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GIOVANNI d'AURIA
(scritto
fal figlio)
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ARRESTI E RADIAZIONE DAI RUOLI
Il
27 aprile vennero i partigiani con le armi spianate
a prendere mio padre che non c'era; rivoluzionarono
la casa sospettando che fosse nascosto. Tornò
da Milano in bicicletta il giorno dopo e lo arrestarono.
Furono giorni tremendi, indelebili nella mia memoria.
Fu radiato dalla Aeronautica senza diritto a pensione.
Fra un arresto e l'altro (undici in tutto) non riusciva
a trovar lavoro.
Subì tre processi: due per collaborazionismo,
per fatti diversi, e dovette percorrere tutto l'iter
fino in cassazione per essere prosciolto, alla fine,
nel 1949. Il terzo per aver ucciso uno dei partigiani
che gli avevano teso un'imboscata. Il fatto che mio
padre fosse stato aggredito proditoriamente dal partigiano,
in borghese, che aveva simulato un guasto al suo camioncino
e poi, all'improvviso, estrasse la pistola, non lo
discolpava. Per uscirne, su pressione dell'avvocato
difensore, contro voglia e contro il suo modo di essere,
dovette umiliarsi a ritirare un esposto dove, dichiarando
tutta la verità e sostenendo di aver agito
nel suo pieno diritto, ammetteva la uccisione, per
mano sua, del partigiano. Ciò equivaleva ad
una confessione di colpa per cui era prevista la condanna
a morte. Se la cavò grazie ad una testimonianza
compiacente che lo scagionò.
Devo qui ricordare e ringraziare il signor Belliffemine
(il partigiano "Ferruccio") che, comprendendo
il dramma che l'Italia stava vivendo per cui Uomini
retti e onesti, fra cui mio padre, pativano persecuzioni,
galera o il martirio, con la sua testimonianza influenzò
in modo decisivo e favorevole la posizione processuale
del Col. d'Auria. (Ex Colonnello per precisione, essendo
stato "radiato" dalla Arma Aeronautica,
con la perdita del grado e senza diritto a pensione,
grazie alle dissennate e mostruose "leggi retroattive").
Gli
amici fecero una colletta per pagare l'avvocato. Noi
ragazzi facevamo la fame: a sera, si cenava in cinque
con un barattolo di latte condensato americano (marca
Carnation, comprato alla "borsa nera" che
era diventata un'abitudine diffusa e tollerata), diluito
con acqua, inzuppandovi il pane; niente altro.
Dopo il processo per l'assassinio del partigiano,
mio padre cercò altri modi per sbarcare il
lunario. Non ci fu attività che non fosse presa
in considerazione. Le provò tutte. Tentò
di costituire una società di trasporti marittimi,
si improvvisò commerciante di indumenti di
moda femminile, tentò di emigrare in sud America
come pilota per linee aeree oppure per qualsiasi altra
attività, poi provò a metter su una
piccola attività industriale, iniziò
un commercio di olio e di fave, tentò di fare
l'agricoltore e poi il curatore di aziende agricole
di proprietà altrui. Fece il procuratore legale,
l'amministratore di piccole aziende e di cooperative
agricole, il docente di materie giuridiche, l'allevatore
di pollame, il commerciante di gomme per biciclette,
il coltivatore diretto di un piccolo appezzamento
di terreno che possedeva. Ogni volta, per un motivo
o l'altro, le speranze di successo e di guadagni tramontavano
ben presto e tutto finiva in una perdita di danaro
spesso preso in prestito.
Vivemmo di stenti fino al 1950 quando mio padre ebbe
un minimo di pensione, si mise a fare l'assicuratore
e noi ragazzi andammo all'università e cominciammo
a impartire lezioni private. Quando sento parlare
di persecuzione fascista verso gli antifascisti, persecuzione
costata a molti l'esilio, l'allontanamento dalla vita
politica o il carcere ma in nessun caso la morte (Gramsci
non fu assassinato e Matteotti fu vittima di una azione
violenta ma non volutamente assassina), mi chiedo
se mai, in futuro, qualche onesto storico avrà
il coraggio ed anche la possibilità di rendere
di pubblico dominio le efferatezze dei giorni di sangue,
i millenni di carcere comminati e le persecuzioni,
subite per decenni, dai "fascisti", l'allontanamento
di questi dai posti di lavoro, dalle alte cariche,
dal mondo del giornalismo, dello spettacolo, il fermo
delle carriere e così via.
I veri perseguitati in un mondo che si proclama libero
e democratico sono stati proprio i fascisti o "ritenuti
tali".
Quando ho provato a discuterne con amici o compagni
di scuola mi son visto guardare come se dicessi cose
insensate, incomprensibili, fuori da ogni logica;
"i fascisti dovevano ringraziare per essere sopravvissuti,
per merito della democrazia, perché in un regime
comunista sarebbero stati tutti eliminati
non
chiedessero troppo chè anzi non avrebbero dovuto
avere neanche il diritto di parlare"
Insomma
la libertà doveva esistere ed era valida ma
solo per i "democratici".
Mio padre morì' nel 1975; la sua guerra che
è stata anche la mia guerra, non è ancora
finita perché SOLO CHI SI DA' PER VINTO E'
VERAMENTE PERDUTO!
Ci si aspettava che dopo la buriana si riaffacciasse
il sole. Non fu così. La LIBERTÀ, di
cui s'era inteso tanto parlare, non era stata conquistata
per regalarla a tutti gli Italiani redenti dopo venti
anni di schiavitù. In particolare non dovevano
assolutamente goderne i "fascisti". Ma chi
erano i fascisti? Quelli che avevano ostentato la
"cimice" all'occhiello per vent'anni? No!
Erano forse i gerarchi dalla giacca di orbace e dal
piglio caporalesco, gli arroganti che avevano letteralmente
fatto a pugni per infilarsi nelle organizzazioni del
Fascio per evitare di essere mandati al fronte dove
si rischiava la "ghirba"? Nemmeno per sogno!
Quelli che avevano occupato posti di responsabilità
durante il regime, fatto carriera, che avevano servito
sotto la "Repubblica" come funzionari responsabili
(capi di azienda, dirigenti, responsabili di ministeri,
MAGISTRATI, polizia o altri)? Manco a pensarlo.
I fascisti erano gli altri! Quelli, per esempio, che,
al momento del "cambio" del 25 luglio, non
si erano affrettati a seguire il nuovo corso, a dichiararsi
vittima di qualche sopruso (non occorreva molto; bastava
una multa di un "pizzardone" per qualificarsi
vittima del regime!) a denunciare qualche ex camerata,
ad inveire contro il dittatore e così via.
Fascisti in primissima fila, poi, erano quelli che
avevano aderito alla R.S.I., peggio se avevano combattuto,
e che al momento del passaggio dei poteri, della "insurrezione
popolare", della "vittoria", ecc. non
si erano precipitati ad annodarsi un fazzoletto rosso
al collo (folkloristici alcuni prevosti che vollero
abbellire l'abito talare non con la porpora cardinalizia
ma con il rosso sangue della bandiera sovietica!)
o a fregiarsi di una coccarda tricolore, una fascia
al braccio, un pennacchio sul cappello. Non costava
poi molto, bastava dire di essere stati costretti
ad essere fascisti, costretti a prendere la tessera
del Fascio o dire di aver fatto il "doppio gioco".
Era così facile
. Soprattutto perché
la scusa del "doppio gioco" non era considerata
una vergogna ma un grande merito di cui vantarsi.
Poiché la gran parte dei nuovi italiani, infatti,
doveva e voleva dimenticare e far dimenticare i propri
trascorsi fascisti, era obbligata a dire e far credere
di non aver accondisceso al fascismo se non perché
costretta, senza entusiasmo, tenendo il piede in due
scarpe, ecc. Questi individui sarebbero stati considerati
dei vermi e dei vili in ogni angolo dell'universo
ma non in Italia per il semplice fatto che il bugiardo
che sosteneva la propria estraneità al fascismo,
per essere creduto, a sua volta non poteva esimersi
dal dar credito alle similari baggianate di un altro
antifascista anche lui nella necessità di scusare
e far dimenticare il proprio passato di ostentata
fedeltà al Duce e al fascismo. In pratica la
gran parte degli italiani che avevano aderito al fascismo,
anche quelli che avevano servito la R.S.I. (per tutti
valga l'esempio di Oscar Scalfaro e Spadolini o Dario
Fo e Egidio Sterpa) riuscirono a riciclarsi sull'altro
fronte. Esclusi i pochi antifascisti dell'ultimo biennio
(i più eroici), dell'ultimo trimestre (i più
scaltri) e dell'ultima ora (la quasi totalità),
di veri, autentici, immacolati antifascisti non ce
n'erano più di tremila in tutta Italia!!
Ma la Provvidenza non abbandona mai nessuno e neanche
i senza Dio; per questo rimasero abbastanza Fascisti
o presunti tali che non vollero, per dabbenaggine
o per vergogna, affermare: "Io fascista? Mai!"
Oppure, apodittici: "Io .. mai stato fascista!"
(Frasi sentite ripetere, a quel tempo, migliaia di
volte!)
A far bene i conti furono tuttavia moltissimi quelli
che non rinnegarono la loro Fede; fra questi, per
dignità, per carità di Patria, per senso
d'Onore, perfino alcuni che fascisti non erano mai
stati.
La Associazione Caduti e Dispersi della R.S.I. ha
una lista di oltre 110.000 nomi ma è una lista
per difetto perché, per fare un esempio, alcuni
nomi di Caduti furono denunciati come trucidati dai
nazisti da alcune famiglie, che...così,....
presero la pensione... agli altri, ai Fascisti trucidati
dai partigiani, che non cambiaron casacca o ai quali,
dopo morti, non fu sfilata in tempo la divisa dai
parenti, neanche quella!
Passati i primi giorni di confusione, mio padre, come
tanti altri, pensò a far qualcosa per continuare
a vivere. Dopo una guerra persa, si voleva cercare
di ricostruire e andare avanti.
Non fu facile.
Vennero i partigiani e sorpresero me che stavo in
giardino indaffarato a segare la legna; ero io incaricato
di provvedere il combustibile per la cucina e, in
inverno, anche per il riscaldamento. Chiesero di mio
padre ed io, intimorito, affermai che era in casa.
Ancora oggi non so perdonarmi quella indecisione e
mancanza di intuito, di prontezza e di coraggio. Già
altre volte mio padre era stato arrestato dai partigiani
per accertamenti, interrogatori o altro; tuttte le
volte, però, era stato rilasciato. S'era sparsa
la voce che "chi non aveva fatto niente"
non aveva nulla da temere, ecc. ecc. Ed invero, finché
le forze della R.S.I. erano in armi, i partigiani,
spesso per mezzo dei preti come loro emissari, cercarono
di indurre i Repubblicani alla resa con la favola
che era meglio arrendersi agli italiani anziché
agli stranieri. La cosa funzionò per un po'.
Poi squadre di partigiani andarono casa per casa o
prigione per prigione e commisero assassini e stragi
potendo contare su una assoluta immunità. Quel
giorno dicevo, mi accorsi che le cose erano cambiate
in peggio: vennero in tanti, si appostarono dietro
i cespugli del giardino e fecero scattare gli otturatori
tenendo i mitra pronti a sparare. Mi rendevo conto
che bastava una incertezza e sarebbe finita male.
Il partigiano che fungeva da capo, si avvicinò
alla porta di ingresso da dove, in quel momento, si
affacciò mio padre. "Deve venire con noi!"
gli intimò sgarbatamente il partigiano. Mio
padre fece notare che era in pantaloncini corti e
canottiera e non intendeva seguirli in quell'abito.
Insistettero perché li seguisse così
come si trovava; mio padre non cedette e alla fine
i partigiani acconsentirono. Due di loro rimasero
sulla porta, il capo entrò nella camera da
letto con mio padre che dovette spogliarsi e vestirsi
sotto il mitra puntato del partigiano. Povero papà,
al momento del bisogno, io non ero stato abbastanza
pronto e sveglio per dire: "mio padre è
lì in fondo alla strada che sta andando in
paese; se vi affrettate lo raggiungerete!!"..
o qualcosa di simile. Strano ma, in casi analoghi,
tutti i "fascisti" caddero in trappola come
dei fessi!
Mi resi conto della gravità della situazione
solo quando vidi questo inatteso spiegamento di misure
di sicurezza: avevano paura che mio padre fuggisse
o reagisse. Chissà! Certo che mio padre conservò
la sua calma come sempre, nei momenti di gran pericolo!!
Finalmente fu pronto, ben scortato uscì da
casa e si fermò nel giardino. Noi ragazzi eravamo
interdetti, quasi paralizzati. Mia madre ci spinse
verso di lui, ci avvicinammo per baciarlo. Ci abbracciò.
Poteva essere l'ultimo abbraccio!
Uscito dal giardino con la scorta di guerrieri, lo
seguimmo con lo sguardo giù per la stradina
scoscesa che portava verso la frazione di Soldino
e poi al lungolago, la famosa Via Regina.
Mia madre mise subito in atto le sue capacità
di difesa: tutti in ginocchio a pregare davanti al
piccolo presepio sul comò della camera da letto.
