GIOVANNI d'AURIA

(scritto fal figlio)

ARRESTI E RADIAZIONE DAI RUOLI
Il 27 aprile vennero i partigiani con le armi spianate a prendere mio padre che non c'era; rivoluzionarono la casa sospettando che fosse nascosto. Tornò da Milano in bicicletta il giorno dopo e lo arrestarono.
Furono giorni tremendi, indelebili nella mia memoria.
Fu radiato dalla Aeronautica senza diritto a pensione.
Fra un arresto e l'altro (undici in tutto) non riusciva a trovar lavoro.
Subì tre processi: due per collaborazionismo, per fatti diversi, e dovette percorrere tutto l'iter fino in cassazione per essere prosciolto, alla fine, nel 1949. Il terzo per aver ucciso uno dei partigiani che gli avevano teso un'imboscata. Il fatto che mio padre fosse stato aggredito proditoriamente dal partigiano, in borghese, che aveva simulato un guasto al suo camioncino e poi, all'improvviso, estrasse la pistola, non lo discolpava. Per uscirne, su pressione dell'avvocato difensore, contro voglia e contro il suo modo di essere, dovette umiliarsi a ritirare un esposto dove, dichiarando tutta la verità e sostenendo di aver agito nel suo pieno diritto, ammetteva la uccisione, per mano sua, del partigiano. Ciò equivaleva ad una confessione di colpa per cui era prevista la condanna a morte. Se la cavò grazie ad una testimonianza compiacente che lo scagionò.
Devo qui ricordare e ringraziare il signor Belliffemine (il partigiano "Ferruccio") che, comprendendo il dramma che l'Italia stava vivendo per cui Uomini retti e onesti, fra cui mio padre, pativano persecuzioni, galera o il martirio, con la sua testimonianza influenzò in modo decisivo e favorevole la posizione processuale del Col. d'Auria. (Ex Colonnello per precisione, essendo stato "radiato" dalla Arma Aeronautica, con la perdita del grado e senza diritto a pensione, grazie alle dissennate e mostruose "leggi retroattive").
Gli amici fecero una colletta per pagare l'avvocato. Noi ragazzi facevamo la fame: a sera, si cenava in cinque con un barattolo di latte condensato americano (marca Carnation, comprato alla "borsa nera" che era diventata un'abitudine diffusa e tollerata), diluito con acqua, inzuppandovi il pane; niente altro.
Dopo il processo per l'assassinio del partigiano, mio padre cercò altri modi per sbarcare il lunario. Non ci fu attività che non fosse presa in considerazione. Le provò tutte. Tentò di costituire una società di trasporti marittimi, si improvvisò commerciante di indumenti di moda femminile, tentò di emigrare in sud America come pilota per linee aeree oppure per qualsiasi altra attività, poi provò a metter su una piccola attività industriale, iniziò un commercio di olio e di fave, tentò di fare l'agricoltore e poi il curatore di aziende agricole di proprietà altrui. Fece il procuratore legale, l'amministratore di piccole aziende e di cooperative agricole, il docente di materie giuridiche, l'allevatore di pollame, il commerciante di gomme per biciclette, il coltivatore diretto di un piccolo appezzamento di terreno che possedeva. Ogni volta, per un motivo o l'altro, le speranze di successo e di guadagni tramontavano ben presto e tutto finiva in una perdita di danaro spesso preso in prestito.
Vivemmo di stenti fino al 1950 quando mio padre ebbe un minimo di pensione, si mise a fare l'assicuratore e noi ragazzi andammo all'università e cominciammo a impartire lezioni private. Quando sento parlare di persecuzione fascista verso gli antifascisti, persecuzione costata a molti l'esilio, l'allontanamento dalla vita politica o il carcere ma in nessun caso la morte (Gramsci non fu assassinato e Matteotti fu vittima di una azione violenta ma non volutamente assassina), mi chiedo se mai, in futuro, qualche onesto storico avrà il coraggio ed anche la possibilità di rendere di pubblico dominio le efferatezze dei giorni di sangue, i millenni di carcere comminati e le persecuzioni, subite per decenni, dai "fascisti", l'allontanamento di questi dai posti di lavoro, dalle alte cariche, dal mondo del giornalismo, dello spettacolo, il fermo delle carriere e così via.
I veri perseguitati in un mondo che si proclama libero e democratico sono stati proprio i fascisti o "ritenuti tali".
Quando ho provato a discuterne con amici o compagni di scuola mi son visto guardare come se dicessi cose insensate, incomprensibili, fuori da ogni logica; "i fascisti dovevano ringraziare per essere sopravvissuti, per merito della democrazia, perché in un regime comunista sarebbero stati tutti eliminati… non chiedessero troppo chè anzi non avrebbero dovuto avere neanche il diritto di parlare"
Insomma la libertà doveva esistere ed era valida ma solo per i "democratici".
Mio padre morì' nel 1975; la sua guerra che è stata anche la mia guerra, non è ancora finita perché SOLO CHI SI DA' PER VINTO E' VERAMENTE PERDUTO!

Ci si aspettava che dopo la buriana si riaffacciasse il sole. Non fu così. La LIBERTÀ, di cui s'era inteso tanto parlare, non era stata conquistata per regalarla a tutti gli Italiani redenti dopo venti anni di schiavitù. In particolare non dovevano assolutamente goderne i "fascisti". Ma chi erano i fascisti? Quelli che avevano ostentato la "cimice" all'occhiello per vent'anni? No! Erano forse i gerarchi dalla giacca di orbace e dal piglio caporalesco, gli arroganti che avevano letteralmente fatto a pugni per infilarsi nelle organizzazioni del Fascio per evitare di essere mandati al fronte dove si rischiava la "ghirba"? Nemmeno per sogno! Quelli che avevano occupato posti di responsabilità durante il regime, fatto carriera, che avevano servito sotto la "Repubblica" come funzionari responsabili (capi di azienda, dirigenti, responsabili di ministeri, MAGISTRATI, polizia o altri)? Manco a pensarlo.
I fascisti erano gli altri! Quelli, per esempio, che, al momento del "cambio" del 25 luglio, non si erano affrettati a seguire il nuovo corso, a dichiararsi vittima di qualche sopruso (non occorreva molto; bastava una multa di un "pizzardone" per qualificarsi vittima del regime!) a denunciare qualche ex camerata, ad inveire contro il dittatore e così via. Fascisti in primissima fila, poi, erano quelli che avevano aderito alla R.S.I., peggio se avevano combattuto, e che al momento del passaggio dei poteri, della "insurrezione popolare", della "vittoria", ecc. non si erano precipitati ad annodarsi un fazzoletto rosso al collo (folkloristici alcuni prevosti che vollero abbellire l'abito talare non con la porpora cardinalizia ma con il rosso sangue della bandiera sovietica!) o a fregiarsi di una coccarda tricolore, una fascia al braccio, un pennacchio sul cappello. Non costava poi molto, bastava dire di essere stati costretti ad essere fascisti, costretti a prendere la tessera del Fascio o dire di aver fatto il "doppio gioco". Era così facile…. Soprattutto perché la scusa del "doppio gioco" non era considerata una vergogna ma un grande merito di cui vantarsi. Poiché la gran parte dei nuovi italiani, infatti, doveva e voleva dimenticare e far dimenticare i propri trascorsi fascisti, era obbligata a dire e far credere di non aver accondisceso al fascismo se non perché costretta, senza entusiasmo, tenendo il piede in due scarpe, ecc. Questi individui sarebbero stati considerati dei vermi e dei vili in ogni angolo dell'universo ma non in Italia per il semplice fatto che il bugiardo che sosteneva la propria estraneità al fascismo, per essere creduto, a sua volta non poteva esimersi dal dar credito alle similari baggianate di un altro antifascista anche lui nella necessità di scusare e far dimenticare il proprio passato di ostentata fedeltà al Duce e al fascismo. In pratica la gran parte degli italiani che avevano aderito al fascismo, anche quelli che avevano servito la R.S.I. (per tutti valga l'esempio di Oscar Scalfaro e Spadolini o Dario Fo e Egidio Sterpa) riuscirono a riciclarsi sull'altro fronte. Esclusi i pochi antifascisti dell'ultimo biennio (i più eroici), dell'ultimo trimestre (i più scaltri) e dell'ultima ora (la quasi totalità), di veri, autentici, immacolati antifascisti non ce n'erano più di tremila in tutta Italia!!
Ma la Provvidenza non abbandona mai nessuno e neanche i senza Dio; per questo rimasero abbastanza Fascisti o presunti tali che non vollero, per dabbenaggine o per vergogna, affermare: "Io fascista? Mai!" Oppure, apodittici: "Io .. mai stato fascista!" (Frasi sentite ripetere, a quel tempo, migliaia di volte!)
A far bene i conti furono tuttavia moltissimi quelli che non rinnegarono la loro Fede; fra questi, per dignità, per carità di Patria, per senso d'Onore, perfino alcuni che fascisti non erano mai stati.
La Associazione Caduti e Dispersi della R.S.I. ha una lista di oltre 110.000 nomi ma è una lista per difetto perché, per fare un esempio, alcuni nomi di Caduti furono denunciati come trucidati dai nazisti da alcune famiglie, che...così,.... presero la pensione... agli altri, ai Fascisti trucidati dai partigiani, che non cambiaron casacca o ai quali, dopo morti, non fu sfilata in tempo la divisa dai parenti, neanche quella!
Passati i primi giorni di confusione, mio padre, come tanti altri, pensò a far qualcosa per continuare a vivere. Dopo una guerra persa, si voleva cercare di ricostruire e andare avanti.
Non fu facile.
Vennero i partigiani e sorpresero me che stavo in giardino indaffarato a segare la legna; ero io incaricato di provvedere il combustibile per la cucina e, in inverno, anche per il riscaldamento. Chiesero di mio padre ed io, intimorito, affermai che era in casa.
Ancora oggi non so perdonarmi quella indecisione e mancanza di intuito, di prontezza e di coraggio. Già altre volte mio padre era stato arrestato dai partigiani per accertamenti, interrogatori o altro; tuttte le volte, però, era stato rilasciato. S'era sparsa la voce che "chi non aveva fatto niente" non aveva nulla da temere, ecc. ecc. Ed invero, finché le forze della R.S.I. erano in armi, i partigiani, spesso per mezzo dei preti come loro emissari, cercarono di indurre i Repubblicani alla resa con la favola che era meglio arrendersi agli italiani anziché agli stranieri. La cosa funzionò per un po'. Poi squadre di partigiani andarono casa per casa o prigione per prigione e commisero assassini e stragi potendo contare su una assoluta immunità. Quel giorno dicevo, mi accorsi che le cose erano cambiate in peggio: vennero in tanti, si appostarono dietro i cespugli del giardino e fecero scattare gli otturatori tenendo i mitra pronti a sparare. Mi rendevo conto che bastava una incertezza e sarebbe finita male.
Il partigiano che fungeva da capo, si avvicinò alla porta di ingresso da dove, in quel momento, si affacciò mio padre. "Deve venire con noi!" gli intimò sgarbatamente il partigiano. Mio padre fece notare che era in pantaloncini corti e canottiera e non intendeva seguirli in quell'abito. Insistettero perché li seguisse così come si trovava; mio padre non cedette e alla fine i partigiani acconsentirono. Due di loro rimasero sulla porta, il capo entrò nella camera da letto con mio padre che dovette spogliarsi e vestirsi sotto il mitra puntato del partigiano. Povero papà, al momento del bisogno, io non ero stato abbastanza pronto e sveglio per dire: "mio padre è lì in fondo alla strada che sta andando in paese; se vi affrettate lo raggiungerete!!".. o qualcosa di simile. Strano ma, in casi analoghi, tutti i "fascisti" caddero in trappola come dei fessi!
Mi resi conto della gravità della situazione solo quando vidi questo inatteso spiegamento di misure di sicurezza: avevano paura che mio padre fuggisse o reagisse. Chissà! Certo che mio padre conservò la sua calma come sempre, nei momenti di gran pericolo!!
Finalmente fu pronto, ben scortato uscì da casa e si fermò nel giardino. Noi ragazzi eravamo interdetti, quasi paralizzati. Mia madre ci spinse verso di lui, ci avvicinammo per baciarlo. Ci abbracciò. Poteva essere l'ultimo abbraccio!
Uscito dal giardino con la scorta di guerrieri, lo seguimmo con lo sguardo giù per la stradina scoscesa che portava verso la frazione di Soldino e poi al lungolago, la famosa Via Regina.
Mia madre mise subito in atto le sue capacità di difesa: tutti in ginocchio a pregare davanti al piccolo presepio sul comò della camera da letto. Era una "Sacra Famiglia" acquistata molti anni prima da una specializzata fabbrica artigiana di Lecce. Statuine di perfetta fattura in cartapesta, veri lavori artistici, che portò sempre con se e davanti a cui pregammo nei momenti più critici della nostra travagliata vita familiare.
Anche quella volta funzionò ma per un pelo. Mio padre era accusato di essere nella lista di Radio Londra, la famigerata lista di proscrizione che significava ordine di passare per le armi senza necessità di altre formalità. Il nome e le caratteristiche segnalate agli esecutori erano: Col. d'Arma Aeronautica TAURO, taglia alta, gigantesca, capo completamente pelato.
Mio padre mostrò i suoi documenti e si dichiarò sicura vittima di una quasi omonimia non Tauro ma d'Auria con la d minuscola ed in più l'apostrofo. Il grande capo partigiano non sapeva cosa fare. Cominciarono a interrogarlo e a perquisirlo; gli sottrassero la agendina con gli indirizzi e chiesero telefonicamente ragguagli a Milano. Mentre il partigiano che lo interrogava aspettava ordini, mio padre chiese di poter parlare anche lui con il Ministero dell'Aeronautica a Milano, con il Generale Virgilio Sala con il quale aveva concordato le condizioni di resa della A.N.R..
Il partigiano si impensierì; forse pensò che mio padre avesse conoscenze in alto loco... la telefonata per Milano chissà quando sarebbe stata passata (allora si telefonava tramite centralino con attese di parecchie ore), tutto sommato TAURO non era d'AURIA, chissà quanti Colonnelli d'Aviazione erano alti e pelati (nessuno... e non esisteva un Col. Pilota Tauro! n.d.a.), in più questo accidenti d'un Colonnello era amico di un Generale....
Era quasi sera quando tornò a casa..... Brava mamma! ... Altro che caccia inglesi questa volta! Ma le notizie cominciavano a circolare, ed eran tutte orrende. Stragi atroci erano riportate perfino dai giornali che, per non condannarle, ne parlavano giustificando i fatti e reclamando più rigore.
"Si proceda con i processi e le condanne dei fascisti, così cesseranno le illegalità" ........ in altre parole: "ammazzate i fascisti subito, così i partigiani avranno esaudito la loro sete di sangue e non ci saranno più assassini "illegali"!! Così si leggeva sulle testate dei giornali più prestigiosi. Non si poteva allora certo immaginare che le stragi e gli assassini indiscriminati di uomini e donne, giovani e anziani, a volte commessi, come a Schio, da partigiani che s' erano introdotti nel carcere, definiti "illegalità", sarebbero poi diventati, con compiacenti sentenze, "LEGITTIMI ATTI DI GUERRA" premiati con medaglie e ben remunerati posti di responsabilità!
Mai, nella storia d'Italia s'erano visti "tribunali del popolo" che condannavano a morte combattenti valorosi e persone di gran levatura morale, giovani quasi imberbi, fidanzate, sorelle, "ausiGLIarie" (non si poteva pretendere che i partigiani conoscessero la grammatica) o familiari di "fascisti", poveri cristi innocenti nonché gli stessi "compagni" che "davano fastidio".
A furor di popolo (o meglio di teppa), giudici togati emettevano altre sentenze (come è di recente avvenuto per Priebke) per soddisfare la sete della folla ubriaca di sangue distorcendo i fondamenti e i principi universali del diritto.
Nn basterà un futuro Tacito a tramandare i nefasti della cosiddetta liberazione né la viltà di chi non seppe, non volle o non osò opporsi, avendone il potere, a quel turbine di violenza che ha riscontro solo nelle descrizioni del "terrore" nella Francia del 1789 e nei fasti della rivoluzione bolscevica.

