PIERA GATTESCHI



 

LA MARCIA SU ROMA

Di Piera Gatteschi

Avevo  vent'anni,  portavo fez e camicia.
Assieme ai centomila squadristi che parteciparono alla marcia su Roma, il 28 ottobre 1922, c'erano venti donne. Io ero la loro comandante. Avevo 20 anni, la camicia nera e il fez me li ero confezionati in casa, a Roma, con l'aiuto della mamma, che, alla fine, mi aveva appuntato sulla manica e sul berretto due bei gradi dorati: le insegne di «decurione» della «Squadra d'onore di scorta al gagliardetto». Così si chiamava il nostro gruppo.
Quando, il 9 novembre 1921, si riunì il congresso dei fascisti, all'Augusteo, per fondare ufficialmente il PNF, (in quella occasione fui tra le fondatrici del Fascio femminile di Roma), anche noi ragazze in camicia nera avevamo avuto il battesimo del fuoco.
Era accaduto a San Lorenzo, durante la solenne cerimonia funebre per la traslazione dei resti di Enrico Toti. La piazza era piena di reduci e di fascisti, quando, dalle finestre circostanti; i «rossi» aprirono il fuoco con pistole e moschetti. Le pallottole fischiavano da ogni parte, molti caddero a terra feriti. Eravamo una ventina di ragazze e non ci sbandammo, ma organizzammo subito i soccorsi.
Questo coraggio che dimostrammo - disarmate, come sempre eravamo state - ci valse l'ammirazione degli uomini. E fu così che, quando i fascisti romani partirono per il congresso di Napoli, il 19 ottobre 1922, ottenemmo di parteciparvi anche noi. Partimmo in treno. Sulle camicie nere indossavamo mantelline grigioverdi.
Faceva freddo e pioveva. Furono giornate esaltanti. Quasi stentavamo a renderci conto di come il Paese, il re, l'esercito, i prefetti, insomma tutta l'Italia si fosse consegnata a noi, un pugno di uomini e, sia pure in piccolissima percentuale, di donne, decisi a tutto pur di riportare l'ordine nelle strade, nelle scuole, nelle fabbriche.

 

 

LE AUSILIARIE DEL S.A.F.
 (servizio ausiliario femminile)

Uniche a vestire la divisa grigioverde subirono gravi perdite nella guerra civile che insanguinò l'Italia dal '43 al '45

 

(Da  le soldatesse di Mussolini», a cura di Luciano Garibaldi (Mursia), pubblichiamo un brano relativo a Piera Gatteschi Fondelii, comandante delle ausiliarie della  Repubblica sociale italiana - R.S.I.).

