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APRILE - INIZIA LA MATTANZA - L'ASSASSINIO
DEL DUCE
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In
quei giorni di follia, di profondo buio e
di caos morale, un Uomo, un solo Uomo al mondo,
un giornalista, ebbe il coraggio e l'onestà
di scrivere un articolo sensato ed equilibrato
su Mussolini che conosceva da anni e che aveva
frequentato per motivi professionali.
LA
MORTE DEL DUCE
( di Paul Gentizon: "LE MOIS SWISSE"
N. 74 del Maggio 1945)
L'Italia
ha vissuto uno dei giorni più oscuri
della sua storia millenaria. Dopo una carriera
folgorante, alla fine di una guerra sfortunata,
il Condottiero che dal 1920 era apparso come
il simbolo vivente delle aspirazioni più
profonde del popolo italiano, Mussolini, ha
subito una atroce fine.
Tuttavia, l'intera sua vita non è stata
che un tentativo commovente e tragico di risvegliare
le vittorie romane, di rifare dell'Italia
una grande potenza. Spesso, allorché
si rivolgeva alla gioventù italiana,
nell'intento di entusiasmarla, Mussolini amava
porre la domanda: "Non è preferibile
morire in un assalto piuttosto che soccombere
per malattia?". Infatti egli non si augurava
d'agonizzare tra due lenzuola. Egli sarebbe
voluto morire sulla barricata o, meglio ancora,
in una nube nel cielo della gloria. Ma le
figlie dell'Ade, le Parche, padrone del destino
degli uomini, gli hanno rifiutato il trattamento
proporzionato alla sua vita eccezionale: una
morte degna di lui.
Dopo aver voluto tante volte forzare il destino
per guadagnarsi il privilegio di morire da
Eroe, egli è caduto da Martire.
E' morto per la difesa del suo ideale e della
sua fede politica. E' morto per l'Italia.
Non è mai stato un debole nel quadro
della sua azione civile, militare e patriottica.
Non ha mai disperato. Fino alla fine è
stato eroico e leale. Nel luglio del 1943,
malgrado fosse duramente colpito dall'ingiustizia
e dalla debolezza degli uomini, egli non si
è mai lasciato andare. Dal giorno successivo
alla liberazione, malgrado la situazione dolorosa
e caotica, egli si è rimesso al lavoro.
Ha ripreso il suo sforzo sovrumano per la
salvezza e la resurrezione dell'Italia. In
qualche settimana ha ricostruito un governo,
una amministrazione, rifatta la struttura
di un partito, costituito la base di un nuovo
esercito, raddrizzato lo stato. Ma non è
dipeso da lui che la terra dei suoi padri
fosse salvata. Egli donò tutte le sue
forze, tutto il suo cuore al suo paese. Gli
ha donato la sua vita. Lottò fino alla
fine per mantenere all'Italia il diritto di
riprendere nel mondo il posto d'onore e di
gloria conquistato a varie riprese, nel corso
dei secoli, col sacrificio e col sangue degli
antenati.
Egli personificò, fino all'ultimo istante,
le speranze e la fortuna della Patria. La
sua morte drammatica serve ancora l'ideale
della sua vita.
Numerosi europei, che l'hanno ammirato, hanno
appreso con tristezza la sua sparizione. Molti,
presi da profondo dolore, l'hanno pianto.
Oggi essi non possono fare altro che onorarlo
nelle loro preghiere e testimoniare in suo
favore con la fedeltà del ricordo.
Per vari aspetti Mussolini era affascinante.
Per anni tutti gli stranieri di rilievo che
vennero a Roma non avevano altro interesse
che avvicinare l'Uomo che, in condizioni estremamente
difficili dopo parecchi anni di anarchia e
di caos, era riuscito a rimettere ordine e
ritmo all'intera vita dell'Italia moderna.
Lo si assediava. Erano decine, ogni giorno,
le richieste di ricevimento che dovevano essere
rifiutate. D'altra parte le udienze erano
brevissime. E alla fine, la maggioranza di
coloro che l'avvicinavano, nel corso del loro
soggiorno sulle rive del Tevere, non avevano
il tempo né di comprenderlo, né
di interpretarlo. Spesso non ne riportavano
che un'immagine errata. Così che una
leggenda aveva finito col diffondersi: quella
del dittatore massiccio, dalle spalle quadrate,
il volto duro, dominatore e deciso. Non so
quale giornalista gli riconobbe anche: "la
testa classica del tiranno". Certamente
egli recava su di se il segno della sua forza
e della sua grandezza. E' per questo che egli
esercitava spesso, su coloro che l'avvicinavano,
un vero fenomeno di suggestione. L'Uomo di
Stato, il Condottiero impediva di vedere il
vero Mussolini. Perché, nel fondo,
l'animava un vero impulso di umanità.
