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Le Origini della Guerra Civile in Italia
di
Giorgio Pisanò
Chi
sparò il primo colpo della guerra civile?
Chi saldò i primi anelli della tragica
catena di odio e di sangue che doveva trascinare
gli italiani nell'orrore della guerra fratricida?
La risposta balza viva e immediata dalla cronaca
dei giorni e delle settimane che seguirono
l'armistizio dell'8 settembre 1943. Si tratta
di un periodo che giunge fino alla primavera
del 1944 e che può essere considerato
il "periodo di incubazione" della
guerra civile. Tra la fine ottobre del 1943
e i primi di marzo del 1944 la cronaca registra
infatti una lunga e spietata serie di fascisti
uccisi dalle squadre terroristiche comuniste:
a queste uccisioni fanno eco, di tanto in
tanto, le raffiche di mitra delle rappresaglie,
altrettanto spietate, compiute dai fascisti.
Rappresaglie che, quasi sempre, si abbattono
su innocenti ostaggi, rei soprattutto di essere
antifascisti.
Così incominciò
la guerra civile. Con una massiccia e ben
diretta azione terroristica decisa e attuata
dai comunisti con uno scopo ben preciso: spezzare
il clima di tranquillità e di rassegnato
attendismo che si era diffuso ovunque, dopo
l'8 settembre, nei territori controllati dal
nuovo governo di Mussolini, e che consentiva
ai fascisti di procedere indisturbati a una
rapida organizzazione del loro apparato statale
e delle loro forze armate.
Documenteremo ora la veridicità di
questa asserzione.
E lo faremo rievocando nei minimi particolari
la storia delle quattro uccisioni più
clamorose compiute dai comunisti in quel periodo:
quella di Igino Ghisellini, federale fascista
di Ferrara (14 novembre 1943); di Aldo Resega,
federale di Milano (18 dicembre 1943); di
Eugenio Facchini, federale di Bologna (25
gennaio 1944); e di Arturo Capanni, federale
di Forlì (10 febbraio 1944).
È necessario, però, per potere
valutare pienamente che cosa sia costata agli
italiani, in lacrime e sangue, l'azione terroristica
condotta dai comunisti dopo l'8 settembre,
avere davanti agli occhi un quadro preciso
della situazione che si era determinata nell'Italia
settentrionale e centrale nelle settimane
seguite all'armistizio.
I tedeschi avevano bloccato nel Sud l'avanzata
angloamericana, deportando in Germania oltre
600 mila soldati italiani e occupato saldamente
tutti i gangli vitali del nostro territorio.
Attorno a Mussolini si erano radunati oltre
un milione di fascisti. Gli italiani del centro
e del nord Italia (la RSI, inizialmente, giunse
a comprendere 65 province con un totale di
circa 40 milioni di abitanti), storditi dal
succedersi di tanti drammatici avvenimenti
cercavano solo, nella loro assoluta maggioranza,
di vivere o di sopravvivere, nella speranza
di una rapida soluzione del conflitto ormai
in pieno svolgimento sul territorio nazionale.
Quale fu, in questa realtà, l'azione
e la funzione dei partiti antifascisti? È
una domanda, questa, alla quale è necessario
rispondere con cruda sincerità se si
vuole comprendere le cause che permisero ai
comunisti di prendere l'iniziativa della lotta
e di imporre poi la loro volontà a
buona parte dello schieramento antifascista
durante l'intero periodo della guerra civile.
E la risposta è che, nei mesi successivi
all'8 settembre, e praticamente per tutto
l'inverno 1943-'44, i partiti antifascisti
non comunisti manifestarono solo molto di
rado la loro presenza attiva. La leggenda
che i 600 giorni della RSI siano stati contrassegnati
fin dall'inizio da violente, ininterrotte
rivolte popolari organizzate e guidate anche
dai partiti antifascisti non comunisti, non
trova alcuna conferma nella cronaca di quei
giorni. Fatta eccezione per gli infuocati
giorni dell'armistizio, durante i quali si
verificarono numerosi scontri tra le truppe
tedesche e isolati reparti italiani, i mesi
dell'autunno e inverno 1943-'44 registrarono
solo sporadici episodi di resistenza armata
contro i tedeschi e contro i fascisti. Ma
nessuno di questi episodi, a quello che risulta
anche dalla storiografia partigiana, fu la
conseguenza di un piano operativo dovuto alla
iniziativa di qualche partito antifascista
non comunista. A parte il fatto che di rivolte
popolari vere e proprie non se ne verificarono
mai e che a questi episodi, in definitiva,
non parteciparono complessivamente più
di 2.000 persone: e comprendiamo nel numero
anche i protagonisti delle "quattro giornate"
napoletane.
Non solo: in molte città gli esponenti
antifascisti non comunisti, animati dal sincero
sentimento di evitare alle popolazioni i lutti
e le atrocità di una guerra civile,
accolsero di buon grado (nella convinzione
tra l'altro che le truppe angloamericane non
avrebbero tardato a raggiungere il Brennero)
le proposte di tregua avanzate dagli elementi
più moderati del fascismo repubblicano.
È quindi lecito avanzare l'ipotesi
che se i comunisti non fossero intervenuti
con tutto il peso della loro organizzazione
terroristica per scardinare questa situazione
di tregua, gli italiani, molto probabilmente,
non sarebbero mai precipitati nel baratro
della lotta fratricida. La tragedia, invece,
esplose incontenibile e furono i comunisti
a provocarla.
L'armistizio
dell'8 settembre aveva trovato i comunisti,
unici tra tutti i componenti dello schieramento
antifascista, già pronti a sostenere
una lunga lotta clandestina contro i tedeschi
e i fascisti. Non solo: li aveva trovati pronti
a condurre una lotta spietata, all'ultimo
sangue, liberi da remore e sentimentalismi
di sorta. Il loro obiettivo finale, infatti,
non era tanto la restaurazione in Italia delle
libertà democratiche e, tanto meno,
la vittoria delle truppe alleate. Da fedeli
esecutori degli ordini di Mosca, essi intendevano
condurre una loro "guerra privata"
puntando esclusivamente alla realizzazione
dei presupposti necessari perché l'Italia,
a guerra finita, potesse diventare una delle
tante "repubbliche sovietiche".
Ottimi conoscitori di quella tecnica della
guerra civile da loro perfezionata in decenni
di esperienza in tante parti del mondo, i
comunisti non esitarono un solo istante ad
applicarne ferocemente i dettami, pur di frantumare
la situazione di quasi normalità stabilitasi
dopo l'8 settembre nei territori della RSI
e che non giovava assolutamente ai loro piani.
Sarebbe molto interessante illustrare nei
particolari questa tecnica della guerra civile,
ma il discorso ci porterebbe troppo lontano.
Diremo soltanto che il compito di rottura
venne affidato a esigue squadrette terroristiche,
guidate e composte molto spesso, da elementi
slavi, infiltratisi nel nostro territorio
durante i 45 giorni del governo Badoglio,
o da russi fuggiti dai campi di concentramento
nei giorni dell'armistizio. Da queste squadrette
presero vita poi i GAP (Gruppi di azione patriottica)
che furono l'elemento di punta della "guerra
privata" comunista e, in definitiva,
di tutta la lotta fratricida. Dei diciannovemila
fascisti caduti tra l'8 settembre 1943 e il
25 aprile 1945, dodicimila circa furono eliminati
dai "gappisti" in azioni individuali.
Gli obiettivi dei rossi furono i seguenti:
esasperare i fascisti, spingendoli a reazioni
sanguinose e inconsulte che avrebbero indubbiamente
coinvolto molti innocenti seminando l'odio
attorno al fascismo repubblicano; costringere
gli antifascisti non comunisti ad accettare
la lotta sul piano dello scontro armato finendo
così con l'affiancare l'iniziativa
dell'organizzazione rossa. Questa impostazione
diede i suoi frutti: i comunisti giunsero
a controllare direttamente l'80 per cento
di tutto lo schieramento partigiano e, salvo
rare eccezioni, a imporre la loro volontà
alle altre formazioni sia in campo politico
sia in campo militare.
Ed ecco, tornando alla cronaca delle settimane
che seguirono l'armistizio, in quale maniera
i rossi scatenarono
la loro "guerra privata" spalancando
sotto i piedi degli italiani l'abisso della
lotta fratricida.
L'UCCISIONE
DEL FEDERALE DI FERRARA
Nelle prime ore del mattino del 14 novembre
1943, in un fossato presso Castel d'Argile,
al confine tra la provincia di Ferrara e quella
di Bologna, venne rinvenuto il cadavere del
maggiore Igino Ghisellini che, dopo l'8 settembre,
aveva assunto il comando del fascismo repubblicano
ferrarese.