Il linguaggio del nostro giornale, "Donne in grigioverde", mi raccontava Piera Gatteschi, fu chiaro e univoco fin dal primo numero. Sapevamo quel che volevamo. Nell'articolo di fondo del primo numero, dal titolo "Chiarificazione", di fronte al moltiplicarsi di casi di donne arruolate e armate dalle formazioni autonome e dalle varie bande che costituirono sempre la vera spina nel fianco della Rsi, la mia vice-comandante Cesaria Pacheri riaffermava con chiarezza il ruolo. "L'ausiliaria", scriveva, " è una ragazza seria.  Per mesi ha detto signorsì ed  ha obbedito à un rigida disciplina. Siamo ragazze semplici e la divisa esprime la serietà del nostro intento. Abbiamo del combattente la decisione, la nostra casa è l’accantonamento,il nostro avere è affardellato sulle spalle. La divisa non è apparenza ma espressione della nostra anima. In camicia nera o in grigioverde,  ciò che dà a noi una fisionomia netta e inconfondibile è la disciplina.
Si allontanino dunque da noi le esaltate che non conoscono i propri limiti e giocano alla guerra in pantaloni e mitra.
Non abbiamo armi, né cerchiamo fogge maschili. La nostra forza sta nella femminilità, che ci irrigidisce nel dovere e si tramuta in azione ".
«Questo spirito polemico, questa difesa gelosa della nostra natura, si manifestavano a ogni occasione. "Critici. improvvisati ci esortano a facilitare l'accesso ai corsi, a prodigare il grigioverde alle donne. Non siamo di questo pare.  Noi siamo poche migliaia;  inesorabilmente allontaneremo da noi chi non riteniamo  degne di essere con noi". Non mancavano le proteste per un tale atteggiamento orgoglioso e un po' elitario, proteste che "Donne in Grigioverde" pubblicava nella massima libertà.
Naturalmente, il "femminismo" delle ausiliarie non era incondizionato. Credo anzi che le polemiche piú aspre fossero quelle che avevano per obiettivo una certa femminilità tutta italiana, fatta di agnosticismo, di mammismo e superficialità. «La donna italiana, scriveva Ornella Puglisi, una delle "penne" più agguerrite del giornale, non é ancora in linea. II sacrificio e lo sforzo delle mille e mille ausiliarie, che sono, oltre che infaticabili lavoratrici, anche un simbolo di fede, non  vengono apprezzati, ma spesso, purtroppo, travisati e derisi.  Donne italiane d’oggi, al quinto anno di guerra: pellicce, scarpe di cuoio a carro armato, profumi, labbra scarlatte o, secondo l'ultimo gemito della moda, viola-cadavere, aperitivi, sigarette e vuoto, vuoto negli occhi e nel cuore"».
«Per cinque mesi, la rubrica  "La nostra posta" fu una palestra assolutamente libera,  a volte commovente, altre volte infuocata e intransigente, dei sentimenti delle Ausiliarie. Ecco la lettera del l'ausiliaria Bianca P. ai genitori dopo che, a Modena, i partigiani le avevano ucciso il fratello e la cognata: «Coraggio, è necessario essere e forti, specialmente adesso che abbiamo da pensare all’avvenire dei quattro orfani  che essi ci hanno lasciato.
Coraggio, mammina cara, pensa a noi, i rimasti, che in quest'ora di dolore, ci stringiamo forti a te».

Sembrano storie irreali, tanto sono lontane da noi, eppure sono state vissute da migliaia di donne italiane, in un misto di poesia, di esaltazione e di tragedia. II desiderio dipartire per il fronte era in tutte. Dorina Paganetti scrisse al comandante della Divisione Monterosa, e "Donne in Grigioverde" pubblicò la sua lettera: «Sono figlia di un Alpino del battaglione Tirano e la mia simpatia non può essere che per le penne nere. Sono di Sondrio  e le montagne sono le mie compagne d'infanzia. Vi prego caldamente di richiedermi nella Vostra Divisione, perché sono stanca di questa vita avvilente, in ufficio, a fianco di giovani vent’enni e azzimati ufficiali che non  vedono in noi che la donna, mentre il mio più vivo desiderio è quello di andare a dividere la vita dei nostri soldati veri, i loro disagi e, se occorre, morire con loro».
Ogni occasione era buona per far sentire la propria voce. Così oggi era un attacco al Vaticano per la messa di Natale di Pio XII agli aviatori della R.A.F. che ogni giorno massacravano le nostre popolazioni,  domani uno sberleffo a certi fascisti zelanti che, allo zoo di Milano, avevano sostituito la targhetta “aquila reale con quella “aquila repubblicana”.
Era un giornale vivo, e Mussolini voleva sempre la prima copia suo tavolo.
«Mussolini, alla notizia di qualche ausiliaria uccisa in imboscate, perdeva la calma e, quando qualcuna veniva catturata, non stava tranquillo finché non se ne otteneva la liberazione in cambio di ostaggi. I partigiani lo sapevano e avevano intensificato la "caccia all'ausiliaria": la vita di una di esse in cambio della libertà persino per quindici dei loro. Durante i miei, frequenti incontri col Duce, si parlava quasi esclusivamente di questi drammatici eventi».
«Purtroppo non sempre si riuscì a salvare le ausiliarie catturate. Franca Barbier, 20 anni, caduta nelle mani della banda partigiana di «Mézard», in Val d'Aosta, fu tradita da uno dei suoi catturatori che, fingendosi pentito, si disse pronto ad aiutarla a fuggire. Purtroppo, subito riacciuffata, alla ragazza furono trovati indosso dei foglietti con la dislocazione delle bande e i nomi dei capi. Condannata a  morte come spia,fu messa al muro, ma il plotone d'esecuzione rifiutò di far fuoco. Dovette ucciderla «Mézard», con un colpo di pistola alla tempia. Di Franca Barbier rimane la sua ultima, toccantissima lettera, scritta alla mamma poco prima di essere uccisa. Quando conobbe la tragedia di Franca, Mussolini dispose che le venisse concessa la medaglia d'oro al valor militare.
Dalle divisioni schierate al fronte fino ai posti di ristoro, l'ausiliaria era dovunque. «La presenza del Saf, narra Piera Gatteschi nel suo memoriale, «era costante e ormai evidente per tutti, e, in pochi mesi, il prestigio del Corpo era diventato tale che persino le donne italiane impiegate in Germania, inquadrate nell'Arbeitsfront, chiesero, attraverso il ministero degli Esteri, di poter rientrare in Italia e arruolarsi nel Saf. Naturalmente, ero felicissima di esaudire il loro desiderio e disposi che, a scaglioni di 50 per volta, fossero sottoposte alle selezioni. Per ottenere l'autorizzazione dai tedeschi, dovetti sostenere, con questi ultimi, l'impellente esigenza di rafforzare il Saf con l'apporto di quelle ragazze. All'ultimo, i tedeschi stessi mi chiesero di inquadrare nel Saf le circa 600 impiegate civili presso gli uffici italiani della Luftwaffe. La richiesta mi giunse l'11 aprile 1945 dal colonnello Heggenreiner, aiutante tedesco di Graziani: troppo tardi ».