Tutti coloro che ebbero la possibilità
di avvicinarlo in maniera costante possono
testimoniarlo.
Nato in un piccolo villaggio, figlio di un
fabbro, egli rimase per tutta la vita semplice
e sensibile. Non era maturato in città.
Non aveva niente del borghese, del raffinato.
Sdegnoso di ogni ricchezza è sempre
vissuto modestamente. Condotto quasi direttamente
dal villaggio natale al posto che occupava,
egli aveva conservata intatta non solo la
sua semplicità naturale, ma la sua
freschezza di impressione campagnola e primitiva.
Durante la vita conservò una viva simpatia
per gli umili, per i contadini e per i lavoratori.
Non appena si trovava in mezzo agli operai
parlava volentieri con loro. Noi l'abbiamo
visto nelle paludi Pontine intrattenersi faccia
a faccia con un vecchio agricoltore, sulla
spalla del quale egli posava familiarmente
la mano.
Coloro i quali vogliono ad ogni costo raffigurarlo
come un essere intrattabile, rude, duro come
il granito si ingannano completamente.
LA
SUA UMANITA'
Nel 1932, all'epoca del suo primo viaggio
a Genova, quando l'incrociatore sul quale
si trovava, entrando nel golfo si avvicinò
alla città, allorché gli equipaggi
delle navi nel porto e la gente ammassata
a centinaia di migliaia sulla banchina, sui
tetti e le colline lo salutarono in un radioso
mattino con acclamazioni trionfali, nello
sventolio delle bandiere e al suono delle
campane di tutte le chiese, allora coloro
che lo attorniavano videro le lacrime, una
ad una, solcare lentamente le sue gote....Mussolini
piangeva apertamente alla maniera antica senza
il falso pudore di voler dissimulare il suo
turbamento. Ugualmente quando "Horazio"
fu rappresentato al Foro, i versi immortali
di Corneille lo costrinsero più volte
a portare la mano alle palpebre.
Il potere non lo logorò per niente.
Per tutta la vita egli conservò intatta
la sua spontaneità emotiva.
Non si possono enumerare i suoi atti di bontà.
Questi comprendono anche i suoi vecchi avversari.
Più volte egli fece aiutare vecchi
socialisti caduti in miseria. Si contano a
migliaia gli scrittori e artisti ai quali,
con i più ingegnosi mezzi, egli assicurò
una vita decente. La moderazione e la dignità
ispirarono il più piccolo dei suoi
atti.
Quando fu liberato, al Gran Sasso, da una
squadra di paracadutisti, il loro capo, Skorzeny,
gli domandò cosa doveva fare degli
uomini incaricati della sua custodia ed egli
rispose in tutta tranquillità: "Lasciateli
andare...!".
Se la clemenza fosse dipesa solo da lui, nessun
membro del Gran Consiglio sarebbe stato fucilato.
A dispetto di una assurda diceria, egli fu
sempre d'una tolleranza rara nei confronti
dell'opposizione intellettuale. I suoi nemici
più acerrimi devono essi stessi riconoscere
la sua politica di clemenza e di generosità.
Allorché egli divenne il Capo della
Repubblica Sociale Italiana e dovette affrontare
la "resistenza" tante volte egli
perdonò ai partigiani. La Storia riconoscerà
la sua grandezza d'animo.
LE CONSEGUENZE DEL 25 LUGLIO
"Una
cosa mi pare certa: Il bilancio della dittatura
mussoliniana è terribilmente deficitario".
Così si esprime un nostro amico in
una lettera indirizzataci all'indomani della
morte di Mussolini. Noi non crediamo che la
Storia possa ratificare questo giudizio. Per
il momento non è del bilancio della
dittatura mussoliniana che si tratta, ma del
bilancio del colpo di stato di Badoglio.
