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ALDO
GIORLEO: IL
MIO CAPITANO
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Il
capitano C. non apparteneva alla vecchia confraternita
di Tarquinia; a differenza del maggiore S. e di molti
altri dei nostri ufficiali, non aveva fatto parte
della Folgore, della Nembo, del X° Arditi o dell'Adra,
e per questo l'accogliemmo fra di noi con una certa
prevenzione. Piuttosto basso di statura, asciutto,
fronte alta, occhi chiari, capelli a spazzola, baffi
appena accennati, la parlata veneta leggermente cantilenante,
poteva dare l'impressione, più che d'un ufficiale
dei parà, d'un mite professore di liceo e tale
mi sembrò quando lo vidi la prima volta.
Benché allora fossi molto giovane, avevo già
sperimentato le asprezze della guerra e mi consideravo
un veterano capace di giudicare gli uomini al primo
impatto. Ma mi sbagliavo: quello che mi era parso
un insegnante saccente e pignolo, aveva
. Eccome!
la stoffa del comandante. Quando ebbi modo di conoscerlo
bene ed egli divenne per me quasi un padre burbero
e nello stesso tempo affettuoso, provai un gran senso
d'ammirazione per il suo carattere fermo, la sua quasi
ascetica dedizione al dovere, il suo assoluto rigore
morale. Una volta mi confidò che non gli era
stato facile, dopo 1'8 settembre, risolvere il conflitto
di coscienza derivante dal giuramento al re ma - mi
spiegò - era arrivato alla conclusione che
l'onore della Patria deve prevalere su tutto. per
cui l'adesione alla RSI gli era parsa una scelta non
solo Giustificata ma eticamente necessaria.
Il capitano C. aveva avuto l'incarico di ricostituire
la 10a compagnia sacrificatasi quasi al completo al
bivio d'Acilia. Era il tempo in cui il reggimento
Folgore dopo il salasso del fronte di Nettuno (perdite
al 75 per cento) stava rimpolpando i ranghi con i
nuovi elementi usciti dalla scuola di Tradate. Parrà
incredibile, ma nel luglio `44, quand'era ormai evidente
anche ai più irriducibili ottimisti che la
guerra stava per essere perduta, centinaia di volontari
chiedevano di entrare nel Folgore per "difendere
l'onore d'Italia".
Per condurre a termine il suo compito, il capitano
non andava troppo per il sottile, accettava chiunque,
sicuro che di chiunque sarebbe riuscito a fare un
buon soldato. E in breve tempo seppe formare una compagnia
che si distingueva dalle altre per il suo spirito
d'indipendenza. un certo atteggiamento guasconesco
e per la sua eterogeneità; una sorta di compagnia
di ventura formata da uomini delle più diverse
provenienze ma uniti da un forte senso di cameratismo.
C'erano parecchi paracadutisti con tanti anni di guerra
sulle spalle e ragazzi che avevano appena lasciato
i banchi di scuola; c'erano ex-fanti ed artiglieri,
bersaglieri ed alpini, ex avieri e marinai e camicie
nere. Poi sarebbero arrivati anche alcuni renitenti
incappati nei controlli della Gnr e persino qualche
partigiano pentito che fino all'ultimo fece egregiamente
il proprio dovere. Gli ufficiali si contavano sulle
dita di una mano, perciò il peso d'imporre
la disciplina e di addestrare questi uomini ricadde
in gran parte su noi sottufficiali. In quel periodo
i partigiani occuparono la Val d'Ossola costituendo
un embrione di repubblica autonoma. Dovemmo fare quasi
una "guerra vera" per sloggiarli. Ci furono
degli scontri armati. avemmo dei morti e dei feriti,
ma fummo tra i primi a entrare a Domodossola e poi
inseguimmo i capi dell'effimero governo sino al confine
svizzero. Il capitano ci sorprese per la sua instancabilità.