«Fin dal febbraio, visto l' aggravarsi della situazione avevo inviato a tutti i comandi provinciali del Saf una circolare con la quale invitavo i comandi a lasciare le ausiliarie libere di restare fino alla fine o di tornare a casa. Poche avevano scelto di lasciare il servizio. Verso metà aprile, rientrata a Como dopo un giro disastroso per il Nord Italia, riunii le allieve del corso " 18 Aprile" e ripetei l'invito. "Chi non se la sente", dissi, "è esentata dal giuramento. La situazione è grave, il fronte ha ceduto e la Rsi può finire da un momento all'altro". Rimasero tutte. Erano pronte per la cerimonia del giuramento, fissata per la mattina del 18 aprile».
Quella mattina, giunse a  Como Alessandro Pavolini. Dopo la commovente cerimonia, si avvicinò a Piera Gatteschi e le disse, sottovoce: «Brucia tutto. Metti in salvo le ragazze. Quanto a te, ti darò una parola d'ordine».
«Cercai di mascherare alla meglio il senso di angoscia che mi attanagliava», scrive Piera Gatteschi nel suo memoriale, «mentre giù, nel cortile del convento-caserma, le ragazze si abbandonavano al loro entusiasmo. Prima di partire per un'ispezione in Valtellina, Pavolini dettò il comunicato stampa da inoltrare ai giornali, ma poco dopo telefonò, mentre era in viaggio, per ordinarmi di bloccarlo: "Meglio lasciar perdere", mi disse: "Meglio non richiamare l'attenzione sul Saf”.
I giorni che seguirono, mi videro impegnata ad attuare gli ordini di Pavolini: mettere in salvo le ausiliarie. Misi in allerta le comandanti provinciali e, quanto alle allieve del corso "18 Aprile", mi riuscì di sistemarle in vari ospedali militari, come infermiere, grazie ad accordi con le delegazioni provinciali della Cri. L'ospedale dei mu­tilati di Lecco e l'ospedale militare di Varese si dichiararono disposti ad assorbirne un folto gruppo.