Era una "Sacra Famiglia" acquistata molti
anni prima da una specializzata fabbrica artigiana
di Lecce. Statuine di perfetta fattura in cartapesta,
veri lavori artistici, che portò sempre con
se e davanti a cui pregammo nei momenti più
critici della nostra travagliata vita familiare.
Anche quella volta funzionò ma per un pelo.
Mio padre era accusato di essere nella lista di Radio
Londra, la famigerata lista di proscrizione che significava
ordine di passare per le armi senza necessità
di altre formalità. Il nome e le caratteristiche
segnalate agli esecutori erano: Col. d'Arma Aeronautica
TAURO, taglia alta, gigantesca, capo completamente
pelato.
Mio padre mostrò i suoi documenti e si dichiarò
sicura vittima di una quasi omonimia non Tauro ma
d'Auria con la d minuscola ed in più l'apostrofo.
Il grande capo partigiano non sapeva cosa fare. Cominciarono
a interrogarlo e a perquisirlo; gli sottrassero la
agendina con gli indirizzi e chiesero telefonicamente
ragguagli a Milano. Mentre il partigiano che lo interrogava
aspettava ordini, mio padre chiese di poter parlare
anche lui con il Ministero dell'Aeronautica a Milano,
con il Generale Virgilio Sala con il quale aveva concordato
le condizioni di resa della A.N.R..
Il partigiano si impensierì; forse pensò
che mio padre avesse conoscenze in alto loco... la
telefonata per Milano chissà quando sarebbe
stata passata (allora si telefonava tramite centralino
con attese di parecchie ore), tutto sommato TAURO
non era d'AURIA, chissà quanti Colonnelli d'Aviazione
erano alti e pelati (nessuno... e non esisteva un
Col. Pilota Tauro! n.d.a.), in più questo accidenti
d'un Colonnello era amico di un Generale....
Era quasi sera quando tornò a casa..... Brava
mamma! ... Altro che caccia inglesi questa volta!
Ma le notizie cominciavano a circolare, ed eran tutte
orrende. Stragi atroci erano riportate perfino dai
giornali che, per non condannarle, ne parlavano giustificando
i fatti e reclamando più rigore.
"Si proceda con i processi e le condanne dei
fascisti, così cesseranno le illegalità"
........ in altre parole: "ammazzate i fascisti
subito, così i partigiani avranno esaudito
la loro sete di sangue e non ci saranno più
assassini "illegali"!! Così si leggeva
sulle testate dei giornali più prestigiosi.
Non si poteva allora certo immaginare che le stragi
e gli assassini indiscriminati di uomini e donne,
giovani e anziani, a volte commessi, come a Schio,
da partigiani che s' erano introdotti nel carcere,
definiti "illegalità", sarebbero
poi diventati, con compiacenti sentenze, "LEGITTIMI
ATTI DI GUERRA" premiati con medaglie e ben remunerati
posti di responsabilità!
Mai, nella storia d'Italia s'erano visti "tribunali
del popolo" che condannavano a morte combattenti
valorosi e persone di gran levatura morale, giovani
quasi imberbi, fidanzate, sorelle, "ausiGLIarie"
(non si poteva pretendere che i partigiani conoscessero
la grammatica) o familiari di "fascisti",
poveri cristi innocenti nonché gli stessi "compagni"
che "davano fastidio".
A furor di popolo (o meglio di teppa), giudici togati
emettevano altre sentenze (come è di recente
avvenuto per Priebke) per soddisfare la sete della
folla ubriaca di sangue distorcendo i fondamenti e
i principi universali del diritto.
Nn basterà un futuro Tacito a tramandare i
nefasti della cosiddetta liberazione né la
viltà di chi non seppe, non volle o non osò
opporsi, avendone il potere, a quel turbine di violenza
che ha riscontro solo nelle descrizioni del "terrore"
nella Francia del 1789 e nei fasti della rivoluzione
bolscevica.
Ed ecco giungere le prime elucubrazioni dell'effimero
facente funzioni di Capo dello Stato, il "tombeur
de femmes", l'affascinante Luogotenente del Regno:
DECRETO
LEGISLATIVO LUOGOTENENZIALE 26 APRILE 1945, N°
294 (Gazzetta Ufficiale 19 giugno 1945, N° 73)
"CANCELLAZIONE DAI RUOLI DEGLI UFFICIALI CHE
ABBIANO COOPERATO CON FORZE ARMATE IN GUERRA CONTRO
L'ITALIA"
UMBERTO DI SAVOIA
PRINCIPE
DI PIEMONTE, LUOGOTENENTE GENERALE DEL REGNO
In
virtù dell'autorità a noi delegata;
Vista la legge 9 maggio 1940, N° 369 sullo stato
degli Ufficiali del Regio Esercito e successive modificazioni;
Vista la legge 11 marzo 1926 N° 397 e successive
modificazioni;
Visto il Decreto Legge Luogotenenziale 25 giugno 1944
N°151;
Visto il Decreto Legge Luogotenenziale 1 febbraio
1945 N° 58;
Vista la Deliberazione del Consiglio dei Ministri;
Sulla proposta del Ministro della Guerra, d'intesa
con il Ministro del Tesoro, per la Marina e per l'Aeronautica;
Abbiamo sanzionato e promulghiamo quanto segue:
Art.
1 - Gli Ufficiali delle Forze Armate che abbiano cooperato
o che cooperino, dal 13 ottobre 1943, con le Forze
Armate che
combattono contro l'Italia, sono senz'altro cancellati
dai ruoli con perdita del grado, indipendentemente
dall'azione penale da esperirsi nei loro confronti
in applicazione delle leggi penali militari o di altre
leggi speciali.
La cancellazione dai ruoli, di cui al comma precedente,
da adottare con Decreto Luogotenenziale, è
subordinata:
Alla deliberazione del Consiglio dei Ministri, su
proposta del Ministro competente, se si tratti di
Ufficiali Generali od Ammiragli e di Ufficiali Superiori;
Alla decisione del Ministro competente se si tratti
di Ufficiali Inferiori.
Art.
2 Il presente Decreto entra in vigore il giorno successivo
a quello della pubblicazione nella "Gazzetta
Ufficiale" del Regno.
Dato
a Roma addì 26 aprile 1945 Umberto di Savoia
Bonomi Casati Soleri De Courten Gasparotto Guardasigilli
Tupini
Reg. alla Corte dei Conti addì 15 giugno 1945
(Atti del Governo, Reg. N° 4, Foglio N° 131)
Questo
stralcio è contenuto nei due volumetti, pubblicati
nel 1945 dalla Libreria dello Stato, che riportano
i decreti del Consiglio dei Ministri di allora "sanzionati
e promulgati" appunto dal surrogato di re che
dimostrava inequivocabilmente la sua nullità
e aggiungeva, alla vergogna e al disonore di cui la
sua casa si era macchiata, una nuova tragedia, una
nuova ignominia.
Eran le famigerate "leggi retroattive" che
discriminarono e gettarono sul lastrico migliaia e
migliaia di famiglie. I due opuscoli hanno per titolo:"LEGISLAZIONE
SULLE SANZIONI CONTRO IL FASCISMO" E "EPURAZIONE
DELLE PUBBLICHE AMMINISTRAZIONI, REVISIONE DEGLI ALBI
DELLE PROFESSIONI, ARTI E MESTIERI ED EPURAZIONE DELLE
AZIENDE PRIVATE".
Non si saprà forse mai quale sprazzo di genio
luciferino abbia illuminato le menti insane che escogitarono
quelle forme di persecuzione che, spesso a torto,
erano state addebitate ai responsabili del regime
fascista. Non solo ma, per colmo di ironia, per comminare
secoli di carcere e condanne capitali, si utilizzarono
gli stessi codici fascisti, pur vituperati, che avevano
reintrodotto in Italia la pena di morte abolita dai
governi liberali. Ma mentre il regime fascista aveva
applicato la pena di morte, nel corso del ventennio,
in meno di una decina di casi e solo uno per motivi
politici (attentato al Duce), i tribunali antifascisti,
mandarono al muro migliaia di cittadini in buona fede
che avevano messo la propria vita a repentaglio mossi
solo da un profondo senso del dovere. In gran parte
erano valorosi combattenti che avevano partecipato
a rastrellamenti come se non fosse loro dovere eseguire
gli ordini loro impartiti o come se i partigiani dovessero
aver licenza di uccidere e di compiere impunemente
attentati, rapine e violenze di ogni sorta senza che
si dovesse reagire.
Le stesse malefatte di cui i fascisti, spesso a torto
e in mala fede, erano accusati di essersi macchiati,
erano replicate, in peggio e in misura estremamente
maggiore, in chiave libertaria e democratica.
Passata l'ondata delle stragi indiscriminate, che
tanto inebriarono il democratico Togliatti ( definì
quella orrenda e vile mattanza "la fucilata trionfale!),
venne l'ondata dei processi, delle proscrizioni, delle
epurazioni, delle sanzioni per "profitti di regime"
(sanzioni dalle quali, "ça va sans dire",
erano immuni i fascisti che avevano abiurato in tempo
il fascismo; primo fra tutti il Maresciallo Badoglio!).
Il "doppio gioco", in particolare, salvagente
lanciato ai naufraghi nella tempesta, era, in perfetto
stile italiano, stato concepito nelle Leggi retroattive
(Art. 2 ultimo capoverso). "NON
SI FA LUOGO A PROCEDERE QUANDO LE ATTIVITÀ
DOPO L'OTTO SETTEMBRE 1943 SIANO STATE SVOLTE A SEGUITO
DI COERCIZIONE O ALLO SCOPO DI DANNEGGIARE L'AZIONE
DEI TEDESCHI O DEL GOVERNO CHE, SOLO APPARENTEMENTE,
SI SERVIVA."
Chiaro? Bastava affermare che si era inteso servire
il governo (la frase non specifica quale) " solo
apparentemente
", per finzione, mentre nella
realtà si stava lì solo per fregare
lo stipendio. Ci sarebbe da fare una indagine per
sapere quanti degli attuali servitori dello Stato
o del presente Governo siano, in realtà, degli
irriducibili sostenitori del Governo, del regime,
del partito.. ecc. ecc. oppure se, in momenti di tragedia
e per "serbare la pelle intera" non siano
pronti a giurare, al momento della verità,
di aver fatto finta di servire l'attuale regime e
governo!!!
Ciò nonostante, molti Italiani non se la sentirono
di affermare quello che, tutto sommato, a loro si
chiedeva: e cioè, se volevano essere lasciati
in pace.., in poche parole, che dichiarassero di essere
dei voltagabbana, come tutti gli altri, a partire
dal piccolo re che avrebbe dovuto autocondannarsi
perché non poteva non essere incluso fra: "COLORO
CHE HANNO CONTRIBUITO A MANTENERE IN VIGORE IL REGIME
FASCISTA" e quindi "PUNIBILI SECONDO L'ART.118
DEL CODICE PENALE DEL 1889", come scritto in
altra parte dello stesso decreto.
La tragica ironia è che ai nuovi antifascisti
venivano date ampie possibilità di giustificare
la loro militanza fascista col pretesto della costrizione,
della opportunità o, diciamo pure, la convenienza,
di aderire al fascismo, anche se non particolarmente
convinti, per non compromettere il loro posto di responsabilità
e la loro carriera. (Per citare un tipico esempio
valga il caso di uno dei più rappresentativi
luminari dell'antifascismo, il filosofo Bobbio). Allo
stesso tempo, questi voltagabbana offrivano ai fascisti
intenzionati a riciclarsi, l'opportunità di
dichiarare, in seguito, di avere anch'essi agìto
in stato di necessità. Quanti di quelli che,
per pochezza d'animo, si dichiararono "doppio
giochisti" potrebbero, in caso di necessità,
in futuro, affermare di aver tradito la loro fede
per salvarsi dalla fame o dalla galera?
Eppure ci furono tanti che non vollero rinunciare
all'orgoglio di dichiararsi coscientemente responsabili
delle scelte fatte.
Il Ten. Errico, già più volte menzionato
in queste pagine, nel corso di un interrogatorio,
condotto da Ufficiali degli Stati Uniti, alla domanda
se "avesse fatto il doppio gioco" rispose
sdegnosamente che "un ufficiale doveva vergognarsi
di rivolgere simili domande ad un altro Ufficiale".
Era il senso dell'Onore che aveva la precedenza sulla
"convenienza".
Devo sottolineare che anche mio padre fu interrogato
con le stesse modalità e, ad una identica domanda,
dette, press'a poco, la stessa risposta.
Non solo ma quando, nei tempi che seguirono, trovandosi
senza lavoro, radiato dalla Aeronautica e perseguitato
dai mandati di cattura, ebbe necessità di cercare
la solidarietà di alcuni generali, suoi ex-commilitoni,
o i buoni uffici di alti esponenti del nuovo regime,
si sentì dire che sarebbe stato reintegrato
nel suo grado di Ufficiale e che le pendenze giudiziarie
sarebbero state risolte senza danno se avesse aderito
alla Massoneria, lui rispose sdegnosamente: NO!
