PINO FONTANA

Pino Fontana di Montecchio Emilia portava lo stesso nome dello zio paterno, arruolatesi volontario nella prima guerra mondiale e caduto da prode, non ancora ventenne, sull'Altipiano di Asiago.
Il nipote, nato sei anni dopo, continuò le tradizioni dello zio. Dal fonte battesimale al macero in cui fu ucciso, la sua passione fu la Patria, amata con la purezza della bianca stola. Non la macchiò con nessuna infedeltà.
Sembrerà un'esagerazione affermare che amò l'Italia fino dal fonte battesimale; ma questa è la pura verità, perché gli amici del babbo, che lo accompagnarono in corteo al Primo Sacramento, portavano la camicia nera e lo salutarono col saluto romano.
Qualcuno sussurrò che era una profanazione; altri affermò che fosse un presagio, poiché la vita di questo nuovo cristiano avrebbe rifulso come una stella e bruciato come una fiamma nel ciclo e sull'ara della Patria.
Fu uno dei ventiquattromila adolescenti che parteciparono alla Marcia della Giovinezza. A Padova, dove i battaglioni si congiunsero, dopo che il Duce li passò in rassegna sollevando un delirio che varcò la marea gloriosa, Pino si recò all'urna del Santo a promettere un voto.
Un voto e un giuramento.
Il Duce l'aveva guardato ed egli aveva promesso. Fontana non sarà di quelli smemorati che dimenticano facilmente le promesse e gli impegni.
Tutti si adoperavano, in modo incredibile, perché li dimenticassero. Generali e gerarchi, stato maggiore e partito congiuravano contro i ragazzi di Mussolini, ne svalutavano la preparazione tecnica e ne avvilivano lo spirito. La combutta dei sabotatori trionfò su la giovinezza decisa e vibrante: i battaglioni vennero sciolti e i componenti rimandati a casa con la vergogna di non aver sparato neanche un colpo, essi che volevano annientare il nemico su tutti i fronti.
Pino non ritornò a casa; fuggì a Bari per imbarcarsi. In Grecia il tradimento già in atto, impegnava seriamente il decoro del nostro esercito. Sui mali albanesi si erano aperte troppe falle nello schieramento dei nostri reparti: i complementi, appena giunti in linea, scomparivano nella voragine, venivano travolti nella valanga, fl mostro balcanico inghiottiva continuamente giovinezza. Pino era pronto a immolarsi; ma, scoperto all'imbarco, fu lasciato sulla banchina.
Non si diede per vinto, perché la sua passione era di quelle indomabili. Finché avesse avuto nelle vene una goccia di sangue si sarebbe sentito bruciare dalla febbre del combattimento. Con questa febbre riuscì a far parte dei due battaglioni ricostituiti dai ventiquattro disciolti. Fu uno dei millecinquecento giovani fascisti che reclamavano a gran voce una zona d'impiego. O l'Albania o la Russia o la Libia: non importava il fronte, purché si combattesse subito. Furono avviati nel deserto marmarico. Furono i destinati di Bir El Gobi.
Dovettero attendere quattro mesi interminabili prima di misurarsi coi carri armati inglesi. Lo scontro fu terribile. I fucili mitragliateli, i moschetti e le bombe a mano immobilizzarono le corazzate del deserto; respinsero i ripetuti assalti delle più agguerrite fanterie anglo-indiane.
Per quattro giorni e quattro notti l'epopea volò sul presidio di Bir El Gobi, senza allontanarsene un istante. I ragazzi, senza pane, mordevano la pelle delle loro labbra riarse; senza acqua, succhiavano il sangue delle loro ferite. Il fucile bruciava per il fuoco; ma il fuoco che ardeva in cuore non bruciava di meno, per fervore mistico e guerriero. Il cuore, il moschetto, l'ideale, erano incandescenti in questi balilla eroici e leggendari: come il primo di Portoria.
Pino rimase ancora un anno sotto la tenda africana. Aveva appese a un telo l'immagine della Madonna e la fotografia della mamma. Nelle ore struggenti di nostalgia lo sguardo passava dal dolce viso materno a quello Celeste. La debolezza umana, inevitabile nella solitudine, si confortava nel Divino.
Il suo fisico, già così gagliardo, lentamente deperiva. Il marciatore affondava nella sabbia del Sahara; l'atleta aveva il respiro affannoso nella tremenda marcia di ripiegamento dall'interno ad Agedabia. Fu necessario rimpatriarlo. Arrivò in Italia quando l'Africa stava per essere perduta: a Roma funzionava la centrale del disfattismo. Come è triste per un soldato che torna dall'ebbrezza del fuoco e dalla santità della perfetta rinuncia, trovare ai comandi indifferenza e incoscienza!
Nonostante il cattivo esempio che veniva dall'alto e che da ogni parte dilagava, egli non perdette la fede. Non si smarrì e non disperò nel periodo badogliano. È proprio vero che i credenti convinti sono ciechi come gli innamorati. Non si avvedono dell'inganno. Credono sempre: anche nell'assurdo.
Pino credette anche dopo l'otto settembre. Ritornò a casa, ma per poco. Nessun affetto riuscì a trattenerlo. Egli non era più della famiglia, ma dell'Italia. Non era più della vita comoda, al soffice e al sicuro, ma del dovere superiore, del bivacco per l'ideale, del pericolo per il trionfo, dell'ansia operosa e mordente, perché l'Italia, la Gran Madre, ritornasse a dire la sua parola di giustizia al mondo egoista.