Ed ecco giungere le prime elucubrazioni dell'effimero facente funzioni di Capo dello Stato, il "tombeur de femmes", l'affascinante Luogotenente del Regno:

DECRETO LEGISLATIVO LUOGOTENENZIALE 26 APRILE 1945, N° 294 (Gazzetta Ufficiale 19 giugno 1945, N° 73)
"CANCELLAZIONE DAI RUOLI DEGLI UFFICIALI CHE ABBIANO COOPERATO CON FORZE ARMATE IN GUERRA CONTRO L'ITALIA"

UMBERTO DI SAVOIA

PRINCIPE DI PIEMONTE, LUOGOTENENTE GENERALE DEL REGNO

In virtù dell'autorità a noi delegata;
Vista la legge 9 maggio 1940, N° 369 sullo stato degli Ufficiali del Regio Esercito e successive modificazioni;
Vista la legge 11 marzo 1926 N° 397 e successive modificazioni;
Visto il Decreto Legge Luogotenenziale 25 giugno 1944 N°151;
Visto il Decreto Legge Luogotenenziale 1 febbraio 1945 N° 58;
Vista la Deliberazione del Consiglio dei Ministri;
Sulla proposta del Ministro della Guerra, d'intesa con il Ministro del Tesoro, per la Marina e per l'Aeronautica;
Abbiamo sanzionato e promulghiamo quanto segue:

Art. 1 - Gli Ufficiali delle Forze Armate che abbiano cooperato o che cooperino, dal 13 ottobre 1943, con le Forze Armate che
combattono contro l'Italia, sono senz'altro cancellati dai ruoli con perdita del grado, indipendentemente dall'azione penale da esperirsi nei loro confronti in applicazione delle leggi penali militari o di altre leggi speciali.
La cancellazione dai ruoli, di cui al comma precedente, da adottare con Decreto Luogotenenziale, è subordinata:
Alla deliberazione del Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro competente, se si tratti di Ufficiali Generali od Ammiragli e di Ufficiali Superiori;
Alla decisione del Ministro competente se si tratti di Ufficiali Inferiori.

Art. 2 Il presente Decreto entra in vigore il giorno successivo a quello della pubblicazione nella "Gazzetta Ufficiale" del Regno.

Dato a Roma addì 26 aprile 1945 Umberto di Savoia Bonomi Casati Soleri De Courten Gasparotto Guardasigilli Tupini
Reg. alla Corte dei Conti addì 15 giugno 1945 (Atti del Governo, Reg. N° 4, Foglio N° 131)

Questo stralcio è contenuto nei due volumetti, pubblicati nel 1945 dalla Libreria dello Stato, che riportano i decreti del Consiglio dei Ministri di allora "sanzionati e promulgati" appunto dal surrogato di re che dimostrava inequivocabilmente la sua nullità e aggiungeva, alla vergogna e al disonore di cui la sua casa si era macchiata, una nuova tragedia, una nuova ignominia.
Eran le famigerate "leggi retroattive" che discriminarono e gettarono sul lastrico migliaia e migliaia di famiglie. I due opuscoli hanno per titolo:"LEGISLAZIONE SULLE SANZIONI CONTRO IL FASCISMO" E "EPURAZIONE DELLE PUBBLICHE AMMINISTRAZIONI, REVISIONE DEGLI ALBI DELLE PROFESSIONI, ARTI E MESTIERI ED EPURAZIONE DELLE AZIENDE PRIVATE".
Non si saprà forse mai quale sprazzo di genio luciferino abbia illuminato le menti insane che escogitarono quelle forme di persecuzione che, spesso a torto, erano state addebitate ai responsabili del regime fascista. Non solo ma, per colmo di ironia, per comminare secoli di carcere e condanne capitali, si utilizzarono gli stessi codici fascisti, pur vituperati, che avevano reintrodotto in Italia la pena di morte abolita dai governi liberali. Ma mentre il regime fascista aveva applicato la pena di morte, nel corso del ventennio, in meno di una decina di casi e solo uno per motivi politici (attentato al Duce), i tribunali antifascisti, mandarono al muro migliaia di cittadini in buona fede che avevano messo la propria vita a repentaglio mossi solo da un profondo senso del dovere. In gran parte erano valorosi combattenti che avevano partecipato a rastrellamenti come se non fosse loro dovere eseguire gli ordini loro impartiti o come se i partigiani dovessero aver licenza di uccidere e di compiere impunemente attentati, rapine e violenze di ogni sorta senza che si dovesse reagire.
Le stesse malefatte di cui i fascisti, spesso a torto e in mala fede, erano accusati di essersi macchiati, erano replicate, in peggio e in misura estremamente maggiore, in chiave libertaria e democratica.
Passata l'ondata delle stragi indiscriminate, che tanto inebriarono il democratico Togliatti ( definì quella orrenda e vile mattanza "la fucilata trionfale!), venne l'ondata dei processi, delle proscrizioni, delle epurazioni, delle sanzioni per "profitti di regime" (sanzioni dalle quali, "ça va sans dire", erano immuni i fascisti che avevano abiurato in tempo il fascismo; primo fra tutti il Maresciallo Badoglio!).
Il "doppio gioco", in particolare, salvagente lanciato ai naufraghi nella tempesta, era, in perfetto stile italiano, stato concepito nelle Leggi retroattive (Art. 2 ultimo capoverso). "NON SI FA LUOGO A PROCEDERE QUANDO LE ATTIVITÀ DOPO L'OTTO SETTEMBRE 1943 SIANO STATE SVOLTE A SEGUITO DI COERCIZIONE O ALLO SCOPO DI DANNEGGIARE L'AZIONE DEI TEDESCHI O DEL GOVERNO CHE, SOLO APPARENTEMENTE, SI SERVIVA."
Chiaro? Bastava affermare che si era inteso servire il governo (la frase non specifica quale) " solo apparentemente…", per finzione, mentre nella realtà si stava lì solo per fregare lo stipendio. Ci sarebbe da fare una indagine per sapere quanti degli attuali servitori dello Stato o del presente Governo siano, in realtà, degli irriducibili sostenitori del Governo, del regime, del partito.. ecc. ecc. oppure se, in momenti di tragedia e per "serbare la pelle intera" non siano pronti a giurare, al momento della verità, di aver fatto finta di servire l'attuale regime e governo!!!
Ciò nonostante, molti Italiani non se la sentirono di affermare quello che, tutto sommato, a loro si chiedeva: e cioè, se volevano essere lasciati in pace.., in poche parole, che dichiarassero di essere dei voltagabbana, come tutti gli altri, a partire dal piccolo re che avrebbe dovuto autocondannarsi perché non poteva non essere incluso fra: "COLORO CHE HANNO CONTRIBUITO A MANTENERE IN VIGORE IL REGIME FASCISTA" e quindi "PUNIBILI SECONDO L'ART.118 DEL CODICE PENALE DEL 1889", come scritto in altra parte dello stesso decreto.
La tragica ironia è che ai nuovi antifascisti venivano date ampie possibilità di giustificare la loro militanza fascista col pretesto della costrizione, della opportunità o, diciamo pure, la convenienza, di aderire al fascismo, anche se non particolarmente convinti, per non compromettere il loro posto di responsabilità e la loro carriera. (Per citare un tipico esempio valga il caso di uno dei più rappresentativi luminari dell'antifascismo, il filosofo Bobbio). Allo stesso tempo, questi voltagabbana offrivano ai fascisti intenzionati a riciclarsi, l'opportunità di dichiarare, in seguito, di avere anch'essi agìto in stato di necessità. Quanti di quelli che, per pochezza d'animo, si dichiararono "doppio giochisti" potrebbero, in caso di necessità, in futuro, affermare di aver tradito la loro fede per salvarsi dalla fame o dalla galera?
Eppure ci furono tanti che non vollero rinunciare all'orgoglio di dichiararsi coscientemente responsabili delle scelte fatte.
Il Ten. Errico, già più volte menzionato in queste pagine, nel corso di un interrogatorio, condotto da Ufficiali degli Stati Uniti, alla domanda se "avesse fatto il doppio gioco" rispose sdegnosamente che "un ufficiale doveva vergognarsi di rivolgere simili domande ad un altro Ufficiale". Era il senso dell'Onore che aveva la precedenza sulla "convenienza".
Devo sottolineare che anche mio padre fu interrogato con le stesse modalità e, ad una identica domanda, dette, press'a poco, la stessa risposta.
Non solo ma quando, nei tempi che seguirono, trovandosi senza lavoro, radiato dalla Aeronautica e perseguitato dai mandati di cattura, ebbe necessità di cercare la solidarietà di alcuni generali, suoi ex-commilitoni, o i buoni uffici di alti esponenti del nuovo regime, si sentì dire che sarebbe stato reintegrato nel suo grado di Ufficiale e che le pendenze giudiziarie sarebbero state risolte senza danno se avesse aderito alla Massoneria, lui rispose sdegnosamente: NO!
Identica risposta dette quando gli chiesero di iscriversi al Partito Comunista prima e alla Democrazia Cristiana poi. Si sa, furbi si nasce! E Giovanni d'Auria non era e non voleva essere un furbo, un opportunista, uno che "ci sapeva fare".
Quando si sente parlare di Italiani, specie uomini di cultura, giornalisti, esponenti politici o professionisti discriminati dal regime fascista per motivi ideologici, politici o di religione (ebrei), vien da chiedersi in cosa il nuovo regime veniva a differenziarsi dal precedente se non nel ripeterne le storture e i misfatti?
Libertà? Hanno i fascisti mai goduto di libertà di espressione, di pari opportunità nel lavoro o nella carriera e così via? Forse fra i giornalisti televisivi o fra i registi cinematografici hanno avuto agio di affermarsi e di emergere anche i "fascisti"?
Come mai quelle stesse libertà che i fascisti avevano conculcato furono poi negate ai fascisti stessi? Se lo meritavano in base alla legge del taglione o del contrappasso come nell'inferno di Dante? E' concepibile una tal forma di giustizia in democrazia? Ma forse i fascisti costituivano un pericolo da cui proteggersi per cui era ed è tuttora lecito perseguitarli?
E non furono le famose "leggi speciali" fasciste, contro gli oppositori "antinazionali", giustificate da argomentazioni del tutto identiche?
In queste leggi si può individuare la ricorrente strategia comunista della eliminazione fisica dell'avversario, della sua demonizzazione e la sua esclusione dalla vita pubblica e sociale; poi la acquiescenza di chi non desidera altro che governare senza esporsi a critiche ed infine, la "longa manus" del padrone anglosassone per cui il "processo" a chi perde è un preciso impegno per sanzionare giuridicamente la vittoria del bene (che si identifica con la razza anglosassone e con i prediletti da Dio) sul male che inesorabilmente si incarna negli sconfitti.
Sarebbe bastato un po' di buon senso da parte del re (o presunto tale), che intendesse davvero porsi al di sopra delle parti e che, dopo quel capolavoro di ribaltone e della successiva ignominiosa capitolazione di cui era stato il primo artefice, si rendesse conto dell'immane tragedia che stava vivendo l'Italia e del baratro da cui occorreva immediatamente risalire, per imporgli di agire con decisione, con coraggio ed anche con equanimità e magnanimità.
Un perentorio invito alla serenità, alla calma, alla pace, rivolto con fermezza e autorità a tutti i cittadini animati da buona volontà, da senso di responsabilità e da amor di Patria avrebbe trovato i "fascisti" in prima fila pronti a dare il loro contributo rinunciando alla lotta politica.
In particolare i militari, che già il 25 luglio 1943 avevano fatto tacere la loro passione fascista in nome dei supremi interessi della Patria, avrebbero servito il Re e sempre la loro Patria.
Il Luogotenente aveva le Forze Armate su cui contare, un minimo supporto da parte dei vincitori, qualche partigiano di tendenze non comuniste e tutta la popolazione che non voleva lotte politiche ma solo la ricostruzione, anche morale, dopo la catastrofe della guerra.
Non avemmo che un re travicello sballottato dalle onde, neanche tanto minacciose, mosse dai litigi, dalle ripicche e dai contrastanti interessi di pesci grandi e piccoli in uno specchio d'acqua stagnante e putrido!
Nei riguardi dello straniero il re avrebbe potuto, con dignità, porre sul piatto della bilancia le sofferenze del suo popolo causate dalla guerra civile, da esso invasore, vilmente, proditoriamente e contrariamente alle regole dell'onore, fomentata, organizzata e comandata; poteva pretendere il prezzo politico delle distruzioni immani che i "liberatori" avevano deliberatamente e impunemente provocato ed infine, (perché no!) avrebbe potuto rinfacciare le ipocrite promesse sbandierate dai microfoni di radio Londra minacciando l'arrogante vincitore di smascherarlo di fronte alla opinione pubblica del mondo (a cui tanto tengono gli americani) per aver usato il metodo della menzogna più vile ed obbrobriosa per sottomettere una nazione piccola ma onesta e laboriosa ed a cui il mondo è, da sempre, debitore di un immenso contributo di civiltà e progresso.
Tutto poteva esser fatto o perlomeno tentato laddove fosse esistito un barlume di dignità e di orgoglio, uno spirito di volontà e combattività, un po' di coraggio invece della più squallida e vile pusillanimità.
Ma il decisionismo inaspettatamente messo in atto da Casa Savoia al momento di ordire il complotto per l'arresto di Mussolini e per legare le sorti dell'Italia in guerra al massone supergallonato Badoglio fino alla capitolazione, era improvvisamente svanito.
Senza mordente e contornato da mediocrità, il triste esilio dall'Italia del Luogotenente cominciò con la promulgazione di leggi che toglievano il diritto di cittadinanza, escludendoli dalla vita civile, proprio agli Italiani migliori, a chi per l'Italia aveva tutto dato e tutto era disposto ancora a dare.
Trascrivo un malinconico appunto a mano di mio padre:

"In virtù del contenuto del D.D.L. 26 aprile 1945 N° 294, con Bollettino Ufficiale del Ministero della Aeronautica disp. 4 del 15 febbraio 1946, fui cancellato dai ruoli."


Una vita trascorsa fra ansie, pericoli, guerre, speranze, ambizioni, sofferenze, sogni. Tutto distrutto per D.D.L.! Chissà se nell'intimo di chi vergò e poi firmò quei provvedimenti ci fu un istante di dubbio che gli fece pensare… "Ma questi Uomini hanno dedicato la loro esistenza al loro Ideale che coincideva con il bene supremo della Patria. Per questa hanno combattuto, per questa hanno affrontato mille pericoli e sprezzato il terrore della Morte; hanno affrontato il nemico con i loro poveri aerei, fragili farfalle in un'infernale pirotecnia di traccianti e scoppi di granate, mezzi di guerra manifestamente inferiori ai velocissimi e armatissimi Spitfire che li accoglievano su Malta in venti contro cinque. Ciononostante, disobbedendo ad ordini che non furono mai emanati (data la fuga precipitosa) ma che si pretendeva avrebbero dovuto essere intuiti, continuarono a combattere quando la maggioranza dei capi e delle truppe abbandonavano il posto di combattimento come nel famoso film "Tutti a casa". Chi scappò a casa o s'imboscò sulle montagne riuscì a passare per eroe. Chi rimase al suo posto fu condannato. Perché i francesi che non si arresero salirono sugli altari? Da quando e in quale esercito di Pulcinella è commendevole la resa? Sono diventati famosi quei giapponesi che, per decenni dopo la fine della guerra, hanno continuato a combattere nella giungla, da soli! Imbecilli? No! I giapponesi non sono sciocchi; il loro senso di abnegazione e di amor di Patria ha fatto resuscitare la loro Nazione, anch'essa pesantemente sconfitta, che oggi primeggia nel mondo!
Ma in questa povera Italia certi esempi non vengono seguiti né apprezzati; governanti corrotti e in malafede hanno estirpato dalle coscienze il senso dell'Onore. Senza l'Onore un popolo non esiste se non come informe accozzaglia di individui incivili, asociali, egoisti e irresponsabili, un gregge preoccupato solo della pastura e del campanaccio da seguire; il loro paese non è che una espressione geografica.
Gli Ideali di Pulcinella si identificano in un piatto di spaghetti!
Mio padre, ormai ex colonnello, ex combattente, ex sopravvissuto, ex ormai quasi tutto, si trovò, come si dice, come Fra' Falcuccio cioè con una mano davanti ed una di dietro. Il primo problema da risolvere era quello della sopravvivenza per se e per la famiglia. Cominciò a darsi da fare per sbarcare il lunario.
A Milano prese contatto con dei conoscenti che avevano disponibilità di capitali pensando di acquistare un motoveliero col quale dar vita ad una società di trasporti marittimi. La cosa sembrava interessante ed io già mi vedevo sul veliero fra manovre e cime mentre mi issavo a forza di braccia sulla coffa. Naturalmente, nelle mie fantasie, pensavo di lasciare gli studi per diventare "Uomo di Mare"…. una passione che porterò poi sempre nel mio cuore.
La compagnia era formata da mio padre, dall'ormai inseparabile Ten. Errico (ex Pilota del 9° Stormo poi, naturalmente, Ufficiale della R.S.I.), dall'amico Francesco Pellegrino, dal Cap. Lelio Piovene, anch'egli pilota del 9° Stormo e, naturalmente, combattente della R.S.I., e dall'avv. Giuseppe Lutri (che era un uomo d'affari). Tutti quanti, in gruppo, si recarono a Genova per rendersi conto della disponibilità di navi sopravvissute alla guerra o di navi da impostare in cantiere. Ho ancora vari appunti di prezzi, tonnellaggi, potenza dei motori, armatura a veliero, indirizzi di Capitani e così via. Si preferiva il veliero per risparmiare carburante.
Alla fine non se ne fece nulla. Occorrevano circa 18.000.000 di lire per un bastimento di 150 tonnellate di stazza: troppi soldi!
Gli fu offerta la possibilità di commercializzare i prodotti di una casa di mode. Per questo dovette acquistare il campionario fra cui un "completo" giacca e gonna, calze di seta ed altro. Il completo era bellissimo, ricordo ancora che mio padre lo pagò 13.000 lire e che si "poteva" vendere a 17.000 lire. 4.000 lire di guadagno per ogni completo; bastava venderne cinque il mese per intascare 20.000 lire... più di quello che si guadagnava come Colonnello d'Aviazione!! Vero che occorreva conteggiare le spese ma nessuno ci faceva caso. Così partì da Laglio per Roma con una valigetta-involucro del "pret a porter".
Tornò da Roma un po' meno entusiasta. Non era riuscito a vendere che un paio di calze alla cugina Ersilia forse mossa da un qualche impulso di umana solidarietà. Zia Ersilia, infatti, apprendemmo in seguito, si era convertita al comunismo, chiamava "compagno" lo "stagnaro" che andava in casa per riparare i rubinetti e non vedeva mio padre di buon occhio perché era un "fascista" e le faceva perdere la faccia di convinta proletaria e rivoluzionaria! (Zia Ersilia, dopo quel periodo di confusione, essendo per altro una donna di non comune intelligenza e cultura tanto che, alla cerimonia della sua laurea in filosofia, oltre alla lode, le era stato concesso l'onore del "suono delle campane", si riprese dallo sbandamento, rinnegò la sua nuova religione per tornare a quella dei suoi Avi e non se ne parlò più!).

Ricordo il famoso "completo per donna" cambiar mano da un parente all'altro; forse si consumò a furia di mostrarlo e di farlo provare. Alla fine, dopo parecchi anni, lo indossò mia sorella che da bambina era, nel frattempo, cresciuta e diventata una giovanetta. Così svanirono le 20.000 lire il mese!
Da un sodalizio con il Ten. Antonio Errico, in uno scantinato ex-rifugio antiaereo, in Via Aselli a Milano, nacque la "Daer" la fabrichetta ("e" da pronunciarsi con la bocca molto aperta, stile milanese, quasi una A) che produceva una quantità di cose: lucido per scarpe, cera per pavimenti, candele steariche, ed altro. Il nome Daer (Dauria/Errico) la dice lunga sulle intuizioni commerciali e di immagine degli Ufficiali Piloti! Da ricordare la grande utilità delle candele perché, passati i primi giorni di liberazione con abbondanza di ogni cosa e specialmente del promesso pane bianco (tre giorni) si ritornò ai razionamenti, alla borsa nera, al pane che più nero non si può e in più alla mancanza di corrente elettrica di cui non s'era sofferto neanche sotto i bombardamenti. Io, in collegio a Milano, studiavo con la candela che i buoni Padri Salesiani si premuravano di fornire in numero di due ogni tre banchi dello studio.
Naturalmente non fu tutto così facile. Occorrevano denari a non finire perciò fu dato fondo a tutti i risparmi e alla "dote" di mia madre che dovette vendere anche i pochi gioielli che ancora le rimanevano. Il Ten. Errico si impegnò da parte sua e mi disse recentemente che il fratello, conoscendo il suo stato di necessità, gli mandava qualche aiuto economico. Finalmente vennero le prime scatole di lucido per scarpe e le candele. Si sperava in un gran successo di questa iniziativa ma ecco arrivare puntuale il mandato di cattura.

Dal tribunale di Asti, la C.A.S. (Corte di Assise Speciale istituita a bella posta per punire i criminali della R.S.I. in sostituzione dei Tribunali del Popolo) spiccò mandato di cattura per i fatti di Moncalvo, l'imboscata con successivo scontro a fuoco e morte di un partigiano. Naturalmente il partigiano aveva fatto benissimo a tendere l'imboscata ma mio padre aveva fatto malissimo a sparare e a non farsi ammazzare.