Identica risposta dette quando gli chiesero di iscriversi
al Partito Comunista prima e alla Democrazia Cristiana
poi. Si sa, furbi si nasce! E Giovanni d'Auria non
era e non voleva essere un furbo, un opportunista,
uno che "ci sapeva fare".
Quando si sente parlare di Italiani, specie uomini
di cultura, giornalisti, esponenti politici o professionisti
discriminati dal regime fascista per motivi ideologici,
politici o di religione (ebrei), vien da chiedersi
in cosa il nuovo regime veniva a differenziarsi dal
precedente se non nel ripeterne le storture e i misfatti?
Libertà? Hanno i fascisti mai goduto di libertà
di espressione, di pari opportunità nel lavoro
o nella carriera e così via? Forse fra i giornalisti
televisivi o fra i registi cinematografici hanno avuto
agio di affermarsi e di emergere anche i "fascisti"?
Come mai quelle stesse libertà che i fascisti
avevano conculcato furono poi negate ai fascisti stessi?
Se lo meritavano in base alla legge del taglione o
del contrappasso come nell'inferno di Dante? E' concepibile
una tal forma di giustizia in democrazia? Ma forse
i fascisti costituivano un pericolo da cui proteggersi
per cui era ed è tuttora lecito perseguitarli?
E non furono le famose "leggi speciali"
fasciste, contro gli oppositori "antinazionali",
giustificate da argomentazioni del tutto identiche?
In queste leggi si può individuare la ricorrente
strategia comunista della eliminazione fisica dell'avversario,
della sua demonizzazione e la sua esclusione dalla
vita pubblica e sociale; poi la acquiescenza di chi
non desidera altro che governare senza esporsi a critiche
ed infine, la "longa manus" del padrone
anglosassone per cui il "processo" a chi
perde è un preciso impegno per sanzionare giuridicamente
la vittoria del bene (che si identifica con la razza
anglosassone e con i prediletti da Dio) sul male che
inesorabilmente si incarna negli sconfitti.
Sarebbe bastato un po' di buon senso da parte del
re (o presunto tale), che intendesse davvero porsi
al di sopra delle parti e che, dopo quel capolavoro
di ribaltone e della successiva ignominiosa capitolazione
di cui era stato il primo artefice, si rendesse conto
dell'immane tragedia che stava vivendo l'Italia e
del baratro da cui occorreva immediatamente risalire,
per imporgli di agire con decisione, con coraggio
ed anche con equanimità e magnanimità.
Un perentorio invito alla serenità, alla calma,
alla pace, rivolto con fermezza e autorità
a tutti i cittadini animati da buona volontà,
da senso di responsabilità e da amor di Patria
avrebbe trovato i "fascisti" in prima fila
pronti a dare il loro contributo rinunciando alla
lotta politica.
In particolare i militari, che già il 25 luglio
1943 avevano fatto tacere la loro passione fascista
in nome dei supremi interessi della Patria, avrebbero
servito il Re e sempre la loro Patria.
Il Luogotenente aveva le Forze Armate su cui contare,
un minimo supporto da parte dei vincitori, qualche
partigiano di tendenze non comuniste e tutta la popolazione
che non voleva lotte politiche ma solo la ricostruzione,
anche morale, dopo la catastrofe della guerra.
Non avemmo che un re travicello sballottato dalle
onde, neanche tanto minacciose, mosse dai litigi,
dalle ripicche e dai contrastanti interessi di pesci
grandi e piccoli in uno specchio d'acqua stagnante
e putrido!
Nei riguardi dello straniero il re avrebbe potuto,
con dignità, porre sul piatto della bilancia
le sofferenze del suo popolo causate dalla guerra
civile, da esso invasore, vilmente, proditoriamente
e contrariamente alle regole dell'onore, fomentata,
organizzata e comandata; poteva pretendere il prezzo
politico delle distruzioni immani che i "liberatori"
avevano deliberatamente e impunemente provocato ed
infine, (perché no!) avrebbe potuto rinfacciare
le ipocrite promesse sbandierate dai microfoni di
radio Londra minacciando l'arrogante vincitore di
smascherarlo di fronte alla opinione pubblica del
mondo (a cui tanto tengono gli americani) per aver
usato il metodo della menzogna più vile ed
obbrobriosa per sottomettere una nazione piccola ma
onesta e laboriosa ed a cui il mondo è, da
sempre, debitore di un immenso contributo di civiltà
e progresso.
Tutto poteva esser fatto o perlomeno tentato laddove
fosse esistito un barlume di dignità e di orgoglio,
uno spirito di volontà e combattività,
un po' di coraggio invece della più squallida
e vile pusillanimità.
Ma il decisionismo inaspettatamente messo in atto
da Casa Savoia al momento di ordire il complotto per
l'arresto di Mussolini e per legare le sorti dell'Italia
in guerra al massone supergallonato Badoglio fino
alla capitolazione, era improvvisamente svanito.
Senza mordente e contornato da mediocrità,
il triste esilio dall'Italia del Luogotenente cominciò
con la promulgazione di leggi che toglievano il diritto
di cittadinanza, escludendoli dalla vita civile, proprio
agli Italiani migliori, a chi per l'Italia aveva tutto
dato e tutto era disposto ancora a dare.
Trascrivo un malinconico appunto a mano di mio padre:
"In
virtù del contenuto del D.D.L. 26 aprile 1945
N° 294, con Bollettino Ufficiale del Ministero
della Aeronautica disp. 4 del 15 febbraio 1946, fui
cancellato dai ruoli."
Una vita trascorsa fra ansie, pericoli, guerre, speranze,
ambizioni, sofferenze, sogni. Tutto distrutto per
D.D.L.! Chissà se nell'intimo di chi vergò
e poi firmò quei provvedimenti ci fu un istante
di dubbio che gli fece pensare
"Ma questi
Uomini hanno dedicato la loro esistenza al loro Ideale
che coincideva con il bene supremo della Patria. Per
questa hanno combattuto, per questa hanno affrontato
mille pericoli e sprezzato il terrore della Morte;
hanno affrontato il nemico con i loro poveri aerei,
fragili farfalle in un'infernale pirotecnia di traccianti
e scoppi di granate, mezzi di guerra manifestamente
inferiori ai velocissimi e armatissimi Spitfire che
li accoglievano su Malta in venti contro cinque. Ciononostante,
disobbedendo ad ordini che non furono mai emanati
(data la fuga precipitosa) ma che si pretendeva avrebbero
dovuto essere intuiti, continuarono a combattere quando
la maggioranza dei capi e delle truppe abbandonavano
il posto di combattimento come nel famoso film "Tutti
a casa". Chi scappò a casa o s'imboscò
sulle montagne riuscì a passare per eroe. Chi
rimase al suo posto fu condannato. Perché i
francesi che non si arresero salirono sugli altari?
Da quando e in quale esercito di Pulcinella è
commendevole la resa? Sono diventati famosi quei giapponesi
che, per decenni dopo la fine della guerra, hanno
continuato a combattere nella giungla, da soli! Imbecilli?
No! I giapponesi non sono sciocchi; il loro senso
di abnegazione e di amor di Patria ha fatto resuscitare
la loro Nazione, anch'essa pesantemente sconfitta,
che oggi primeggia nel mondo!
Ma in questa povera Italia certi esempi non vengono
seguiti né apprezzati; governanti corrotti
e in malafede hanno estirpato dalle coscienze il senso
dell'Onore. Senza l'Onore un popolo non esiste se
non come informe accozzaglia di individui incivili,
asociali, egoisti e irresponsabili, un gregge preoccupato
solo della pastura e del campanaccio da seguire; il
loro paese non è che una espressione geografica.
Gli Ideali di Pulcinella si identificano in un piatto
di spaghetti!
Mio padre, ormai ex colonnello, ex combattente, ex
sopravvissuto, ex ormai quasi tutto, si trovò,
come si dice, come Fra' Falcuccio cioè con
una mano davanti ed una di dietro. Il primo problema
da risolvere era quello della sopravvivenza per se
e per la famiglia. Cominciò a darsi da fare
per sbarcare il lunario.
A Milano prese contatto con dei conoscenti che avevano
disponibilità di capitali pensando di acquistare
un motoveliero col quale dar vita ad una società
di trasporti marittimi. La cosa sembrava interessante
ed io già mi vedevo sul veliero fra manovre
e cime mentre mi issavo a forza di braccia sulla coffa.
Naturalmente, nelle mie fantasie, pensavo di lasciare
gli studi per diventare "Uomo di Mare"
.
una passione che porterò poi sempre nel mio
cuore.
La compagnia era formata da mio padre, dall'ormai
inseparabile Ten. Errico (ex Pilota del 9° Stormo
poi, naturalmente, Ufficiale della R.S.I.), dall'amico
Francesco Pellegrino, dal Cap. Lelio Piovene, anch'egli
pilota del 9° Stormo e, naturalmente, combattente
della R.S.I., e dall'avv. Giuseppe Lutri (che era
un uomo d'affari). Tutti quanti, in gruppo, si recarono
a Genova per rendersi conto della disponibilità
di navi sopravvissute alla guerra o di navi da impostare
in cantiere. Ho ancora vari appunti di prezzi, tonnellaggi,
potenza dei motori, armatura a veliero, indirizzi
di Capitani e così via. Si preferiva il veliero
per risparmiare carburante.
Alla fine non se ne fece nulla. Occorrevano circa
18.000.000 di lire per un bastimento di 150 tonnellate
di stazza: troppi soldi!
Gli fu offerta la possibilità di commercializzare
i prodotti di una casa di mode. Per questo dovette
acquistare il campionario fra cui un "completo"
giacca e gonna, calze di seta ed altro. Il completo
era bellissimo, ricordo ancora che mio padre lo pagò
13.000 lire e che si "poteva" vendere a
17.000 lire. 4.000 lire di guadagno per ogni completo;
bastava venderne cinque il mese per intascare 20.000
lire... più di quello che si guadagnava come
Colonnello d'Aviazione!! Vero che occorreva conteggiare
le spese ma nessuno ci faceva caso. Così partì
da Laglio per Roma con una valigetta-involucro del
"pret a porter".
Tornò da Roma un po' meno entusiasta. Non era
riuscito a vendere che un paio di calze alla cugina
Ersilia forse mossa da un qualche impulso di umana
solidarietà. Zia Ersilia, infatti, apprendemmo
in seguito, si era convertita al comunismo, chiamava
"compagno" lo "stagnaro" che andava
in casa per riparare i rubinetti e non vedeva mio
padre di buon occhio perché era un "fascista"
e le faceva perdere la faccia di convinta proletaria
e rivoluzionaria! (Zia Ersilia, dopo quel periodo
di confusione, essendo per altro una donna di non
comune intelligenza e cultura tanto che, alla cerimonia
della sua laurea in filosofia, oltre alla lode, le
era stato concesso l'onore del "suono delle campane",
si riprese dallo sbandamento, rinnegò la sua
nuova religione per tornare a quella dei suoi Avi
e non se ne parlò più!).
Ricordo
il famoso "completo per donna" cambiar mano
da un parente all'altro; forse si consumò a
furia di mostrarlo e di farlo provare. Alla fine,
dopo parecchi anni, lo indossò mia sorella
che da bambina era, nel frattempo, cresciuta e diventata
una giovanetta. Così svanirono le 20.000 lire
il mese!
Da un sodalizio con il Ten. Antonio Errico, in uno
scantinato ex-rifugio antiaereo, in Via Aselli a Milano,
nacque la "Daer" la fabrichetta ("e"
da pronunciarsi con la bocca molto aperta, stile milanese,
quasi una A) che produceva una quantità di
cose: lucido per scarpe, cera per pavimenti, candele
steariche, ed altro. Il nome Daer (Dauria/Errico)
la dice lunga sulle intuizioni commerciali e di immagine
degli Ufficiali Piloti! Da ricordare la grande utilità
delle candele perché, passati i primi giorni
di liberazione con abbondanza di ogni cosa e specialmente
del promesso pane bianco (tre giorni) si ritornò
ai razionamenti, alla borsa nera, al pane che più
nero non si può e in più alla mancanza
di corrente elettrica di cui non s'era sofferto neanche
sotto i bombardamenti. Io, in collegio a Milano, studiavo
con la candela che i buoni Padri Salesiani si premuravano
di fornire in numero di due ogni tre banchi dello
studio.
Naturalmente non fu tutto così facile. Occorrevano
denari a non finire perciò fu dato fondo a
tutti i risparmi e alla "dote" di mia madre
che dovette vendere anche i pochi gioielli che ancora
le rimanevano. Il Ten. Errico si impegnò da
parte sua e mi disse recentemente che il fratello,
conoscendo il suo stato di necessità, gli mandava
qualche aiuto economico. Finalmente vennero le prime
scatole di lucido per scarpe e le candele. Si sperava
in un gran successo di questa iniziativa ma ecco arrivare
puntuale il mandato di cattura.
Dal
tribunale di Asti, la C.A.S. (Corte di Assise Speciale
istituita a bella posta per punire i criminali della
R.S.I. in sostituzione dei Tribunali del Popolo) spiccò
mandato di cattura per i fatti di Moncalvo, l'imboscata
con successivo scontro a fuoco e morte di un partigiano.
