LA TESTIMONIANZA DI UN PROTAGONISTA: GIAN MARIA GUASTI


PRECOCE DECISIONE
Ho vestito la divisa a 17 anni appena compiuti, alla fine del 1942, volontario dopo che un bombardamento su Milano aveva distrutto la mia casa e ferito gravemente mia madre. Ho finito la mia odissea alla fine del 1949 a 24 anni liberato, il 28 dicembre. dal carcere politico di S. Vittore, dopo 7 anni di traversie: tutta la mia giovinezza.
Ho avuto un'adolescenza serena e senza problemi. La mia famiglia era benestante, e, per quanto ricordi, a me ed alle mie sorelle, i nostri genitori non fecero mancare nulla. Mio padre era un professionista, socio in un magazzino di materiali edili e mia madre, maestra sarta, proprietaria di una sartoria con oltre dieci lavoranti. Negli anni venti/trenta esisteva molta sperequazione, poche famiglie abbienti e tanta povertà ma non miseria. Non esisteva lotta di classe od invidia e, nel paese dove sono nato, tutti, ricchi e poveri, convivevano con reciproco rispetto ed amicizia. Tirano, in Valtellina, era un paese di confine con la Svizzera ed automaticamente l'attività maggiore era il contrabbando e, proprio per questa ragione, esisteva una tacita omertà per cui tutti sapevano ma nessuno parlava. Io, come quasi tutti i ragazzini dai 7 ai 10 anni, di nascosto dalla famiglia, per spirito di avventura e per guadagnare ben due Lire di mancia, cioè una lauta merenda di pane e fichi, facevo la civetta per i contrabbandieri.
Questo consisteva nel precedere gli spalloni sui sentieri di montagna al confine e, ove incontrassimo o notassimo pattuglie di finanzieri, dare un segnale preventivamente concordato, con canti, fischi o suono di armonica a bocca. Questa atmosfera particolare sono convinto che, in qualche modo, abbia agito sul mio carattere. Erano gli anni in cui noi ragazzi tentavamo di emulare le avventure dei "ragazzi della via Paal"; inoltre, fin dalla scuola, eravamo parte attiva della disciplina inculcataci dalle organizzazioni fasciste. Ero entusiasta dello sport che si faceva ogni sabato e mi sentivo orgoglioso di quella divisa di Balilla. Mio padre era socialista e lo rimase fino alla morte. Tutti lo sapevano e lo rispettavano per la sua onestà e sincerità. Egli, d'altro canto non intralciò mai la mia inclinazione al fascismo. Ricordo che quando a 6 anni, all'inizio della scuola, gli chiesi le 5 Lire per la tessera del Fascio, me le diede senza dire una parola. Quando non avevo ancora 11 anni, la mia famiglia si trasferì a Milano. Io ero il nipote prediletto di una sorella di mia madre, zia Irene, che mi volle portare in Svizzera. Lei era la segretaria dei Fasci Svizzeri, una personalità per quei tempi e mi fece seguire gli studi all'estero presso l'Istituto Internazionale di Engadina. Durante l'estate fui anche ospite sull'Adriatico, di una colonia riservata ai figli degli italiani all'estero. Durante questa vacanza ebbi la ventura di essere scelto per fare la guardia d'onore quando Mussolini parlò alla gioventù Littoria di tutta Italia. Ero sull'attenti e mi sentivo onorato ed orgoglioso per il destino che mi aveva gratificato concedendomi il rarissimo piacere di essere uno dei due marinaretti, fra le migliaia presenti, a montare la guardia d'onore di fianco al Duce a soli due metri da lui. In quella occasione, per ben due volte, lo sguardo di Mussolini incrociò il mio e stentai a mantenermi freddo. Stetti fermo sull'attenti, mentre il sangue mi bolliva nelle vene.
Quando nel 1939, venti di guerra soffiavano sull'Europa, dovetti affrontare il dilemma se prendere la cittadinanza svizzera o tornare in Italia. La decisione fu di tornare a Milano. Continuai gli studi, presso il Collegio Salesiano di Milano il primo anno, e poi, i seguenti, presso l'Istituto Salesiano di Sondrio. Ero molto vivace, discolo e riconosco di avere dato a mia madre molte preoccupazioni e dispiaceri per la mia condotta ribelle ed insofferente all'eccesso di preghiere e liturgie a cui eravamo obbligatoriamente soggetti. Un episodio telepatico avvenne il 24 ottobre 1942. Quella mattina, nel mio subconscio, sentii una forte spinta a scappare dal collegio per andare da mia madre a Milano.