Dopo questa guerra l'Italia perderà
non solamente l'Africa Orientale e la Libia,
ma anche il Dodecanneso, la Dalmazia, Fiume
e probabilmente l'Istria, Trieste e Gorizia
sulle quali si stende già la mano iugoslava
e panslava. Ma ciascuno deve riconoscere che
se non si fosse verificato il colpo di stato
del 25 luglio 1943, il disastro nazionale
e forse anche la catastrofe dell'Asse avrebbero
potuto essere risparmiati. Il popolo italiano
non avrebbe evitato solamente il suo calvario
attuale ma anche il disfacimento totale delle
sue forze armate, la disgregazione dello stato
e soprattutto la guerra fratricida. Il disastro
italiano attuale non è quindi il bilancio
del fascismo. E' quello dell'antifascismo.
Ma si dirà che, se l'Italia fascista
non fosse entrata in guerra, tutto ciò
non sarebbe accaduto. "A Mussolini sarebbe
stato vantaggioso non muoversi" ci scrive
una penna israelita. Evidentemente l'Italia
avrebbe potuto restare neutrale in questa
guerra. Avrebbe potuto, come un piccolo stato,
rimanere fuori dalla mischia. Rimanendo non
belligerante avrebbe potuto avere dei grandi
vantaggi finanziari e commerciali. Ma Mussolini
ha giudicato che l'onore di una grande nazione
non poteva coincidere con i suoi soli profitti
materiali. L'Italia aveva già proclamato
il suo diritto vitale e impugnato davanti
alla coscienza del mondo i suoi problemi di
natalità, d'alimentazione, di espansione,
di materie prime, di lavoro, di produzione.
Confinarsi in una neutralità basata
sul profitto avrebbe significato nient'altro
che una rinuncia definitiva alle sue mete
secolari.
D'altronde si sa che cosa sono diventate,
in questa guerra, la neutralità turca,
la neutralità portoghese, la neutralità
argentina. E ciascuno di noi ha inteso, da
certe radio straniere, le minacce contro la
Spagna di Franco, compresa anche la possibilità
di una dichiarazione di guerra.
Conservando la sua neutralità, con
la sua posizione al centro del Mediterraneo,
l'Italia sarebbe stata abbassata al rango
di una piccola nazione sudamericana. Si può
dunque affermare in tutta serenità
che chiunque fosse stato al potere a Roma
nel 1940 non avrebbe impedito all'Italia d'intervenire
in un conflitto ove era in gioco la sorte
dell'Europa e dal quale doveva uscire un nuovo
equilibrio del mondo. La posizione storica
e geografica della penisola le imponeva la
lotta. O rinunciare al rango di grande potenza
e rassegnarsi a divenire per sempre un paese
di turismo e di viaggi di nozze, o rischiare
tutto, audacemente, per conquistare l'indipendenza
definitiva.
La guerra doveva dunque liberare l'Italia
da ogni soggezione e donarle un posto degno
nel mondo. "Non muoversi" avrebbe
voluto dire restare per secoli in condizione
di definitiva inferiorità politica,
economica, sociale e morale. L'errore del
fascismo è, dunque, quello di aver
tentato di fare dell'Italia una nazione libera,
grande e prospera. Mussolini ha osato... ma
cosa sarebbe diventata l'Italia se il piccolo
Piemonte, nel 1848, non avesse osato sfidare
il potente impero degli Asburgo? Nessuno ha
rimproverato allora Cavour d'avere osato "muoversi".
Certo bisognerebbe essere sempre sicuri di
vincere. Ma tutti i belligeranti, qualunque
essi siano, e soprattutto quelli che dichiarano
una guerra, sono "a priori" sempre
sicuri di farcela.
L'Italia fascista ha difeso fino alla fine
la sorte delle generazioni future della penisola.
Oggi la guerra è finita. Nondimeno
le situazioni permangono di una smisurata
grandezza. Esse possono prendere uno sviluppo
imprevisto. Cosa significherà, un domani,
per l'Inghilterra e gli Stati Uniti aver vinto
assieme alla Russia? La fine della guerra
non risolverà i problemi posti. Ne
possono nascere degli altri ancora più
terribili.
IL
BILANCIO DEL FASCISMO?