Naturalmente il partigiano aveva fatto benissimo a
tendere l'imboscata ma mio padre aveva fatto malissimo
a sparare e a non farsi ammazzare.
Fol.
171 - Ordine di cattura contro d'Auria Giovanni
IMPUTATO
A) Ai sensi degli Art. 51 C.P.M.G. e segg. D.D.L.
22/4/1945 N° 142 per avere, in Moncalvo, il 27/6/1944,
quale Colonnello della Aeronautica Repubblicana, partecipato
con funzioni di comando ad un rastrellamento contro
forze del C.V.L.
B) Ai sensi degli Art. 575 - 577, 110 C.P. per avere
in Asti il giorno predetto, agendo con crudeltà,
cagionato volontariamente la morte di Capello Renato,
partigiano, che egli aveva, in ore antecedenti, gravemente
ferito, in Moncalvo, con un colpo di rivoltella, disponendo,
nonostante l'opposizione dei sanitari, il suo trasporto
a mezzo camion nonostante che egli avesse in quelle
stesse ore subìto una operazione di laparotomia.
L'imputazione, omicidio volontario, contenendo a bella
posta delle inesistenti circostanze aggravanti, (rastrellamento
e aver agito "con crudeltà"), prevedeva
senz'altro la pena di morte.
Mio
padre fu arrestato, trasferito in catene e manette
e rinchiuso nel carcere di Asti in attesa del processo.
Fu il periodo più nero, doloroso e mortificante
di tutta la sua vita avvventurosa. Dalla gloria delle
medaglie, dall'invitta sfida al nemico, dalla intramontabile
fede nei valori dell'Ideale più puro era precipitato
nella cella di un carcere: da Eroe a delinquente e
assassino. Non che non fosse in buona compagnia; nella
sua cella erano rinchiusi altri sette detenuti per
analoghi motivi di cui uno era già stato condannato
a morte proprio per aver partecipato a rastrellamenti
di partigiani.
Portò
la Croce per l'impervio Calvario e anche lui trovò
il Cireneo che gli fu vicino nella sofferenza: la
sua Mariella.
Mia
madre mi svegliò verso le quattro del mattino,
era torturata dall'angoscia. Aveva in mente le fucilazioni
che avvenivano all'alba e non riusciva a dormire:
mi disse che partiva per Asti. Aveva pochi soldi in
tasca.
Da
Alpino, mio padre aveva penato per trasportare l'affusto
del cannone di corsa per punizione e, poi, aveva sudato
per portare il cannone sulle vette del Carso.. ma
allora era più bello, più esaltante.
Il nuovo peso, la croce immane da portare era ora
qualcosa impossibile da accettare. L'ignominia, la
pena per aver voluto combattere e per non aver rifiutato
la capitolazione, per non essersi arreso al partigiano
che proditoriamente gli aveva teso l'imboscata.
Ed ora il partigiano era diventato un martire caduto
per la libertà, un eroe e il Soldato in divisa
che si era coraggiosamente difeso era un assassino.
Non riusciva a comprendere il motivo dell'arresto.
Lui si era difeso legittimamente: era un Ufficiale
in divisa. Preparò un dettagliato rapporto
dei fatti che fu "passato" fuori del carcere,
per essere battuto a macchina. Ricordo ancora mia
cugina, che, laureata in lettere, era la più
titolata a rivedere eventuali improprietà ed
errori, mentre leggeva con compiaciuta approvazione
il promemoria scritto da mio padre e che terminava
con queste testuali parole: "così,
come sempre nella mia vita, ho inteso compiere il
mio dovere di Italiano e di Soldato".
Il
promemoria fu incautamente consegnato al giudice inquirente
che doveva essere una brava persona; uno di quei funzionari,
cioè, come, grazie a Dio, ce ne furono anche
in uei giorni maledetti, che si rendevano conto di
quante ingiustizie si andavano compiendo in nome della
riconquistata ed inesistente libertà e cercava,
con saggezza, di fare del suo meglio per evitare altri
lutti. Quando, infatti, l'avvocato fu informato del
fatto si precipitò dal giudice e, con la scusa
che lui, avvocato difensore, non aveva ancora preso
visione delle carte processuali, riuscì a farsi
restituire il promemoria che era, in effetti, una
piena ammissione del "delitto".
L'avvocato indusse mio padre a sostenere una diversa
versione dei fatti. A sparare non fu solo lui ma anche
l'armiere di cui non ricordava il nome.
Fu un processo lungo e difficile. Esisteva un clima
di paura, era arduo convincere i testimoni a presentarsi
per deporre. Mia madre si dava da fare nonostante
non avesse denaro per viaggiare o trasferirsi. Si
spostava a piedi da una città all'altra sperando
di incontrare qualche persona gentile che le concedesse
un passaggio. Poche macchine, qualche furgone, spesso
un carretto. Per dormire si rivolgeva ai conventi
che le indicavano qualche casa ospitale. Per quanto
umiliante non c'è carità più
ben accetta di quella che ridona un po' di fiducia
nel prossimo. E mia madre in questo fu premiata. Tuttavia
mi riferì di essersi sentita profondamente
a disagio quando, entrando nella casa, cui era stata
indirizzata da certi preti che non dovevano avere
il senso delle scelte opportune, per avere ospitalità
per una notte, incontrò due donne di umili
condizioni che la trattarono con freddezza. Mia madre
mortificata rivolse loro parole di gratitudine spiegando
la situazione e promettendo di disturbare il meno
possibile. La donna più anziana spiegò
che il marito e il figlio erano stati fucilati dai
partigiani: mia madre stava cercando di salvare il
marito, lei aveva già perso sia il marito che
il figlio! I preti avevano pensato scioccamente, ascoltando
la storia di mia madre, di indirizzarla ad una famiglia
di "fascisti" senza tener conto dei sentimenti
di quelle donne a cui inconsciamente "infandum
.
jubebant renovare dolorem".
Mia madre rimase senza parole; come si può
chiedere solidarietà e soccorso a chi non ha
ormai più ragione né interesse di sperare
in quello degli altri? Come si può chiedere
di essere compatiti da chi è stato perseguitato
dalla sorte e non ha che atroci lutti da ricordare?
Come parlare a queste donne di Dio e della Fede, a
cui mia madre spesso si appellava, quando questa altra
madre e sposa avevano visto la loro famiglia distrutta
dall'ira di Dio? Come ridar loro Speranza ?
Ad Asti ebbe ospitalità ed aiuto presso il
Pensionato delle Suore Stefanine in Via Gioberti 30.
Non so se tale pensionato o tale ordine di Suore esista
ancora ma di certo anche a loro devo la mia riconoscenza.
Per dare una testimonianza dei sentimenti di amore,
di carità e di solidarietà, che mia
madre, con la sua personalità affabile, col
suo carattere mite e pur fermo, con la sua tenacia
nella sofferenza, con il suo Amore incondizionato
e con la sua Fede nella Provvidenza di Dio, creò
intorno a se, riporto una lettera a lei indirizzata
da una Suora di nome Rosina e di cui non so dire altro.
G. M. G. Asti 17- 12- 1946
Carissima Sorella,
permetti che Ti chiami così, con tanto sincero
affetto. E' proprio la Divina Provvidenza che ci ha
fatto incontrare
.. Mi hai fatto tanta
pena ed ho letto nel tuo sguardo angosciato tutto
quello che volevi dirmi. Tu mi ringrazi per quel poco
che ho potuto fare; oh se Tu avessi potuto leggere
nel mio cuore quanto avrei voluto fare anche quel
giorno che hanno processato Tuo marito. Avrei voluto
esserti vicina, tutto il giorno, invece per gli impegni
presi non mi è stato possibile. Ed allora ho
elevato la mia ardente preghiera al Signore con l'offerta
del sacrificio perché tutto riuscisse bene.
E difatti è stato così. Padre Pio Ti
era accanto, come Ti è ora e sempre.
A buon conto Ti do un consiglio. Dovresti andare da
S.E. il Cardinale dal quale sono andata io parecchi
anni fa, mi ha trattato tanto bene, figurati che si
è perfino degnato di chiedermi dove pranzavo
e dove potevo trovare ospitalità. Dunque va
da Lui con filiale confidenza e vedrai che Ti potrà
essere utile. Potresti suggerirgli che ti raccomandi
al Direttore della Casa di Niguarda, per avere un
po' di tempo di residenza, fin che potrai avere un
altro alloggio. Siccome in quella Villa ci sono tanti
Convittori, anche Tu potresti aiutare nell'aggiustare
la biancheria. Al Cardinale nulla è impossibile
perché è un Santo. E' illuminato dal
Signore. Coraggio e va sovente dal Cav. Nebbia, Egli
Ti può essere utile
Cari saluti da chi Ti vuole tanto bene. Baci
aff. Sorella
Rosina
Cordiali saluti a Tuo Marito.
Va
detto che i "fascisti" in carcere non rinnegavano
mai la loro fede politica né la loro appartenenza
alla R.S.I. Anzi ne menavano vanto per non sentirsi,
agli occhi del mondo, delinquenti comuni. Per parecchio
tempo sia i condannati sia i detenuti in attesa di
processo nonché le loro famiglie, erano orgogliosi
di affermare di essere stati in galera "Per la
Patria"!
Comunque,
con tanta perseveranza e buona volontà, mia
madre riuscì a trovare qualche testimone; in
particolare convinse l'autista di mio padre a deporre
in tribunale. Non fu facile anche perché la
giovane moglie dell'autista, il sig. Grassi, di Milano,
aspettava il suo primo bambino ed era alquanto contraria
a che il marito testimoniasse "a discarico".
Era rischioso, erano brutti tempi, tempi in cui la
"canaglia" imperava!
Grazie ai sentimenti di umana solidarietà e
schietto cameratismo, l'autista decise di non seguire
il parere della giovane moglie, accettò di
presentarsi in aula del tribunale e dichiarò
che lo sparo poteva essere attribuito all'armiere
di scorta.
Un testimone di indubbio affidamento era il Ten. Errico
che dovette, però, soffocare il suo sentimento
di rabbia e di ribellione quando incontrò il
suo "Comandante", lungo il corridoio di
accesso dalla sala dei testimoni a quella di udienza,
fra due armati e con le manette ai polsi: "Mi
chiamò da lontano, disse, ed io mi avvicinai
a lui per abbracciarlo, brutalmente in ciò
impedito da due guardie che non erano poliziotti né
carabinieri; forse partigiani. Nonostante le manette
e gli spintoni dei due sgherri, riuscimmo ad abbracciarci
due volte. Durante l'udienza, mi fu impedito di restare
nella sala dei testimoni dove volevo rimanere per
rivedere il Comandante".
Al termine di un lungo processo, il tribunale emise
una sentenza con la formula dubitativa della "insufficienza
di prove". Fu la salvezza.
Nella tragedia in cui venne a trovarsi la nostra famiglia,
mia madre ebbe una parte di protagonista. Con abnegazione,
pazienza, tenacia, coraggio e tanta Fede, riuscì
a districare una matassa aggrovigliata. Era un gioco
non adatto a lei eppure si comportò come una
vera eroina. Cercò l'aiuto di amici e conoscenti
non desistendo di fronte ai tanti dinieghi e risposte
evasive, si mise in contatto con un buon avvocato
che fece quanto poté per raggiungere il risultato
sperato, andò a caccia dei testimoni, di cui
alcuni di fondamentale importanza. Per non far perdere
a noi ragazzi un anno di scuola, ci sistemò
in collegio dove fummo accolti gratuitamente grazie
ai buoni uffici dell'Opera Cardinal Ferrari di Milano
a cui va ancora oggi il mio pensiero e la mia gratitudine.
Non restò ferma un istante; viaggiando e dormendo
come su descritto, fece la spola fra Milano e il carcere
di Asti più di venti volte per non lasciare
solo e senza notizie il "criminale".
Ricordo che noi vivevamo nell'angoscia: la sentenza
di condanna a morte non fu mai emessa ma noi ragazzi,
vivevamo nell'incubo e nella costante tensione aggravata
dal clima di ostilità presso gli Istituti dove
eravamo considerati "fascisti"!
Da una lettera della sorella Elisabetta, indirizzata
al carcerato:
"Non puoi supporre con quanta ansia aspettavamo
tue notizie e con quanta gioia abbiamo rivisto i tuoi
caratteri. Ci sembrava che questo momento non dovesse
arrivare mai! Oh! Benedetto il Signore!
. È
un mese che tu manchi e ci sembrano anni ed anni
Ma non accorarti e pensa a stare di buon animo ché,
con l'aiuto del Signore il quale fa nascere il sole
sui buoni e sui cattivi, vedrai che tutto si accomoderà
nella maniera migliore. Io ho tanta fiducia non nell'aiuto
umano, ché questo ci fallisce, ma nell'aiuto
Divino. La Madonna di Pompei, potentissima Protettrice
della casa nostra e tua particolare, è stata
da me impegnata a dirigere la faccenda nella maniera
che sa Lei essere più conveniente e più
sbrigativa.
Io mi tengo sempre in contatto con tutti gli amici
i quali, ed hanno ragione, chiedono insistentemente
notizie tue e s'interessano a quanto avviene intorno
a te. Ieri sera raccontai quanto sapevo, dalle lettere
di Maria, a Pietrino Della Croce. Egli fu soddisfatto
dell'andamento della cosa avendo previsto ogni particolare.
