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Fui
assegnato alla Compagnia Comando del Battaglione Aosta,
particolarmente per la conoscenza della lingua tedesca,
. Era il Battaglione a cui erano assegnati tutti i
compiti particolari, con armamento leggero ed automatico,
veloce negli spostamenti, arrivava, con le sue compagnie,
o anche solo con un plotone certe volte, dove occorreva
un particolare appoggio ai reparti che incontravano
delle difficoltà oppure per rintuzzare azioni
di disturbo di reparti partigiani che operavano lungo
la riviera di ponente nell'interno del territorio.
Il plotone a cui appartenevo fece parecchie uscite
della durata di due o tre giorni ma non capitò
quasi mai di avere degli scontri a fuoco. Il nostro
comando aveva degli informatori ma anche i gruppi
partigiani erano ben informati sui nostri spostamenti
e preferivano evitare il contatto diretto che ritenevano
superiore alle loro capacità. Le informazioni
che ci pervenivano erano tutte dello stesso tenore,
la nostra preparazione ed il nostro armamento con
il volume di fuoco che poteva esprimere, era molto
temuto e le formazioni irregolari preferivano abbandonare
il campo per ritornare a pericolo passato. Inoltre
sapevano che non facevamo rivalse e rispettavamo la
gente dei paesi attraversati anzi, da parte della
popolazione, ricevevamo una buona accoglienza. Le
località maggiormente soggette ai nostri interventi
erano il Passo della Scoffera, Torriglia, la valle
verso Bobbio Penice, la zona di Borzonasca ed i monti
alle spalle di Chiavari, Lavagna e Sestri Levante.
Nel mese di agosto partecipai ad un grosso intervento
organizzato ad alto livello e con la partecipazione
di circa tremila effettivi di tutte le armi. Fu deciso
a seguito di varie imboscate subite con la morte di
parecchi militari e per un attentato in un cinema
di Genova che provocò molte vittime. Venne
effettuato nella zona di Torriglia e durò una
settimana, il mio reparto, a parte una breve scaramuccia
a distanza, non ebbe occasioni di violenti scontri
a fuoco ma altri reparti incontrarono resistenza e,
seppi poi, finirono con la dispersione di tutte le
bande locali e con la fucilazione di alcuni partigiani
catturati. A settembre tutto il mio battaglione venne
mobilitato e destinato alla occupazione ed al presidio
di una vasta zona nell'interno del territorio dove
operavano numerose Brigate Comuniste. Con un grande
spostamento di uomini e mezzi raggiungemmo Bobbio
in Val Trebbia ai piedi del monte Penice, dove venne
stabilito il Comando. Un consistente reparto tedesco
con alcuni mezzi blindati ci affiancava nell'operazione.
Il territorio controllato era vasto e le nostre pattuglie
arrivavano fino nei pressi di Rivergaro dove si incontravano
con altre colonne provenienti da Piacenza. Solo qualche
sporadico caso di colpi inoffensivi sparati da lontano
fu segnalato nel mese di settembre. Considerando che
eventuali scontri erano fra italiani era tacitamente
accettato il principio del "vivi e lascia vivere"
per cui si evitava di prendere iniziative offensive
limitando l'attività all'occupazione per impedire
la formazione di grossi concentramenti partigiani.
Eravamo informati di gruppi irregolari non comunisti
che accettavano il "modus vivendi" della
tregua conveniente ad entrambe le parti. Del resto
le nostre forze erano formate da alpini notoriamente
non facinorosi, più propensi ad una bella cantata
che ad uno scontro a fuoco, fermo restando che non
erano però disposti a subire. Le bande comuniste
della "Stella Rossa" e "Garibaldi"
invece perseguivano un altro scopo. Era generalizzato
fra loro il sistema ignobile, incivile e codardo di
colpire e fuggire per provocare ritorsioni contro
la popolazione inerme. Questo, nella strategia dei
capi che ricevevano disposizioni politiche. serviva
a fomentare l'odio verso di noi.