Nemmeno ventiquattro ore più tardi,
all'alba del 15 novembre, per vendicare la
morte di Ghisellini, i fascisti fucilarono
undici antifascisti ferraresi. Nove di questi
vennero uccisi nel centro della città
e due sugli spalti delle antiche mura estensi.
L'uccisione di Ghisellini e la rappresaglia
che ne seguì segnarono praticamente
l'inizio di quella spaventosa pagina di storia
che è la guerra civile italiana. Ma
proprio per questo motivo l'episodio è
stato oggetto per interi decenni di una speculazione,
alimentata dai comunisti, tendente a deformare
la realtà degli avvenimenti e la verità
storica. Si è voluto sostenere infatti
(è questa è anche la tesi esposta
nel film La lunga notte del '43) che la rappresaglia
fascista del novembre fu doppiamente criminale
perché Ghisellini non sarebbe stato
ucciso dai partigiani, ma da un fascista per
rivalità interne di partito. La verità,
invece, è ben diversa. E sono stati
gli stessi comunisti, nel 1985, a confessarla:
furono loro infatti a uccidere Ghisellini
per scatenare la rappresaglia e la guerra
civile. Ma ecco i fatti. La caduta del regime
fascista e i successivi 45 giorni badogliani
non alterarono che in minima parte la situazione
politica della provincia di Ferrara la cui
popolazione rimase sostanzialmente fedele
al fascismo. Non vi furono infatti manifestazioni
di entusiasmo e i pochi antifascisti presenti
nella zona restarono isolati quanto prima.
Il fatto è che il Ferrarese aveva sempre
costituito, fin dal lontano 1920, una delle
roccheforti del fascismo: guidato da Italo
Balbo il movimento delle camicie nere era
dilagato nella provincia e, nell'ottobre del
1922, la città estense e il suo circondario
contavano oltre diecimila squadristi e ben
sessantamila lavoratori (in gran parte braccianti)
inquadrati nei sindacati nazionali dipendenti
dal PNF. In altre parole Ferrara già
al momento della Marcia su Roma, allineava
da sola più fascisti di tutta la Lombardia.
Durante il ventennio, poi, il Ferrarese era
stato particolarmente curato dal regime: tra
l'altro, grandi opere pubbliche e di bonifica
avevano trasformato la vasta pianura. La tradizione
fascista aveva radici molto profonde nei Ferrarese
e il crollo del regime aveva suscitato nella
provincia solo un diffuso senso di incertezza
e di scontentezza. Alla capitolazione dell'8
settembre, la popolazione restò in
attesa degli avvenimenti. Non ci furono disordini.
Le truppe di stanza nel capoluogo si sbandarono
e i tedeschi occuparono la città e
i principali centri della provincia tra i
9 e il 10 settembre. Quando però le
prime pattuglie tedesche entrarono in Ferrara,
trovarono la sede della Federazione fascista,
in viale Cavour già riaperta e presidiata
da alcune camicie nere. Nei giorni immediatamente
successivi, il fascismo ferrarese ritrovò
i suoi capi nelle persone del prefetto Giovanni
Dolfin (divenuto poi segretario particolare
di Mussolini) e del console generale della
Milizia, più volte decorato al valore,
Olao Gaggioli, già federale di Ferrara
al 25 luglio 1943 e notissimo a tutti i ferraresi
per essere stato uno dei fondatori, nel 1919,
del fascismo locale.
Tra Dolfin e Gaggioli, però, non correva
buon sangue per via di vecchie ruggini maturate
prima della caduta del fascismo. Gaggioli,
infatti, quando vide Dolfin rientrare in Prefettura,
si dimise da federale, passando le consegne
al suo "vice", il maggiore Igino
Ghisellini, anche lui notissimo nel Ferrarese
non solo per le capacità professionali
(aveva tre lauree) ma anche perché,
quale volontario nel primo conflitto mondiale,
in Africa, in Spagna e nell'ultima guerra,
si era guadagnato, alla testa dei reparti
d'assalto, tre medaglie d'argento e tre di
bronzo. Ghisellini, inoltre, era stimato per
le sue doti di moderazione e di equilibrio.
In poche settimane, il fascismo ferrarese
divenne uno dei più forti e dei meglio
organizzati di tutta la RSI. A differenza
di quanto accadde in tutte le altre città
d'Italia, nelle quali si assistette allo "squagliamento"
di quasi tutti i fascisti del ventennio, a
Ferrara i vecchi fascisti aderirono nuovamente
al partito. Il fascismo repubblicano ferrarese
giunse così a contare circa quindicimila
iscritti (solo Roma, Milano, Genova e Bologna
ne ebbero di più) e oltre diecimila
giovani volontari nelle forze armate della
RSI. Tutti i fasci periferici furono riaperti.
Questo grosso successo politico fu, sotto
molti aspetti, opera di Igino Ghisellini.
Egli, infatti, dimostrò subito di perseguire
una politica di pacificazione. Chiamò
al suo fianco elementi moderati e universalmente
stimati per le loro capacità professionali;
escluse da ogni carica direttiva gli estremisti;
si oppose alle rappresaglie che i più
turbolenti tra i fascisti repubblicani volevano
compiere nei confronti degli ex camerati del
disciolto Partito fascista che non avevano
aderito alla RSI.
Pochissime furono le misure repressive messe
in atto. Una delle più clamorose fu
l'arresto, effettuato dalla Questura, di alcuni
esponenti antifascisti che, nel luglio precedente,
alla caduta di Mussolini, avevano costituito
un "fronte antifascista di unità
d'azione". Tra gli arrestati figurò
anche il procuratore dei Rè, dottor
Pasquale Colagrande, un giovane magistrato
di indiscusso valore professionale, dirigente
del Partito d'Azione.
La provincia di Ferrara trascorse così
nella calma più assoluta alcune settimane.
Ma tanta tranquillità non poteva essere
bene accetta dai comunisti. Questi ultimi,
infatti, grazie alla loro esperienza rivoluzionaria,
erano in grado di valutare l'importanza strategica
del possesso politico di una provincia come
quella di Ferrara, "serbatoio umano"
di prim'ordine con i suoi 160.000 braccianti
agricoli, ed entrarono ben presto in azione.
Evitarono, comunque, inizialmente, di apparire
per quello che realmente erano, e cioè
i meglio preparati e più organizzati
tra gli antifascisti. Attraverso il loro rappresentante
"ufficiale", Ermanno Farolfi, riuscirono
però a smuovere gli esponenti del restante
antifascismo ferrarese. Nella città
si ebbe così sentore, anche a causa
dell'imprudenza di qualche antifascista, che
era entrato in funzione un "Comitato
di liberazione nazionale" con il compito
di iniziare la lotta contro i fascisti e i
tedeschi. La notizia, naturalmente, giunse
alla Federazione fascista, sollevando reazioni
contrastanti. Gli estremisti intendevano agire
immediatamente facendo "piazza pulita".
Ma Ghisellini, che contava sull'appoggio di
tutti i suoi più diretti collaboratori,
fu di diverso avviso. Il suo scopo era e restava
quello di evitare alla città e alla
provincia i lutti di una guerra fratricida.
Volle così incontrarsi con i componenti
del CLN ferrarese. Questi ultimi, dopo lunghe
discussioni e nonostante la decisa opposizione
del rappresentante comunista, accettarono
il colloquio con il federale. L'incontro avvenne
alla fine di ottobre nello studio dell'avvocato
Mario Zanatta, del Partito d'Azione, in viale
Cavour 5. Vi parteciparono i componenti del
CLN fatta eccezione per il rappresentante
del Partito comunista. Alla luce di quanto
accadde pochi giorni più tardi, si
può senz'altro affermare che quella
riunione decise la sorte non solo di Ghisellini,
ma anche dei componenti non comunisti del
CLN. La riunione terminò infatti con
un accordo che i dirigenti del PCI non avrebbero
mai sottoscritto, poiché escludeva
in partenza la possibilità di una lotta
armata tra fascisti e antifascisti nella provincia
di Ferrara. Si trattò di un incontro
tra galantuomini, tra gente responsabile,
ancora capace di anteporre all'odio di parte
il desiderio di non spargere sangue tra fratelli.
Ghisellini e gli antifascisti non comunisti
decisero infatti che le rispettive parti si
sarebbero astenute da atti di violenza e di
guerriglia. Così facendo, i componenti
del CLN ferrarese, accettando di incontrarsi
con Ghisellini e impegnandosi a non attaccare
con le armi i fascisti, dimostrarono, al pari
di questi ultimi, di non volere la guerra
civile. L'accordo tra Ghisellini e il CLN
garantì altre giornate di tranquillità
alla provincia. Una tranquillità senz'altro
irreale, carica di tensione, ma che, in ogni
caso, non veniva rotta da colpi di rivoltella
e da raffiche di mitra.
