LIBERATORI AMERICANI

Sicilia 1943, un sopravvissuto racconta la strage dimenticata di Santo Pietro

"Ci eravamo arresi.. e i liberatori spararono"
La testimonianza di Virginio De Roit, scampato per miracolo a un eccidio di prigionieri inermi compiuto da soldati americani. Virginio De Roit ha 92 anni e da sessantuno è un sopravvissuto. Il 14 luglio 1943 è scampato alla fucilazione in Sicilia, da parte di un reparto statunitense, nei pressi dell' aeroporto di Santo Pietro, frazione di Caltagirone. Lui e un compaesano veneto, Silvio Quaiotto, l' hanno evitata con una fuga fortunosa, benché la povera mente di Quaiotto ne sia uscita sconvolta, rifiutando ogni contatto con la realtà. Ventinove italiani e quattro tedeschi rimasero, invece, vittime di una furia sanguinaria e inspiegabile. "Ancora oggi - afferma De Roit - ignoro chi fossero e perché lo fecero. Dopo la guerra me l' hanno chiesto i padri, le madri, i figli, le spose dei miei sventurati commilitoni, venuti fin qui per avere informazioni e capire. Io ogni volta ho potuto solo allargare le braccia". In base alla disposizione delle truppe alleate nei primi giorni dello sbarco, i loro carnefici molto probabilmente appartenevano alla 45a divisione del generale Troy Middleton, la stessa che sempre il 14 luglio si macchiò della carneficina di settantatré militari italiani dopo la resa di un altro aeroporto, Acate. Proprio la lettura di quest' episodio, prima sul mio libro Arrivano i nostri, in seguito nello splendido approfondimento di Gianluca Di Feo sul Corriere della Sera, ha indotto un nipote di De Roit, Raffaello Maggian, sociologo e docente all' Università di Trieste, a inviarci un' e-mail. Raccontava l' odissea dello zio e il suo cruccio per il silenzio che ha circondato la strage, di cui a Caltagirone esiste una vaga traccia in un libro di storia locale. De Roit ricorda fra sussulti e silenzi, spesso preda di un' intensa emozione: il fronte greco, i diciotto mesi in Sicilia, il corso per diventare caporale della 3a compagnia, CLIII battaglione mitraglieri. Prima della promozione si erano presentati il 10 luglio gli anglo-americani. Un arrivo ampiamente previsto, anticipato da sei mesi di bombardamenti aerei. Il pomeriggio del 7 aprile, una domenica, la compagnia aveva pagato un prezzo altissimo: sette morti e l' accampamento distrutto. Sorgeva attorno all' aeroporto militare di Santo Pietro: una lingua di terra tra aranceti e vigneti, modellata alla bell' e meglio allo scoppio del conflitto. Nonostante l' incubo delle incursioni dal cielo, non vivevano male: avevano arance, limoni, uva, carciofi, la novità dei gelsi neri. Compravano il vino dalla famiglia Verdone e durante la lunga estate siciliana s' immergevano nelle acque del fiumiciattolo Ficuzza, che scorre nei pressi e dava il nome a un immenso feudo. Per difendere l' aeroporto gli italiani avevano duecento uomini e sette mitragliatrici Breda; i tedeschi della divisione corazzata Goering avevano aggiunto un cannoncino con quattro artiglieri e un bunker leggermente defilato rispetto alla pista. Intorno alla mezzanotte del 13, pervenne l' ordine di raggiungere Santo Pietro per salire sugli autocarri germanici e filarsela assieme ai camerati. All' improvviso scoppiò l' inferno attorno al bunker presidiato da quattro tedeschi e da quattro italiani del 122° reggimento. Era sopraggiunta una colonna nemica. Il gruppo di De Roit finì in mezzo alla tempesta di fuoco. I difensori si arresero. Italiani e tedeschi furono depredati di portafogli, collanine, ciondoli, orologi, anche se di modesto valore come il Meda di De Roit. Rimasero in mutande. Camminando a piedi nudi su stoppie e rovi furono portati fino allo spiazzo accanto al sughereto. Ricevettero l' ordine di scavare una fossa e di mettersi in fila per due. Poi "Un negro dalla faccia brutta - scandisce De Roit - impugnò il parabellum e cominciò a sparare al petto dei primi due, che erano tedeschi. Dopo ammazzò gli altri due tedeschi. Il primo italiano a cadere fu il caporale Luigi Giraldi di Brescia. Ne caddero tanti di bresciani: Attilio Bonariva, Santo Monteverdi, Leone Pontara, Battista Piardi, Gottardo Toninelli, Pietro Vaccari, Mario Zani, Celestino Bressanini. Cadde il mio compaesano Aldo Capitanio. Cadde il bello della compagnia, il magazziniere Angelo Fasolo di Camin, nel padovano. Cadde Salvatore Campailla, che era un siciliano, ma faceva il postino a Nervi. Cadde Sante Zogno di Lodi. A quel punto io urlai: "Tusi, scapemo"(ragazzi, scappiamo). Mi lanciai verso il fiume con Silvio Quaiotto ed Elio Bergamo di Ancona. Quelle bestie non se l' aspettavano. Guadagnammo metri preziosi, sentimmo alle nostre spalle che in parecchi si erano messi a sparare: abbatterono i nostri compagni, quindi vennero a cercarci. Noi stavamo acquattati nell' acqua. Io e Quaiotto ci mettemmo sotto un groviglio di arbusti, mentre vidi che Bergamo aveva la testa di fuori. Le bestie tirarono alcune sventagliate di mitra. Capii che andavano a prendere il lanciafiamme. Mi diressi verso la riva opposta. Non mi videro. Trovai rifugio nel fossato sotto un albero di prugne. Giunse anche Quaiotto. Era completamente sotto choc, non faceva altro che toccare il rosario attorno al collo. Al momento di andarsene le bestie incendiarono il terreno attorno al fiumiciattolo. Alle 11 era tutto finito. Bergamo non lo vedemmo più. So soltanto che a casa sua non è mai arrivato". Bergamo era stato ucciso sotto gli occhi di Giacomo Lo Nigro. Aveva diciassette anni, abitava di fronte al bunker. Richiamato dalle raffiche, aveva assistito al breve scontro, alla fucilazione, alla fuga dei tre, alla scarica che aveva freddato Bergamo nel fiume. Lo Nigro è stato rintracciato nel 2000 dal professor Maggian, durante un seminario presso l' istituto Sturzo di Caltagirone. Lo ha fatto parlare al telefono con lo zio. Assieme hanno rivissuto il salvataggio di quei giorni: le prugne divorate per placare la fame, la notte trascorsa in un vigneto, il riparo nella stalla dei Verdone, il pane e il formaggio inviati dalla signora Verdone con il figlio. De Roit e Quaiotto furono accolti dai fratelli Giuseppe e Totò Spadaro, in seguito De Roit si trasferì nel feudo Cucuzza, amministrato da Francesco Signorelli. Qui aspettò la fine della guerra, ricambiando l' ospitalità con la sua abilità da falegname. Ritornò a Santa Maria di Camisano, in provincia di Vicenza, perché una ragazza l' aspettava dal 1939. Alfio Caruso Il superstite del massacro Virginio De Roit (nella foto), soldato di stanza in Sicilia nel luglio 1943, sopravvisse fortunosamente a un massacro di prigionieri inermi compiuto da truppe americane appena sbarcate. Sulle atrocità degli alleati nell' isola, a lungo trascurate o addirittura ignorate dalla storiografia, il Corriere ha pubblicato un' ampia ricostruzione in due puntate di Gianluca Di Feo il 23 e il 24 giugno.