Dopo secoli di silenzio e di decadenza, l'Italia
ha nuovamente parlato ed agito. Dopo la marcia
su Roma, lungo la strada del suo destino,
pietre miliari imponenti hanno segnato, durante
quasi un quarto di secolo, i suoi sforzi e
le sue realizzazioni. Esse hanno nome: strade,
autostrade, ferrovie, canali di irrigazione,
centrali elettriche, scuole, stadi, sports,
aeroporti, porti, igiene sociale, ospedali,
sanatori, bonifiche, industrie, commerci,
espansione economica, lotta contro la malaria,
battaglia del grano, Littoria, Sabaudia, Pontinia,
Guidonia, Carta del lavoro, Collaborazione
di classe, Corporazioni, Dopolavoro, Opera
di maternità e infanzia, Carta della
Scuola, Enciclopedia, Accademia, Codici mussoliniani,
Patto del Laterano, Conciliazione, pacificazione
della Libia, Marina mercantile, Marina da
guerra, Aeronautica, Conquista dell'Abissinia.
Tutto ciò che ha fatto il Fascismo
è consegnato alla Storia. E niente
riuscirà a cancellare queste prove
sorprendenti di una volontà indomabile
di creatività e di ricostruzione.
In politica estera, nel 1932, a Ginevra, viene
esposto il progetto mussoliniano tendente
all'abolizione dell'artiglieria pesante, dei
carri armati, delle navi da guerra di linea,
dei sottomarini, degli aerei da bombardamento.
Nel 1933 una nuova proposta in favore della
pace: il patto a quattro, la cui accettazione
avrebbe salvato l'Europa. Qualche mese più
tardi ancora un suggerimento per la tregua
immediata degli armamenti. Nel 1934 l'esposizione
di un nuovo sistema di pacificazione del nostro
continente. Lo stesso anno, all'inaugurazione
di Littoria, nel cuore delle paludi pontine
redente dalle loro torbe e dalle loro febbri,
la famosa dichiarazione: "Abbiamo conquistato
una nuova provincia. Abbiamo dovuto combattere,
ma questa guerra, la guerra pacifica, è
la guerra che noi preferiamo".
Nel 1935 ci sono gli accordi franco italiani
di Roma. Nel 1938 c'è il Gentlemen's
Agreement con l'Inghilterra. Nel 1939, alla
vigilia della guerra attuale, su suggerimento
del Duce, è Monaco l'ultimo tentativo
di evitare il conflitto. Ecco ciò che
risponde la verità nuda a tutte le
deformazioni degli slogans.
Certamente Mussolini - noi ne abbiamo esposto
le ragioni - è entrato volontariamente
in guerra. Ma egli non l'ha voluta. In un
documento che presto renderemo pubblico egli
afferma con parole precise: "Nella primavera
del '39 - egli scrive in terza persona - il
cantiere italiano era in pieno fervore e Mussolini
per primo sentiva che non si doveva sfidare
troppo il destino. Egli si rendeva conto che
un lungo periodo di pace era assolutamente
necessario all'Europa in generale e all'Italia
in particolare e che la guerra, una volta
scoppiata, avrebbe interrotto tutto, compromesso
tutto e forse rovinato tutto". Nella
sua opposizione alla guerra c'erano anche
dei motivi di carattere politico e morale,
come il presentimento che la sorte dell'Europa,
come continente creatore di civiltà
era in gioco... No; Mussolini non ha voluto
la guerra. Egli non poteva volere la guerra;
egli la vedeva avvicinarsi con terribile angoscia.
Egli sentiva che essa era un punto interrogativo
per tutto l'avvenire della Patria". (1)
Il
Dio delle battaglie ha già espresso
la sua sentenza suprema.
Al termine di questa lotta gigantesca i popoli
ricchi, ben provvisti di tutti i beni della
terra, hanno sconfitto i popoli diseredati
ad alto potenziale demografico. La Germania
e l'Italia sono vinte. L'una e l'altra avevano
chiesto per il diritto alla vita ciò
che esse stimavano legittimo.
Per diritto di possesso, per egoismo naturale
e consacrato, le altre potenze glielo hanno
rifiutato. Chi ha avuto torto, chi ha avuto
ragione? Lasciamo ai posteri l'ardua sentenza.