Giunse così il 15 novembre. A Verona
era in preparazione il primo congresso del
Partito fascista repubblicano, al quale Ghisellini
avrebbe partecipato con i delegati eletti
dall'assemblea della federazione ferrarese.
Il congresso doveva iniziare la mattina del
14 novembre. La sera del 15, verso le 19,
Ghisellini salutò i suoi collaboratori
affermando che, il giorno dopo, sarebbe partito
per Verona. Poi salì sulla sua automobile,
una "1100", per raggiungere Casumaro,
un paese della provincia dove abitava da molti
anni e dove l'attendeva la moglie.
Ma a casa non arrivò mai. A questo
punto è necessario illustrare brevemente
le abitudini di Igino Ghisellini. Il federale
di Ferrara si spostava continuamente, in automobile,
per tutta la provincia, spesso da solo e sempre
in divisa. Tutte le sere, poi, si recava a
pernottare a Casumaro. Questo paese è
uno dei tanti che sorgono nella vasta pianura
ferrarese, a circa venti chilometri dal capoluogo,
a nord della strada Ferrara-Cento. Lo si raggiungeva,
allora, percorrendo una rotabile che si snodava
con moltissime curve lungo argini e canali.
Chiunque avrebbe potuto tendere facilmente
un'imboscata a Ghisellini. Ma nulla del genere
era mai avvenuto. Il federale fascista aveva
sempre percorso quella strada mattina e sera,
senza scorta e senza che gli fosse mai capitato
il minimo incidente. Numerose persone, naturalmente,
erano al corrente di queste abitudini di Ghisellini:
molti sapevano che il federale si fermava
volentieri per caricare chiunque gli chiedeva
un passaggio.
Il corpo del maggiore Ghisellini venne ritrovato
verso le dieci del mattino del 14 novembre
1943. Era riverso in un fossato, nei pressi
di Castel d'Argile, in provincia di Bologna,
a breve distanza dall'abitato di Cento e a
pochi chilometri dal confine con la provincia
di Bologna. Aveva ancora indosso la divisa:
mancavano solo gli stivali che erano stati
sottratti, nelle tasche furono rinvenuti i
documenti che il federale aveva recato con
sé lasciando la federazione la sera
precedente. Erano state rubate solo le poche
decine di lire che portava nel borsellino.
Poco lontano dal corpo, abbandonata sulla
strada, c'era la "1100". L'interno
dell'automobile portava evidenti i segni di
almeno sei pallottole ed era tutto chiazzato
di sangue. Fu subito chiaro che Ghisellini
aveva preso a bordo qualcuno lungo la strada
tra Ferrara e Casumaro: il suo assassino o
i suoi assassini. L'ipotesi che l'agguato
mortale fosse stato effettuato da più
persone era confermato dal particolare che
i colpi erano stati esplosi da un esecutore
seduto sul sedile posteriore, alle spalle
di Ghisellini. Il che lasciava supporre che
almeno un'altra persona si fosse seduta al
suo fianco. Una conferma che l'attentato era
stato portato a termine da più persone
e in territorio ferrarese è venuta
anche molti anni più tardi, nel 1988,
dalla testimonianza, che qui viene resa nota
per la prima volta, di un imprenditore di
Pieve di Cento, Giuseppe Bonazzi, allora giovane
brigadiere della GNR nella zona, che fu il
primo a ricevere la segnalazione del rinvenimento
del cadavere di Ghisellini nel fossato di
Castel d'Argile: "Ci rendemmo conto",
ci ha raccontato Bonazzi "che Ghisellini
era stato assassinato in territorio ferrarese
da più persone in divisa della milizia
fascista. Per scaricare il corpo del federale
in territorio bolognese, infatti, l'automobile
aveva dovuto superare senza alcun dubbio il
confine tra la provincia di Ferrara e quella
di Bologna, che correva, allora come oggi,
lungo il fiume Reno. E l'unico ponte della
zona che scavalcava a quei tempi il Reno,
era quello alla immediata periferia di Cento,
a meno di cinque chilometri a Nord di Castel
d'Argile. Il ponte, in quel periodo, era presidiato
costantemente da un posto di blocco della
Guardia Nazionale Repubblicana. Ebbene, quella
notte a comandare il posto di blocco c'ero
io con alcuni legionari. Ricordo benissimo
cosa accadde perché transitò
una sola automobile in tutta la notte. Ricordo
che recava a bordo almeno tre uomini in divisa
della Guardia Nazionale Repubblicana, nessuno
di noi pensò, e nemmeno sospettò,
che quei tre, o quattro, "camerati"
fossero in realtà dei terroristi comunisti,
una categoria che fino a quel momento, nel
Ferrarese, non si era mai sentita nominare,
e che, nell'automobile, magari nel bagagliaio,
ci fosse il cadavere del federale di Ferrara.
Così li salutammo e li lasciammo passare.
Solo la mattina dopo, di fronte ai resti di
Ghisellini, e soprattutto davanti alla sua
automobile che riconoscemmo per essere quella
che avevamo visto sul ponte poche ore prima,
ci rendemmo conto di quello che era successo".
Tre terroristi in divisa fascista, quindi,
e un delitto spietatamente eseguito in territorio
ferrarese: tre elementi sufficienti per indirizzare
le indagini in un senso ben preciso. Invece
si scatenò, proprio come i comunisti
avevano voluto con fredda e calcolata determinazione,
e come poi ammetteranno solo quaranta anni
dopo, una rappresaglia che ancora oggi viene
ricordata come la "lunga notte"
della città estense. La notizia giunse
a Ferrara nelle prime ore del pomeriggio del
14 novembre, portata da alcuni dirigenti fascisti
della provincia. La Federazione era già
piena di iscritti e di militi a conoscenza
del fatto che il federale, la sera prima,
non era giunto a casa. In un baleno si sparse
la voce nella città che Ghisellini
era stato assassinato. Un'ondata di sgomento
e di paura sommerse Ferrara. Tutti temevano
quello che, infatti, sarebbe poi accaduto:
e cioè che la scomparsa di Ghisellini
avrebbe lasciato campo libero agli estremisti.
Cominciò così il secondo atto
della tragedia. Indubbiamente il più
terribile. Squadre di fascisti cominciarono
a percorrere le vie della città procedendo
all'arresto degli antifascisti più
noti, mentre una delegazione partiva per Verona
per dare l'annuncio della morte di Ghisellini
al Segretario del partito. È noto cosa
accadde allorché i delegati fascisti
al primo congresso del PFR, radunati a Castelvecchio,
seppero dell'attentato. Tutti i congressisti
si alzarono urlando: "A Ferrara! A Ferrara!
Vendichiamo Ghisellini!". Allora Pavolini,
segretario del PFR, placò i clamori
informando l'assemblea che sarebbero partiti
immediatamente per la città estense
il delegato regionale per l'Emilia, professor
Franz Pagliani, e le squadre federali di Verona
e di Padova, agli ordini del console Vezzalini,
uno degli uomini più intransigenti
del fascismo repubblicano.
Pagliani e Vezzalini giunsero a Ferrara poche
ore dopo, nel tardo pomeriggio del 14 novembre.
La città sembrava in stato d'assedio.
Pochissimi civili per le strade, i portoni
delle case sbarrati. Dalla periferia, intanto,
confluivano verso il centro migliaia di fascisti,
in divisa e in borghese, provenienti anche
dalle province limitrofe. Tutti erano armati.
La tensione era al colmo, "nessuno",
ci ha raccontato un anziano sacerdote che
visse intensamente e dolorosamente quelle
tragiche ore "ebbe la freddezza e la
presenza di spirito di valutare la situazione
e di comprendere che le pallottole esplose
contro Ghisellini avevano degli obiettivi
ben precisi: rompere la tregua esistente e
spingere i fascisti a una incontrollata rappresaglia;
costringere gli antifascisti non comunisti
ad accettare la guerra civile con tutte le
sue crudeli conseguenze. Nessuno si rese conto
che la vittima e il momento erano stati scelti,
per raggiungere questi scopi, con diabolico
calcolo. Igino Ghisellini infatti, non era
solo il primo gerarca del fascismo repubblicano
che veniva ucciso; era anche il segretario
federale della città che, per il suo
alto numero di iscritti al partito, era considerata
la più fascista della RSI; ed era stato
colpito proprio alla vigilia del primo congresso",
nessuno si rese conto di tutto ciò.
Le squadre agli ordini di Vezzalini si installarono
nella sede della federazione. Era già
buio, quando venne compilata una lista di
oltre duecento antifascisti o ex fascisti
prelevati nelle loro abitazioni durante la
giornata. Era tutta gente chiaramente estranea
all'uccisione del federale: tra questi alcuni
noti professionisti assai stimati nella città.