Fol. 171 - Ordine di cattura contro d'Auria Giovanni
IMPUTATO
A) Ai sensi degli Art. 51 C.P.M.G. e segg. D.D.L. 22/4/1945 N° 142 per avere, in Moncalvo, il 27/6/1944, quale Colonnello della Aeronautica Repubblicana, partecipato con funzioni di comando ad un rastrellamento contro forze del C.V.L.
B) Ai sensi degli Art. 575 - 577, 110 C.P. per avere in Asti il giorno predetto, agendo con crudeltà, cagionato volontariamente la morte di Capello Renato, partigiano, che egli aveva, in ore antecedenti, gravemente ferito, in Moncalvo, con un colpo di rivoltella, disponendo, nonostante l'opposizione dei sanitari, il suo trasporto a mezzo camion nonostante che egli avesse in quelle stesse ore subìto una operazione di laparotomia.
L'imputazione, omicidio volontario, contenendo a bella posta delle inesistenti circostanze aggravanti, (rastrellamento e aver agito "con crudeltà"), prevedeva senz'altro la pena di morte.

Mio padre fu arrestato, trasferito in catene e manette e rinchiuso nel carcere di Asti in attesa del processo. Fu il periodo più nero, doloroso e mortificante di tutta la sua vita avvventurosa. Dalla gloria delle medaglie, dall'invitta sfida al nemico, dalla intramontabile fede nei valori dell'Ideale più puro era precipitato nella cella di un carcere: da Eroe a delinquente e assassino. Non che non fosse in buona compagnia; nella sua cella erano rinchiusi altri sette detenuti per analoghi motivi di cui uno era già stato condannato a morte proprio per aver partecipato a rastrellamenti di partigiani.

Portò la Croce per l'impervio Calvario e anche lui trovò il Cireneo che gli fu vicino nella sofferenza: la sua Mariella.

Mia madre mi svegliò verso le quattro del mattino, era torturata dall'angoscia. Aveva in mente le fucilazioni che avvenivano all'alba e non riusciva a dormire: mi disse che partiva per Asti. Aveva pochi soldi in tasca.

Da Alpino, mio padre aveva penato per trasportare l'affusto del cannone di corsa per punizione e, poi, aveva sudato per portare il cannone sulle vette del Carso.. ma allora era più bello, più esaltante. Il nuovo peso, la croce immane da portare era ora qualcosa impossibile da accettare. L'ignominia, la pena per aver voluto combattere e per non aver rifiutato la capitolazione, per non essersi arreso al partigiano che proditoriamente gli aveva teso l'imboscata.
Ed ora il partigiano era diventato un martire caduto per la libertà, un eroe e il Soldato in divisa che si era coraggiosamente difeso era un assassino.
Non riusciva a comprendere il motivo dell'arresto. Lui si era difeso legittimamente: era un Ufficiale in divisa. Preparò un dettagliato rapporto dei fatti che fu "passato" fuori del carcere, per essere battuto a macchina. Ricordo ancora mia cugina, che, laureata in lettere, era la più titolata a rivedere eventuali improprietà ed errori, mentre leggeva con compiaciuta approvazione il promemoria scritto da mio padre e che terminava con queste testuali parole: "così, come sempre nella mia vita, ho inteso compiere il mio dovere di Italiano e di Soldato".

Il promemoria fu incautamente consegnato al giudice inquirente che doveva essere una brava persona; uno di quei funzionari, cioè, come, grazie a Dio, ce ne furono anche in uei giorni maledetti, che si rendevano conto di quante ingiustizie si andavano compiendo in nome della riconquistata ed inesistente libertà e cercava, con saggezza, di fare del suo meglio per evitare altri lutti. Quando, infatti, l'avvocato fu informato del fatto si precipitò dal giudice e, con la scusa che lui, avvocato difensore, non aveva ancora preso visione delle carte processuali, riuscì a farsi restituire il promemoria che era, in effetti, una piena ammissione del "delitto".
L'avvocato indusse mio padre a sostenere una diversa versione dei fatti. A sparare non fu solo lui ma anche l'armiere di cui non ricordava il nome.
Fu un processo lungo e difficile. Esisteva un clima di paura, era arduo convincere i testimoni a presentarsi per deporre. Mia madre si dava da fare nonostante non avesse denaro per viaggiare o trasferirsi. Si spostava a piedi da una città all'altra sperando di incontrare qualche persona gentile che le concedesse un passaggio. Poche macchine, qualche furgone, spesso un carretto. Per dormire si rivolgeva ai conventi che le indicavano qualche casa ospitale. Per quanto umiliante non c'è carità più ben accetta di quella che ridona un po' di fiducia nel prossimo. E mia madre in questo fu premiata. Tuttavia mi riferì di essersi sentita profondamente a disagio quando, entrando nella casa, cui era stata indirizzata da certi preti che non dovevano avere il senso delle scelte opportune, per avere ospitalità per una notte, incontrò due donne di umili condizioni che la trattarono con freddezza. Mia madre mortificata rivolse loro parole di gratitudine spiegando la situazione e promettendo di disturbare il meno possibile. La donna più anziana spiegò che il marito e il figlio erano stati fucilati dai partigiani: mia madre stava cercando di salvare il marito, lei aveva già perso sia il marito che il figlio! I preti avevano pensato scioccamente, ascoltando la storia di mia madre, di indirizzarla ad una famiglia di "fascisti" senza tener conto dei sentimenti di quelle donne a cui inconsciamente "infandum…. jubebant renovare dolorem".
Mia madre rimase senza parole; come si può chiedere solidarietà e soccorso a chi non ha ormai più ragione né interesse di sperare in quello degli altri? Come si può chiedere di essere compatiti da chi è stato perseguitato dalla sorte e non ha che atroci lutti da ricordare? Come parlare a queste donne di Dio e della Fede, a cui mia madre spesso si appellava, quando questa altra madre e sposa avevano visto la loro famiglia distrutta dall'ira di Dio? Come ridar loro Speranza ?
Ad Asti ebbe ospitalità ed aiuto presso il Pensionato delle Suore Stefanine in Via Gioberti 30.
Non so se tale pensionato o tale ordine di Suore esista ancora ma di certo anche a loro devo la mia riconoscenza. Per dare una testimonianza dei sentimenti di amore, di carità e di solidarietà, che mia madre, con la sua personalità affabile, col suo carattere mite e pur fermo, con la sua tenacia nella sofferenza, con il suo Amore incondizionato e con la sua Fede nella Provvidenza di Dio, creò intorno a se, riporto una lettera a lei indirizzata da una Suora di nome Rosina e di cui non so dire altro.

G. M. G. Asti 17- 12- 1946
Carissima Sorella,
permetti che Ti chiami così, con tanto sincero affetto. E' proprio la Divina Provvidenza che ci ha fatto incontrare…….. Mi hai fatto tanta pena ed ho letto nel tuo sguardo angosciato tutto quello che volevi dirmi. Tu mi ringrazi per quel poco che ho potuto fare; oh se Tu avessi potuto leggere nel mio cuore quanto avrei voluto fare anche quel giorno che hanno processato Tuo marito. Avrei voluto esserti vicina, tutto il giorno, invece per gli impegni presi non mi è stato possibile. Ed allora ho elevato la mia ardente preghiera al Signore con l'offerta del sacrificio perché tutto riuscisse bene. E difatti è stato così. Padre Pio Ti era accanto, come Ti è ora e sempre.
…………………………………………………………………………… A buon conto Ti do un consiglio. Dovresti andare da S.E. il Cardinale dal quale sono andata io parecchi anni fa, mi ha trattato tanto bene, figurati che si è perfino degnato di chiedermi dove pranzavo e dove potevo trovare ospitalità. Dunque va da Lui con filiale confidenza e vedrai che Ti potrà essere utile. Potresti suggerirgli che ti raccomandi al Direttore della Casa di Niguarda, per avere un po' di tempo di residenza, fin che potrai avere un altro alloggio. Siccome in quella Villa ci sono tanti Convittori, anche Tu potresti aiutare nell'aggiustare la biancheria. Al Cardinale nulla è impossibile perché è un Santo. E' illuminato dal Signore. Coraggio e va sovente dal Cav. Nebbia, Egli Ti può essere utile…………………
Cari saluti da chi Ti vuole tanto bene. Baci
aff. Sorella
Rosina
Cordiali saluti a Tuo Marito.

Va detto che i "fascisti" in carcere non rinnegavano mai la loro fede politica né la loro appartenenza alla R.S.I. Anzi ne menavano vanto per non sentirsi, agli occhi del mondo, delinquenti comuni. Per parecchio tempo sia i condannati sia i detenuti in attesa di processo nonché le loro famiglie, erano orgogliosi di affermare di essere stati in galera "Per la Patria"!

Comunque, con tanta perseveranza e buona volontà, mia madre riuscì a trovare qualche testimone; in particolare convinse l'autista di mio padre a deporre in tribunale. Non fu facile anche perché la giovane moglie dell'autista, il sig. Grassi, di Milano, aspettava il suo primo bambino ed era alquanto contraria a che il marito testimoniasse "a discarico". Era rischioso, erano brutti tempi, tempi in cui la "canaglia" imperava!
Grazie ai sentimenti di umana solidarietà e schietto cameratismo, l'autista decise di non seguire il parere della giovane moglie, accettò di presentarsi in aula del tribunale e dichiarò che lo sparo poteva essere attribuito all'armiere di scorta.
Un testimone di indubbio affidamento era il Ten. Errico che dovette, però, soffocare il suo sentimento di rabbia e di ribellione quando incontrò il suo "Comandante", lungo il corridoio di accesso dalla sala dei testimoni a quella di udienza, fra due armati e con le manette ai polsi: "Mi chiamò da lontano, disse, ed io mi avvicinai a lui per abbracciarlo, brutalmente in ciò impedito da due guardie che non erano poliziotti né carabinieri; forse partigiani. Nonostante le manette e gli spintoni dei due sgherri, riuscimmo ad abbracciarci due volte. Durante l'udienza, mi fu impedito di restare nella sala dei testimoni dove volevo rimanere per rivedere il Comandante".
Al termine di un lungo processo, il tribunale emise una sentenza con la formula dubitativa della "insufficienza di prove". Fu la salvezza.
Nella tragedia in cui venne a trovarsi la nostra famiglia, mia madre ebbe una parte di protagonista. Con abnegazione, pazienza, tenacia, coraggio e tanta Fede, riuscì a districare una matassa aggrovigliata. Era un gioco non adatto a lei eppure si comportò come una vera eroina. Cercò l'aiuto di amici e conoscenti non desistendo di fronte ai tanti dinieghi e risposte evasive, si mise in contatto con un buon avvocato che fece quanto poté per raggiungere il risultato sperato, andò a caccia dei testimoni, di cui alcuni di fondamentale importanza. Per non far perdere a noi ragazzi un anno di scuola, ci sistemò in collegio dove fummo accolti gratuitamente grazie ai buoni uffici dell'Opera Cardinal Ferrari di Milano a cui va ancora oggi il mio pensiero e la mia gratitudine.
Non restò ferma un istante; viaggiando e dormendo come su descritto, fece la spola fra Milano e il carcere di Asti più di venti volte per non lasciare solo e senza notizie il "criminale".
Ricordo che noi vivevamo nell'angoscia: la sentenza di condanna a morte non fu mai emessa ma noi ragazzi, vivevamo nell'incubo e nella costante tensione aggravata dal clima di ostilità presso gli Istituti dove eravamo considerati "fascisti"!