Uscendo da casa incontrai Peppino Reitani e Savino
Labia ai quali feci sapere le notizie che a loro interessavano.
Peppino volle il tuo indirizzo e ti scriverà.
In vero tutti stanno prendendo parte vivissima alla
tua disavventura
.
Da Maria ricevemmo, l'altro giorno, una lunga lettera
.. nella quale ci narrava tutta l'odissea dei
suoi viaggi e tutte le peripezie che sta attraversando.
Povera Maria! Meno male che anche lì ha delle
buone persone che possono essere di aiuto
Non
dubitare e non preoccuparti che, con l'aiuto di Dio
e delle persone amiche, tireremo fuori il carro dal
fosso e lo rimetteremo sulla carreggiata.Fa molto
freddo già costì? Ricordo che tu avevi
un sacro terrore del freddo piemontese fin da quando
eri soldato.
...
.."
La prigionia fu lunga e penosa in attesa del processo
che si concluse nel dicembre del 1946.
Nella cella del carcere convivevano otto detenuti,
tutti della R.S.I., alcuni già condannati come
un giovane di nome Gianfranco Pandolfi cui avevano
comminato la pena di morte. La madre di questo povero
giovane era disperata come si evince da una lettera
indirizzata a mio padre in data 23 settembre 1947
e riportata nelle pagine che seguono. Questa povera
madre sperava che la pena inflitta al figlio fosse
commutata. Non ho mai saputo la fine di quella spiacevole
storia.
In ogni modo l'atmosfera della cella era tenuta viva
da uno spirito di cameratismo e di fiducia in se stessi.
Erano tutti combattenti che avevano sfidato più
volte la morte. Solo che il loro cruccio era quello
di essere incolpati di atti per i quali in qualsiasi
paese civile del mondo si viene premiati. Il loro
assillo, l'angoscia più grande era la ingratitudine
della Patria che loro avevano servito per tanti anni
meritandosi elogi e medaglie. Ora vedevano che gli
imboscati, i traditori, i vili o quelli che avevano
fatto il doppio gioco, avevano in mano le leve di
comando ed emarginavano dalla vita sociale, dalle
carriere, dai posti di lavoro proprio quelli che più
avevano dato e che più ritenevano di aver acquisito
meriti.
L'atmosfera comunque era di cameratismo nonostante,
nella cella, vi fossero militari di ogni arma, grado,
provenienza ed età.
Quando mio padre fu scarcerato, con mezzi di fortuna,
i compagni di cella disegnarono una specie di "papiro"
come usava un tempo fare alle matricole all'Università.
Un foglio di carta pergamena o di cartoncino con disegni
, allegorie, motteggi, caricature, ecc. Il tutto scritto
in latino "maccheronico"!
Ricordo che, con frasi pompose, si decretava la scarcerazione
del reo, di cui si magnificavano, in caricatura, le
colpe, per il suo comportamento intollerabile e per
indegnità a convivere con le onorate persone
del carcere. Si decideva quindi di affidarlo alla
moglie perché ne avesse cura e lo rieducasse
per farlo diventare una persona civile. Fra le tante
"colpe" quella più grave era l'aver
fracassato il bugliolo. Per chi non lo sapesse il
bugliolo, in carcere, è il secchio utilizzato
come tazza igienica. Non so di quale sostanza fosse,
forse di terracotta come l'ottocentesco "zipeppe";
fatto sta che un bel giorno si trovò che era
rotto. Un mattacchione, ricordandosi di aver udito
un certo rumore durante una seduta del Colonnello,
senza esitare, lo accusò di essere lui il colpevole
della rottura del bugliolo. Così, fra le varie
macchiette e disegnini, sul "papiro" carcerario
campeggiava un disegno con il Colonnello assiso sul
bugliolo mentre lo fa esplodere come una bomba.
Mio padre non parlò mai se non scherzandoci
sopra, di quello che provò nel profondo del
suo animo per essere stato trattato come un delinquente.
Il suo orgoglio, la sua personalità spiccata
e forte, di Comandante, il suo passato di gloria,
il suo carattere spavaldo e baldanzoso, le sue convinzioni
e i suoi Ideali, tutto devono aver avuto colpi tremendi
difficili da assorbire.
Da una lettera ad un suo subordinato, il S.Ten. Pilota
Luigi Cantoia (anche lui del 9°Stormo e poi nella
R.S.I.), si percepisce una profonda amarezza. La data
è 24 agosto 1947.
Carissimo Cantoia,
Rivedo ancora il giorno della Vostra partenza, quando,
avuta la richiesta di un equipaggio per Cant-Z, ritenni
opportuno fare il Vostro nome. E, da allora, non ci
siamo più visti.
..
Negli ultimi giorni della nostra ingloriosa vita militare,
anzi fino al 10 settembre 1943, io potevo essere ritenuto
una persona per bene. Ora sono un delinquente, almeno
secondo il parere altrui.
Aver salvato il personale, il materiale di volo, i
magazzini viveri, il materiale ordinario, aver distribuito
al personale i fondi esistenti in Aeroporto, aver
salvato la bandiera e l'esser passato all'Aviazione
Repubblicana, costituisce tuttora un delitto tale
che, scacciato dall'Aeronautica, mi è stato
perfino negato il diritto alla pensione.
Bisogna che non vi nasconda che sono stato arrestato
più volte, che sono stato sottoposto a processo
penale presso la Corte d'Assise Speciale di Asti;
ho provato la "traduzione" con i Carabinieri
e l'essere portato in giro ammanettato ed incatenato
ad altro imputato.
Questa, caro Cantoia, in sintesi, la mia Odissea.
Carina, no? Ed abbastanza divertente ma solo a raccontarla
perché quando si è protagonisti è
tutt'altro.
A tutto ciò mi ha portato l'aver prestato la
mia opera per 26 anni
..
ho piena fiducia che l'avvenire, tanto buio attualmente,
ci riserverà la nostra redenzione morale
.
..Vi invio, col più affettuoso
ricordo di tempi più gloriosi e meno disonorati
di quello che attraversiamo, i miei più affettuosi
saluti.
Queste le riflessioni di mio padre.
Poiché i lutti, le sofferenze, la disperazione,
la miseria che hanno accompagnato la cosiddetta liberazione
e l'avvento di un nuovo regime che, fin dall'inizio
si mostrò tutt'altro che liberale, non sono
conosciute se non a pochi mentre non si perde occasione
per riecheggiare in perpetuo le delittuose azione
dei "fascisti" e le conseguenti sofferenze
del popolo "oppresso", riporto alcune frasi
toccanti della lettera, sopra menzionata, della madre
del condannato a morte:
"Gentile
Colonnello,
Con infinito dolore da non riuscirmi a dare pace Vi
comunico che mio figlio Gianfranco è stato
trasferito a Milano. Doveva esservi il processo ma
sono riuscita a spostarlo di un poco perché
il momento non è troppo buono. Vengo da Voi
Colonnello se avete qualche conoscenza a Milano di
adoperare tutti i mezzi per potermelo salvare e fare
alfine dopo tre anni di carcere farlo tornare in seno
alla famiglia tanto sofferente per infinite ragioni.
.. mi hanno assicurato che l'
..ite
(illeggibile n.d.a.) che ebbe a 16 anni con certificati
rilasciati dall'ospedale di Pisa se vogliono me lo
possono salvare.
..
Mi raccomando a Voi Colonnello affinché mi
venga incontro aiutandomi a fare uscire questa mia
adorata creatura. Io tutti i lunedì vado a
Milano con un Signore perché detto giorno posso
portargli qualche cosa da mangiare ed ogni 15 giorni
mi rilasciano il colloquio.
..
Sofia Bartoletti Pandolfo
V. Morelli 19 Asti
e la risposta di mio padre:
Gentile Signora,
Il mio consiglio, Signora, è che Voi vi rivolgiate
all' avv. Bonelli. Egli abita
Io
ho avuto occasione di conoscerlo; innanzi tutto non
è venale. Voi esponetegli tutto,
Vi fornisco degli indirizzi
di persone alle quali potrete rivolgervi. Innanzi
tutto recatevi da Padre Enrico Zucca, Guardiano del
Convento "Angelicum" di Via Moscova. Anche
Padre Zucca è stato in carcere per il trafugamento
della salma di Mussolini e se n'è uscito bene
grazie all'avv. Bonelli. A lui rivolgetevi a nome
di Madre Andreina, Superiora del Collegio delle Orsoline
di Via Lanzone.
..
Tornate, se credete, dalla Sig.na Vassena dell'Opera
Cardinal Ferrari di Via Mercalli, 23. A lei potrete
chiedere presentazioni per quasi metà Milano.
Potrete anche rivolgervi al Cav. Nebbia,
.
E' ispettore delle dogane ma si occupa dell'assistenza
e, disponendo di molte relazioni ed amicizie, Vi indirizzerà
bene. Al Nebbia potrete dire di essere stata a lui
indirizzata da un suo beneficato. Penso anche di potervi
consigliare di rivolgervi a Monsignor Bicchierai.
Egli dipende dal Cardinale Shuster e se a Voi ed a
Lui potrà riuscire a interessare personalmente
il Cardinale Shuster allora potrete essere tranquilla.
Vi assicuro, Signora, che per il Vostro Gianfranco
io vorrei fare anche l'impossibile
.
E
così, nella disperazione, nelle difficoltà
e circondati dalla ignoranza, dall'indifferenza e
dalla incomprensione del grosso pubblico che era più
interessato alle nuove canzonette, desideroso di partecipare
alle feste con gli americani, ansioso di dimenticare
il passato ed illudersi di aver vinto la guerra, si
agitava, si muoveva di nascosto, una popolazione di
derelitti e di reietti che cercavano di aggrapparsi
ad ogni anche modesto appiglio per assicurarsi la
fondamentale esigenza della vita: sopravvivere. ll
futuro, per costoro, era solo una mitica chimera!
Nel buio e nel silenzio, con umiltà e abnegazione,
si muoveva anche una Italia animata di carità
e di comprensione, desiderosa di dar soccorso e solidarietà
e che non avrà mai la riconoscenza di una medaglia,
di un ricordo, né sarà per loro mai
girato un film come "Shindler List". Forse
neppure lo desidererebbero.
Tornando
al Tribunale di Asti che era evidentemente composto
da benpensanti che cercavano di risolvere i macroscopici
problemi creati dalla guerra e dalla guerriglia comunista,
e peggiorati da leggi insensate e assurdamente di
parte e discriminatorie, questi alla fine del 1946
emise la sentenza.
Era una sentenza assolutoria, anche se in forma dubitativa,
per cui mio padre lasciò il carcere e riprese
il tentativo di ricominciare da capo. Solo che aveva
perso due anni, tutti i suoi risparmi, era pieno di
debiti e giù di morale.
Interessante
leggere alcuni passi importanti della sentenza:
"La
banda di partigiani era dotata di un camioncino che
il Nando aveva asportato dalla Fiat
.."
"
.. il Capello raggiungeva la macchina
..
Appoggiata la mano sinistra sull'intelaiatura, si
inchinava come per parlare all'autista e puntava contro
di lui la rivoltella
. (Non si dica che si tratta
di rapina a mano armata! n.d.a.). In quel preciso
istante dalla 1100 Repubblicana (con la R maiuscola
n.d.a.) veniva esploso un colpo d'arma da fuoco
.."
"Il Capello veniva
raccolto dai suoi compagni
e
. trasportato all'Ospedale di Moncalvo
ed ivi lasciato alle cure dei sanitari. Visitato dal
medico condotto del luogo, dott. De Regibus, e riscontrato
in gravi condizioni, veniva telefonicamente richiesto
il Prof. Fasano, residente in Asti, il quale, immediatamente,
con la sua automobile, si recava a Moncalvo e
.
la laparotomia."
..
"Uscito il prof. Fasano dalla sala operatoria,
ad operazione ultimata, gli si faceva incontro il
Capitano della G.N.R., col mitra imbracciato, il quale
gli chiedeva se il ferito fosse trasportabile. Avendo
il Fasano risposto negativamente, il Cap. rispondeva
che lo avrebbe trasportato con la macchina stessa
del Fasano ottenendo un rifiuto dal Prof. Fasano
."
.
"Il Capello veniva portato, in barella con un
camion, all'ospedale militare ed ivi ricoverato nelle
prime ore del pomeriggio dello stesso giorno. Il Capello,
che era in gravi condizioni, non poté dire
nulla ai sanitari dott. Teodoro e dott. Griva che
lo assistevano
."
(il ferito morì
nella tarda serata)
..
...Ai parenti giunti da Torino
ad Asti, il Comandante delle Guardie di Asti prometteva
di interessarsi per la traslazione della salma a Torino
ma
.. la salma veniva tumulata in Asti
nella tomba di famiglia di un generoso cittadino
.."
Quanto sopra é stato stralciato dalla sentenza,
solo per fare alcune osservazioni e deduzioni, importantissime
per i giovani di oggi che vivono nella più
abissale ignoranza delle reali condizioni di vita
durante il fascismo e nel periodo della R.S.I. in
particolare
1) L' auto dei partigiani, così come, successivamente
quelle delle B.R., era RUBATA!