Nelle prime ore della sera, infine si sparse
la voce per tutta Ferrara che i fascisti avrebbero
vendicato sanguinosamente la morte di Ghisellini,
fucilando numerosi ostaggi.
Cominciò così la "lunga
notte" di Ferrara, una delle più
tragiche che la città abbia vissuto
durante tutti i secoli della sua storia. "La
tensione", ci ha raccontato un testimone
"aveva raggiunto il suo apice. Sentivamo
tutti che, da un momento all'altro, sarebbe
successo qualche cosa di spaventoso. Molti
di noi temevano che le quadre fasciste procedessero
al massacro indiscriminato di tutti gli antifascisti
arrestati durante la giornata. Poi si seppe
che si era riunito un "tribunale speciale"
con il compito di vagliare le posizioni dei
singoli arrestati e tutti restarono in attesa
degli eventi che ormai precipitavano".
In realtà, un tribunale degno di questo
nome non si riunì mai. Le decisioni
furono prese dai comandanti delle squadre
d'azione e dagli elementi più estremisti.
Verso mezzanotte questo "tribunale"
emise il suo verdetto: morte per trentasette
antifascisti ferraresi. Si profilava un eccidio
di proporzioni inaudite. A questo punto, però,
intervennero Pagliani e Vezzalini, che, come
abbiamo già raccontato, erano stato
inviati a Ferrara dal segretario del Partito
fascista per assumere il controllo della situazione.
Vezzalini, che venne poi fucilato alla fine
della guerra e al quale è stata ingiustamente
attribuita l'intera responsabilità
della rappresaglia, convocò i comandanti
delle squadre che avevano emesso le condanne
dichiarando che avrebbe impedito il compiersi
di una strage indiscriminata. Pagliani, a
sua volta, bloccò ogni iniziativa nei
confronti di Olao Gaggioli, che alcuni estremisti
volevano fucilare immediatamente, accusandolo
di essere un "traditore" solo perché,
dopo l'8 settembre, si era dimesso da federale
a causa del suo vecchio antagonismo con Dolfin.
Ma gli interventi di Pagliani e Vezzalini
non riuscirono a placare i fascisti. La drammatica
discussione, che aveva per posta la vita o
la morte di decine di persone, si concluse
con un compromesso: ignorando la realtà
in campo antifascista e le vere responsabilità
nella morte del federale, fu stabilito che
la rappresaglia sarebbe stata eseguita contro
gli esponenti del "Comitato antifascista"
che avrebbero "ingannato" Ghisellini
sottoscrivendo un "patto di pacificazione"
violato con la sua morte. Il compromesso fissò
anche il numero degli ostaggi che avrebbero
dovuto essere fucilati per rappresaglia: dieci.
Il "tribunale" tornò quindi
a riunirsi per decidere le dieci condanne
a morte. "Nella sala dove erano riuniti
gli improvvisati giustizieri", ci ha
raccontato un testimone "l'atmosfera
si fece ben presto rovente. A ricordarlo oggi,
mi sembra di aver vissuto un incubo. C'era
chi voleva morto Tizio, e chi voleva morto
Caio. Qualcuno si accorse, a un tratto, che
nel "tribunale" erano completamente
assenti i dirigenti della Federazione fascista
ferrarese. "Mandateli a chiamare",
gridarono allora in molti "debbono essere
loro a fare la scelta". Alcune staffette
si mossero subito alla ricerca dei dirigenti".
"Mi vennero a chiamare a casa",
ci ha raccontato il commendator Marco Calura,
uno dei tre fascisti che Ghisellini aveva
nominato suoi vice federali. "Era notte
alta. Avevo lasciato la Federazione poche
ore prima, dopo aver fatto di tutto perché
venisse impedita la rappresaglia. Con me si
erano allontanati anche gli altri due vice
federali, Roberto Ghilardoni e Borellini,
e tutti i componenti del direttorio federale.
Non volevamo macchiarci le mani con il sangue
dei nostri concittadini. Dovetti comunque
lasciare la mia abitazione e raggiungere il
Castello Estense dove si stava decidendo la
sorte di tanta gente. Contemporaneamente a
me, giunse Ghilardoni. La scena fu breve e
terribile. Ci ingiunsero di scegliere i dieci
ostaggi da fucilare. Sia io che Ghilardoni
rifiutammo. Gridammo che quello non era un
atto di giustizia, ma un delitto. Ci buttarono
fuori dalla sala urlando: "Fate come
volete, li sceglieremo noi"". E
li scelsero, infatti, estraendone otto dagli
appunti trovati tra le carte di Ghisellini
dove il federale assassinato aveva annotato
i nomi degli esponenti antifascisti, con alcuni
dei quali aveva trattato il "patto di
pacificazione", a cominciare dall'avvocato
Mario Zanatta, nel cui studio era avvenuto
l'incontro a fine ottobre. Si compiva così,
fino in fondo, il diabolico disegno comunista.
La ritorsione alla violenza terroristica dei
gappisti ricadeva, tramite la reazione dei
fascisti all'oscuro dei retroscena nel fronte
opposto, sugli antifascisti non comunisti
contrari alla guerra civile e coinvolti loro
malgrado nella "politica della strage"
voluta e attuata solo dal PCI.
Oltre all'avvocato Zanatta vennero condannati
a morte: il senatore Emilio Arlotti, il dottor
Pasquale Colagrande, il commerciante Vittorio
Hanau e suo figlio Mario, l'avvocato Giulio
Piazzi, l'avvocato Mario Teglie, il commissionario
Alberto Vita Finzi.
La rappresaglia venne eseguita dalle squadre
veronesi e padovane. I condannati ignorarono
fino all'ultimo momento la sorte che li attendeva.
Verso le quattro del mattino li portarono
tutti nel Castello Estense. Nessuno disse
loro che stavano per essere fucilati. Poco
dopo le cinque gli otto furono invitati a
lasciare il Castello: "Dove ci portate?",
domandarono alcuni. "Vi scortiamo fino
alla piazza", fu la risposta "poi
vi lasceremo liberi". Il gruppo, circondato
da alcune decine di uomini armati, uscì
dal Castello e si incamminò lungo Corso
Roma, fiancheggiando il muretto che circonda
il fossato, diretto verso la piazza. Dopo
alcune decine di metri il gruppo si suddivise:
davanti a tutti si trovarono a camminare il
senatore Arlotti, i due Hanau e l'avvocato
Zanatta; poco più dietro il dottor
Colagrande, Piazzi, Teglie e Vita Pinzi. "La
città era immersa nella nebbia e nel
silenzio più assoluto", ci ha
raccontato un congiunto del senatore Arlotti
che riuscì a ricostruire momento per
momento la scena dell'uccisione. "Il
rumore dei passi di molte persone che si avviavano
verso la piazza mise in allarme il custode
di una banca che ha la sua sede in Corso Roma,
quasi di fronte al luogo dove avvenne l'eccidio.
Da lui ho saputo come si svolsero i fatti.
Quando il gruppetto di cui faceva parte il
senatore Arlotti giunse al termine del muro
che circonda il fossato del Castello, vicino
alla statua del Savonarola, qualcuno disse:
"Adesso potete andare, siete liberi".
Allora risuonò nitida la voce di Arlotti
che, rivolto all'avvocato Zanatta, pronunciò
in stretto dialetto ferrarese una frase, intraducibile
letteralmente, ma che significa: "Togliamoci
di mezzo al più presto, che ci è
andata ancora bene". Immediatamente dopo.
Corso Roma si riempì di raffiche di
mitra. La sparatoria durò quasi un
minuto. Poi il silenzio scese di nuovo sulla
città".
Otto trucidati sotto il Castello, uno in via
Boldini: il cameriere Cinzio Belletti, che,
sorpreso da una pattuglia mentre circolava
senza rispettare il coprifuoco, si mise a
fuggire e venne fulminato da una raffica.
Ma quella notte furono uccisi sulle antiche
mura estensi altri due ferraresi: l'ingegnere
Girolamo Savonuzzi e il ragioniere Arturo
Torbo li. Mon si è mai saputo chi abbia
voluto la loro morte. La notizia della rappresaglia
si sparse fulminea dovunque sollevando una
ondata di sgomento, perché fu chiaro
a chiunque che a Ferrara, con la morte di
Ghisellini e l'uccisione degli undici antifascisti,
era stato gettato il seme della guerra civile.