Da una lettera della sorella Elisabetta, indirizzata al carcerato:
"Non puoi supporre con quanta ansia aspettavamo tue notizie e con quanta gioia abbiamo rivisto i tuoi caratteri. Ci sembrava che questo momento non dovesse arrivare mai! Oh! Benedetto il Signore! …. È un mese che tu manchi e ci sembrano anni ed anni…
Ma non accorarti e pensa a stare di buon animo ché, con l'aiuto del Signore il quale fa nascere il sole sui buoni e sui cattivi, vedrai che tutto si accomoderà nella maniera migliore. Io ho tanta fiducia non nell'aiuto umano, ché questo ci fallisce, ma nell'aiuto Divino. La Madonna di Pompei, potentissima Protettrice della casa nostra e tua particolare, è stata da me impegnata a dirigere la faccenda nella maniera che sa Lei essere più conveniente e più sbrigativa.
Io mi tengo sempre in contatto con tutti gli amici i quali, ed hanno ragione, chiedono insistentemente notizie tue e s'interessano a quanto avviene intorno a te. Ieri sera raccontai quanto sapevo, dalle lettere di Maria, a Pietrino Della Croce. Egli fu soddisfatto dell'andamento della cosa avendo previsto ogni particolare. Uscendo da casa incontrai Peppino Reitani e Savino Labia ai quali feci sapere le notizie che a loro interessavano. Peppino volle il tuo indirizzo e ti scriverà. In vero tutti stanno prendendo parte vivissima alla tua disavventura ….
Da Maria ricevemmo, l'altro giorno, una lunga lettera……………… ….. nella quale ci narrava tutta l'odissea dei suoi viaggi e tutte le peripezie che sta attraversando. Povera Maria! Meno male che anche lì ha delle buone persone che possono essere di aiuto………………… ……………………………………………………………………Non dubitare e non preoccuparti che, con l'aiuto di Dio e delle persone amiche, tireremo fuori il carro dal fosso e lo rimetteremo sulla carreggiata.Fa molto freddo già costì? Ricordo che tu avevi un sacro terrore del freddo piemontese fin da quando eri soldato. ………………………...……………………………………………………….."
La prigionia fu lunga e penosa in attesa del processo che si concluse nel dicembre del 1946.
Nella cella del carcere convivevano otto detenuti, tutti della R.S.I., alcuni già condannati come un giovane di nome Gianfranco Pandolfi cui avevano comminato la pena di morte. La madre di questo povero giovane era disperata come si evince da una lettera indirizzata a mio padre in data 23 settembre 1947 e riportata nelle pagine che seguono. Questa povera madre sperava che la pena inflitta al figlio fosse commutata. Non ho mai saputo la fine di quella spiacevole storia.
In ogni modo l'atmosfera della cella era tenuta viva da uno spirito di cameratismo e di fiducia in se stessi. Erano tutti combattenti che avevano sfidato più volte la morte. Solo che il loro cruccio era quello di essere incolpati di atti per i quali in qualsiasi paese civile del mondo si viene premiati. Il loro assillo, l'angoscia più grande era la ingratitudine della Patria che loro avevano servito per tanti anni meritandosi elogi e medaglie. Ora vedevano che gli imboscati, i traditori, i vili o quelli che avevano fatto il doppio gioco, avevano in mano le leve di comando ed emarginavano dalla vita sociale, dalle carriere, dai posti di lavoro proprio quelli che più avevano dato e che più ritenevano di aver acquisito meriti.
L'atmosfera comunque era di cameratismo nonostante, nella cella, vi fossero militari di ogni arma, grado, provenienza ed età.
Quando mio padre fu scarcerato, con mezzi di fortuna, i compagni di cella disegnarono una specie di "papiro" come usava un tempo fare alle matricole all'Università. Un foglio di carta pergamena o di cartoncino con disegni , allegorie, motteggi, caricature, ecc. Il tutto scritto in latino "maccheronico"!
Ricordo che, con frasi pompose, si decretava la scarcerazione del reo, di cui si magnificavano, in caricatura, le colpe, per il suo comportamento intollerabile e per indegnità a convivere con le onorate persone del carcere. Si decideva quindi di affidarlo alla moglie perché ne avesse cura e lo rieducasse per farlo diventare una persona civile. Fra le tante "colpe" quella più grave era l'aver fracassato il bugliolo. Per chi non lo sapesse il bugliolo, in carcere, è il secchio utilizzato come tazza igienica. Non so di quale sostanza fosse, forse di terracotta come l'ottocentesco "zipeppe"; fatto sta che un bel giorno si trovò che era rotto. Un mattacchione, ricordandosi di aver udito un certo rumore durante una seduta del Colonnello, senza esitare, lo accusò di essere lui il colpevole della rottura del bugliolo. Così, fra le varie macchiette e disegnini, sul "papiro" carcerario campeggiava un disegno con il Colonnello assiso sul bugliolo mentre lo fa esplodere come una bomba.
Mio padre non parlò mai se non scherzandoci sopra, di quello che provò nel profondo del suo animo per essere stato trattato come un delinquente. Il suo orgoglio, la sua personalità spiccata e forte, di Comandante, il suo passato di gloria, il suo carattere spavaldo e baldanzoso, le sue convinzioni e i suoi Ideali, tutto devono aver avuto colpi tremendi difficili da assorbire.
Da una lettera ad un suo subordinato, il S.Ten. Pilota Luigi Cantoia (anche lui del 9°Stormo e poi nella R.S.I.), si percepisce una profonda amarezza. La data è 24 agosto 1947.
Carissimo Cantoia,
Rivedo ancora il giorno della Vostra partenza, quando, avuta la richiesta di un equipaggio per Cant-Z, ritenni opportuno fare il Vostro nome. E, da allora, non ci siamo più visti.
…………………………………………..
Negli ultimi giorni della nostra ingloriosa vita militare, anzi fino al 10 settembre 1943, io potevo essere ritenuto una persona per bene. Ora sono un delinquente, almeno secondo il parere altrui.
Aver salvato il personale, il materiale di volo, i magazzini viveri, il materiale ordinario, aver distribuito al personale i fondi esistenti in Aeroporto, aver salvato la bandiera e l'esser passato all'Aviazione Repubblicana, costituisce tuttora un delitto tale che, scacciato dall'Aeronautica, mi è stato perfino negato il diritto alla pensione.
Bisogna che non vi nasconda che sono stato arrestato più volte, che sono stato sottoposto a processo penale presso la Corte d'Assise Speciale di Asti; ho provato la "traduzione" con i Carabinieri e l'essere portato in giro ammanettato ed incatenato ad altro imputato.
Questa, caro Cantoia, in sintesi, la mia Odissea.
Carina, no? Ed abbastanza divertente ma solo a raccontarla perché quando si è protagonisti è tutt'altro.
A tutto ciò mi ha portato l'aver prestato la mia opera per 26 anni…
………………… …………………….. ho piena fiducia che l'avvenire, tanto buio attualmente, ci riserverà la nostra redenzione morale………….
……..Vi invio, col più affettuoso ricordo di tempi più gloriosi e meno disonorati di quello che attraversiamo, i miei più affettuosi saluti.

Queste le riflessioni di mio padre.

Poiché i lutti, le sofferenze, la disperazione, la miseria che hanno accompagnato la cosiddetta liberazione e l'avvento di un nuovo regime che, fin dall'inizio si mostrò tutt'altro che liberale, non sono conosciute se non a pochi mentre non si perde occasione per riecheggiare in perpetuo le delittuose azione dei "fascisti" e le conseguenti sofferenze del popolo "oppresso", riporto alcune frasi toccanti della lettera, sopra menzionata, della madre del condannato a morte:

"Gentile Colonnello,
Con infinito dolore da non riuscirmi a dare pace Vi comunico che mio figlio Gianfranco è stato trasferito a Milano. Doveva esservi il processo ma sono riuscita a spostarlo di un poco perché il momento non è troppo buono. Vengo da Voi Colonnello se avete qualche conoscenza a Milano di adoperare tutti i mezzi per potermelo salvare e fare alfine dopo tre anni di carcere farlo tornare in seno alla famiglia tanto sofferente per infinite ragioni. ……………………
…….. mi hanno assicurato che l'…..ite (illeggibile n.d.a.) che ebbe a 16 anni con certificati rilasciati dall'ospedale di Pisa se vogliono me lo possono salvare. ………………..
Mi raccomando a Voi Colonnello affinché mi venga incontro aiutandomi a fare uscire questa mia adorata creatura. Io tutti i lunedì vado a Milano con un Signore perché detto giorno posso portargli qualche cosa da mangiare ed ogni 15 giorni mi rilasciano il colloquio.
…………………………………………………………………..
Sofia Bartoletti Pandolfo
V. Morelli 19 Asti


e la risposta di mio padre:

Gentile Signora,
……………………………………………………………………………
Il mio consiglio, Signora, è che Voi vi rivolgiate all' avv. Bonelli. Egli abita……… Io ho avuto occasione di conoscerlo; innanzi tutto non è venale. Voi esponetegli tutto, ……………
…………… Vi fornisco degli indirizzi di persone alle quali potrete rivolgervi. Innanzi tutto recatevi da Padre Enrico Zucca, Guardiano del Convento "Angelicum" di Via Moscova. Anche Padre Zucca è stato in carcere per il trafugamento della salma di Mussolini e se n'è uscito bene grazie all'avv. Bonelli. A lui rivolgetevi a nome di Madre Andreina, Superiora del Collegio delle Orsoline di Via Lanzone. ……………………..
Tornate, se credete, dalla Sig.na Vassena dell'Opera Cardinal Ferrari di Via Mercalli, 23. A lei potrete chiedere presentazioni per quasi metà Milano.
Potrete anche rivolgervi al Cav. Nebbia, …………………………….
……………………
E' ispettore delle dogane ma si occupa dell'assistenza e, disponendo di molte relazioni ed amicizie, Vi indirizzerà bene. Al Nebbia potrete dire di essere stata a lui indirizzata da un suo beneficato. Penso anche di potervi consigliare di rivolgervi a Monsignor Bicchierai. Egli dipende dal Cardinale Shuster e se a Voi ed a Lui potrà riuscire a interessare personalmente il Cardinale Shuster allora potrete essere tranquilla.
Vi assicuro, Signora, che per il Vostro Gianfranco io vorrei fare anche l'impossibile
……………………………………….

E così, nella disperazione, nelle difficoltà e circondati dalla ignoranza, dall'indifferenza e dalla incomprensione del grosso pubblico che era più interessato alle nuove canzonette, desideroso di partecipare alle feste con gli americani, ansioso di dimenticare il passato ed illudersi di aver vinto la guerra, si agitava, si muoveva di nascosto, una popolazione di derelitti e di reietti che cercavano di aggrapparsi ad ogni anche modesto appiglio per assicurarsi la fondamentale esigenza della vita: sopravvivere. ll futuro, per costoro, era solo una mitica chimera!
Nel buio e nel silenzio, con umiltà e abnegazione, si muoveva anche una Italia animata di carità e di comprensione, desiderosa di dar soccorso e solidarietà e che non avrà mai la riconoscenza di una medaglia, di un ricordo, né sarà per loro mai girato un film come "Shindler List". Forse neppure lo desidererebbero.

Tornando al Tribunale di Asti che era evidentemente composto da benpensanti che cercavano di risolvere i macroscopici problemi creati dalla guerra e dalla guerriglia comunista, e peggiorati da leggi insensate e assurdamente di parte e discriminatorie, questi alla fine del 1946 emise la sentenza.
Era una sentenza assolutoria, anche se in forma dubitativa, per cui mio padre lasciò il carcere e riprese il tentativo di ricominciare da capo. Solo che aveva perso due anni, tutti i suoi risparmi, era pieno di debiti e giù di morale.

Interessante leggere alcuni passi importanti della sentenza:

