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I
campi di concentramento di Roosevelt
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Lattacco
giapponese a Pearl Harbor provocò unondata
di panico negli Stati Uniti. ll 9 dicembre
1941 i più importanti quotidiani statunitensi
annunciarono con titoli a piena pagina che
aerei giapponesi erano stati avvistati nei
pressi della costa californiana e che avevano
sorvolato, durante la notte, anche San Francisco.
Il generale John De Witt, comandante della
IV Armata, confermò la notizia, dichiarando
che gli aerei erano decollati da una portaerei
distante 500 o 600 miglia dalla costa.
Il generale non perse loccasione per
lanciarsi in una dura critica nei confronti
di quei cittadini che non avevano spento le
luci delle loro case quando era suonato lallarme,
offrendo ai presunti aerei nipponici un ideale
punto di riferimento: anche James Johnston,
direttore del penitenziario di Alcatraz, ricevette
una telefonata da parte di De Witt perché
la prigione era rimasta illuminata, ma la
risposta, in perfetto stile burocratico, fu
che Alcatraz era unistituzione federale
e quindi aveva bisogno di un ordine del governo
per spegnere le luci.
Listeria raggiunse ben presto il livello
di guardia, e l11 dicembre si sparse
addirittura la notizia che una flotta giapponese
composta da quattro portaerei, quattro corazzate,
otto cacciatorpediniere e alcuni sommergibili
si trovava a sole 160 miglia da San Francisco.
Inevitabilmente, questo clima di tensione
portò a tutta una serie di reazioni
contro i giapponesi che vivevano, a volte
da decenni, in America e contro gli stessi
cittadini statunitensi di origine nipponica.
Nel Paese si trovavano infatti sia i cosiddetti
Nisei (cittadini statunitensi
di origine nipponica) che Issei
(Giapponesi che vivevano negli Stati Uniti
da un tempo più o meno lungo pur non
avendo, spesso per ragioni indipendenti dalla
loro volontà, ottenuto la cittadinanza
USA).
Del resto, già negli anni precedenti
numerosi politici, militari e semplici cittadini
avevano dimostrato una profonda diffidenza
nei confronti degli Asiatici: nel 1882 il
Congresso aveva varato una legge che limitava
fortemente limmigrazione dalla Cina,
e nella prima metà del Ventesimo secolo
i Giapponesi furono privati della possibilità
di ottenere la cittadinanza americana.
Di conseguenza il Johnson-Reed Act del 1924,
che vietava lingresso negli USA coloro
che non potevano ottenere la relativa cittadinanza,
chiuse definitivamente le porte ai nipponici.
Nel maggio del 1912 Woodrow Wilson, allora
candidato alla Presidenza, si disse favorevole
ad una politica di esclusione
nei confronti degli immigrati asiatici, ritenuti
incapaci di inserirsi nel contesto della nazione.
Non sorprendono, quindi, gli atti ostili che,
allo scoppio della guerra, furono registrati
nei confronti di coloro che apparivano come
i nuovi nemici del popolo americano.
NellUtah furono arrestati due dodicenni
che avevano incendiato la casa di una famiglia
di origine giapponese: i giovani incendiari
dichiararono allo sceriffo che avevano compiuto
il gesto per dimostrare il loro patriottismo.
Numerosi negozi diedero alle fiamme i prodotti
made in Japan, e a New Orleans
la Chiesa Battista del Sole Nascente
decise di cambiare il proprio nome in Chiesa
Battista Pentecostale per evitare qualsiasi
riferimento allodiata bandiera nemica.
In alcuni Stati furono diffuse delle sinistre
licenze di caccia al giapponese,
e in qualche negozio di barbiere fece la comparsa
un cartello che annunciava Barba gratis
per i Giapponesi - Non ci assumiamo nessuna
responsabilità per eventuali incidenti.
Le aggressioni nei confronti di coloro che
avevano la pelle gialla si fecero sempre più
frequenti, tanto che i Cinesi presero labitudine
di uscire di casa con un cartello appeso alla
giacca che indicava la loro nazionalità,
per evitare brutte esperienze.
Anche le autorità diedero prova di
uno zelo degno di miglior causa, e l8
dicembre a Norfolk, in Virginia, lFBI
arrestò tutte le persone di origine
giapponese su cui riuscì a mettere
le mani.
A Los Angeles si superarono invece i limiti
del ridicolo quando furono arrestati i componenti
di una squadra di baseball che aveva la colpa
di chiamarsi L.A. Nippon.