E, di conseguenza, venne subito posta la domanda:
a chi risaliva la responsabilità morale
della strage? Chi aveva ucciso Ghisellini
ben sapendo che l'uccisione di un moderato
come il federale di Ferrara, avrebbe lasciato
campo libero agli estremisti? A chi giovava,
in altre parole, tutto il sangue versato nella
città estense? la risposta era una
sola: giovava ai comunisti, gli unici, tra
l'altro, che non avevano perso uno solo dei
loro dirigenti nella rappresaglia, e che avevano
visto sparire, travolti dall'odio fratricida,
tutti i componenti non comunisti del CLN che
avevano accettato la proposta di Ghisellini
di evitare a Ferrara gli orrori della guerra
civile. Ma i comunisti non avevano interesse,
data la violenza della rappresaglia che aveva
gettato nel lutto tutto il Ferrarese, ad assumersi
la responsabilità morale dell'uccisione
di Ghisellini. Fu così che, nei mesi
che seguirono la strage e specie alla fine
della guerra, essi avallarono la voce secondo
la quale il federale era stato assassinato
da un fascista per rivalità interne
di partito. Il motivo di questa decisione
è chiaro: far convergere sui fascisti
tutto l'odio e il risentimento popolare. Mon
solo: i comunisti fecero anche il nome del
presunto assassino: un certo Carlo Govoni.
Ma la verità era ben altra, come avrebbero
poi testimoniato gli stessi comunisti.
Prima di tutto va precisato che, nel dopoguerra,
furono condotte quattro inchieste per giungere
a provare che Ghisellini era stato assassinato
da un fascista: indagarono la Magistratura,
la polizia, i carabinieri e il Comitato di
liberazione nazionale. Le indagini non raggiunsero
mai un risultato positivo: non emerse mai
la prova che Ghisellini fosse stato ucciso
da un fascista e tanto meno dal Covoni.
Superfluo aggiungere che nessuna indagine
venne compiuta per scoprire se il federale
poteva essere stato ucciso dai terroristi
del PCI: e questo, nonostante i rapporti della
GNR di Pieve di Cento sul transito dell'automobile
sul ponte del Reno, dai quali emergeva senza
ombra di dubbio che a partecipare all'uccisione
di Ghisellini erano stati almeno in tre. E
così la leggenda di Ghisellini, federale
fascista di Ferrara, ucciso dagli stessi fascisti,
divenne, già durante la guerra civile,
ma soprattutto nei decenni successivi, una
realtà indiscutibile, anche perché
costantemente sostenuta dall'intero schieramento
antifascista con il massiccio appoggio dell'
"intellighentia" resistenzialista.
"Leggenda" che raggiunse il suo
culmine allorché, come già accennato
prima, il regista Florestano Vancini realizzò
un suo film dal titolo La lunga notte del
'43, interamente ambientato in una Ferrara
dove i fascisti repubblicani ammazzavano il
federale Ghisellini, per avere così
la possibilità di scatenare la rappresaglia
sugli antifascisti innocenti.
Eppure, fin dal tempo della guerra civile,
la verità sulla eliminazione "programmata"
di Ghisellini era emersa in almeno due occasioni.
La prima volta, un mese dopo l'assassinio,
sull'edizione clandestina dell'Unità
del 15 dicembre 1943, dove in quarta pagina,
sotto il titolo Traditori fascisti giustiziati,
si leggeva: "Le ultime due o tre settimane
sono state dure per i traditori fascisti:
a Torino, dopo il console Giardina, sono caduti
sotto il piombo giustiziere dei patrioti altri
tre traditori: Riva, Chiesa, Tricheri; a Imola
è stato giustiziato un console fascista;
a Castel d'Argine (Bologna) uguale sorte è
toccata al federale fascista di Ferrara; a
Sampierdarena (Genova) è stato abbattuto...",
e così via. Il fatto che, nel notiziario
comunista, Castel d'Argile fosse divenuto
per errore Castel d'Argine (con la n anziché
con la I) non significa nulla. Nel Bolognese
non esiste, infatti, ne esisteva nel 1943,
alcuna località denominata Castel d'Argine.
La seconda volta accadde a dieci mesi di distanza,
allorché la radio inglese, nel notiziario
delle Nazioni Unite dedicato ai partigiani,
allo ore 8,20 del 24 settembre 1944 disse
testualmente: "Foste proprio voi che
nel novembre scorso giustiziaste il federale
Ghisellini". Ma le due ammissioni non
suscitarono echi di nessun genere. Non nei
fascisti, che non leggevano l'Unità
clandestina ne ascoltavano, allora, i notiziari
delle Nazioni Unite, ne tra i comunisti che
non avevano alcun interesse a far sapere che
Ghisellini l'avevano ammazzato loro e non
i fascisti. Un primo squarcio nel muro di
omertà e di complicità che aveva
immediatamente nascosto la verità sulla
"lunga notte" di Ferrara, si ebbe
nel luglio del 1962, vale a dire diciassette
anni dopo la fine della guerra civile, quando
l'autore di questo libro pubblicò sul
settimanale Gente, di cui era redattore, la
fotografia dell'articolo apparso sull'Unità
clandestina di cui si è parlato prima,
e che attribuiva ai partigiani comunisti l'eliminazione
di Ghisellini. E a commento della pubblicazione,
l'autore raccontò anche come era arrivato
a rintracciare quel documento:
"... (ci) siamo arrivati seguendo una
debolissima traccia fornitaci da un anziano
ex comunista ferrarese che, terminata la guerra
civile, preferì abbandonare le file
del PCI.
Questo ex comunista ci disse:
"I rossi negarono di essere stati loro
a eliminare Ghisellini. Hanno buon gioco anche
perché l'unico che sapeva molto sulla
questione e che, forse, avrebbe parlato, venne
poi eliminato dai tedeschi a Fiorenzuola,
nel settembre 1944, in seguito a una delazione
di cui non si è mai conosciuta l'origine.
Intendo parlare del mio vecchio e caro amico
Ermanno Farolfi, il comunista che faceva parte
del CLN mentre era federale Ghisellini. Ricordo
però che, subito dopo l'uccisione di
Ghisellini, circolò nelle nostre file
la notizia che il "giustiziere"
era un gappista bolognese appartenente a una
squadra dislocata nel comune di Galliera,
in via Cucco. Una prova, comunque, che l'uccisione
del federale è stata compiuta dai comunisti
esiste ancora. Tutto sta a trovarla. Si tratta
di una notizia che mi capitò di leggere
pochissimi giorni dopo l'eccidio del Castello
Estense, in una pubblicazione clandestina
del PCI. Non ricordo ne la data ne il tipo
della pubblicazione. Ma se cercate con cura
è probabile che possiate trovare qualche
cosa".
Diciamo subito che le indagini sono durate
a lungo. Ma, alla fine, trovammo la prova
che cercavamo nella biblioteca dell'Istituto
Giangiacomo Feltrinelli, a Milano, dove era
raccolta un'ampia documentazione resistenzialista
sulla guerra civile..."
Sul momento queste rivelazioni suscitarono
solo delle prese di posizione negative da
parte delle associazioni partigiane e dei
soliti "storici della resistenza".
Ma qualcosa cominciò comunque a incrinarsi
negli ambienti comunisti già direttamente
coinvolti nello scatenamento della guerra
civile.
Anche perché i "rossi" si
stavano stancando di dover dividere i "meriti
partigiani" con altre "forze antifasciste"
che alla guerriglia avevano partecipato solo
in minima parte. Così accadde che nel
1970 In una pubblicazione di Ezio Antonioni
dal titolo "Gli inizi della lotta armata:
Bologna verso la libertà" (quaderno
9/10 de La Lotta) venne pubblicata una prima
veritiera ricostruzione dell'assassinio di
Ghisellini: "L'uccisione
del federale di Ferrara fu, dunque, un'azione
di guerriglia partigiana. L'attentato fu deciso
a Bologna. Mario Peloni incaricò dell'azione
S. al quale aveva dato appuntamento nei pressi
di Porta Saragozza, il 15 novembre. S. era
un aviere che l'8 settembre si trovava a casa.
S. era però già pronto a colpire
il nemico vero, da tempo individuato, ed era
politicamente consapevole della guerra che
bisognava fare. Raggiunse nello stesso giorno
Ferrara. A Porta Bologna (probabilmente, vuole
dire "Porta Reno", ossia la porta
della cinta muraria da cui parte la strada
che conduce a Bologna) ad attenderlo con un
giornale in mano, per farsi riconoscere, vi
era un ex combattente della repubblica spagnola,
il toscano Vasco Mattioli. Con un compagno
studiarono il piano e, il giorno seguente,
Igino Ghisellini veniva colpito inesorabilmente".
Il muro del silenzio, che aveva resistito
per venticinque anni, si era così frantumato.