Non sapeva più dormire nel letto, non sapeva più adattarsi ai cuscini ed alle lenzuola, abituato com'era all'addiaccio, allo zaino per cuscino, alla sabbia della Gran Sirte per crine e per lana. Questo gli accadeva quando tornava nelle brevi licenze da Maderno, dove si era costituita la compagnia di Bir El Gobi, composta di giovani fascisti reduci da quello splendido episodio che ancora galvanizzava. Non riusciva a prendere sonno sul letto dove dal '40 non dormiva più. La mamma, che veniva a baciarselo anche di notte, lo trovava sveglio. Una volta lo trovò sdraiato per terra, dove aveva disteso una coperta imbottita, perché sul letto lui ci affondava.
- Mi sembra di essere inghiottito da un abisso.
Anche il fraticello, quando talvolta è ospite del devoto borghese, non sa più dormire sul materasso troppo soffice per le sue austerità, e si riposa sulla sedia o ai piedi del letto, dove abbandona il capo assorto in Dio. E come il fraticello, partendo al mattino, lascia l'impressione di essere un santo, un uomo straordinario aureolato di luce, così Pino faceva pensare di sé a mamma Norina ogni volta che lo vedeva partire, timorosa sempre di non rivederlo più.
La guerra, si sa, è come il ciclo: si prende i migliori.
Quel figlio, che sentiva la vita militare come una vocazione religiosa, che serviva la Patria con l'austerità e la purezza di un monaco al servizio totale di Dio, la mamma presagiva che non sarebbe più tornato.
Nell'aprile del '44 Pino ottenne di essere mandato per un'operazione di sabotaggio dietro le linee ne-miche. L'impresa era tanto importante quanto rischiosa. I prescelti, ragazzi decisi a tutto, furono trasportati da un sottomarino, uno dei pochi rimasti alla Repubblica Sociale. La missione durò sei giorni e fu condotta a termine nel modo più audace e brillante. A Bir El Gobi, Fontana aveva guardato in faccia alla morte per quattro giorni; ora vi aveva guardato per sei, sempre con lo stesso spirito impavido. Perché la Bella Morte non lo prese allora fra le sue braccia alate?
Quando ritornò al comando gli chiesero che premio desiderasse ed egli rispose: andare in linea a combattere. Misurava la terra d'Italia palmo a palmo. L'invasore saliva rapido da Roma a Firenze. Egli voleva contendergli l'avanzata palmo a palmo: come il contadino che al fiume contende e strappa le zolle, ad una ad una. Il contadino lo fa per avarizia. L'interesse e la fatica lo rendono avaro. Il giovane lo faceva per l'ideale. L'ideale e il sangue dei caduti - da quando il sangue dei Caduti è meno sacro del sudore dei contadini? - lo rendevano avaro, di un'avarizia santa, verso lo straniero. Gli altri gli aprivano le porte; lui gli contendeva anche un sasso e un cespuglio della "Gotica" e dell'Appennino.
Quando, dopo Bologna, tutto crollò, Fontana riprese la strada di Montecchio che da un anno non percorreva. Ora, che non c'era più nulla da fare, poteva essere della mamma, senza rimorso di negarsi all'Italia che non esisteva più.
Il suo cuore era desideroso di tenerezza per placare l'amaro della delusione che lo attossicava. Certe lacrime si possono consolare solo sulle ginocchia materne. Certe disfatte danno tregua solo sotto il tetto natìo. Così ritornava verso la casa e la mamma; e verso il babbo, come lui volontario, come lui vissuto per lo stesso ideale. Si sarebbero abbracciati, mescolando le lacrime, come due fratelli, che da molto tempo non si fossero visti, e si abbracciassero in una grande sventura, davanti al cadavere della madre.
Ma Pino non arrivò. L'Emilia divampava di vendetta; l'Emilia ad ogni siepe tendeva un agguato e alzava un muro di cimitero.
A Cavriago, a pochi chilometri dal suo paese, fu riconosciuto ed arrestato. Era il tramonto dell' 11 maggio. Il ciclo splendeva del fuoco che saliva dal rogo di Giovanna d'Arco, martirizzata dagli inglesi per avere liberato la sua Patria. La sera del giorno successivo - dedicato al martire quattordicenne Pancrazio che dal Campidoglio salì all'Eterna Gloria - Pino Fontana fu ucciso lungo la strada di Codemondo;
Mentre lo assassinavano, sull'orlo della buca di mitragliamento dentro la quale doveva essere sepolto, ai carnefici che non si stancavano di colpirlo, sussurrò:
- Ora basta. Non vedete che la mia anima è salita al cielo?
Dicono che certi eroi, prima di spirare sul campo, sentano la loro anima uscire dal corpo dissanguato e la vedano, con gli occhi invetriati dall'agonia, ascendere in ciclo ad accendere una stella. Nello stesso modo affermano - e a noi è capitato di constatarlo più volte - che certe mamme, alla distanza di migliaia di chilometri, avvertono quando al loro figlio tocca una disgrazia. Nello stesso istante che il figlio è caduto in Russia o in Africa, esse hanno sentito che le chiamava e ne hanno provato uno strappo lacerante al cuore.
Quella sera di maggio, odorosa di essenza e chiara di stelle, mamma Nerina di sentiva stranamente inquieta e turbata. Era uscita dalla soglia, per cercarlo nella notte, per invocarlo nella solitudine, n suo istinto materno lo avvertiva misteriosamente vicino.
Poco dopo rientrò in casa, sfigurata nel volto e disperata nel cuore. Aveva udito la voce di Pino che la chiamava: una voce distinta e tenerissima, da ultimo addio. La voce era salita verso il cielo; ma invece di perdersi nella notte aveva fatto brillare di luce più vivida una stella.
Certo, in quel momento, l'anima pura del reduce di Bir El Gobi e della Linea Gotica, era salita a Dio e lasciando la terra, fra gli strazi del martirio, fra gli insulti dei bestemmiatori, aveva invocato la mamma.