La situazione era resa particolarmente difficile
da pregiudizi diffusi a tutti i lielli, tanto
che il Segretario alla Guerra Henry L. Stimson
dichiarò che le caratteristiche razziali
dei Giapponesi rendevano impossibile non solo
un accordo ma anche qualsiasi possibilità
di comprensione.
La tensione non scese nemmeno quando il rapporto
Munson, realizzato per ordine di Roosevelt
alla fine del 1941, chiarì che non
esisteva un reale problema giapponese:
Nisei e Issei, tranne poche eccezioni, erano
fedeli al governo degli Stati Uniti, e ben
difficilmente avrebbero compiuto atti di sabotaggio.
Nonostante le conclusioni rassicuranti di
questo rapporto, nel febbraio 1942 il generale
De Witt chiese a Stimson lautorizzazione
ad evacuare tutte le persone di origine giapponese
dalla Costa Occidentale, e il giorno 19 il
presidente Roosevelt firmò lOrdine
Esecutivo 9066, che consentiva allesercito
di creare delle aree militari
dalle quali escludere tutti coloro che, per
qualunque motivo, potevano essere ritenuti
pericolosi per la sicurezza nazionale.
Lidea non era nuova, visto che già
il 15 dicembre 1941 il deputato John Rankin
aveva dichiarato al Congresso che, a suo parere,
tutti i Giapponesi che vivevano negli Stati
Uniti dovevano essere chiusi in campi di concentramento.
Del resto non era mancato chi si era espresso
in modo ancora più drastico, come il
governatore del Wyoming Nels Smith che aveva
minacciato di impiccare tutti i Giapponesi.
Le operazioni di trasferimento si svolsero
con rapidità, e a partire dal mese
di marzo del 1942 120.000 persone di origine
giapponese, indipendentemente dal fatto che
avessero la cittadinanza statunitense o fossero
stranieri, furono evacuate in zone ritenute
sicure.
Tutti costoro furono costretti ad abbandonare
o svendere ciò che possedevano, e molti
americani fecero affari doro comprando
per pochi soldi le proprietà di chi
fino a qualche giorno prima era stato un vicino
di casa. Un piccolo numero di americani di
origine giapponese tentò di opporsi
al trasferimento forzato facendo ricorso al
sistema giudiziario, e uno di essi, Gordon
Hirabayashi, studente allUniversità
di Washington, dopo essere stato arrestato
riuscì a far valere le sue ragioni
davanti alla Corte Suprema.
LOrdine Esecutivo 9066 rimase però
in vigore, e fu applicato senza esitazioni.
Lamministrazione americana chiese anche
ai Paesi dellAmerica Latina di internare
i Giapponesi, ottenendo la consegna di oltre
2.000 persone. La situazione di coloro che
vivevano nelle isole Hawaii ed erano di origine
giapponese fu invece migliore: in questo caso
furono internati soltanto coloro che, per
ragioni oggettive, erano considerati potenzialmente
pericolosi, vale a dire circa millecinquecento
persone su centocinquantamila. In questo caso
sarebbe stato infatti molto difficile, per
non dire impossibile, fare a meno di una quota
di popolazione così elevata.
La maggioranza degli internati erano cittadini
statunitensi e si sentivano tali a tutti gli
effetti: non sopportavano quindi lumiliazione
di essere considerati nemici, tanto più
che le condizioni di vita nei campi di raccolta
erano spesso molto difficili. Intere famiglie
vivevano in stanzoni di sei metri per sette,
senza servizi igienici, mobili né acqua
corrente, e qualsiasi forma di comunicazione,
interna o esterna, era severamente controllata:
la posta era censurata, la lingua giapponese
vietata in qualsiasi tipo di riunione e i
servizi religiosi fortemente limitati.
I campi si trovavano in zone isolate o nel
mezzo di veri e propri deserti, circondati
da barriere di filo spinato e sorvegliati
da guardie armate.
Il cibo, sia in quantità che in qualità,
variava da un campo allaltro, ma soprattutto
nei primi tempi consisteva soprattutto in
verdure conservate, sardine e riso. Ben presto,
gli internati furono costretti a produrre
direttamente la maggior parte del cibo che
consumavano, e alla fine del 1943 una statistica
ufficiale confermò che la produzione
dei campi copriva l85% del fabbisogno
di verdure.