Nel successivo gennaio del 1976, infatti,
un partigiano comunista bolognese, Sonilio
Parisini, intervistato da Renato Sitti, dichiarò
che nell'inverno 1943-44, tra i gruppi partigiani
del Modenese dove egli operava, si diceva
apertamente che Igino Ghisellini era stato
ucciso da un comunista e aggiunse che, nell'immediato
dopoguerra, aveva saputo che a uccidere il
federale di Ferrara era stato un "compagno
di Cento". Ma la ricostruzione definitiva
dell'attentato terroristico che aveva portato
all'assassinio di Ghisellini venne nel 1985
da Spero Ghedini (segretario della Federazione
ferrarese del PCI nel 1944, commissario unico
delle formazioni partigiane locali, rappresentante
del PCI nel CLN provinciale, poi sindaco di
Ferrara dal 1956 al 1965. In un suo libro
dal titolo Uno dei centoventimila (Edizioni
La Pietra, Milano), Spero Ghedini raccontò:
"II gerarca fu
infatti giustiziato dai partigiani e non ucciso
dagli stessi fascisti in dissenso con lui,
tesi lasciata circolare per diversi anni senza
che nessuno intervenisse per smentirla. Io
stesso, in una intervista rilasciata qualche
anno fa al periodico Vie Nuove, sono stato
in grado di confermarlo. L'attentato fu preparato
accuratamente da Mario Peloni che poté
contare su tre compagni, dopo aver discusso
a fondo con loro sulla opportunità
e sul significato esemplare dell'azione. Uno
dei tre era un ferrarese, di cui però
nessuno di noi ricorda il nome. Si trattava
di un atto imposto sia dallo stato di lotta
aperta che dalla necessità di impedire,
con ogni mezzo, la riorganizzazione del Partito
fascista e di salvaguardare l'unità
recentemente raggiunta dal movimento antifascista,
che la falsa e subdola opera "pacificatrice"
svolta da uomini come Ghisellini tendeva a
minare".
Spero Ghedini non ammetteva quindi solo l'uccisione
del federale da parte dei comunisti ma ne
rivendicava gli autentici scopi: vanificare
ogni sorta di pacificazione (perseguita dai
fascisti e dall'antifascismo non comunista)
e scatenare la guerra civile.
Sempre in un'intervista rilasciata nel novembre
del 1985, Spero Ghedini tornò sull'argomento
con precisazioni ancora più significative
sui motivi strategici che avevano spinto i
comunisti a uccidere il federale di Ferrara
e sul perché avevano deciso solo dopo
tanti anni di dire la verità:
"Come si svolse
l'azione?"
"Il federale Ghisellini era stato seguito
più volte quando la sera tornava a
Casumaro per conoscerne orari e abitudini.
Quella notte i compagni bloccarono l'auto
lungo la strada, uno solo sparò e uccise
Ghisellini. Poi auto e cadavere furono portati
a Castel d'Argile per sviare le indagini e
l'attentato avvenne alla periferia della città,
si può dire a poche centinaia di metri
dalla federazione fascista". (Ricostruzione
dell'episodio pienamente aderente a quanto
raccontato da Giuseppe Bonazzi, N.d.A.)"
"Lei ha scritto
di non ricordare il nome del comunista ferrarese
che partecipo all'agguato. È un'affermazione
poco convincente, nel numero del 28 luglio
scorso "Candido nuovo" indica proprio
in lei uno degli autori dell'attentato".
"Il nome non lo
ricordo proprio, ma se lo ricordassi non lo
direi. Candido si sbaglia, io non partecipai
ali azione. A quel tempo il partito mi aveva
affidato compiti organizzativi, non operativi".
"Come prese consistenza
la voce che Ghisellini era stato ucciso da
un fascista per dissensi politici interni?".
"Era una versione
che faceva comodo a tutti. Consentiva ai fascisti
di nascondere all'opinione pubblica che anche
in provincia di Ferrara era iniziata la resistenza
attiva contro il regime, e ai comunisti di
defilarsi e di agire più liberamente
nella clandestinità. Molta gente ne
è ancora convinta."
"Perché
ora i comunisti rivendicano la paternità
dell'attentato?"
"Perché
oggi sono cadute le motivazioni che consigliavano
di mantenere il riserbo e perché s'impone
l'esigenza di ristabilire la verità
storica".
Questa la verità, raccontata da chi
ricopriva un ruolo di primissimo piano nell'applicazione
della strategia comunista per scatenare la
guerra civile in Italia: una strategia che,
come confermato dall'assassinio di Ghisellini
già nel novembre 1943, doveva portare
all'applicazione spietata di quella "politica
della strage" che, subito dopo l'8 settembre,
aveva costituito l'elemento principale dell'azione
comunista nel nostro Paese per inserirlo,
con il terrorismo, nell'orbita dell'Unione
Sovietica. Una strategia spietata e criminale,
ribadita e magnificata senza mezzi termini
nel commento scritto da R. Sitti al libro
di Luigi Sandri dal titolo Ferrara: agosto
1944 (edito dal Centro Studi storici della
resistenza ferrarese):
"Si giunse così all'eccidio del
15 novembre 1945 del Castello estense compiuto
per l'uccisione del fascista Ghisellini. La
notte fra il 14 e il 15 novembre furono arrestate
in vari luoghi della città un'ottantina
di persone, fra antifascisti ed ebrei. Fu
certo facile per le squadre fasciste individuare
quelle persone, tenendo conto che i loro nominativi
facevano parte di un nutrito elenco in loro
possesso che probabilmente era stato compilato
in parte dallo stesso Federale Ghisellini
che aveva potuto avere contatti con antifascisti
provenienti da ambienti piccolo medio borghesi
inviati a discutere una qualche forma di accordo
di "pacificazione". L'incontro era
avvenuto nello studio dell'Avv. Mario Zanatta
e si era concluso con l'accordo di evitare
violenze sia da una parte che dall'altra.
Tutti i partecipanti all'incontro furono arrestati
immediatamente dopo l'uccisione di Ghisellini.
Più guardinghi erano stati i rappresentanti
antifascisti del movimento operaio o comunque
la componente, che era la maggioranza, comunista
che non aveva aderito all'iniziativa. L'episodio
spiega la decisione di procedere alla eliminazione
del Federale fascista che avvenne, come riferisce
con ampi e circostanziati particolari, Ezio
Antonioni, sulla base delle testimonianze
dei protagonisti, in un noto testo che non
ha mai trovato smentita, da parte di un Gap
di partigiani comunisti nel timore che la
demagogia iniziativa di "pacificazione"
del Ghisellini mettesse in pericolo l'unità
appena raggiunta dal movimento antifascista".
E tanto basta per chiarire definitivamente
a chi va attribuita la responsabilità
morale e politica dell'assassinio di Igino
Ghisellini e del bagno di sangue che ne seguì.
L'UCCISIONE
DEL FEDERALE DI MILAMO
Il secondo obiettivo fu Milano. La grande
città lombarda era diventata, praticamente,
la vera capitale della repubblica di Mussolini.
Vi avevano posto la loro residenza numerosi
ministeri e alti comandi militari. La federazione
fascista era giunta a contare oltre 20.000
iscritti; altri 50.000 milanesi si erano arruolati
nelle forze armate della RSI. L'intera provincia,
superato lo smarrimento e la disperazione
dei giorni dell'armistizio, aveva ritrovato
una calma forse anormale ma che, in ogni caso,
aveva permesso la ripresa di tutte le attività.
Gran parte del merito di questa tranquillità
spettava ad Aldo Resega, l'uomo che Mussolini
aveva messo a capo della federazione fascista
milanese.
Resega aveva 45 anni. Valoroso combattente,
si era brillantemente affermato anche nella
vita civile diventando direttore di una importante
industria. Subito dopo l'8 settembre aveva
aderito alla RSI impegnando tutte le sue forze
per frenare le intemperanze e gli eccessi
degli elementi più estremisti del fascismo
milanese. Fu questo uno dei motivi che indussero
Mussolini a nominarlo commissario federale.
A questo proposito ecco una testimonianza
di indiscutibile valore: quella di Carlo Silvestri,
il noto uomo politico e storico antifascista,
che fu testimone e protagonista di tanti avvenimenti
durante la RSI. Scrive Carlo Silvestri nel
suo libro Mussolini, Graziani e l'antifascismo
(ediz. Longanesi, 1949) :
"Aldo Resega aveva operato contro la
guerra civile. Egli aveva accettato il pericoloso
posto di federale di Milano solo perché,
mi aveva detto, la presenza di Graziani lo
aveva rassicurato che il nuovo governo sarebbe
stato al servizio della Patria e non della
fazione".
Sta di fatto che le prime azioni compiute
dai comunisti in provincia di Milano non scatenarono
rappresaglie proprio perché Aldo Resega
si oppose decisamente a qualsiasi ritorsione.