"La banda di partigiani era dotata di un camioncino che il Nando aveva asportato dalla Fiat……….."
"….. il Capello raggiungeva la macchina………….. Appoggiata la mano sinistra sull'intelaiatura, si inchinava come per parlare all'autista e puntava contro di lui la rivoltella…. (Non si dica che si tratta di rapina a mano armata! n.d.a.). In quel preciso istante dalla 1100 Repubblicana (con la R maiuscola n.d.a.) veniva esploso un colpo d'arma da fuoco………….."
"Il Capello veniva … raccolto dai suoi compagni e……. trasportato all'Ospedale di Moncalvo ed ivi lasciato alle cure dei sanitari. Visitato dal medico condotto del luogo, dott. De Regibus, e riscontrato in gravi condizioni, veniva telefonicamente richiesto il Prof. Fasano, residente in Asti, il quale, immediatamente, con la sua automobile, si recava a Moncalvo e…………. la laparotomia."
…………………………………..
"Uscito il prof. Fasano dalla sala operatoria, ad operazione ultimata, gli si faceva incontro il Capitano della G.N.R., col mitra imbracciato, il quale gli chiedeva se il ferito fosse trasportabile. Avendo il Fasano risposto negativamente, il Cap. rispondeva che lo avrebbe trasportato con la macchina stessa del Fasano ottenendo un rifiuto dal Prof. Fasano…………………."
………………………………………………………….
"Il Capello veniva portato, in barella con un camion, all'ospedale militare ed ivi ricoverato nelle prime ore del pomeriggio dello stesso giorno. Il Capello, che era in gravi condizioni, non poté dire nulla ai sanitari dott. Teodoro e dott. Griva che lo assistevano……."
…………… (il ferito morì nella tarda serata) …….. ………………
…………...Ai parenti giunti da Torino ad Asti, il Comandante delle Guardie di Asti prometteva di interessarsi per la traslazione della salma a Torino ma…….. la salma veniva tumulata in Asti nella tomba di famiglia di un generoso cittadino…………….."
Quanto sopra é stato stralciato dalla sentenza, solo per fare alcune osservazioni e deduzioni, importantissime per i giovani di oggi che vivono nella più abissale ignoranza delle reali condizioni di vita durante il fascismo e nel periodo della R.S.I. in particolare
1) L' auto dei partigiani, così come, successivamente quelle delle B.R., era RUBATA!
2) L'azione dei partigiani era proditoria. Infatti il giovane si era abbassato come per parlare ed aveva poi puntato la pistola.
3) I partigiani potevano portare il ferito all'ospedale con tutta tranquillità, certi che avrebbero avuto tutte le cure del caso a spese del governo che loro rinnegavano e combattevano.
4) Ritenendo il medico locale necessario l'intervento specialistico di un chirurgo, questi viene convocato telefonicamente e giunge sul posto, in auto, prima degli armati in funzione di polizia; tanto che, subito dopo l'arrivo di detti armati, l'operazione era completata.
Quindi in una Nazione in guerra, assoggettata ad una opprimente tirannia, si poteva telefonare senza essere intercettati, i brutali servi del tiranno non si azzardavano ad entrare in sala operatoria dove c'era un partigiano da fucilare, il chirurgo poteva mandare al diavolo e rispondere picche al bieco Capitano che intendeva usare la sua auto per il trasporto……….
Credo che in qualsiasi altro Paese, specie in qelli a democrazia socialista che i Partigiani agognavano, il partigiano, il chirurgo, i dottori, gli infermieri, le suore e, per buona misura, i netturbini dei dintorni, dopo aver confessato spontaneamente le proprie colpe, sarebbero stati, ipso facto, passati per le armi!
5) Il partigiano ferito viene trasportato all'ospedale militare dove viene preso in cura. E' noto che, per dare sostanza alla lotta partigiana, i feriti R.S.I., nei giorni successivi al 25 aprile '45 vennero prelevati negli ospedali dai partigiani e assassinati. Fra i tanti, così cadde il Col. Pilota De Biase, amico di mio padre.
6) Il brutale fascista, per consolare i familiari, cerca di far loro avere la salma del congiunto nella loro città; non riuscendovi si da modo ad un generoso cittadino di provvedere. Il generoso cittadino poteva far ciò sicuro di non aver noie, né persecuzioni. Si pensi, per fare un paragone, ai morti assassinati della R.S.I., dei cui cadaveri fu fatto scempio, le cui salme non possono venire ancora oggi onorate, le cui sepolture sono ancora oggi sconosciute e per commemorare i quali è proibito murare una lapide che ricordi il loro sacrificio. E questa sarebbe la libertà e la democrazia per cui valeva la pena di perdere la guerra!
La seconda parte della sentenza riguarda il reato di collaborazione da cui il Col. d'Auria viene assolto con formula piena. Anche qui è opportuno stralciare alcune frasi per le conseguenti osservazioni.

Afferma la sentenza:
"In punto di collaborazione col Tedesco invasore, a carico del d'Auria non si sono raccolte prove di colpevolezza. Invero è risultato che il d'Auria, valoroso Ufficiale Superiore Pilota nella Regia Aeronautica, dopo l'8 settembre 1943 aderiva alla R.S.I. assumendo la carica di Ispettore dei Campi e della Caserme dell'Aeronautica.
E' risultato che il d'Auria si oppose al progettato incorporamento dell'Aviazione Italiana (mezzi ed uomini) nell'Aviazione Tedesca ….………………………………………………………………………………………………………………………………………………………..
Può quindi affermarsi, a giudizio della Corte, che il d'Auria non ha collaborato con i Tedeschi, non essendo sufficiente, ad integrare il reato di collaborazione,……….. a sensi dell'Art. 58 C.P.M.G., l'avere puramente e semplicemente prestato servizio nelle Forze Armate della R.S.I..
……………………………………………………………………………
………..non potendosi dubitare che, oggettivamente, tutta l'opera sopra accennata, rappresenti un complesso di fatti concreti ed idonei ad apportare un aiuto apprezzabile ……. All'azione del governo della R.S.I. (creata all'unico scopo di combattere onoratamente al fianco del tedesco invasore contro le forze alleate e di L.N.)……………….".

1) Si dichiara che il Col. d'Auria era un valoroso Ufficiale e che aveva aderito alla R.S.I.
2) Si conferma il fatto che il Col. d'Auria si oppose al tentativo di incorporare la Aeronautica Nazionale Repubblicana nella Luftwaffe.
3) I combattenti della R.S.I. non erano, per tale loro prerogativa, collaboratori dei Tedeschi.
4) La Repubblica Sociale Italiana era stata creata per combattere onoratamente a fianco dei Tedeschi contro le forze alleate. E non come i partigiani che erano pagati, riforniti, armati e diretti dal nemico o come il Corpo di Liberazione che non aveva autonomia alcuna né, a nessun titolo, poteva vantare un inesistente patto di alleanza con gli angloamericani.

Per chi volesse approfondire, il documento è la sentenza emessa dal Tribunale di Asti N° 1.175 in data 4 dicembre 1946

Il processo finì quindi bene per mio padre che, come detto, doveva però ricominciare da capo per reinserirsi nella vita del lavoro senza poter più contare sui risparmi né su altre risorse. I non molti risparmi e quant'altro disponibile erano stati sacrificati per le precedenti iniziative di lavoro; le spese del processo, poi, avevano allargato la voragine del consistente passivo.
Per questo non era più possibile pensare ad attività di tipo imprenditoriale, non potendo contare su inesistenti capitali di qualsiasi entità. In quei dannati giorni, la necessità di acquistare un paio di scarpe era considerata come una calamità …. Quod Deus avertat!!!
I vestiti si riciclavano praticamente all'infinito attingendo per lo più al ben fornito corredo militare e di volo di mio padre. Ancora nel 1955 portavo per giaccone il suo ottimo giubbotto di volo. Maglie, guanti, calze e altri indumenti di lana erano prodotti in casa dalle infaticabili mani di mia madre che sferruzzava recitando il rosario.

Per dare un'idea delle difficoltà in cui mio padre e, con lui, tanti altri Piloti si trovavano, riporto una lettera indirizzata al Ten. Col. Bonzano, un camerata anche lui reduce dalla guerra e dalla R.S.I., che s'era trasferito in Argentina con l'incarico di organizzare una Scuola di pilotaggio in quella Nazione.
Credo che abbia avuto decine di lettere da parte dei suoi ex-camerati, tutti in difficoltà economiche, pronti a seguirlo. Anche il Col. d'Auria inviò una lettera sperando di trovare uno sbocco ai suoi gravi e allora insolubili problemi.

12 ottobre 1947
Caro Bonzano,
A Roma, dove mi son recato per le mie faccende che sono molto più ingarbugliate delle tue, ho saputo che sei partito per l'Argentina dopo aver cercato personale disposto a seguirti.
Mi rivolgo nella veste di bisognoso e ti chiedo:
"Ci sarebbe da fare qualcosa anche per me?"
Qui, in Italia, noi siamo stati messi in condizione di poter solo morire di fame. I giornali che simpatizzano per noi insistono nel chiedere al governo l'abolizione delle leggi speciali ma, fino ad oggi, se non siamo morti è un miracolo.
Io non ti racconterò, per non affliggerti, le peripezie che ho dovuto superare né le angherie alle quali sono stato sottoposto ma, quando sono stato in condizione di disporre di me, mi son trovato in una situazione economica peggiore di quando sono entrato in carcere.
Puoi fare qualcosa per trarmi dalla posizione non certo florida nella quale mi trovo?
Fisicamente mi sento ancora in grado di fare il pilota ma sarei pronto a fare qualsiasi altro mestiere. L'essenziale è guadagnarmi da vivere; ti prego di considerare che se mi rivolgo a te, significa che mi trovo in condizione di assoluto bisogno.
Se ti è possibile chiamarmi, fallo senza aspettare un minuto solo. Naturalmente non ho nemmeno una lira per affrontare il viaggio a spese mie, quindi dovresti preoccuparti anche di questo.
Mi affido a te, caro Bonzano.
Affettuosi saluti


Non so se ci fu mai una risposta a questa lettera e di qual tenore ma, in data 5 novembre 1947, mio padre venne a sapere di una missione venezuelana a Roma che reclutava personale per il Venezuela

Con molta schiettezza, mio padre si rivolse a questa Missione inviando una lettera che riproduco fedelmente per poter poi fare le solite considerazioni.

Alla Spett. Missione Venezuelana di Immigrazione
Via Palestro, 43 Roma

Sono il Colonnello Pilota d'Aviazione Giovanni d'Auria che, dopo il 25 Aprile 1945, per non aver voluto riconoscere la validità della resa dell'Italia senza condizioni ed aver preferito perdere la guerra, salvando l'onore, sono stato allontanato dal servizio attivo senza alcun diritto allo stipendio né alla pensione.
Per tale motivo, dall'Aprile del 1945 io sono disoccupato, anche perché non ho voluto iscrivermi a nessun partito, cosicché, mancandomi qualsiasi risorsa economica, non posso assolutamente sostenere la mia famiglia.
Mi rivolgo a codesta spettabile Missione per chiedere che mi sia concesso di emigrare dall'Italia nel Venezuela.
Dal 1917 al 1945 ho prestato servizio militare prima nell'Esercito, poi nell'Aviazione dove raggiunsi il grado di Colonnello Pilota. Ho partecipato alla guerra 1915-1918, alla guerra Italo-Abissina ed alla gurra 1940-1945, meritandomi complessivamente due medaglie d'Argento al V.M., una medaglia di bronzo al V.M., due Croci di Guerra e la promozione da Capitano a Maggiore per merito di guerra.
Nell'anno 1923 conseguii la laurea di Dottore in Giurisprudenza. Ho vaste conoscenze nel campo tecnico e grandi capacità organizzative.
Essendo nato il 5 agosto 1899, ho compiuto 48 anni; non so quale sia il limite di età per l'Immigrazione ma se si volesse aiutare un perseguitato per risollevarlo dal baratro, nel quale gli odii di parte mi hanno fatto cadere, codesta Missione potrebbe agevolmente farlo.

Nella fiduciosa attesa……………………….

E' una lettera in cui mio padre, contrariamente al suo carattere, si umilia a piatire comprensione ma solo perché gli interlocutori non sono italiani. Lui crede che gli stranieri possano comprendere il suo stato d'animo che è di rabbia misto a orgoglio. Vanta tutte le sue benemerenze che, ne è certo, non possono non essere apprezzate da chi non ha perduto il senso dell'onore, della dignità, dell'orgoglio militare, della stima per il combattente e per lo spirito guerriero.
Questa lettera è uno sputo in faccia alla pseudo-repubblica italiana fatta di pusillanimi, di codardi, di faccendieri, di opportunisti, di ladri, di approfittatori. Non è più l'Italia pulita, compatta, onorata, orgogliosa e laboriosa che lui aveva visto crescere e per cui aveva tanto sognato.
Si vanta di non aver voluto riconoscere la validità della resa senza condizioni e non si illude che questa sua scelta possa trovare, nella pseudo-repubblica, qualcuno degno di apprezzarla.
Si dichiara perseguitato ma non si sente e non vuole essere perseguitato politico perché ciò che lui ha fatto lo ha fatto per la Patria e non per la fazione politica che, per lui come per tanti altri Italiani combattenti, non aveva mai avuto alcuna importanza.

Nell'incertezza del futuro e nell'attesa senza speranza, ci fu una novità che risollevò un po' gli animi. Una sentenza del Consiglio di Stato, a seguito dei vari ricorsi presentati da chi aveva subito le sanzioni previste dalle già menzionate leggi retroattive, ed, in particolare, accogliendo, in parte, il ricorso di due alti Ufficiali dell'Aeronautica, i benemeriti Colonnelli Tondi e d'Ippolito, stabiliva che:
"l'Amministrazione Militare poteva prendere dei provvedimenti disciplinari sulla base della semplice apparenza Prima Facie dell'esistenza di un reato di cooperazione col nemico nel comportamento tenuto dall'Ufficiale, senza attendere l'esito del giudizio penale e addirittura anche se quest'ultimo non fosse stato promosso. Il decreto legislativo citato, stabiliva dunque una presunzione di reato e, per evidenti ragioni di urgenza, consentiva di prendere un provvedimento disciplinare indipendentemente dal provvedimento penale.
Qualora, d'altro canto, risultasse la prova del contrario, e cioè della inesistenza del reato (data da una sentenza penale,…………………) la sanzione disciplinare, inflitta nel presupposto della sussistenza del reato, doveva necessariamente cadere."


