ZARA: Bombardamenti - Esodo e foibe, la vergogna dell'Istria


- di Paolo Simoncelli. Domenica scorsa su queste pagine lo stilista Ottavio Missoni ha ricordato la sua Zara, e la relativa voce dell'Enciclopedia italiana che dava la città per rasa al suolo "inspiegabilmente" da 54 bombardamenti alleati; spiegazione semplicissima: Tito voleva l'abrasione materiale d'una città incontestabilmente italiana.Basti pensare alla motivazione della medaglia d'oro alla città di Zara: vi si legge di "resistenza" (ai tedeschi!) e di bombardamenti aerei che hanno devastato la città "più di ogni altro capoluogo di provincia del nostro Paese", tacendo opportunamente della nazionalità dei bombardieri, inducendo al sospetto, indotto dalla precedente azione di "resistenza", che possano essere stati tedeschi. È da circostanze come queste che le rievocazioni, altrimenti retoriche e barocche, trovano una ragione. Il 10 febbraio prossimo saranno 60 anni dalla firma imposta all'Italia del trattato di pace di Parigi. Imposta, abbiamo detto. È sintomatica oggi la distanza emotiva collettiva da quelle angosciose decisioni. De Gasperi nel famoso discorso del 10 agosto '46 alla "Conferenza dei ventuno" accusò esplicitamente gli alleati di ferire nel profondo la coscienza nazionale italiana e, consentendo agli jugoslavi di occupare "l'81% del territorio della Venezia Giulia", di provocare l'espulsione in massa dei cittadini italiani istriani e giuliano-dalmati. La soluzione punitiva che si avvicinava, sconfessava tutta la politica italiana della "cobelligeranza" e della "resistenza". Patetico che Saragat chiedesse di mettere "in rilievo l'attività degli antifascisti in Italia e all'estero"; De Gasperi pensava piuttosto "a chiedere il plebiscito" (come suggerito anche dal vescovo di Trieste, monsignor Santin). Tutto vano. Tanto da profilare perfino l'ipotesi di non firmare il trattato di pace essendo evidenti, scriveva da Mosca l'ambasciatore Quaroni, "le ingiustizie concrete a nostro riguardo" e la violazione dei "principi stessi per cui l'America era entrata in guerra"; poche settimane dopo Quaroni doveva tuttavia ricordare a Nenni ministro degli Esteri il diktat giuridico imposto dai vincitori: "l'Italia avendo capitolato senza condizioni (…) si è esplicitamente impegnata ad accettare tutte le condizioni che le sarebbero state imposte dai vincitori". Cioè l'esodo dopo le foibe. Ma non ci fu solo volontà punitiva. Ci fu anche da parte alleata un machiavellismo vergognoso: pochi giorni prima della fine della guerra, l'ambasciatore a Washington, Tarchiani, scriveva a De Gasperi della "non eccessiva apprensione alleata" per una ormai prossima "occupazione permanente jugoslava di Trieste, giocando su un tale elemento come fonte d'irriconciliabile inimicizia tra Italia e Russia, e quindi come antidoto ad una bolscevizzazione del nostro paese, assai temuta qui e a Londra". In conclusione alle foibe carsiche, agli esodi, alle devastazioni, si sono aggiunte, accettate vergognosamente, le foibe dell'opportunismo politico che dovevano rendere le generazioni italiane del dopoguerra esuli anch'esse, ma dalla memoria. Tratto da "Avvenire" del 31 gennaio 2007. Fonte: Novecento - 31 gennaio 2007.