I tedeschi cadevano ovunque in questo gioco ed effettivamente
erano odiati, ma il maggiore Guarini. che comandava
il Battaglione, era un galantuomo e non si prestava
a ritorsioni di sorta. Presumibilmente, da parte comunista,
il fallimento del Sistema con noi irritava gli alti
comandi e metteva in cattiva luce la base delle brigate
che decisero una azione in forze. Fummo informati
dei loro piani e tutti gli ufficiali e sottufficiali
furono convocati ed informati della imminente azione,
ricevendo precise disposizioni. Venne predisposto
un sistema di vigilanza su tutto il perimetro interno
a Bobbio, lungo vari chilometri ed allertato giorno
e notte non conoscendo da quale parte sarebbe giunto
l'attacco. Ogni squadra vigilava un settore di 100/150
metri con la mitragliatrice in postazione ad arresto
automatico. Questo sistema consisteva in un semplice
accorgimento molto valido. Ai due lati della canna
da fuoco venivano conficcati a terra due robusti pioli
e le sventagliate andavano da un piolo all'altro a
ventaglio a varie riprese. Naturalmente i due estremi
del fuoco di sbarramento si intersecavano con lo stesso
sistema delle squadre di destra e di sinistra creando
praticamente una barriera di fuoco quasi invalicabile.
Il settore a me assegnato era in una zona di vigneti,
dal lato del Monte Penice che, stando alle previsioni,
era considerata a basso rischio perché notoriamente
controllata da formazioni partigiane di poca consistenza
e tranquille ed inoltre, davanti alla mia postazione,
esisteva una scarpata ripida e friabile poco praticabile.
Proprio per questo non venni rifornito di dotazione
supplementare di munizioni assegnate invece alle squadre
sul lato opposto verso Rivergaro dove si presumeva
arrivasse l'attacco. Qualche stratega avversario aveva
considerato la stessa cosa o più probabilmente,
ben informato da spie, contava sul fattore sorpresa
e sull'imprevisto perché fu proprio davanti
alla mia postazione che avvenne l'attacco e lo scontro
e, senza volerlo, mi diede modo di guadagnare una
decorazione al valore ed una citazione all'ordine
del giorno della Divisione. Trattandosi dell'azione
più importante e significativa della mia vita
militare ne riporto la cruda cronaca. Verso le 5 del
mattino del 4 ottobre un sommesso rumore di pietre
rotolanti mi mise in allerta. Era ancora quasi buio
ed in compagnia del caporale Crivelli Gianfranco strisciai
per un centinaio di metri lungo i filari di vite,
fino a raggiungere il bordo della scarpata dove, scrutando
attentamente, intravidi delle ombre in movimento;
se ne contavano una decina ma era ovvio che ve ne
fossero altre. Rientrai eccitato nella postazione.
Mi ero mosso in perfetto silenzio e non ero stato
notato per cui la sorpresa era dalla mia parte. Predisposi
la mitragliera e distribuii i ragazzi a raggiera pronti
al segnale di fuoco mentre feci partire immediatamente
un portaordini per dare l'allarme al Comando e ricevere
rinforzi di uomini e munizioni. Circa 15 minuti dopo
le ombre erano fra i filari per cui diedi l'ordine
di fuoco. Iniziò una intensa, ininterrotta
sequela di raffiche in entrambi i sensi. Ero vicino
alla postazione della mitragliatrice e venni informato
che, di lì a poco, le munizioni sarebbero terminate.
Non vi era alcun segnale di arrivo di rinforzi e la
situazione divenne precaria. Vi era il rischio di
essere sopraffatti ed uccisi per cui presi la decisione
più disperata, unica possibile in quel frangente.
