedesco con alcuni mezzi blindati ci affiancava nell'operazione. Il territorio controllato era vasto e le nostre pattuglie arrivavano fino nei pressi di Rivergaro dove si incontravano con altre colonne provenienti da Piacenza. Solo qualche sporadico caso di colpi inoffensivi sparati da lontano fu segnalato nel mese di settembre. Considerando che eventuali scontri erano fra italiani era tacitamente accettato il principio del "vivi e lascia vivere" per cui si evitava di prendere iniziative offensive limitando l'attività all'occupazione per impedire la formazione di grossi concentramenti partigiani. Eravamo informati di gruppi irregolari non comunisti che accettavano il "modus vivendi" della tregua conveniente ad entrambe le parti. Del resto le nostre forze erano formate da alpini notoriamente non facinorosi, più propensi ad una bella cantata che ad uno scontro a fuoco, fermo restando che non erano però disposti a subire. Le bande comuniste della "Stella Rossa" e "Garibaldi" invece perseguivano un altro scopo. Era generalizzato fra loro il sistema ignobile, incivile e codardo di colpire e fuggire per provocare ritorsioni contro la popolazione inerme. Questo, nella strategia dei capi che ricevevano disposizioni politiche. serviva a fomentare l'odio verso di noi.
I tedeschi cadevano ovunque in questo gioco ed effettivamente erano odiati, ma il maggiore Guarini. che comandava il Battaglione, era un galantuomo e non si prestava a ritorsioni di sorta. Presumibilmente, da parte comunista, il fallimento del Sistema con noi irritava gli alti comandi e metteva in cattiva luce la base delle brigate che decisero una azione in forze. Fummo informati dei loro piani e tutti gli ufficiali e sottufficiali furono convocati ed informati della imminente azione, ricevendo precise disposizioni. Venne predisposto un sistema di vigilanza su tutto il perimetro interno a Bobbio, lungo vari chilometri ed allertato giorno e notte non conoscendo da quale parte sarebbe giunto l'attacco. Ogni squadra vigilava un settore di 100/150 metri con la mitragliatrice in postazione ad arresto automatico. Questo sistema consisteva in un semplice accorgimento molto valido. Ai due lati della canna da fuoco venivano conficcati a terra due robusti pioli e le sventagliate andavano da un piolo all'altro a ventaglio a varie riprese. Naturalmente i due estremi del fuoco di sbarramento si intersecavano con lo stesso sistema delle squadre di destra e di sinistra creando praticamente una barriera di fuoco quasi invalicabile. Il settore a me assegnato era in una zona di vigneti, dal lato del Monte Penice che, stando alle previsioni, era considerata a basso rischio perché notoriamente controllata da formazioni partigiane di poca consistenza e tranquille ed inoltre, davanti alla mia postazione, esisteva una scarpata ripida e friabile poco praticabile. Proprio per questo non venni rifornito di dotazione supplementare di munizioni assegnate invece alle squadre sul lato opposto verso Rivergaro dove si presumeva arrivasse l'attacco. Qualche stratega avversario aveva considerato la stessa cosa o più probabilmente, ben informato da spie, contava sul fattore sorpresa e sull'imprevisto perché fu proprio davanti alla mia postazione che avvenne l'attacco e lo scontro e, senza volerlo, mi diede modo di guadagnare una decorazione al valore ed una citazione all'ordine del giorno della Divisione. Trattandosi dell'azione più importante e significativa della mia vita militare ne riporto la cruda cronaca. Verso le 5 del mattino del 4 ottobre un sommesso rumore di pietre rotolanti mi mise in allerta. Era ancora quasi buio ed in compagnia del caporale Crivelli Gianfranco strisciai per un centinaio di metri lungo i filari di vite, fino a raggiungere il bordo della scarpata dove, scrutando attentamente, intravidi delle ombre in movimento; se ne contavano una decina ma era ovvio che ve ne fossero altre. Rientrai eccitato nella postazione. Mi ero mosso in perfetto silenzio e non ero stato notato per cui la sorpresa era dalla mia parte. Predisposi la mitragliera e distribuii i ragazzi a raggiera pronti al segnale di fuoco mentre feci partire immediatamente un portaordini per dare l'allarme al Comando e ricevere rinforzi di uomini e munizioni. Circa 