2) L'azione dei partigiani era proditoria. Infatti
il giovane si era abbassato come per parlare ed aveva
poi puntato la pistola.
3) I partigiani potevano portare il ferito all'ospedale
con tutta tranquillità, certi che avrebbero
avuto tutte le cure del caso a spese del governo che
loro rinnegavano e combattevano.
4) Ritenendo il medico locale necessario l'intervento
specialistico di un chirurgo, questi viene convocato
telefonicamente e giunge sul posto, in auto, prima
degli armati in funzione di polizia; tanto che, subito
dopo l'arrivo di detti armati, l'operazione era completata.
Quindi
in una Nazione in guerra, assoggettata ad una opprimente
tirannia, si poteva telefonare senza essere intercettati,
i brutali servi del tiranno non si azzardavano ad
entrare in sala operatoria dove c'era un partigiano
da fucilare, il chirurgo poteva mandare al diavolo
e rispondere picche al bieco Capitano che intendeva
usare la sua auto per il trasporto
.
Credo che in qualsiasi altro Paese, specie in qelli
a democrazia socialista che i Partigiani agognavano,
il partigiano, il chirurgo, i dottori, gli infermieri,
le suore e, per buona misura, i netturbini dei dintorni,
dopo aver confessato spontaneamente le proprie colpe,
sarebbero stati, ipso facto, passati per le armi!
5) Il partigiano ferito viene trasportato all'ospedale
militare dove viene preso in cura. E' noto che, per
dare sostanza alla lotta partigiana, i feriti R.S.I.,
nei giorni successivi al 25 aprile '45 vennero prelevati
negli ospedali dai partigiani e assassinati. Fra i
tanti, così cadde il Col. Pilota De Biase,
amico di mio padre.
6) Il brutale fascista, per consolare i familiari,
cerca di far loro avere la salma del congiunto nella
loro città; non riuscendovi si da modo ad un
generoso cittadino di provvedere. Il generoso cittadino
poteva far ciò sicuro di non aver noie, né
persecuzioni. Si pensi, per fare un paragone, ai morti
assassinati della R.S.I., dei cui cadaveri fu fatto
scempio, le cui salme non possono venire ancora oggi
onorate, le cui sepolture sono ancora oggi sconosciute
e per commemorare i quali è proibito murare
una lapide che ricordi il loro sacrificio. E questa
sarebbe la libertà e la democrazia per cui
valeva la pena di perdere la guerra!
La seconda parte della sentenza riguarda il reato
di collaborazione da cui il Col. d'Auria viene assolto
con formula piena. Anche qui è opportuno stralciare
alcune frasi per le conseguenti osservazioni.
Afferma
la sentenza:
"In punto di collaborazione col Tedesco invasore,
a carico del d'Auria non si sono raccolte prove di
colpevolezza. Invero è risultato che il d'Auria,
valoroso Ufficiale Superiore Pilota nella Regia Aeronautica,
dopo l'8 settembre 1943 aderiva alla R.S.I. assumendo
la carica di Ispettore dei Campi e della Caserme dell'Aeronautica.
E' risultato che il d'Auria si oppose al progettato
incorporamento dell'Aviazione Italiana (mezzi ed uomini)
nell'Aviazione Tedesca
.
..
Può quindi affermarsi, a giudizio della Corte,
che il d'Auria non ha collaborato con i Tedeschi,
non essendo sufficiente, ad integrare il reato di
collaborazione,
.. a sensi dell'Art.
58 C.P.M.G., l'avere puramente e semplicemente prestato
servizio nelle Forze Armate della R.S.I..
..non potendosi dubitare che, oggettivamente,
tutta l'opera sopra accennata, rappresenti un complesso
di fatti concreti ed idonei ad apportare un aiuto
apprezzabile
. All'azione del governo
della R.S.I. (creata all'unico scopo di combattere
onoratamente al fianco del tedesco invasore contro
le forze alleate e di L.N.)
.".
1) Si dichiara che il Col. d'Auria era un valoroso
Ufficiale e che aveva aderito alla R.S.I.
2) Si conferma il fatto che il Col. d'Auria si oppose
al tentativo di incorporare la Aeronautica Nazionale
Repubblicana nella Luftwaffe.
3) I combattenti della R.S.I. non erano, per tale
loro prerogativa, collaboratori dei Tedeschi.
4) La Repubblica Sociale Italiana era stata creata
per combattere onoratamente a fianco dei Tedeschi
contro le forze alleate. E non come i partigiani che
erano pagati, riforniti, armati e diretti dal nemico
o come il Corpo di Liberazione che non aveva autonomia
alcuna né, a nessun titolo, poteva vantare
un inesistente patto di alleanza con gli angloamericani.
Per chi volesse approfondire, il documento è
la sentenza emessa dal Tribunale di Asti N° 1.175
in data 4 dicembre 1946
Il processo finì quindi bene per mio padre
che, come detto, doveva però ricominciare da
capo per reinserirsi nella vita del lavoro senza poter
più contare sui risparmi né su altre
risorse. I non molti risparmi e quant'altro disponibile
erano stati sacrificati per le precedenti iniziative
di lavoro; le spese del processo, poi, avevano allargato
la voragine del consistente passivo.
Per questo non era più possibile pensare ad
attività di tipo imprenditoriale, non potendo
contare su inesistenti capitali di qualsiasi entità.
In quei dannati giorni, la necessità di acquistare
un paio di scarpe era considerata come una calamità
. Quod Deus avertat!!!
I vestiti si riciclavano praticamente all'infinito
attingendo per lo più al ben fornito corredo
militare e di volo di mio padre. Ancora nel 1955 portavo
per giaccone il suo ottimo giubbotto di volo. Maglie,
guanti, calze e altri indumenti di lana erano prodotti
in casa dalle infaticabili mani di mia madre che sferruzzava
recitando il rosario.
Per
dare un'idea delle difficoltà in cui mio padre
e, con lui, tanti altri Piloti si trovavano, riporto
una lettera indirizzata al Ten. Col. Bonzano, un camerata
anche lui reduce dalla guerra e dalla R.S.I., che
s'era trasferito in Argentina con l'incarico di organizzare
una Scuola di pilotaggio in quella Nazione.
Credo che abbia avuto decine di lettere da parte dei
suoi ex-camerati, tutti in difficoltà economiche,
pronti a seguirlo. Anche il Col. d'Auria inviò
una lettera sperando di trovare uno sbocco ai suoi
gravi e allora insolubili problemi.
12 ottobre 1947
Caro Bonzano,
A Roma, dove mi son recato per le mie faccende che
sono molto più ingarbugliate delle tue, ho
saputo che sei partito per l'Argentina dopo aver cercato
personale disposto a seguirti.
Mi rivolgo nella veste di bisognoso e ti chiedo:
"Ci sarebbe da fare qualcosa anche per me?"
Qui, in Italia, noi siamo stati messi in condizione
di poter solo morire di fame. I giornali che simpatizzano
per noi insistono nel chiedere al governo l'abolizione
delle leggi speciali ma, fino ad oggi, se non siamo
morti è un miracolo.
Io non ti racconterò, per non affliggerti,
le peripezie che ho dovuto superare né le angherie
alle quali sono stato sottoposto ma, quando sono stato
in condizione di disporre di me, mi son trovato in
una situazione economica peggiore di quando sono entrato
in carcere.
Puoi fare qualcosa per trarmi dalla posizione non
certo florida nella quale mi trovo?
Fisicamente mi sento ancora in grado di fare il pilota
ma sarei pronto a fare qualsiasi altro mestiere. L'essenziale
è guadagnarmi da vivere; ti prego di considerare
che se mi rivolgo a te, significa che mi trovo in
condizione di assoluto bisogno.
Se ti è possibile chiamarmi, fallo senza aspettare
un minuto solo. Naturalmente non ho nemmeno una lira
per affrontare il viaggio a spese mie, quindi dovresti
preoccuparti anche di questo.
Mi affido a te, caro Bonzano.
Affettuosi saluti
Non so se ci fu mai una risposta a questa lettera
e di qual tenore ma, in data 5 novembre 1947, mio
padre venne a sapere di una missione venezuelana a
Roma che reclutava personale per il Venezuela
Con molta schiettezza, mio padre si rivolse a questa
Missione inviando una lettera che riproduco fedelmente
per poter poi fare le solite considerazioni.
Alla Spett. Missione Venezuelana di Immigrazione
Via Palestro, 43 Roma
Sono
il Colonnello Pilota d'Aviazione Giovanni d'Auria
che, dopo il 25 Aprile 1945, per non aver voluto riconoscere
la validità della resa dell'Italia senza condizioni
ed aver preferito perdere la guerra, salvando l'onore,
sono stato allontanato dal servizio attivo senza alcun
diritto allo stipendio né alla pensione.
Per tale motivo, dall'Aprile del 1945 io sono disoccupato,
anche perché non ho voluto iscrivermi a nessun
partito, cosicché, mancandomi qualsiasi risorsa
economica, non posso assolutamente sostenere la mia
famiglia.
Mi rivolgo a codesta spettabile Missione per chiedere
che mi sia concesso di emigrare dall'Italia nel Venezuela.
Dal 1917 al 1945 ho prestato servizio militare prima
nell'Esercito, poi nell'Aviazione dove raggiunsi il
grado di Colonnello Pilota. Ho partecipato alla guerra
1915-1918, alla guerra Italo-Abissina ed alla gurra
1940-1945, meritandomi complessivamente due medaglie
d'Argento al V.M., una medaglia di bronzo al V.M.,
due Croci di Guerra e la promozione da Capitano a
Maggiore per merito di guerra.
Nell'anno 1923 conseguii la laurea di Dottore in Giurisprudenza.
Ho vaste conoscenze nel campo tecnico e grandi capacità
organizzative.
Essendo nato il 5 agosto 1899, ho compiuto 48 anni;
non so quale sia il limite di età per l'Immigrazione
ma se si volesse aiutare un perseguitato per risollevarlo
dal baratro, nel quale gli odii di parte mi hanno
fatto cadere, codesta Missione potrebbe agevolmente
farlo.
Nella
fiduciosa attesa
.
E' una lettera in cui mio padre, contrariamente al
suo carattere, si umilia a piatire comprensione ma
solo perché gli interlocutori non sono italiani.
Lui crede che gli stranieri possano comprendere il
suo stato d'animo che è di rabbia misto a orgoglio.
Vanta tutte le sue benemerenze che, ne è certo,
non possono non essere apprezzate da chi non ha perduto
il senso dell'onore, della dignità, dell'orgoglio
militare, della stima per il combattente e per lo
spirito guerriero.
Questa lettera è uno sputo in faccia alla pseudo-repubblica
italiana fatta di pusillanimi, di codardi, di faccendieri,
di opportunisti, di ladri, di approfittatori. Non
è più l'Italia pulita, compatta, onorata,
orgogliosa e laboriosa che lui aveva visto crescere
e per cui aveva tanto sognato.
Si vanta di non aver voluto riconoscere la validità
della resa senza condizioni e non si illude che questa
sua scelta possa trovare, nella pseudo-repubblica,
qualcuno degno di apprezzarla.
Si dichiara perseguitato ma non si sente e non vuole
essere perseguitato politico perché ciò
che lui ha fatto lo ha fatto per la Patria e non per
la fazione politica che, per lui come per tanti altri
Italiani combattenti, non aveva mai avuto alcuna importanza.
Nell'incertezza del futuro e nell'attesa senza speranza,
ci fu una novità che risollevò un po'
gli animi. Una sentenza del Consiglio di Stato, a
seguito dei vari ricorsi presentati da chi aveva subito
le sanzioni previste dalle già menzionate leggi
retroattive, ed, in particolare, accogliendo, in parte,
il ricorso di due alti Ufficiali dell'Aeronautica,
i benemeriti Colonnelli Tondi e d'Ippolito, stabiliva
che:
"l'Amministrazione Militare
poteva prendere dei provvedimenti disciplinari sulla
base della semplice apparenza Prima Facie dell'esistenza
di un reato di cooperazione col nemico nel comportamento
tenuto dall'Ufficiale, senza attendere l'esito del
giudizio penale e addirittura anche se quest'ultimo
non fosse stato promosso. Il decreto legislativo citato,
stabiliva dunque una presunzione di reato e, per evidenti
ragioni di urgenza, consentiva di prendere un provvedimento
disciplinare indipendentemente dal provvedimento penale.
Qualora, d'altro canto, risultasse la prova del contrario,
e cioè della inesistenza del reato (data da
una sentenza penale,
)
la sanzione disciplinare, inflitta nel presupposto
della sussistenza del reato, doveva necessariamente
cadere."
Fu la prima breccia aperta nel muro delle sanzioni
amministrative indiscriminate che avevano buttato
sul lastrico migliaia di famiglie!
Attraverso questa breccia si gettarono, come arditi
all'attacco, tutti gli ex-Ufficiali che vedevano quanto
meno una possibilità di riavere la pensione
fino ad allora negata nonostante i contributi versati
per anni.