Fu la prima breccia aperta nel muro delle sanzioni amministrative indiscriminate che avevano buttato sul lastrico migliaia di famiglie!
Attraverso questa breccia si gettarono, come arditi all'attacco, tutti gli ex-Ufficiali che vedevano quanto meno una possibilità di riavere la pensione fino ad allora negata nonostante i contributi versati per anni.
Non fu così facile e la prima delusione la dovette avere proprio mio padre. Alla sua richiesta di essere riammesso nei ruoli sulla base della sentenza su accennata, ecco la risposta del Ministero dell'Aeronautica:

"In esito all'istanza in data 8 agosto '47, con la quale la S.V. chiede la revoca del provvedimento di cancellazione dai ruoli, si comunica quanto segue:
Innanzi tutto è da osservare che, poiché nel caso della S.V., il procedimento davanti al Tribunale Militare di Bologna si è concluso, in sede istruttoria, con la applicazione dell'amnistia e poiché, d'altra parte, contrariamente a quanto afferma la S.V., i capi d'accusa ed i titoli di imputazione risultano diversi e comunque valutati sotto profilo diverso da quelli dei quali giudicò precedentemente la Corte di Assise Speciale di Asti con sentenza di assoluzione, non può ricorrere l'analogia con i casi dei Colonnelli TONDI E D'IPPOLITO.
Infatti il Consiglio di Stato, sui ricorsi dei suddetti Ufficiali, si pronunziò per l'annullamento della cancellazione dai ruoli in conseguenza della esclusione, da parte del Magistrato Penale, della esistenza del reato, il che è ovviamente diverso dalla estinzione per amnistia…………………………………………………… "
p. IL MINISTRO

Una doccia fredda! Ancora ricorsi, avvocati, processi. Andrebbe, fra l'altro osservato che, non essendosi celebrato il processo, non era neanche possibile parlare di colpa ma solo di indizio di reato.
Era accaduto che, successivamente al processo di Asti da cui mio padre era uscito pienamente assolto dall'accusa di collaborazionismo col "nemico" (che nella assurdo bizantinismo italico era l'ex alleato, ridefinito tedesco invasore, e non l'esercito angloamericano contro il quale mio padre e tanti come lui avevano combattuto per quasi cinque anni! n.d.a.), presso il Tribunale Militare di Bologna, era stato tenuto un altro procedimento, all'insaputa di mio padre, per il trasporto dei velivoli da Orvieto a Vicenza. Il processo non era stato neanche celebrato, risultando la colpa estinta per amnistia, ma al Ministero dell'Aeronautica, come su esposto, fu eccepita la impossibilità di accogliere la richiesta di mio padre di essere reintegrato nei ruoli proprio perché la amnistia annullava la pena ma non estingueva la colpa anche se questa non era dimostrata.
Ricominciò l'odissea, le peregrinazioni da un avvocato all'altro, da un Ufficio ad un altro, spese e preoccupazioni.
Non fu facile prendere una decisione; l'unica via di uscita era il rifacimento del processo. Questo si poteva ottenere perché il Tribunale di Bologna aveva giudicato in contumacia, applicando l'amnistia, senza citare né interrogare l'imputato e senza notificare la sentenza. Tutto da rifare ma in quei tempi "
men leggiadri e più feroci", di scarso "garantismo", ciò significava ritornare in carcere cosa che era difficile accettare a cuor leggero.
Furono giorni drammatici. Poi mia madre ebbe l'idea di andare da Padre Pio. Non era facile anche perché la faccenda non poteva, per averne consiglio, essere esposta in breve. Riuscì ad avere un colloquio e, in confessione, mio padre ebbe la possibilità di spiegare la situazione complessa in cui si trovava. Ne ebbe il consiglio che si voleva: rinunciare all'amnistia e sottoporsi ad un nuovo processo. Rischiava l'incarcerazione ma i giudici furono clementi. Ricevette il mandato di comparizione ma non fu emesso mandato di cattura. Il processo si risolse nel migliore dei modi come può leggersi nella sentenza che si riporta integralmente.

Anche in questo caso i giudici si comportarono con la saggezza di chi intendeva non infierire sugli sconfitti.
Credo di poter indovinare che, essendosi in quei tempi tenuto il referendum istituzionale che, per pochi contestati voti, aveva determinato la fine della monarchia e la nascita della repubblica, avendo peraltro i fascisti votato (o fatto votare se erano in galera come mio padre) a favore della monarchia, molti funzionari anziani si rendevano conto di quale abissale differenza esisteva fra il regime anteguerra e quello attuale. Chi non era di stretta militanza Ciellenista, per osservanza o convenienza, guardava la acquisita democrazia e la nuova "repubblica" con sbigottimento, disgusto e indignazione.
Per questo io penso che la indicazione, alla 2a riga di pag. 2 della sentenza "pseudo repubblica italiana" fosse maliziosamente riferita alla repubblica italiana appena proclamata e non alla bella, amata e gloriosa REPUBBLICA SOCIALE ITALIANA, indicata più avanti con la sigla R.S.I., sprazzo di orgoglio, di fede e di amore di Patria.

La R.S.I.,nata in momenti di difficoltà e tragedia, vide l'entusiasmo di tanti giovani e meno giovani che per lei sacrificarono o erano disposti a dare la loro Vita.
Sarei tanto curioso, considerata la dilagante mania dei sondaggi, di sapere quanti giovani di età fra i 18 e i 30 anni, siano oggi disposti a immolare la loro vita per la repubblichetta di Prodi e Scalfaro.
Fuori dal manicomio la cifra sarebbe sicuramente prossima a zero.
La sentenza fu depositata il 23 luglio 1949 e da allora ricominciò l'iter burocratico per ottenere la invalidazione della sanzione amministrativa con cui veniva disposta la radiazione del Colonnello d'Auria dai ruoli della Aeronautica Militare.
L'ironia è che gli aderenti alla R.S.I. erano stati puniti per non aver tenuto fede al giuramento di fedeltà al re ritenuto invalidato dalla fuga del re.
Ora coloro che avevano obbedito, come sostenevano, al re in quanto a lui legati dal giuramento, si trovavano senza re e non se ne preoccuparono minimamente.
Ancora ricorsi, risposte evasive, lungaggini, decisioni nella apposita commissione, interventi presso generali ex superiori o camerati di mio padre ( Gen. Sandalli, Gen. Agnesi, Gen. Gaeta, e tanti altri), solleciti tramite amici volenterosi….. non si finiva mai. Alla fine la tanto attesa decisione. Il Col. d'Auria fu reintegrato nei ruoli, come da sentenza del Consiglio di Stato, col suo grado ma fu ugualmente estromesso dalla Aeronautica. Collocamento in congedo assoluto con minimo trattamento di pensione. Dopo tante difficoltà, un contentino, delle briciole. La pensione era un diritto negare il quale era stato un arbitrio, un provvedimento scientemente persecutorio. La reintegrazione nel grado serviva a ben poco se non consentiva di riprendere servizio essendo mio padre, Colonnello a 42 anni, uno dei più giovani Ufficiali Superiori della Aeronautica e quindi in grado di raggiungere i più alti gradi della gerarchia militare.
La pensione, inoltre, basata sugli anni di servizio, corrispondeva a soli 24 anni di contributi e quindi scarsamente soddisfacente.
Così ebbe termine la carriera militare e aviatoria di mio padre: con una elemosina!

Inviando un attestato di servizio, richiestogli dal Ten. Cantoia per proporsi come istruttore di un aeroclub, scrive:

Caro Cantoia,
Vi invio la dichiarazione che Voi desiderate.
Non provvedo io stesso a farla vistare perché quelle persone per bene dei miei pari grado che, in mia presenza, mi fanno una quantità di salamelecchi, attendono solo che io mi allontani per augurarmi con tutto il cuore almeno trent'anni di galera.
Perciò, nel Vostro interesse, è preferibile che la dichiarazione la facciate vistare Voi stesso.
Ed in bocca al lupo, caro Cantoia, per la Vostra assunzione all'Aeroclub. Vi sarò grato se mi farete sapere quanto Vi sarà stato possibile ottenere. Voglio però darvi una notizia che può interessarvi. Ho appreso a Roma che il Ten. Col. Bonzano, nostro Ufficiale nel periodo della R.S.I., è attualmente in Argentina. La sua missione ha anche carattere ufficiale. Il suo indirizzo è: ……..
Prima della sua partenza egli è stato a Roma in cerca di personale. Se credete scrivetegli direttamente. Non lo interesso io per Voi perché gli scriverò per me. La notizia ve l'ho fornita ritenendo di fare cosa utile per Voi. Datemi ogni tanto vostre notizie.


Non s'illudeva quindi molto sugli "amici" restati in servizio ai quali non pareva vero essersi sbarazzati di tanti colleghi Ufficiali che, per essere bravi e meritevoli, avrebbero costituito un ostacolo alla loro carriera.
Gli Ufficiali "radiati", fra cui mio padre, erano quelli che avevano sempre combattuto e rischiato. Fra loro erano amicissimi, c'era un cameratismo ed uno spirito di corpo non facilmente riscontrabile in altri reparti. Amicizia, affetto, stima, cameratismo maturati in tanti anni di vita e di guerre in comune. Erano i migliori aviatori di cui l'Italia poteva disporre e le cui fila erano state paurosamente assottigliate dagli incidenti e dalle guerre.
Il loro dramma, dopo la fine della guerra lo vissero insieme soffrendo l'un per l'altro e dandosi coraggio e supporto reciproco.
Per questo, qui di seguito, riporto alcuni stralci di lettere che ho trovato fra le vecchie carte.

18 giugno 1947
Caro d'Auria,
…………………………………………………………………………….. il fatto che ora i comunisti sono ora fuori dal governo, ha tolto a noi ogni preoccupazione di recriminazioni.
Lessi il tuo promemoria…………….. troppo lungo e troppo pieno di argomenti che potranno aver valore soltanto quando cambierà il vento. Per ora il punto da sostenere è soltanto il seguente: Dato che la Magistratura (sia quella penale che amministrativa) ci ha assolto, perché la burocrazia si ostina a fare dello stupido ostruzionismo?
……… Il resto ….. sono tutti argomenti che potranno incontrare favore soltanto quando l'Italia tornerà nelle mani degli Italiani!
Aspetto presto una tua lettera.
Mille cordialità tuo Totonno

(Ho letto altre lettere indirizzate a (o ricevute da) "Totonno" ma non conosco il cognome di questo camerata di mio padre. n.d.a.)

28/6/1947
Caro d'Auria,
Il Consiglio dei Ministri ha finalmente autorizzato l'emanazione del decreto che annulla la cancellazione dai ruoli e il reintegro nel grado. Pertanto ora la Corte dei Conti non dovrebbe più fare difficoltà alla registrazione del Decreto che ci reiscrive nei ruoli e ci ridà il grado. Tuttavia tu sai bene che occorreranno alcuni mesi prima di vedere il Decreto pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale.
Speriamo, facendo pressione sul Ministero dell'Aeronautica, di ottenere la massima celerità consentita dalla burocrazia statale e dal fatto che il Decreto dovrà essere firmato, oltreché dal Presidente della Repubblica, da tutti i Ministri componenti l'attuale governo.
Speriamo peraltro di convincere il Ministero della Aeronautica a pagarci almeno una parte degli assegni, sebbene, a quanto scrivono i giornali, per ora e fino a quando non saremo stati "discriminati" nulla ci è dovuto.
Non so ancora dirti se dovremo passare attraverso la commissione di epurazione oppure sottostare al giudizio di un Consiglio Disciplinare che poi ritengo non sia altro che la Commissione di Discriminazione Militare.
Neanche al Ministero ho potuto avere notizie precise in proposito ne
potrò averne finchè la deliberazione del Consiglio dei Ministri non sarà stata comunicata, in tutti i suoi dettagli, ufficialmente, al Ministero dell'Aeronautica………….
…………………………………………………………………………

Tuo Filosto

17 / 10 / 1947
Caro Giuvà,
Si vede che tu ormai sei maturo per essere promosso Generale, altrimenti il tuo povero cervello non si troverebbe in queste deplorevoli condizioni……………………….
…………………………………………………………………………… In merito alla faccenda Aeronautica io non ho intenzione di fare più niente; ho già fatto due esposti in carta da bollo, ora basta.
Per gli Ufficiali inferiori (***) è venuto il provvedimento di revoca, o almeno per alcuni di essi che hanno anche riscosso gli arretrati. Io mi limito ad aspettare, mandando naturalmente a chi di dovere, giornalmente e con tutto il cuore gli auguri che si merita.
Non credo che tu abbia fatto bene a mandare quell'esposto: probabilmente lassù non sapevano niente dei tuoi illustri trascorsi e forse hai svegliato il can che dorme…. Uno di questi giorni andrò a pescar Bonelli per sentire se c'è qualche novità.
Vecchio Bacucco ti saluto e ti abbraccio.
Aff.mo Aini

(***) L'accennato provvedimento di revoca, fu preso d'urgenza, su pressione degli Americani, in occasione della crisi di Berlino.
In previsione di una imminente guerra, infatti, alla quale l'Italia, sarebbe stata chiamata, volente o nolente, a partecipare, i nostri nuovi alleati pretesero dai sempre ossequienti e servili governanti italiani la riassunzione in servizio di quei Piloti che, proprio per i loro trascorsi nella R.S.I., davano loro pieno affidamento!!!!
Nello stesso periodo, precise segnalazioni ricevute dai Carabinieri, davano per imminente un possibile "golpe" comunista, in appoggio all'azione delle truppe sovietiche.