Per la penisola, l'episodio mussoliniano è
terminato. La Storia dirà un giorno
la messe di gloria raccolta, armi alla mano,
sotto il segno del Fascio. Benché abbia
dovuto lottare in condizioni estremamente
difficili, benché la superiorità
navale dell'Inghilterra abbia reso impossibili
grandi vittorie, l'Italia mussoliniana, prima
dei suoi rovesci, ha riportato dei successi
incontestabili. Le sue armate hanno condotto
le proprie insegne dalle sabbie torride della
Libia fino ai ghiacci della Russia. I suoi
cavalli si sono abbeverati nelle acque del
Guadalquivir, del Dnieper e anche delle sorgenti
del Nilo. La sua bandiera è sventolata
sull'Atlantico fino presso la Manica. Dopo
un'epica corsa lungo le rive africane, i suoi
battaglioni sono giunti fino alle porte di
Alessandria e, per la prima volta dall'antichità,
la terra dei Faraoni ha rivisto le insegne
di Roma.
Allora, nel mondo intero, la causa italiana
e fascista non mancava certo di incensatori.
Ma è bastato un solo cambio di vento
a favore dei vincitori perché immediatamente
i codardi e i pusillanimi trasportassero nel
campo avverso il loro miserabile incenso.
Ed è proprio nell'Italia stessa che
il fenomeno ha preso l'aspetto più
rivoltante.
Anche la stessa vittoria dell'altra guerra
era stata minacciata, dal 1919 al 1922, da
un gruppo di disfattisti, sabotatori e rinunciatari.
Questa volta il marcio ha preso un carattere
nazionale. L'Italia ha mollato più
per lo smarrimento dei suoi figli che per
le virtù guerriere dei suoi nemici;
è stata vinta da se stessa, per il
suo stesso disfattismo.
L'italiano ha dei difetti terribili. A fianco
delle più belle qualità: l'intelligenza
rapida e acuta, il coraggio personale, una
propensione naturale lo spinge verso lo scetticismo,
il dubbio, il minimo sforzo.
Egli è facilmente prodigo di belle
rassicurazioni, ma troppo spesso manca il
legame tra la parola, il pensiero e l'azione.
E' facilmente fazioso. Lo domina il suo interesse
personale. Non ha il culto dell'obbedienza
civica. Di più, allevato al seno dell'universalismo
cattolico, è rimasto sprovvisto per
secoli di un vero spirito militare e completamente
indifferente alla gloria del suo paese. La
verità è che, sia per il substrato
mentale del suo popolo, sia per la sua storia,
"...l'Italia non ha mai potuto diventare
una nazione come le altre".
Tuttavia la guerra avrebbe conservato fino
alla fine il suo normale atteggiamento se
il voltafaccia del Re e dello Stato Maggiore
non avesse agito come fermento di demenza
e di decomposizione. Persa la sua coesione,
stravolta la sua coscienza, il paese, nella
sua gran maggioranza, si abbandonò
al lassismo, all'indifferenza, all'incomprensione.
Esso perse il controllo dei suoi nervi.
Dimenticò che quello che era in gioco
oggi non era solamente una dottrina politica
o un sistema sociale, oppure un obiettivo
di lusso, ma l'eredità degli avi, l'avvenire
della stirpe, la terra per i figli, il pane
quotidiano, la dignità, l'onore, la
libertà, l'indipendenza nazionale.
E' per questo che il futuro rivolgerà
probabilmente un vero e proprio atto di accusa
contro i responsabili. Le generazioni a venire
li scomunicheranno per aver portato deliberatamente
il paese alla soglia della disfatta e per
avere loro interdetto, forse per secoli, il
ritorno degno e libero sul campo della grande
Storia.
Ma se c'è è un nome che, in
tutto questo dramma, resterà puro e
immacolato, sarà quello di Mussolini.
In tutte le circostanze e nell'avversità
più atroce il Duce è rimasto
d'una fermezza inconcussa. Egli non ha commesso
alcuna mancanza. Fino davanti alla morte è
rimasto fedele al suo onore: non ha capitolato.