Non fu così facile e la prima delusione la
dovette avere proprio mio padre. Alla sua richiesta
di essere riammesso nei ruoli sulla base della sentenza
su accennata, ecco la risposta del Ministero dell'Aeronautica:
"In esito all'istanza in data 8 agosto '47, con
la quale la S.V. chiede la revoca del provvedimento
di cancellazione dai ruoli, si comunica quanto segue:
Innanzi tutto è da osservare che, poiché
nel caso della S.V., il procedimento davanti al Tribunale
Militare di Bologna si è concluso, in sede
istruttoria, con la applicazione dell'amnistia e poiché,
d'altra parte, contrariamente a quanto afferma la
S.V., i capi d'accusa ed i titoli di imputazione risultano
diversi e comunque valutati sotto profilo diverso
da quelli dei quali giudicò precedentemente
la Corte di Assise Speciale di Asti con sentenza di
assoluzione, non può ricorrere l'analogia con
i casi dei Colonnelli TONDI E D'IPPOLITO.
Infatti il Consiglio di Stato, sui ricorsi dei suddetti
Ufficiali, si pronunziò per l'annullamento
della cancellazione dai ruoli in conseguenza della
esclusione, da parte del Magistrato Penale, della
esistenza del reato, il che è ovviamente diverso
dalla estinzione per amnistia
"
p. IL MINISTRO
Una
doccia fredda! Ancora ricorsi, avvocati, processi.
Andrebbe, fra l'altro osservato che, non essendosi
celebrato il processo, non era neanche possibile parlare
di colpa ma solo di indizio di reato.
Era accaduto che, successivamente al processo di Asti
da cui mio padre era uscito pienamente assolto dall'accusa
di collaborazionismo col "nemico" (che nella
assurdo bizantinismo italico era l'ex alleato, ridefinito
tedesco invasore, e non l'esercito angloamericano
contro il quale mio padre e tanti come lui avevano
combattuto per quasi cinque anni! n.d.a.), presso
il Tribunale Militare di Bologna, era stato tenuto
un altro procedimento, all'insaputa di mio padre,
per il trasporto dei velivoli da Orvieto a Vicenza.
Il processo non era stato neanche celebrato, risultando
la colpa estinta per amnistia, ma al Ministero dell'Aeronautica,
come su esposto, fu eccepita la impossibilità
di accogliere la richiesta di mio padre di essere
reintegrato nei ruoli proprio perché la amnistia
annullava la pena ma non estingueva la colpa anche
se questa non era dimostrata.
Ricominciò l'odissea, le peregrinazioni da
un avvocato all'altro, da un Ufficio ad un altro,
spese e preoccupazioni.
Non fu facile prendere una decisione; l'unica via
di uscita era il rifacimento del processo. Questo
si poteva ottenere perché il Tribunale di Bologna
aveva giudicato in contumacia, applicando l'amnistia,
senza citare né interrogare l'imputato e senza
notificare la sentenza. Tutto da rifare ma in quei
tempi "men
leggiadri e più feroci", di scarso "garantismo",
ciò significava ritornare in carcere cosa che
era difficile accettare a cuor leggero.
Furono giorni drammatici. Poi mia madre ebbe l'idea
di andare da Padre Pio. Non era facile anche perché
la faccenda non poteva, per averne consiglio, essere
esposta in breve. Riuscì ad avere un colloquio
e, in confessione, mio padre ebbe la possibilità
di spiegare la situazione complessa in cui si trovava.
Ne ebbe il consiglio che si voleva: rinunciare all'amnistia
e sottoporsi ad un nuovo processo. Rischiava l'incarcerazione
ma i giudici furono clementi. Ricevette il mandato
di comparizione ma non fu emesso mandato di cattura.
Il processo si risolse nel migliore dei modi come
può leggersi nella sentenza che si riporta
integralmente.
Anche
in questo caso i giudici si comportarono con la saggezza
di chi intendeva non infierire sugli sconfitti.
Credo di poter indovinare che, essendosi in quei tempi
tenuto il referendum istituzionale che, per pochi
contestati voti, aveva determinato la fine della monarchia
e la nascita della repubblica, avendo peraltro i fascisti
votato (o fatto votare se erano in galera come mio
padre) a favore della monarchia, molti funzionari
anziani si rendevano conto di quale abissale differenza
esisteva fra il regime anteguerra e quello attuale.
Chi non era di stretta militanza Ciellenista, per
osservanza o convenienza, guardava la acquisita democrazia
e la nuova "repubblica" con sbigottimento,
disgusto e indignazione.
Per questo io penso che la indicazione, alla 2a riga
di pag. 2 della sentenza "pseudo repubblica italiana"
fosse maliziosamente riferita alla repubblica italiana
appena proclamata e non alla bella, amata e gloriosa
REPUBBLICA SOCIALE ITALIANA, indicata più avanti
con la sigla R.S.I., sprazzo di orgoglio, di fede
e di amore di Patria.
La R.S.I.,nata in momenti di difficoltà
e tragedia, vide l'entusiasmo di tanti giovani e meno
giovani che per lei sacrificarono o erano disposti
a dare la loro Vita.
Sarei tanto curioso, considerata la dilagante mania
dei sondaggi, di sapere quanti giovani di età
fra i 18 e i 30 anni, siano oggi disposti a immolare
la loro vita per la repubblichetta di Prodi e Scalfaro.
Fuori dal manicomio la cifra sarebbe sicuramente prossima
a zero.
La sentenza fu depositata il 23 luglio 1949 e da allora
ricominciò l'iter burocratico per ottenere
la invalidazione della sanzione amministrativa con
cui veniva disposta la radiazione del Colonnello d'Auria
dai ruoli della Aeronautica Militare.
L'ironia è che gli aderenti alla R.S.I. erano
stati puniti per non aver tenuto fede al giuramento
di fedeltà al re ritenuto invalidato dalla
fuga del re.
Ora coloro che avevano obbedito, come sostenevano,
al re in quanto a lui legati dal giuramento, si trovavano
senza re e non se ne preoccuparono minimamente.
Ancora ricorsi, risposte evasive, lungaggini, decisioni
nella apposita commissione, interventi presso generali
ex superiori o camerati di mio padre ( Gen. Sandalli,
Gen. Agnesi, Gen. Gaeta, e tanti altri), solleciti
tramite amici volenterosi
.. non si finiva mai.
Alla fine la tanto attesa decisione. Il Col. d'Auria
fu reintegrato nei ruoli, come da sentenza del Consiglio
di Stato, col suo grado ma fu ugualmente estromesso
dalla Aeronautica. Collocamento in congedo assoluto
con minimo trattamento di pensione. Dopo tante difficoltà,
un contentino, delle briciole. La pensione era un
diritto negare il quale era stato un arbitrio, un
provvedimento scientemente persecutorio. La reintegrazione
nel grado serviva a ben poco se non consentiva di
riprendere servizio essendo mio padre, Colonnello
a 42 anni, uno dei più giovani Ufficiali Superiori
della Aeronautica e quindi in grado di raggiungere
i più alti gradi della gerarchia militare.
La pensione, inoltre, basata sugli anni di servizio,
corrispondeva a soli 24 anni di contributi e quindi
scarsamente soddisfacente.
Così ebbe termine la carriera militare e aviatoria
di mio padre: con una elemosina!
Inviando un attestato di servizio, richiestogli dal
Ten. Cantoia per proporsi come istruttore di un aeroclub,
scrive:
Caro Cantoia,
Vi invio la dichiarazione che Voi desiderate.
Non provvedo io stesso a farla vistare perché
quelle persone per bene dei miei pari grado che, in
mia presenza, mi fanno una quantità di salamelecchi,
attendono solo che io mi allontani per augurarmi con
tutto il cuore almeno trent'anni di galera.
Perciò, nel Vostro interesse, è preferibile
che la dichiarazione la facciate vistare Voi stesso.
Ed in bocca al lupo, caro Cantoia, per la Vostra assunzione
all'Aeroclub. Vi sarò grato se mi farete sapere
quanto Vi sarà stato possibile ottenere. Voglio
però darvi una notizia che può interessarvi.
Ho appreso a Roma che il Ten. Col. Bonzano, nostro
Ufficiale nel periodo della R.S.I., è attualmente
in Argentina. La sua missione ha anche carattere ufficiale.
Il suo indirizzo è:
..
Prima della sua partenza egli è stato a Roma
in cerca di personale. Se credete scrivetegli direttamente.
Non lo interesso io per Voi perché gli scriverò
per me. La notizia ve l'ho fornita ritenendo di fare
cosa utile per Voi. Datemi ogni tanto vostre notizie.
Non s'illudeva quindi molto sugli "amici"
restati in servizio ai quali non pareva vero essersi
sbarazzati di tanti colleghi Ufficiali che, per essere
bravi e meritevoli, avrebbero costituito un ostacolo
alla loro carriera.
Gli Ufficiali "radiati", fra cui mio padre,
erano quelli che avevano sempre combattuto e rischiato.
Fra loro erano amicissimi, c'era un cameratismo ed
uno spirito di corpo non facilmente riscontrabile
in altri reparti. Amicizia, affetto, stima, cameratismo
maturati in tanti anni di vita e di guerre in comune.
Erano i migliori aviatori di cui l'Italia poteva disporre
e le cui fila erano state paurosamente assottigliate
dagli incidenti e dalle guerre.
Il loro dramma, dopo la fine della guerra lo vissero
insieme soffrendo l'un per l'altro e dandosi coraggio
e supporto reciproco.
Per questo, qui di seguito, riporto alcuni stralci
di lettere che ho trovato fra le vecchie carte.
18
giugno 1947
Caro d'Auria,
..
il fatto che ora i comunisti sono ora fuori dal governo,
ha tolto a noi ogni preoccupazione di recriminazioni.
Lessi il tuo promemoria
..
troppo lungo e troppo pieno di argomenti che potranno
aver valore soltanto quando cambierà il vento.
Per ora il punto da sostenere è soltanto il
seguente: Dato che la Magistratura (sia quella penale
che amministrativa) ci ha assolto, perché la
burocrazia si ostina a fare dello stupido ostruzionismo?
Il resto
.. sono tutti argomenti
che potranno incontrare favore soltanto quando l'Italia
tornerà nelle mani degli Italiani!
Aspetto presto una tua lettera.
Mille cordialità tuo Totonno
(Ho
letto altre lettere indirizzate a (o ricevute da)
"Totonno" ma non conosco il cognome di questo
camerata di mio padre. n.d.a.)
28/6/1947
Caro d'Auria,
Il Consiglio dei Ministri ha finalmente autorizzato
l'emanazione del decreto che annulla la cancellazione
dai ruoli e il reintegro nel grado. Pertanto ora la
Corte dei Conti non dovrebbe più fare difficoltà
alla registrazione del Decreto che ci reiscrive nei
ruoli e ci ridà il grado. Tuttavia tu sai bene
che occorreranno alcuni mesi prima di vedere il Decreto
pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale.
Speriamo, facendo pressione sul Ministero dell'Aeronautica,
di ottenere la massima celerità consentita
dalla burocrazia statale e dal fatto che il Decreto
dovrà essere firmato, oltreché dal Presidente
della Repubblica, da tutti i Ministri componenti l'attuale
governo.
Speriamo peraltro di convincere il Ministero della
Aeronautica a pagarci almeno una parte degli assegni,
sebbene, a quanto scrivono i giornali, per ora e fino
a quando non saremo stati "discriminati"
nulla ci è dovuto.
Non so ancora dirti se dovremo passare attraverso
la commissione di epurazione oppure sottostare al
giudizio di un Consiglio Disciplinare che poi ritengo
non sia altro che la Commissione di Discriminazione
Militare.
Neanche al Ministero ho potuto avere notizie precise
in proposito ne
potrò averne finchè la deliberazione
del Consiglio dei Ministri non sarà stata comunicata,
in tutti i suoi dettagli, ufficialmente, al Ministero
dell'Aeronautica
.
Tuo Filosto
17
/ 10 / 1947
Caro Giuvà,
Si vede che tu ormai sei maturo per essere promosso
Generale, altrimenti il tuo povero cervello non si
troverebbe in queste deplorevoli condizioni
.
In merito alla faccenda Aeronautica io non ho intenzione
di fare più niente; ho già fatto due
esposti in carta da bollo, ora basta.
Per gli Ufficiali inferiori (***) è venuto
il provvedimento di revoca, o almeno per alcuni di
essi che hanno anche riscosso gli arretrati. Io mi
limito ad aspettare, mandando naturalmente a chi di
dovere, giornalmente e con tutto il cuore gli auguri
che si merita.
Non credo che tu abbia fatto bene a mandare quell'esposto:
probabilmente lassù non sapevano niente dei
tuoi illustri trascorsi e forse hai svegliato il can
che dorme
. Uno di questi giorni andrò
a pescar Bonelli per sentire se c'è qualche
novità.
Vecchio Bacucco ti saluto e ti abbraccio.
Aff.mo Aini
(***)
L'accennato provvedimento di revoca, fu preso d'urgenza,
su pressione degli Americani, in occasione della crisi
di Berlino.