Anche il comportamento dei sorveglianti variava
a seconda dei casi, ma in diversi casi sconfinava
nella brutalità. In almeno un caso,
il personale del campo usò addirittura
le mazze da baseball per punire gli internati:
un ufficiale del servizio di sicurezza del
campo di Tule Lake descrisse in maniera cruda
lepisodio: Nessuno dei tre giapponesi
era privo di sensi, anche se tutti barcollavano,
soprattutto uno che era stato colpito con
una mazza da baseball. Li facemmo camminare
fino alledificio dellamministrazione
(dove) ordinammo loro di stendersi a terra.
Rifiutarono di farlo, e così ne stesi
uno con un pugno (
).
Laltro ufficiale colpì ancora
il suo Giapponese sulla testa con una mazza
da baseball.
E interessante notare come i prigionieri
tedeschi raccolti in un campo a poche miglia
da Tule Lake godessero di maggiore libertà
e di un trattamento sostanzialmente migliore.
Non mancarono naturalmente le proteste, e
il primo caso eclatante si verificò
nel novembre del 1942 nel campo di Poston,
in Arizona, quando una folla di duemilacinquecento
persone chiese il rilascio di due internati,
arrestati con laccusa di aver aggredito
un uomo che passava informazioni al servizio
di sorveglianza.
Le autorità respinsero la richiesta,
e il giorno seguente gli internati iniziarono
uno sciopero generale che durò fino
a quando il comandante del campo accettò
di rilasciare uno degli arrestati. Laltro
fu liberato dopo il processo. Più gravi
furono gli incidenti che si verificarono a
dicembre nel campo di Manzanar, in California:
anche in questo caso le autorità avevano
arrestato alcuni uomini accusati di aver aggredito
un informatore, ma quando una folla di circa
tremila persone si raccolse davanti alla prigione,
i soldati aprirono il fuoco.
Due internati furono uccisi e una decina feriti,
e il giorno seguente la polizia arrestò
i capi della protesta e li inviò nel
campo di isolamento di Moab, nellUtah.
Inoltre, Manzanar fu posto sotto i rigori
della legge marziale per oltre un mese. Un
altro episodio si verificò nella primavera
del 1943, quando un uomo anziano fu ucciso
nel campo di Topaz da una sentinella perché
si era avvicinato troppo alla barriera di
filo spinato.
Nel febbraio del 1943 lesercito decise
di valutare la possibilità di arruolare
gli internati, sottoponendo a tutti coloro
che rientravano nei limiti di età previsti
un questionario.
Particolarmente significativa era la domanda
numero 28: Siete disposti a difendere
lealmente gli Stati Uniti dAmerica da
qualunque attacco, e a rifiutare qualsiasi
forma di collaborazione con lImpero
giapponese o con ogni altro governo straniero
od organizzazione di altro tipo?.
Coloro che risposero sì
furono 68.018 su 77.957, vale a dire l87%,
e in totale circa 33.000 Nisei prestarono
servizio nelle forze armate americane durante
la guerra, principalmente nel 100° battaglione
di fanteria, nel 442° reggimento e nel
Military Intelligence Service.
Fra i Nisei, che furono operativi su diversi
fronti, compreso quello italiano, ci furono
600 morti e 9.486 feriti, e il loro valore
fu riconosciuto con centinaia di decorazioni
e sette citazioni nel bollettino di guerra.
Non mancarono però le proteste, e nel
1944 alcune centinaia di Nisei si opposero
allarruolamento o rifiutarono di partecipare
alle attività addestrative: ci furono
numerosi arresti con pesanti condanne, che
in alcuni anni raggiunsero i 30 anni di carcere,
anche se alla fine del 1947 il presidente
Truman ordinò il rilascio di coloro
che erano ancora detenuti. Finalmente, il
18 dicembre 1944 la Corte Suprema dichiarò
illegale il sistema dei campi di raccolta,
e nei mesi seguenti i nippoamericani furono
rilasciati: ciascuno di loro ricevette 25
dollari e un biglietto del treno. Il ritorno
degli internati nei luoghi che avevano lasciato
oltre due anni prima fu nella maggior parte
dei casi difficile, per via dellostilità
diffusa e delle difficoltà economiche.
Molti decisero di cambiare residenza, e circa
ottomila lasciarono gli Stati Uniti.
Soltanto nellagosto del 1988, sotto
la presidenza Reagan, il Congresso approvò
il Civil Liberties Act, col quale veniva riconosciuto
il diritto ad un risarcimento simbolico di
20.000 dollari per tutti coloro che avevano
perso i loro beni o la libertà durante
la seconda guerra mondiale in seguito a decisioni
ingiuste del governo federale.
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