Mio padre fu convocato alla stazione dei Carabinieri, gli fu consegnato un mitra con due caricatori e gli furono impartite disposizioni per una eventuale situazione di emergenza. Il mitra restò in casa per oltre sei mesi. Poi, cessato evidentemente l'allarme, fu riconsegnato. Al Colonnello Giovanni d'Auria, a cui l'Italietta liberata negava perfino il diritto a riscuotere la pensione, si faceva appello perché, agli ordini di un Maresciallo dei Carabinieri, ponesse, ancora una volta, la sua vita a repentaglio per la Patria in pericolo!!! Ma dov'erano gli eroici partigiani? E i generaloni badogliani della resa incondizionata e della guerra vinta contro il tedesco invasore? E se avessero vinto i comunisti quale compenso sarebbe spettato a mio padre?
Ma i combattenti della R.S.I., senza esitazioni, si fecero avanti!

Senza data
Caro Giuvà,
Ti avevo appena spedito una cartolina con improperi quando ho ricevuto la tua sfessatissima lettera. Ti ringrazio per gli auguri, ricambio le parolacce ed entro in argomento.
Ho ricevuto una lettera dal Ministero con la revoca della mia cancellazione e in cui mi dicono che debbo considerarmi a "disposizione in attesa di discriminazione". Intanto mi autorizzano a riscuotere in conto arretrati 200.000 lire dedotti gli addebiti per alcune balle. Naturalmente mi sono precipitato alla Zona ed ho già arraffato i baiocchi e questi almeno non me li fregano più.
Sono stato da Bonelli la settimana scorsa con Vizzotto e Piovene. Bonelli dice che il nostro provvedimento era già stato preso dal Ministero oltre un anno fa ed era stato graziosamente messo in archivio credo da Porru Loci. Ora per interessamento di Briganti, che ha preso sinceramente a cuore la nostra causa, il provvedimento di revoca è stato riesumato e messo in opera.
Abbiamo parlato con Bonelli anche di te; Piovene si è incaricato di metterti al corrente di tutto e dirti quello che devi fare. Nelle tue condizioni si trova anche Vossilla ed altri. Io ho la ferma fiducia che la spunterete anche senza tener conto delle elezioni…
Si parla molto anche di guerra.
Noi naturalmente votiamo tutti per il M.S.I.; pare che i capi siano persone oneste e bravi Italiani.
Io sono ancora con la Marinavia e imbratto carte dalla mattina alla sera; non dubitare che se appena intravedessi qualche possibilità per te ti avvertirò immediatamente. Ora però la situazione è critica e molto peggiore di quando eri tu a Milano: i disoccupati sono almeno quadruplicati e nessuno lavora. Tutti aspettano il 18 aprile anche per fare una pisciata. Mi dicono che a Roma la situazione è migliore.
Bonzano pare che ora sia in Italia ammalato. Il suo indirizzo ………
Credo però che con lui non ci sia niente da fare; io gli sono stato addosso per due anni per andare in Argentina e non sono riuscito a niente. Cadringher è a Napoli……………..
Caro Giuvà, mi sono cadute molte illusioni ………….
Bisogna solo aver fede in Dio e, prima o poi, le cose si mettono a posto da sole. Tu non disperare, vedrai che te la caverai anche tu.
Caro Giuvà, pezzo di sfessato, tanti auguri.. Ti abbraccio Aini.

9 Aprile 1948
Caro Giuvà,
…………….. Simini si trova al Carcere Giudiziario di Firenze e fra breve dovrà esserci il suo processo. Non ho nessun contatto con Cadringher………………………………………
Bonzano è in Italia, ad Alassio; credo comunque che con lui ci sia solo da perdere tempo, non conclude mai nulla. Ho visto Vossilla che si trova nelle tue identiche condizioni.
Se dovessi sentire di qualche occupazione per te, non mancherò di darmi da fare e avvertirti; ………… A Milano il numero dei disoccupati è enorme; si spera in una schiarita dopo il 18 aprile.
Caro Giuvà, cerca di star su col morale e di resistere ancora un poco. Dovranno venire tempi migliori anche per te. Stammi bene e se vedi il tuo illustre compaesano, gratificalo con uno dei tuoi ben noti scaracchi.
Saluti e ghiande Portorosine. Ti abbraccio Aini.

28 luglio 1948
Carissimo Giuà,
Ho ricevuto la tua……………………… ho notato subito la diversa intestazione della tua busta ed ho capito che stai formando una specie di "trust" raggruppando sotto il tuo controllo tutte le attività regionali, allo scopo di affamare meglio il "poppolo". (lungi da me il sospetto che tu vada in giro per i vari uffici della città a fregarti le buste e altri oggetti di cancelleria secondo una tua inveterata abitudine che già ti aveva reso tristemente noto in tutti i comandi ed uffici della defunta R.A.).
Simini non è ancora libero, perché deve rispondere di altri addebiti, non gravi, relativi al suo periodo di Firenze.
Le mie faccende aeronautiche non vanno bene come credi, …………
……….. ho ricevuto la comunicazione che la commissione di epurazione mi ha dispensato dal servizio. ………………………..
Tu, povero Giuà, stai peggio di me e ti confesso che ne ho proprio piene le scatole e……., se venisse una buona volta una guerra e ci mandasse a ramengo tutti in compagnia, non la rimpiangerei purché potessi togliermi prima qualche soddisfazione.
La commissione d'epurazione era composta da due civili e dal nostro caro Gen. Bacchiani.
Se riesco a vedere Bonelli gli dirò che si svegli e si dia da fare per te.
Intanto cerca di stare di buon animo, per quanto possibile, e di non andare dentro……….. In ogni caso se ti capitasse qualcosa del genere fammi avvertire.
Ora ti saluto perché ho da lavorare; non sono uno sfaccendato come te. ……………… un abbraccio tuo Beppe Aini.

17 agosto 1948
Carissimo Giuvà,
Vecchio bacucco rispondo alla tua del 6 c.m.
Non saprei cosa consigliarti per la tua questione. Io prendo esattamente 35.000 lire al mese e tante ne dovrei continuare a prendere. Dico dovrei perché temo che, a causa della dispensa dal servizio che mi hanno appioppato, prima o poi mi sospendano i pagamenti.
Tu, come Colonnello dovresti prendere, io penso, di più ma non so se valga la pena di andare in galera per questo. (rinunciando all'amnistia n.d.a.). Questo aut-aut che ti pongono è una delle cose più infami che io abbia sentito. Prova a fare un esposto al Presidente della Repubblica, chissà..
Vossilla mi scrive che sta crepando letteralmente di fame.
Io lavoro quasi gratis, ……. Milano è deserta, tutti sono al mare o ai monti. Io ho caldo e sono in…ato… Perciò ti saluto.
Un abbraccio
Tuo Aini

23 agosto 1948
Carissimo d'Auria,
da Aini, con il quale sono sempre in contatto, ho avuto l'altro giorno tue notizie; notizie che mi mancavano dalla epoca del tuo processo di Moncalvo quando ebbi il piacere di conoscere la tua gentile Signora nell'ufficio di Piovene.
Sono quindi al corrente di tutta la tua odissea e sono certo che anche tu ne sai altrettanto di me.
Siamo due perfetti criminali di guerra! Si vede proprio che, anche nella avversità, abbiamo voluto superare gli altri.
Il buon Aini mi ha fatto sapere che tu sei riuscito a farti liquidare, a domanda, dal Ministero dell'Aeronautica, una pensione di circa 21.000 lire mensili. Dato che io sono nella tua stessa posizione e cioè:
- Cancellato dai ruoli con perdita del grado
- Processato, condannato ed amnistiato
Ti vorrei pregare di farmi sapere quali pratiche hai dovuto fare per ottenere dal Ministero la pensione suddetta.
A me, da quando è uscita sul B.U.R.A. la cancellazione dai Ruoli, non hanno dato più neanche un centesimo, neanche le indennità per le decorazioni! Il mio ricorso al Consiglio di Stato per ottenere la revoca del suddetto provvedimento è sempre pendente ma, a quanto sembra, ho ben rare probabilità di vincere tale causa. Ma, se tu hai potuto farti liquidare questa pensioncina, immagino che altrettanto spetterebbe a me e quindi attendo con impazienza di sentire da te come fare per ottenerla.
Anche se miseri, è sempre meglio avere almeno questi quattro soldi.
Io, fino ad ora, me la sono cavata tirando avanti con le unghie e con i denti… lavoro io, come posso, e lavora mia moglie!.
E tutto ciò solamente per arrivare almeno a mangiare!
Questo è il guiderdone che abbiamo avuto dalla Patria alla quale abbiamo dato tutta la vita, sangue e beni!
Caro d'Auria, scusami se ti ho attaccato un lungo bottone ma, sono certo, comprenderai la mia situazione……………………………..
Ti abbraccio aff.te tuo Vossilla


Dalla accorata lettera di Vossilla si intuisce il dramma di tantissimi Italiani che, scampati alle stragi della "primavera di sangue", dopo più di tre anni, continuavano ad essere vittime di una ingiusta persecuzione che, se non su odiosi preconcetti razziali, era basata su una altrettanto odiosa discriminazione fra cittadini messi al bando per la loro presunta fedeltà a una ideale o a un regime politico, che, per venti anni, aveva rappresentato il legittimo governo dell'Italia.

Nella tragedia, ancora una nota di "humor" del Ten. Col. Giuseppe Aini per tener su il morale.

6 settembre 1948
Caro Giuvà,
Mi spiace moltissimo l'idea che hanno avuto di riformarti; avrebbero già dovuto farlo da molto tempo e non ho mai capito bene come ti abbiano fatto abile alla visita di leva…………..
Negli anni scorsi, anche a me era venuta, parecchie volte, la tentazione di riformarti in occasione delle sevizie da te inflittemi sia in volo che a terra ed anche in mare (allenamenti di canottaggio) ma non ne ho mai avuta l'opportunità e poi ho rispettato sempre in te non tanto l'Autorità del tuo grado quanto la tua innegabile abilità negli sputi. Ora però vedo che la Giustizia ha finalmente trionfato!
Tu però, Giuvà, ora mi freghi come titoli di disonore perché io sono stato solamente sospeso - radiato - privato del voto - collocato in ausiliaria - dispensato. Tu, invece, puoi mettere i nastrini di carcerato e riformato. Sempre raccomandazioni! E apprendo che ti dai da fare per ottenere ora il nastrino di "carcerato a domanda" che è rarissimo. Ma, Giuvà, dove vuoi arrivare?
Cosa potranno ancora escogitare a carico nostro quelle menti fervide e geniali? Forse scotennarci o evirarci? Aspettiamo e vedrai che non andremo delusi. Intanto, mi dicono, che è uscito un Foglio d'Ordine a firma dell'ineffabile Aimone-Cat, secondo il quale coloro che hanno aderito alla R.S.I. perdono la qualifica di combattenti ed i benefici inerenti. Quante attenzioni per noi da quelle anime pure e oneste!
Ho visto Vossilla che andrà fra giorni a Roma secondo il tuo consiglio.
Cerca, se possibile, di evitare almeno il carcere preventivo ed affidati ad una avvocato che non dorma ……
La mia ditta è agonizzante e, da due mesi, non vedo il becco di un quattrino. Trovare altro lavoro oggi a Milano, per un epurato, è una chimera……………
Ciao Giuvà, fatti coraggio, forse verranno giorni migliori…………..
Ti abbraccio Aff. Aini


I personaggi che sono i protagonisti di questi tragici fatti son tutti passati a miglior vita. La loro speranza di vedere risorgere l'Italia che loro avevano amato e sognato seguendo la tradizione e l'Idea Risorgimentale, è tramontata per sempre.
Se l'Italia, nell'inesorabile incedere del Tempo e della Storia che ne scandisce il cammino, non certo per merito dei pessimi quanto incapaci governanti ma per le virtù degli stessi ottimi cittadini, sarà in grado di rinnovare il suo passato di civiltà nell'ambito della nuova entità che si va lentamente formando da una vaga nebulosa: l'Europa, allora gli spiriti inquieti dei Martiri e dei Perseguitati fra cui i bravissimi e valorosi Piloti della bella Aeronautica Italiana, potranno sentirsi placati. Solo allora potrà ripetersi:

"DIMAN DA SERA I NOSTRI MORTI AVRANNO
UNA LIETA NOVELLA IN PURGATORIO………

E LA RECHI PUR IO……………"