Il primo attentato i comunisti lo compirono
il novembre 1943: sistemarono una bomba nell'ufficio
turistico germanico alla stazione centrale.
L'esplosione uccise due soldati tedeschi.
Il comando delle SS pretese la fucilazione
di venti ostaggi. Aldo Resega rispose che
la federazione fascista non avrebbe permesso
la strage. I tedeschi recedettero dalla richiesta.
Pochi giorni dopo i comunisti uccisero il
fascista repubblicano Pietro De Angeli. Poi
un altro fascista: Piero Lamperti. Anche in
queste due occasioni Aldo Resega si rifiutò
di procedere a rappresaglie nonostante le
pressioni esercitate su di lui dagli estremisti.
Era evidente che, perdurando Resega a capo
della federazione, Milano non si sarebbe mai
tramutata in un campo di battaglia. Fu così
che i comunisti decisero di eliminarlo.
L'azione, a dire il vero, non presentava eccessiva
difficoltà. Resega abitava con la sua
famiglia in via Bronzetti, nei pressi di Porta
Vittoria. Trascorreva la mattinata nell'industria
di cui era direttore e si recava nel pomeriggio
in federazione. Quattro volte al giorno, con
puntuale regolarità, usciva o rientrava
nella sua abitazione. Non era scortato; non
portava armi. Vestiva sempre in borghese ed
effettuava i suoi spostamenti in città
usando sempre il tram. Tendergli un agguato
era estremamente facile. Fu ucciso con otto
revolverate la mattina del 18 dicembre 1943,
a pochi passi di distanza dalla soglia della
sua casa. "L'uccisione del federale repubblicano
Resega", commenta ancora Carlo Silvestri
"conseguì gli obiettivi voluti.
Resega era un moderatore. Egli voleva la riconciliazione
tra gli italiani. Lui abbattuto, prevalsero
gli elementi più violenti del fascismo
repubblicano". Il 19 mattina, infatti,
otto antifascisti, assolutamente estranei
all'uccisione di Resega, pagarono con la vita
colpe non loro. Ecco i nomi di queste vittime:
Carmine Capolongo, Fedele Cerini, Giovanni
Cervi, Luciano Gaban, Alberto Maddalena, Carlo
Mendel, Amedeo Rossin, Giuseppe Ottolenghi.
Occorre aggiungere che i comunisti fecero
di tutto per esasperare la situazione. Durante
i funerali di Aldo Resega, infatti, alcuni
comunisti, nascosti in due palazzi prospicienti
la piazza del Duomo, aprirono il fuoco sul
corteo. Non vi furono morti. Gli attentatori
fecero in tempo a fuggire. Ma la tensione
si aggravò paurosamente. Subito dopo
quelle tragiche ore, e sfruttando il sentimento
di indignazione popolare di fronte alla fucilazione
degli otto ostaggi i comunisti tentarono,
come già avevano fatto a Ferrara, di
attribuire la morte di Resega a contrasti
interni esistenti nella federazione fascista.
Misero in giro la voce, anzi, che a uccidere
Resega era stato il comandante della Legione
"Muti", di cui era nota l'opposizione
a Resega da lui accusato, a torto, di mancanza
di polso. La voce, a dire il vero, non trovò
molto credito. A fine guerra, convintisi della
inutilità della manovra (altrove invece
rivelatasi molto efficace), i comunisti si
decisero a raccontare nei particolari la verità
sulla morte del federale.
Il racconto apparve sul numero 97 dell'Unità,
edizione milanese, del 25 aprile 1948. Era
firmato "Giulio", il nome di copertura
di uno degli attentatori. Lo riproduciamo
integralmente perché è uno dei
documenti più impressionanti e indicativi
della mentalità che guidò i
comunisti nell'applicare spietatamente le
regole della loro "guerra privata".
"La mattina del
17 dicembre 1943", si legge in
questa relazione "secondo
gli ordini ricevuti, ci siamo recati sul posto.
Due di noi hanno preso il tram, altri due
la bicicletta. Con loro c'era anche la ragazza
che doveva indicarci l'uomo. Anche lei era
in bicicletta. A una fermata del tram l'abbiamo
vista, ferma con i nostri due compagni; lei
non poteva vedere noi. C'era molta nebbia
e faceva molto freddo. Ma quella mattina lui
non è comparso. Lo abbiamo aspettato
fino alle 9, come ci era stato ordinato, poi
ce ne siamo andati. Noi non sapevamo ancora
di chi si trattasse, sapevamo solo che era
un'azione molto importante. La mattina dopo
siamo ritornati sul posto, io e "Barbison"
in tram, gli altri due in bicicletta con la
ragazza.
"Siamo scesi dal tram a Porta Vittoria,
e alle 7,50 eravamo sul posto. L'uomo doveva
uscire da un portone di via Bronzetti per
andare a prendere il tram. Davanti al portone
la ragazza e il nostro comandante si erano
messi a chiacchierare: quando l'uomo usciva,
dovevano fare come se si salutassero, e dividersi
io e "Barbison" ci mettemmo dietro
l'edicola che c'è di faccia al Verziere:
lui doveva attraversare la strada davanti
a noi. Il quarto compagno stava sull'angolo
di corso XXII Marzo, di copertura. Io e "Barbison"
abbiamo comperato anche un giornale, lo ho
comperato il "Corriere", però
non leggevo: primo perché guardavo
il portone, secondo perché non avrei
visto nemmeno i titoli più grossi.
Pensavo solo all'azione che dovevo fare.
"A poca distanza da noi era fermo un
tipo. Io e "Barbison" abbiamo avuto
lo stesso pensiero: che fosse un poliziotto
in borghese. Il comandante e il compagno di
copertura avevano lasciato le loro biciclette
vicino all'edicola, appoggiate al marciapiede
col pedale; dovevano servire a me e a "Barbison"
per la ritirata. Siamo rimasti molto tempo
ad aspettare. Alle 8,25 un signore è
uscito dal portone. La ragazza ha dato la
mano al compagno, che si è tolto il
cappello: abbiamo capito che era lui. Mi sono
sentito come scattare sull'attenti. Sempre
con il giornale in mano ci siamo staccati
dall'edicola. "Barbison" aveva la
rivoltella sotto il giornale, io ce l'avevo
in tasca.
"Il signore si stava infilando i guanti
attraversando la strada. Noi siamo scesi dal
marciapiede e in pochi passi gli abbiamo tagliato
la strada, ci siamo posti uno alla sua destra
e l'altro alla sua sinistra. Aveva finito
di infilare un guanto e cominciava a infilare
l'altro, quando è giunto sull'angolo
del corso. Noi eravamo a un passo da lui.
Abbiamo sparato quattro colpi ciascuno; è
caduto con le mani in avanti. Un attimo prima
di sparare ho dato ancora un'occhiata al tipo
che mi era sembrato un poliziotto, ma non
si era mosso di un passo. Con due salti siamo
stati in sella.
La giornalaia ha poi detto che avevamo rubato
due biciclette per scappare. Abbiamo pedalato
in fretta per mezzo chilometro. Poi non ce
n'era più bisogno, però non
abbiamo rallentato molto. Poco dopo le nove
eravamo a casa del comandante. Lui e l'altro
compagno di copertura erano rimasti qualche
minuto a vedere come si mettevano le cose,
ma non avevano certo aspettato che arrivasse
la polizia.
Alle dieci abbiamo saputo il nome del fascista
ucciso: era Aldo Resega, il federale dei repubblichini
milanesi. Allora ci siamo abbracciati quasi
piangendo. L'azione era andata perfettamente".
L'UCCISIOME
DEL FEDERALE DI BOLOGNA
Dopo Ferrara e Milano fu la volta di Bologna.
La capitale emiliana era un'altra delle città
chiave che i comunisti dovevano assolutamente
immergere nel caos della guerra civile. Mettere
fascisti e tedeschi in difficoltà a
Bologna significava ostacolarli seriamente
nel cuore della Valle Padana. Ma la città
e la provincia non avevano mostrato, una volta
ristabilito l'ordine dopo le giornate dell'armistizio,
alcuna velleità di lotta nei confronti
dei tedeschi e dei fascisti. La tranquillità
imperava ovunque. La chiamata alle armi ordinata
dal governo della RSI aveva visto affluire
alle caserme il 94 per cento dei coscritti.
Anche a Bologna, come a Ferrara e a Milano,
questa tranquillità era stata favorita
dall'atteggiamento dei dirigenti fascisti
e, soprattutto, dalla politica di "non
aggressione" instaurata dal segretario
della federazione fascista, Eugenio Facchini.