Preparai 6 bombe a mano con i cordini di attivazione
già svitati, ne infilai gli anelli di 5 in
ogni dito della mano sinistra ed una pronta nella
mano destra e, ad un mio ordine, la mitragliatrice
cessò il fuoco ed io corsi avanti per una decina
di metri fra i filari ed iniziai il lancio a destra
ed a manca. Fu nell'attimo che mi preparavo a lanciare
l'ultima bomba a mano che un boato lacerante ed una
vampa a pochi metri mi avvolse, mi avevano lanciato
una bomba che, come poi mi spiegarono, per simpatia
fece esplodere anche la bomba che tenevo fra le dita.
Ebbi la sensazione di trovarmi in aria ma non percepii
più oltre. Quando ripresi i sensi ero sorretto
da due compagni e trascinato verso una barella. Avevo
ferite e sangue in ogni parte del corpo e mi ritenevo
gravissimo. Quando giunsi in ospedale un gruppo di
medici provvide a ridurre le ferite che maciullavano
la mia mano destra che, rattrappita e sanguinolenta,
dava l'impressione di non esistere più. Ero
perfettamente cosciente e sentivo quando tranciavano
i brandelli di carne e vedevo il lavoro dei medici
sulla mia mano appoggiata ad un pianetto laterale.
Ricordo di avere chiesto una sigaretta ed una suora
mi infondeva coraggio con buone parole. Contemporaneamente
altri infermieri disinfettavano e fasciavano Altre
ferite sul ventre e sul petto, su entrambe le gambe,
sulla testa ed anche al braccio sinistro. Alla fine
ero più simile ad una mummia egiziana ed un
solo occhio mi permetteva di vedere.
Lo stesso giorno ricevetti la visita di alti ufficiali,
sia italiani che tedeschi, e mi resi conto di essere
diventato una specie di eroe. Il mio tenente mi dette
informazioni sugli avvenimenti dopo lo scontro. La
mia azione aveva messo in fuga gli aggressori e fatto
fallire l'attacco che, se fosse andato a buon fine,
avrebbe causato danni e morti fra le nostre file.
Avrebbe inoltre rischiato di compromettere tutta l'operazione
e sicuramente avrebbe provocato una grande ed imprevedibile
rappresaglia che avrebbe danneggiato solo la popolazione
civile e questo era il vero scopo degli attaccanti.
Il mio era considerato un atto di valore ed al Comando
progettavano il dovuto riconoscimento. Il mio trasferimento
all'ospedale militare Borsalino di Mandrogne a cura
di un'ambulanza tedesca, avvenne il 17 ottobre. Ai
primi di novembre. proprio in coincidenza con il mio
diciannovesimo compleanno, ricevetti in ospedale una
rappresentanza del Comando superiore Germanico che,
con una cerimonia semplice ma austera, nel più
perfetto stile tedesco. mi assegnò la Croce
di Ferro di Ia classe. Anche in questo si riscontrava
l'efficienza teutonica. In un mese era stato deciso
e provveduto in merito mentre da parte italiana ero
al corrente confidenzialmente di una proposta per
la medaglia di bronzo ma non avevo ancora ricevuto
alcunché di ufficiale. In ospedale avevo per
vicino di letto Corrado Loiacono che diventò
poi, nel dopoguerra, un cantante televisivo molto
noto.
Il 18 novembre venni dimesso dall'ospedale ed inviato
in licenza di convalescenza di 28 giorni in attesa
di congedo. Le varie ferite sul corpo erano rimarginate
mentre la mano destra era ancora fasciata con un palmare
rigido. Nei giorni di convalescenza maturai una decisione
che non espressi ai miei famigliari per non addolorarli.
Rientrai al Comando Divisionale di Pavia ed invece
di essere congedato per l'invalidità alla mano
destra, con la sinistra ed i denti strappai il congedo
sulla scrivania del colonnello chiedendo di rientrare
in servizio. Ricordo che all'obiezione del colonnello
risposi che avrei potuto sparare anche con la mano
sinistra. Fui accontentato. Mi guadagnai una seconda
citazione all'ordine del giorno della Divisione, un
encomio solenne e la promozione a sergente per meriti
di guerra.
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