Sembrava nato per quelle azioni che vengono chiamate
di controbanda; s'arrampicava su per le balze come
un camoscio ed escogitava ogni sorta di mosse e contromosse
per sorprendere ali avversari.
Dopo la parentesi della Val d'Ossola, in vista del
nostro trasferimento sul fronte francese demmo inizio
ad un vero e proprio addestramento alpino. Il capitano
era euforico, si trovava nel suo elemento e pretendeva
che anche noi imparassimo ad amare la montagna. Ma
trasformarsi da paracadutisti in alpini non è
cosa tanto facile e quando ci vennero consegnati sci
e racchette da neve avvennero scene esilaranti. Il
capitano e pochi altri montanari par suo correvano
e saltavano nella neve, mentre noi, sotto il peso
degli zaini, delle armi e munizioni, annaspavamo come
pinguini, appena nati.
Nel marzo del `45 arrivò finalmente il momento
di tornare al fronte. La 10a compagnia parti con il
morale alle stelle, lasciando dietro di sé
una scia di rimpianto tra le ragazze del luogo. Ci
attendeva la Val d'Aosta dove dovevamo dar manforte
agli alpini del 4° reggimento della Littorio che
sul Piccolo san Bernardo s'opponevano ai francesi.
Furono giorni di fatiche e sacrifici, affrontati con
grande entusiasmo anche se la guerra era ormai agli
sgoccioli e non sapevamo che cosa ci riserbasse il
destino.
Il nostro impegno era di non permettere alle truppe
golliste di porre piede sul suolo italiano, e riuscimmo
a mantenerlo anche dopo che i tedeschi sgombrarono
inopinatamente la valle. Un colpo di mano sulla Forcella
Lavadolec fu l'ultima azione della 10a compagnia.
Di lì a poco, giunsero i giorni bui della sconfitta.
Il 29 aprile ci vide asserragliati nell'hotel Billia
di Saint Vincent dove attendemmo in armi le avanguardie
americane. II 5 maggio il capitano radunò per
l'ultima volta la compagnia. "Abbiamo fatto -
disse - il nostro dovere sino in fondo. Comportatevi
onorevolmente anche in prigionia". Poco dopo
parlò il comandante del reggimento: parole
che commossero ed inorgoglirono ciascuno di noi. Gli
americani stavano a guardarci ammirati e ci concessero
l'onore delle armi.
Entrammo a Coltano a ranghi completi, cantando le
nostre canzoni, ed ancora una volta gli ex-nemici
non nascosero la loro ammirazione. Poi fummo separati
dai nostri ufficiali. Ogni tanto qualche prigioniero
tedesco addetto ai servizi del campo di concentramento,
che aveva libero accesso ai vari settori, ci portava
i saluti del maggiore S., del capitano C., del tenente
M. Un giorno potei accompagnare uno di questi tedeschi
al campo ufficiali. Rividi il mio capitano: in calzoncini
corti, il cranio rasato, era seduto per terra davanti
alla tenda e osservava il cielo divenuto rosso al
tramonto. In quella distesa piatta, arida, ci si sentiva
come viandanti sperduti. II mio pensiero corse a Knut
Hamsun: sembravamo due personaggi usciti dalle pagine
dello scrittore norvegese.
Scambiai poche frasi con il capitano. Stemmo a lungo
insieme a guardare l'orizzonte sul quale si stagliava
il profilo del reticolato. Quando feci per andarmene
il capitano ruppe il silenzio: "E ricordati di
essere sempre fiero d'aver militato dalla parte giusta,
nei paracadutisti del Folgore...".
Sono più di vent'anni che il capitano C. ci
ha lasciati. Ha vissuto gli ultimi giorni tra i suoi
montanari, tra la gente veneta semplice e schietta
che tanto amava.
Dicono che i vecchi soldati non muoiono mai, che il
loro spirito aleggia perennemente tra di noi. Che
sia vero?
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