Questi aveva 52 anni: laureato in lettere,
studioso dei problemi politici e sociali,
aveva aderito alla RSI nella convinzione che
la "socializzazione" ventilata da
Mussolini con la costituzione della nuova
repubblica potesse conquistare ai fascismo
la fiducia delle masse popolari. In questa
convinzione aveva voluto incontrarsi con i
capi più amati e seguiti del socialismo
bolognese. Paolo Fabbri e Giuseppe Bentivogli
allo scopo di stringere accordi ed evitare
al Bolognese gli orrori della guerra civile.
Ed era pienamente riuscito nel suo scopo.
I comunisti, naturalmente, non potevano certo
accettare una situazione del genere. E passarono
all'attacco.
L'organizzazione rossa bolognese era agli
ordini di un notissimo capo comunista. Ilio
Barontini, detto "Dario". Ecco la
rievocazione delle primissime azioni comuniste
nella descrizione che ne fa lo storico antifascista
Renato Carli Ballola nel suo libro Storia
della Resistenza (Ed. Avanti!, 1957). "Anche
Ilio Barontini torna in Italia con l'esperienza
di lotta della Spagna e del maquis francese.
Giunto a Bologna ai primi di ottobre, egli
raccoglie Intorno a sé una decina di
uomini divisi in due squadre, impianta un'officina
clandestina per la confezione di ordigni esplosivi
e il 18 dicembre da il via alla prima azione
di sabotaggio: il collocamento di una bomba
a scoppio ritardato su una finestra del comando
tedesco a villa Spada. Segue, a fine dicembre,
il lancio di due bombe in una saletta del
ristorante Fagiano, dove si trovava la mensa
ufficiali tedesca e, il 25 gennaio 1944, l'eliminazione
del federale fascista Eugenio Facchini, giustiziato
a colpi di pistola nella stessa sede del GUF
(Gruppo Universitario Fascista) in via Zamboni".
L'esposizione del Carli Ballola, esattissima
per quanto riguarda l'illustrazione della
tecnica applicata dai comunisti anche nel
Bolognese allo scopo di scatenare la guerra
civile, richiede alcune precisazioni. Le indagini
da noi compiute ci hanno infatti permesso
di appurare determinati particolari e di chiarire
i motivi per cui il Facchini venne ucciso.
Per esempio: la prima azione di sabotaggio
dei comunisti bolognesi non fu quella del
18 dicembre a villa Spada, ma risale alla
fine dell'ottobre precedente. Si trattò
di una bomba che esplose nel ristorante "Diana"
uccidendo due giovani sposi in viaggio di
nozze.
Eugenio Facchini, poi, non venne "giustiziato
a colpi di pistola nella stessa sede del GUF
in via Zamboni". Una frase del genere
può far credere che gli attentatori
siano penetrati, per compiere l'azione, fin
nell'interno degli uffici del GUF. Il federale,
invece, non aveva occasione, già da
molto tempo, di frequentare i locali del GUF:
si recava però quotidianamente in via
Zamboni per consumare i pasti alla mensa universitaria.
Era questa una sua abitudine che tutti conoscevano
perfettamente. Facchini, inoltre, come Ghisellini
e Resega, non si faceva proteggere da nessuna
scorta ed era solitamente disarmato. Gli attentatori
lo attesero sul portone della sede del GUF:
lasciarono che si avviasse su per la scala
che conduceva alla mensa e gli scaricarono
alle spalle tutti i colpi delle loro rivoltelle.
Eugenio Facchini morì sul colpo. I
suoi uccisori non furono mai identificati.
E certo comunque che essi dipendevano da un
comando che aveva sede a Galliera, alle porte
di Bologna, in via Cucco.
Sembra accertato, ma non abbiamo mai raggiunto
la prova decisiva, che di lì sia partito
anche il terrorista che uccise il federale
di Ferrara. La morte di Facchini, come i comunisti
avevano perfettamente calcolato, scatenò
anche a Bologna gli elementi più estremisti
della federazione fascista. Si riunì
immediatamente un tribunale rivoluzionario
che giudicò dieci antifascisti sospettati
di attività clandestina contro la RSI.
Nessuno di questi era sicuramente responsabile
della uccisione di Facchini. Ma nove di essi
furono condannati a morte e fucilati: tra
le vittime, un giornalista del Resto del Carlino,
Ezio Cesaroni.
Ma l'ultima precisazione, la più importante,
riguarda i motivi per cui il federale di Bologna
venne eliminato. E qui bisogna risalire agli
accordi che Facchini aveva stretto con Paolo
Fabbri e Giuseppe Bentivogli. Per i comunisti,
che volevano a tutti i costi la guerra civile,
questo accordo era quanto mai negativo. I
rossi, però, non se la sentivano, in
quei giorni, di spezzare la tregua esistente
nel Bolognese eliminando i due esponenti socialisti:
poteva essere molto pericoloso e creare una
insanabile frattura in quello schieramento
antifascista che volevano giungere a dominare.
Fu così che trovarono più sbrigativo
e producente uccidere il Facchini. Ma aggiungiamo
subito un particolare: nell'imminenza della
fine della guerra assassinarono anche Paolo
Fabbri e Giuseppe Bentivogli, due galantuomini
che avevano imparato troppe verità
sui comunisti e sulla loro "guerra privata".
L'UCCISIONE
DEL FEDERALE DI FORLI
L'ultimo federale ucciso nel "periodo
d'incubazione" della guerra civile fu
quello di Forlì: il maggiore Arturo
Capanni. Venne colpito a morte il 10 febbraio
1944 presso la sua abitazione, a San Varano,
una frazione di Forlì. L'uccisione
di Capanni venne decisa dai comunisti per
due motivi: uno di ordine pratico e l'altro
di natura politica. Il motivo pratico: Capanni,
valoroso soldato, era un elemento moderato,
molto stimato anche dai suoi avversari. Era
stato messo a capo della federazione solo
da dieci giorni, proprio per impedire che
gli elementi più giovani e turbolenti
del fascio forlivese si abbandonassero nuovamente
a delle azioni estremiste che avevano turbato
la tranquillità della provincia. Il
motivo politico: Forlì era la città
di Mussolini. I comunisti avevano quindi la
necessità che proprio a Forlì
scorresse molto sangue.
Capanni, come Ghisellini, Resega e Facchini,
seguiva degli orari molto esatti: tornava
a casa a pranzo e a cena.
Anche lui non andava in giro con la scorta
armata. Circolava, da solo, in bicicletta.
Gli attentatori lo attesero lungo la strada
e gli spararono alle spalle. Forlì,
e specie gli abitanti della frazione di San
Varano, vissero ore di incubo. Tutti erano
certi che i fascisti, esasperati, avrebbero
vendicato il loro federale. Ma la rappresaglia
questa volta, non ci fu.
Quando già erano stati scelti i dieci
ostaggi da mettere al muro, la vedova di Capanni,
signora Carlotta Della Valle, non volle che
del sangue innocente andasse ad aggiungersi
a quello di suo marito. Venne ascoltata. Dieci
persone le dovettero la vita. Ma il furore
e l'odio scatenato dai comunisti avevano ormai
incendiato animi e coscienze e, dovunque,
il sangue chiamava altro sangue.
Questa è la verità sui quattro
episodi più clamorosi con i quali nelle
settimane che seguirono l'8 settembre e la
costituzione della RSI, i comunisti presero
l'iniziativa della guerra civile. Ma in quel
primo, tragico inverno 1943-'44, furono centinaia
i fascisti che caddero sotto il piombo delle
squadre terroristiche. Per essere esatti,
tra il settembre 1943 e il 10 febbraio 1944,
data dell'uccisione di Capanni, vale a dire
in quel periodo che abbiamo definito di "incubazione"
della Sotta fratricida, caddero assassinati
in imboscate 296 fascisti repubblicani e appartenenti
alle forze armate della RSI. Questa cifra
non comprende i militari deceduti in seguito
a eventi bellici o in operazioni di rastrellamento.
L'elenco è stato tratto dalla cronaca
dei quotidiani dell'epoca, provincia per provincia.
Vale la pena di precisare che solo pochissime
di queste uccisioni furono seguite da rappresaglie.
Nel 1950, allorché venne chiamato a
testimoniare davanti al Tribunale militare
che giudicava il Maresciallo Rodolfo Graziani,
il socialista Carlo Silvestri documentò
che ricadeva sui comunisti la responsabilità
di aver scatenato la guerra civile. Dopo aver
elencato le uccisioni compiute dalle squadre
terroristiche rosse nell'inverno del 1943-'44,
Carlo Silvestri disse: "L'iniziativa
della guerra civile non fu di Graziani e di
Mussolini, non fu del fascismo repubblicano.
Affinché non vi siano ombre di chiarezza,
testimonio, ancora una volta, che tutte queste
uccisioni furono volute col criterio di esasperare
la situazione e di rendere inevitabile la
guerra civile secondo il desiderio di Mosca".
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