Quelle che fossero in condizioni di sfuggire alle rappresaglie e alle vendette (perché nessuno, nei loro paesi di provenienza, o tra i vicini di casa, aveva saputo della loro scelta), sarebbero tornate presso le rispettive famiglie. Quanto a me, il prefetto Renato Celio, cautamente, mi accennò all'ipotesi di una mia salvezza personale. "Come comandante generale delle Ausiliarie, siete esposta quanto Pavolini". 'Neanche parlarne", tagliai corto. E gli annunciai la mia intenzione di recarmi, l'indo­mani mattina, a Milano. Era il 24 aprile 1945».
Da questo punto in avanti, il memoriale di Piera Gatteschi narra minuziosamente, ora per ora, gli avvenimenti che prendono il via il 25 aprile, con l'insurrezione di Milano e la fuga di Mussolini a Como, e si concludono in una piccola stanza di Como, dove ella si rifugia assieme alla vice-comandante del Saf e altre due donne, mentre, sulla strada di Dongo, si compie il destino di Mussolini e dei ministri fascisti. Le quattro donne vivono giornate e nottate di estrema angoscia e, singolarmente e quasi miracolosamente, ricevono la protezione di un vecchio professore comunista, il quale «non si aspettava una simile carneficina». Raggiunta avventurosamente Milano, Piera Gatteschi, in piena clandestinità si occupa di aiutare quante piú ausiliarie le è possibile attraverso i sacerdoti dell'Istituto Don Guanella (che durante la Rsi, avevano messo in salvo centinaia di ebrei) e l'Assistenza pontificia. Purtroppo, non sempre si arriva in tempo. Ne fa fede l'altissimo numero di ausiliarie assassinate dopo il 25 aprile, quindi dopo essersi arrese (ben 88, volendo limitarci alle sole appartenenti al Saf, senza tener conto, cioè, delle ausiliarie autonome della Decima Mas del principe Junio Valerio Borghese), che vanno ad aggiungersi alle 27 ausiliarie cadute e alle 8 disperse durante la guerra civile.
In alcuni casi la sorte toccata a queste ragazze è spaventosa. Ecco il racconto d'un episodio di morte, tratta dal memoriale di Piera Gatteschi: «Le otto ausiliarie del comando provinciale di Piacenza, la mattina del 26 aprile, mentre viaggiavano su un autocarro alla volta di Como, incapparono in un posto di blocco di partigiani Comunisti a Casalpusterlengo. Con loro viaggiavano sei soldati di Sanità, tutti disarmati.
Portato alla Torre, il gruppo vi trascorse l'intera giornata e la notte, tra le urla e gli insulti della  della folla  che chiedeva giustizia sommaria. La mattina dopo furono fatti salire su una corriera, trasportati davanti all'ospedale e qui schierati in fila davanti al muro, mentre un plotone improvvisato si allineava di fronte a loro. Fu a quel punto che una delle ausiliarie, Adele Buzzoni, si mise a urlare scongiurando i "giustizieri" di salvare sua sorella Maria, che era nel gruppo, perché potesse aver cura della loro madre, cieca e sola. Maria Buzzoni fu afferrata da un partigiano e spinta da parte. Subito dopo, il plotone aprì il fuoco. Vedendo la sorella cadere assieme agli altri, Maria gridò per la disperazione con quanto fiato aveva in gola. Per farla tacere, un partigiano le scaricò il mitra addosso, freddando anche lei. Intanto una scena irreale, allucinante, si stava verificando..; ausiliaria Anita Romano, che era rimasta soltanto ferita, si alzò dal mucchio sanguinante dei fucilati, avanzando verso i suoi assassini. Tra le ausiliarie c'erano altre due sorelle, Ida e Bianca Poggioli. Anch'esse erano rimaste soltanto ferite, e Bianca Poggioli gridava: "Uccidetemi! Uccidetemi!". Mentre i partigiani si preparavano a finirle tutte, si precipitò davanti a loro padre Paolo, del vicino convento dei Cappuccini. "No", disse, "non. lo fate! Stanno morendo. Andate via. Le assisterò io fino alla morte". Lividi, sudati, i "giustizieri" si allontanarono. Ma poco dopo tornarono sui propri passi, pentiti di aver dato retta al frate. Quei pochi istanti erano bastati a padre Paolo per trascinare le tre sventurate all'interno dell'ospedale, e nasconderle, con l'aiuto delle suore, in uno scantinato. I comunisti diedero loro la caccia per tutto il giorno, poi si stancarono. Le ragazze poterono così essere curate e salvate». A episodi drammatici come questo è dedicato un intero capitolo del memoriale di Piera Gatteschi (dalle due ausiliarie torturate con gli spilloni, violentate e uccise sull'isola, Borromeo, fino al massacro delle ausiliarie avvenuto a Nichelino, Torino), che dice : «Tradirei i sentimenti più sacri delle ausiliarie cadute se mi lasciassi travolgere dal rancore e dalle recriminazioni. Esse, come dimostrano le loro ultime lettere, furono le prime a perdonare».
Purtroppo, le loro nobili parole non sono state raccolte. Anche perché, per 50 anni, il silenzio più ermetico è caduto su queste seimila protagoniste della nostra storia. Un silenzio che termina soltanto adesso.