E' per questo che, senza parlare dei Suoi
fedeli, gli stessi avversari - se hanno conservato
nel cuore la nozione dell'umana nobiltà
- non possono che inchinarsi davanti alla
sua Tomba in rispetto e ammirazione. In Svizzera,
soprattutto, la sua morte deve risuonare dolorosamente
nel cuore di tutti coloro che si ricordano
quanto quest' Uomo amasse il nostro paese,
al punto che più volte la sua voce
si è levata in nostro favore e nelle
ore di angoscia egli si è posto fraternamente
al nostro fianco. Nel momento del successo
e della gloria le nostre autorità lo
hanno nominato "dottore honoris causa"
dell'Università di Losanna, e gli è
stato offerto durante una solenne manifestazione,
una copia del busto di Marco Aurelio rinvenuto
in terra d'Avenches. Una pubblicazione ufficiale,
il Dizionario Storico e Biografico della Svizzera,
lo cita pure, a fianco di Romain Rolland,
tra gli stranieri che hanno onorato il nostro
paese. Possiamo dunque anche noi, in quest'ora
dolorosa, senza alcuna riserva, indirizzare
un pensiero commosso al ricordo di questo
grande Uomo di pensiero e di azione. Egli
ha orribilmente sofferto. E' stato tradito
dai suoi: gli stessi che lo avevano esaltato
e che marciavano all'ombra della sua gloria,
l' hanno venduto per trenta denari. Tra milioni
e milioni di suoi compatrioti, ai quali aveva
reso l'orgoglio di essere italiani, neanche
uno solo si è trovato là , nell'ora
suprema, per coprirlo piamente col sudario
e chiudergli gli occhi. E' sorte dei grandi
Uomini di essere crocifissi, pugnalati, gettati
sulle isole deserte. Egli fu tra i più
grandi. Dominò dall'alto tutti coloro
che lo circondavano. Egli fu più grande
dell'Italia e ha tentato di sollevarla al
di sopra di se stessa, di alzarla al livello
dei più grandi imperi. Ma né
i polmoni né il cuore dei suoi compatrioti
furono abbastanza solidi. La debolezza dell'Italia
ha paralizzato la forza e lo slancio del suo
Condottiero.
Se avesse vinto questa guerra, sarebbe stato
consacrato genio universale e divino e la
sua Patria, malgrado le sue numerose ferite,
avrebbe ritrovato non solamente la sua piena
integrità territoriale e il suo impero,
ma l'alone di gloria che l'ha circondata nell'antichità.
Vinto, egli è destinato allo spregio
e le radio del mondo intero lo proclamano
Anticristo, Lucifero o Cesare da Carnevale.
Come Napoleone alla sua morte. Ma il tempo
rimette ogni cosa al giusto posto. La Storia
non potrà vilipendere la sua memoria
e gli renderà giustizia. Il suo sangue
non sarà sparso invano. Più
di ogni altro è quello dei martiri
che feconda la vita dei popoli. In vita Mussolini
aveva già la sua leggenda; essa ingrandirà.
Mai, dopo il Rinascimento, l'Italia ha palpitato
tanto di vitalità quanto durante il
grande periodo del Duce.
Nelle istituzioni, nei codici mussoliniani
c'era come il fremito di un mondo nuovo. Poi,
dalle Alpi al Nilo, dalla Spagna al Volga,
il sangue ardente dei soldati italiani inondò
questa terra. Nell'aria brillava un sole di
gloria. Ebbene, qualunque cosa avvenga, questo
passato non morirà. Il fermento che
egli ha riversato non solamente nelle vene
italiane, ma nelle arterie del mondo, continuerà
a ribollire. Ai popoli in agitazione egli
ha indicato una delle strade della salvezza.
La disfatta fa retrocedere nel cammino percorso.
Altri, più tardi, riprenderanno questa
grande via maestra, la via Appia della Storia.
Innumerevoli frutti sorgeranno dalla sua esperienza,
dalla sua fede, dal suo martirio. Un giorno
Mussolini diverrà immagine e idea:
egli ha conosciuto il trionfo e ha conosciuto
le avversità. Ha raggiunto la fama.
Continuerà a vivere negli spiriti.
Gli si domanderanno esempi, lezioni, una dottrina.
Il prestigio del suo nome resterà intatto.
Rimarrà uno dei più grandi artefici
della trasformazione dell'Europa e del mondo.
Egli apparirà nei secoli futuri come
una delle forze rivoluzionarie più
efficaci della Storia.
NOTA
- W.Churchill, nel gennaio 1927, dichiarò:
"Il vostro movimento ha reso un
servizio al mondo intero. sembra che ciò
che caratterizza tutte le rivoluzioni sia
una progressione costante verso la sinistra,
una sorta di slittamento inevitabile verso
l'abisso. L'Italia ha dimostrato che esiste
un mezzo per combattere le forze sovversive
che possono ingannare le masse popolari e
che queste, ben condotte, possono apprezzare
il valore di una società civilizzata
e difenderne l'onore e la stabilità.
E' l'Italia che ci ha dato l'antidoto necessario
contro il veleno rosso".
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