15 minuti dopo le ombre erano fra i filari per cui diedi l'ordine di fuoco. Iniziò una intensa, ininterrotta sequela di raffiche in entrambi i sensi. Ero vicino alla postazione della mitragliatrice e venni informato che, di lì a poco, le munizioni sarebbero terminate. Non vi era alcun segnale di arrivo di rinforzi e la situazione divenne precaria. Vi era il rischio di essere sopraffatti ed uccisi per cui presi la decisione più disperata, unica possibile in quel frangente. Preparai 6 bombe a mano con i cordini di attivazione già svitati, ne infilai gli anelli di 5 in ogni dito della mano sinistra ed una pronta nella mano destra e, ad un mio ordine, la mitragliatrice cessò il fuoco ed io corsi avanti per una decina di metri fra i filari ed iniziai il lancio a destra ed a manca. Fu nell'attimo che mi preparavo a lanciare l'ultima bomba a mano che un boato lacerante ed una vampa a pochi metri mi avvolse, mi avevano lanciato una bomba che, come poi mi spiegarono, per simpatia fece esplodere anche la bomba che tenevo fra le dita. Ebbi la sensazione di trovarmi in aria ma non percepii più oltre. Quando ripresi i sensi ero sorretto da due compagni e trascinato verso una barella. Avevo ferite e sangue in ogni parte del corpo e mi ritenevo gravissimo. Quando giunsi in ospedale un gruppo di medici provvide a ridurre le ferite che maciullavano la mia mano destra che, rattrappita e sanguinolenta, dava l'impressione di non esistere più. Ero perfettamente cosciente e sentivo quando tranciavano i brandelli di carne e vedevo il lavoro dei medici sulla mia mano appoggiata ad un pianetto laterale.
Ricordo di avere chiesto una sigaretta ed una suora mi infondeva coraggio con buone parole. Contemporaneamente altri infermieri disinfettavano e fasciavano Altre ferite sul ventre e sul petto, su entrambe le gambe, sulla testa ed anche al braccio sinistro. Alla fine ero più simile ad una mummia egiziana ed un solo occhio mi permetteva di vedere.
Lo stesso giorno ricevetti la visita di alti ufficiali, sia italiani che tedeschi, e mi resi conto di essere diventato una specie di eroe. Il mio tenente mi dette informazioni sugli avvenimenti dopo lo scontro. La mia azione aveva messo in fuga gli aggressori e fatto fallire l'attacco che, se fosse andato a buon fine, avrebbe causato danni e morti fra le nostre file. Avrebbe inoltre rischiato di compromettere tutta l'operazione e sicuramente avrebbe provocato una grande ed imprevedibile rappresaglia che avrebbe danneggiato solo la popolazione civile e questo era il vero scopo degli attaccanti. Il mio era considerato un atto di valore ed al Comando progettavano il dovuto riconoscimento. Il mio trasferimento all'ospedale militare Borsalino di Mandrogne a cura di un'ambulanza tedesca, avvenne il 17 ottobre. Ai primi di novembre. proprio in coincidenza con il mio diciannovesimo compleanno, ricevetti in ospedale una rappresentanza del Comando superiore Germanico che, con una cerimonia semplice ma austera, nel più perfetto stile tedesco. mi assegnò la Croce di Ferro di Ia classe. Anche in questo si riscontrava l'efficienza teutonica. In un mese era stato deciso e provveduto in merito mentre da parte italiana ero al corrente confidenzialmente di una proposta per la medaglia di bronzo ma non avevo ancora ricevuto alcunché di ufficiale. In ospedale avevo per vicino di letto Corrado Loiacono che diventò poi, nel dopoguerra, un cantante televisivo molto noto.
Il 18 novembre venni dimesso dall'ospedale ed inviato in licenza di convalescenza di 28 giorni in attesa di congedo. Le varie ferite sul corpo erano rimarginate mentre la mano destra era ancora fasciata con un palmare rigido. Nei giorni di convalescenza maturai una decisione che non espressi ai miei famigliari per non addolorarli. Rientrai al Comando Divisionale di Pavia ed invece di essere congedato per l'invalidità alla mano destra, con la sinistra ed i denti strappai il congedo sulla scrivania del colonnello chiedendo di rientrare in servizio. Ricordo che all'obiezione del colonnello risposi che avrei potuto sparare anche con la mano sinistra. Fui accontentato. Mi guadagnai una seconda citazione all'ordine del giorno della Divisione, un encomio solenne e la promozione a sergente per meriti di guerra.