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Alessandro Frigerio rievoca la vicenda dei militari
trascinati alla sbarra dal Pc
Quando i comunisti querelarono i reduci
Nonostante le accuse del Compagno Edo furono assolti
Una delle maggiori frustrazioni per i nostri soldati
di ritorno dalla Russia fu, come disse Nuto Revelli,
non esser creduti. Il problema era che, oltre a mettere
in dubbio la contabilità ufficiale della spedizione
(con l'enorme scarto tra sopravvissuti, vittime, dispersi).
i loro racconti su ritirata e prigionia risultavano
troppo duri da sopportare. Quasi inverosimili, appunto.
Ma il peggio doveva ancora venire, per un Paese ansioso
di sterilizzare nell'amnesia gli orrori della guerra.
E quel peggio arrivò nel 1948, quando alcuni
superstiti scrissero una storia sconvolgente. Un opuscolo
in cui spiegavano la sorte dei 60 mila commilitoni
uccisi dopo aver consegnato le armi, crollati nelle
marce del "davaj", stroncati da inedia o
tifo nei campi di detenzione, ridotti al cannibalismo
e, soprattutto, vessati da altri italiani, comunisti.
Una sorta di "polizia segreta di partito",
attiva nei lager con ricatti, torture psicologiche,
delazioni.
Una testimonianza-choc che aprì un grande problema
per il Pci, perché indicava le responsabilità
dei suoi militanti fuorusciti in Russia prima del
conflitto e impegnati in una spietata rieducazione
dei reclusi. Su tutti spiccava Edoardo D'Onofrio,
coordinatore del centinaio di "aguzzini",
i commissari politici in divisa
sovietica ma venuti dall' Italia. Il "compagno
Edo" era un alto dirigente di Botteghe Oscure,
legatissimo a Togliatti e a Mosca, sua patria d'elezione,
divenuto nel frattempo senatore. Un uomo influente.
II quale, per salvare l'onore suo, del P.C.I. e dell'UESS
"paladina della giustizia e delle libertà",
querelò per diffamazione i tre estensori del
dossier e i due giornalisti che lo pubblicarono. Si
mise così in moto un processo - celebrato nel
'49-che i giornali dell'epoca definirono "del
secolo" e che è stato invece rimosso come
una pratica fastidiosa. Nessuno, infatti, ne ha parlato
più. Reduci alla sbarra, di Alessandro Frigerio
(Mursia), rievoca questa vicenda, a margine dell'
ecatombe dell'Armir ma per nulla marginale. Ricostruisce
le udienze in cui gli autori del dossier si trasformarono
da accusati in accusatori. In aula sfilarono 120 testimoni,
di una parte e dell'altra, in un clima di contrapposizione
ideologica che riproduceva il confronto politico in
corso nel Paese. D'Onofrio si difese motivando il
suo ruolo con l'alibi di una missione morale: "Elevare
la coscienza democratica dei prigionieri attraverso
una costante opera di persuasione e di convinzione".
Ecco per lui, il senso degli interrogatori, mirati
a scegliere i più adatti a seguire le "conferenze
antifasciste" e i corsi di "teoria bolscevica".
Fu smentito da chi, non ostante i disinganni e le
pressioni, non si lasciò "redimere".
Che il processo sarebbe stato difficile, D'Onofrio
lo capì subito. Tanto che attraverso il P.C.I.
chiese a Mosca di fornire nuove testimonianze su crimini
e crudeltà compiute dai soldati italiani e
dai singoli reduci autori de l'opuscolo. E tanto che
Paolo Robotti, a nome di Togliatti, suggerì
all'ambasciatore sovietico a Roma di pianificare un
modo per "far fuori" don Enelio Franzoni,
"un prete vile, bugiardo, alleato ai calunniatori".
L'omicidio mirato saltò, i reduci furono assolti
"per raggiunta prova dei fatti", il caso
venne chiuso. Fino al 1955, quando D'Onofrio fu eletto
vicepresidente della Camera e il suo passato rianimò
le polemiche. La D.C. propose d'istituire una commissione
parlamentare sui fatti che gli erano stati addebitati
al processo. Ma "ragioni di opportunità
politica" convinsero i leader del partito, in
primo luogo Amintore Fanfani, a lasciar cadere tutto
per non aizzare "una nuova battaglia tra fascismo
antifascismo".
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