In previsione di una imminente guerra, infatti, alla
quale l'Italia, sarebbe stata chiamata, volente o
nolente, a partecipare, i nostri nuovi alleati pretesero
dai sempre ossequienti e servili governanti italiani
la riassunzione in servizio di quei Piloti che, proprio
per i loro trascorsi nella R.S.I., davano loro pieno
affidamento!!!!
Nello stesso periodo, precise segnalazioni ricevute
dai Carabinieri, davano per imminente un possibile
"golpe" comunista, in appoggio all'azione
delle truppe sovietiche.
Mio padre fu convocato alla
stazione dei Carabinieri, gli fu consegnato un mitra
con due caricatori e gli furono impartite disposizioni
per una eventuale situazione di emergenza. Il mitra
restò in casa per oltre sei mesi. Poi, cessato
evidentemente l'allarme, fu riconsegnato. Al Colonnello
Giovanni d'Auria, a cui l'Italietta liberata negava
perfino il diritto a riscuotere la pensione, si faceva
appello perché, agli ordini di un Maresciallo
dei Carabinieri, ponesse, ancora una volta, la sua
vita a repentaglio per la Patria in pericolo!!! Ma
dov'erano gli eroici partigiani? E i generaloni badogliani
della resa incondizionata e della guerra vinta contro
il tedesco invasore? E se avessero vinto i comunisti
quale compenso sarebbe spettato a mio padre?
Ma i combattenti della R.S.I., senza esitazioni, si
fecero avanti!
Senza
data
Caro Giuvà,
Ti avevo appena spedito una cartolina con improperi
quando ho ricevuto la tua sfessatissima lettera. Ti
ringrazio per gli auguri, ricambio le parolacce ed
entro in argomento.
Ho ricevuto una lettera dal Ministero con la revoca
della mia cancellazione e in cui mi dicono che debbo
considerarmi a "disposizione in attesa di discriminazione".
Intanto mi autorizzano a riscuotere in conto arretrati
200.000 lire dedotti gli addebiti per alcune balle.
Naturalmente mi sono precipitato alla Zona ed ho già
arraffato i baiocchi e questi almeno non me li fregano
più.
Sono stato da Bonelli la settimana scorsa con Vizzotto
e Piovene. Bonelli dice che il nostro provvedimento
era già stato preso dal Ministero oltre un
anno fa ed era stato graziosamente messo in archivio
credo da Porru Loci. Ora per interessamento di Briganti,
che ha preso sinceramente a cuore la nostra causa,
il provvedimento di revoca è stato riesumato
e messo in opera.
Abbiamo parlato con Bonelli anche di te; Piovene si
è incaricato di metterti al corrente di tutto
e dirti quello che devi fare. Nelle tue condizioni
si trova anche Vossilla ed altri. Io ho la ferma fiducia
che la spunterete anche senza tener conto delle elezioni
Si parla molto anche di guerra.
Noi naturalmente votiamo tutti per il M.S.I.; pare
che i capi siano persone oneste e bravi Italiani.
Io sono ancora con la Marinavia e imbratto carte dalla
mattina alla sera; non dubitare che se appena intravedessi
qualche possibilità per te ti avvertirò
immediatamente. Ora però la situazione è
critica e molto peggiore di quando eri tu a Milano:
i disoccupati sono almeno quadruplicati e nessuno
lavora. Tutti aspettano il 18 aprile anche per fare
una pisciata. Mi dicono che a Roma la situazione è
migliore.
Bonzano pare che ora sia in Italia ammalato. Il suo
indirizzo
Credo però che con lui non ci sia niente da
fare; io gli sono stato addosso per due anni per andare
in Argentina e non sono riuscito a niente. Cadringher
è a Napoli
..
Caro Giuvà, mi sono cadute molte illusioni
.
Bisogna solo aver fede in Dio e, prima o poi, le cose
si mettono a posto da sole. Tu non disperare, vedrai
che te la caverai anche tu.
Caro Giuvà, pezzo di sfessato, tanti auguri..
Ti abbraccio Aini.
9
Aprile 1948
Caro Giuvà,
.. Simini si trova al
Carcere Giudiziario di Firenze e fra breve dovrà
esserci il suo processo. Non ho nessun contatto con
Cadringher
Bonzano è in Italia, ad Alassio; credo comunque
che con lui ci sia solo da perdere tempo, non conclude
mai nulla. Ho visto Vossilla che si trova nelle tue
identiche condizioni.
Se dovessi sentire di qualche occupazione per te,
non mancherò di darmi da fare e avvertirti;
A Milano il numero dei disoccupati
è enorme; si spera in una schiarita dopo il
18 aprile.
Caro Giuvà, cerca di star su col morale e di
resistere ancora un poco. Dovranno venire tempi migliori
anche per te. Stammi bene e se vedi il tuo illustre
compaesano, gratificalo con uno dei tuoi ben noti
scaracchi.
Saluti e ghiande Portorosine. Ti abbraccio Aini.
28
luglio 1948
Carissimo Giuà,
Ho ricevuto la tua
ho notato subito la diversa intestazione della tua
busta ed ho capito che stai formando una specie di
"trust" raggruppando sotto il tuo controllo
tutte le attività regionali, allo scopo di
affamare meglio il "poppolo". (lungi da
me il sospetto che tu vada in giro per i vari uffici
della città a fregarti le buste e altri oggetti
di cancelleria secondo una tua inveterata abitudine
che già ti aveva reso tristemente noto in tutti
i comandi ed uffici della defunta R.A.).
Simini non è ancora libero, perché deve
rispondere di altri addebiti, non gravi, relativi
al suo periodo di Firenze.
Le mie faccende aeronautiche non vanno bene come credi,
.. ho ricevuto la comunicazione
che la commissione di epurazione mi ha dispensato
dal servizio.
..
Tu, povero Giuà, stai peggio di me e ti confesso
che ne ho proprio piene le scatole e
.,
se venisse una buona volta una guerra e ci mandasse
a ramengo tutti in compagnia, non la rimpiangerei
purché potessi togliermi prima qualche soddisfazione.
La commissione d'epurazione era composta da due civili
e dal nostro caro Gen. Bacchiani.
Se riesco a vedere Bonelli gli dirò che si
svegli e si dia da fare per te.
Intanto cerca di stare di buon animo, per quanto possibile,
e di non andare dentro
.. In ogni
caso se ti capitasse qualcosa del genere fammi avvertire.
Ora ti saluto perché ho da lavorare; non sono
uno sfaccendato come te.
un abbraccio tuo Beppe Aini.
17
agosto 1948
Carissimo Giuvà,
Vecchio bacucco rispondo alla tua del 6 c.m.
Non saprei cosa consigliarti per la tua questione.
Io prendo esattamente 35.000 lire al mese e tante
ne dovrei continuare a prendere. Dico dovrei perché
temo che, a causa della dispensa dal servizio che
mi hanno appioppato, prima o poi mi sospendano i pagamenti.
Tu, come Colonnello dovresti prendere, io penso, di
più ma non so se valga la pena di andare in
galera per questo. (rinunciando all'amnistia n.d.a.).
Questo aut-aut che ti pongono è una delle cose
più infami che io abbia sentito. Prova a fare
un esposto al Presidente della Repubblica, chissà..
Vossilla mi scrive che sta crepando letteralmente
di fame.
Io lavoro quasi gratis,
. Milano è
deserta, tutti sono al mare o ai monti. Io ho caldo
e sono in
ato
Perciò ti saluto.
Un abbraccio
Tuo Aini
23
agosto 1948
Carissimo d'Auria,
da Aini, con il quale sono sempre in contatto, ho
avuto l'altro giorno tue notizie; notizie che mi mancavano
dalla epoca del tuo processo di Moncalvo quando ebbi
il piacere di conoscere la tua gentile Signora nell'ufficio
di Piovene.
Sono quindi al corrente di tutta la tua odissea e
sono certo che anche tu ne sai altrettanto di me.
Siamo due perfetti criminali di guerra! Si vede proprio
che, anche nella avversità, abbiamo voluto
superare gli altri.
Il buon Aini mi ha fatto sapere che tu sei riuscito
a farti liquidare, a domanda, dal Ministero dell'Aeronautica,
una pensione di circa 21.000 lire mensili. Dato che
io sono nella tua stessa posizione e cioè:
- Cancellato dai ruoli con perdita del grado
- Processato, condannato ed amnistiato
Ti vorrei pregare di farmi sapere quali pratiche hai
dovuto fare per ottenere dal Ministero la pensione
suddetta.
A me, da quando è uscita sul B.U.R.A. la cancellazione
dai Ruoli, non hanno dato più neanche un centesimo,
neanche le indennità per le decorazioni! Il
mio ricorso al Consiglio di Stato per ottenere la
revoca del suddetto provvedimento è sempre
pendente ma, a quanto sembra, ho ben rare probabilità
di vincere tale causa. Ma, se tu hai potuto farti
liquidare questa pensioncina, immagino che altrettanto
spetterebbe a me e quindi attendo con impazienza di
sentire da te come fare per ottenerla.
Anche se miseri, è sempre meglio avere almeno
questi quattro soldi.
Io, fino ad ora, me la sono cavata tirando avanti
con le unghie e con i denti
lavoro io, come
posso, e lavora mia moglie!.
E tutto ciò solamente per arrivare almeno a
mangiare!
Questo è il guiderdone che abbiamo avuto dalla
Patria alla quale abbiamo dato tutta la vita, sangue
e beni!
Caro d'Auria, scusami se ti ho attaccato un lungo
bottone ma, sono certo, comprenderai la mia situazione
..
Ti abbraccio aff.te tuo Vossilla
Dalla accorata lettera di Vossilla si intuisce il
dramma di tantissimi Italiani che, scampati alle stragi
della "primavera di sangue", dopo più
di tre anni, continuavano ad essere vittime di una
ingiusta persecuzione che, se non su odiosi preconcetti
razziali, era basata su una altrettanto odiosa discriminazione
fra cittadini messi al bando per la loro presunta
fedeltà a una ideale o a un regime politico,
che, per venti anni, aveva rappresentato il legittimo
governo dell'Italia.
Nella tragedia, ancora una nota di "humor"
del Ten. Col. Giuseppe Aini per tener su il morale.
6 settembre 1948
Caro Giuvà,
Mi spiace moltissimo l'idea che hanno avuto di riformarti;
avrebbero già dovuto farlo da molto tempo e
non ho mai capito bene come ti abbiano fatto abile
alla visita di leva
..
Negli anni scorsi, anche a me era venuta, parecchie
volte, la tentazione di riformarti in occasione delle
sevizie da te inflittemi sia in volo che a terra ed
anche in mare (allenamenti di canottaggio) ma non
ne ho mai avuta l'opportunità e poi ho rispettato
sempre in te non tanto l'Autorità del tuo grado
quanto la tua innegabile abilità negli sputi.
Ora però vedo che la Giustizia ha finalmente
trionfato!
Tu però, Giuvà, ora mi freghi come titoli
di disonore perché io sono stato solamente
sospeso - radiato - privato del voto - collocato in
ausiliaria - dispensato. Tu, invece, puoi mettere
i nastrini di carcerato e riformato. Sempre raccomandazioni!
E apprendo che ti dai da fare per ottenere ora il
nastrino di "carcerato a domanda" che è
rarissimo. Ma, Giuvà, dove vuoi arrivare?
Cosa potranno ancora escogitare a carico nostro quelle
menti fervide e geniali? Forse scotennarci o evirarci?
Aspettiamo e vedrai che non andremo delusi. Intanto,
mi dicono, che è uscito un Foglio d'Ordine
a firma dell'ineffabile Aimone-Cat, secondo il quale
coloro che hanno aderito alla R.S.I. perdono la qualifica
di combattenti ed i benefici inerenti. Quante attenzioni
per noi da quelle anime pure e oneste!
Ho visto Vossilla che andrà fra giorni a Roma
secondo il tuo consiglio.
Cerca, se possibile, di evitare almeno il carcere
preventivo ed affidati ad una avvocato che non dorma
La mia ditta è agonizzante e, da due mesi,
non vedo il becco di un quattrino. Trovare altro lavoro
oggi a Milano, per un epurato, è una chimera
Ciao Giuvà, fatti coraggio, forse verranno
giorni migliori
..
Ti abbraccio Aff. Aini
I personaggi che sono i protagonisti
di questi tragici fatti son tutti passati a miglior
vita. La loro speranza di vedere risorgere l'Italia
che loro avevano amato e sognato seguendo la tradizione
e l'Idea Risorgimentale, è tramontata per sempre.
Se l'Italia, nell'inesorabile incedere del Tempo e
della Storia che ne scandisce il cammino, non certo
per merito dei pessimi quanto incapaci governanti
ma per le virtù degli stessi ottimi cittadini,
sarà in grado di rinnovare il suo passato di
civiltà nell'ambito della nuova entità
che si va lentamente formando da una vaga nebulosa:
l'Europa, allora gli spiriti inquieti dei Martiri
e dei Perseguitati fra cui i bravissimi e valorosi
Piloti della bella Aeronautica Italiana, potranno
sentirsi placati. Solo allora potrà ripetersi:
"DIMAN
DA SERA I NOSTRI MORTI AVRANNO
UNA LIETA NOVELLA IN PURGATORIO
E LA RECHI PUR IO
"
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