Non avevo una ragione particolare ed inoltre, scappare dal collegio, era una cosa molto grave, passibile di espulsione, eppure dentro di me, qualcosa mi rendeva determinato. A quel tempo, per andare a Milano da Sondrio, si impiegavano oltre quattro ore di treno e la spesa era di oltre 20 Lire; un capitale per un ragazzo. La spinta determinante era tale che dovevo assolutamente riuscirci e così portai in classe, per venderli ai compagni, tutti gli oggetti di valore che possedevo anche se di quelli non avrei mai voluto privarmi. Ricordo di avere raccolto una discreta cifra ma non abbastanza per cui, ritornato in collegio, vendetti un soprabito "trench" quasi nuovo ad un amico. Approfittai della ricreazione del dopo pranzo per scavalcare il muro e correre alla stazione.
Partii con il treno per Milano alle 14.30 circa. Durante il viaggio cominciai a rendermi conto della gravità della decisione presa e che cosa avrei potuto raccontare a casa per giustificarmi. Quando sul treno a Monza, dalla bocca dei locali, seppi che Milano era stata bombardata quel tardo pomeriggio mi prese una strana frenesia. Il treno era molto in ritardo e quando giunse alla stazione Centrale di Milano mi precipitai fuori in preda ad un forte senso di affanno ed apprensione. In mancanza di tram, a causa del bombardamento, cominciai a correre in direzione di Porta Vittoria. Era abbastanza lontana dalla stazione la mia casa ma io feci l'intero percorso a piedi, correndo a perdifiato. Intanto era sceso il buio e vigeva l'oscuramento di guerra ma conoscevo bene la città. Lungo il percorso, poco oltre Porta Venezia, incontrai un gran trambusto di persone ed automezzi e la ragione mi fu subito chiara: dove prima esisteva un palazzo non c'era che un cumulo di macerie e centinaia di persone vi lavoravano alacremente.
Non mi fermai ma corsi oltre ancora più forte verso casa mia. Quando arrivai era molto tardi. Dal piazzale Martini verso il viale Molise dove abitavo mancavano poche centinaia di metri e, percorrendoli, mi rallegrai di non udire rumore come nel caso precedente e più mi avvicinavo e più mi tranquillizzava il silenzio e la quiete. Svoltai l'ultimo angolo rasserenato di non vedere gente e mi avvicinai già pensando nuovamente a cosa avrei potuto dire per giustificare la mia fuga. Pochi minuti ed una visione tragica mi tolse il fiato! Il palazzo dove era la mia casa era parzialmente ancora in piedi ma attraverso le finestre si vedeva il cielo. Era svuotato! Casa mia, al 4° piano, non esisteva più come non esistevano più gli altri piani. Urlai e piansi, il pensiero di mia madre e delle mie sorelle mi paralizzava ed inconsciamente correvo da ogni parte, intorno, alla ricerca di non so che cosa. Tutto era silenzioso e deserto. Quando riuscii a riprendermi mi diressi, a pochi isolati di distanza, da una famiglia amica. Suonai e mi aprirono. Mi abbracciarono, e pressati dalle mie domande mi riferirono i fatti.
Nel dolore le notizie non erano quelle che temevo. Mia madre era all'ospedale ferita ma viva e le mie sorelle erano salve perché si trovavano al lavoro quando era caduta la bomba. Erano ospiti a casa di altri amici. Fino al mattino successivo non potevo recarmi da mia madre e così, ospite in casa dell'avv. Natoli, dormii con il loro figlio Enrico, mio grande amico.
Fu oggetto di meraviglia il fatto che la mia decisione di scappare dal collegio e raggiungere Milano risalisse alle prime ore del mattino mentre la bomba che colpì la mia casa e mia madre cadde alle 18.20 di sera. Molti parlarono di telepatia, preveggenza o richiamo del sangue. Il mattino successivo fui accompagnato all'ospedale; l'incontro con mia madre fu molto commovente. Era fasciata dappertutto. Era stata investita dall'esplosione mentre si recava nel rifugio. Si era attardata per aiutare una giovinetta ed al momento dello scoppio la abbracciò proteggendola istintivamente e salvandola dal peggio. Si salvarono dal crollo per un caso fortuito; un robusto mobile del pianterreno cadendo contro il muro opposto creò una nicchia ed una protezione sopra di loro evitando che fossero schiacciate dalle macerie. Tutti gli altri abitanti del palazzo si salvarono trovandosi già nel rifugio antiaereo. Mia madre trascorse 16 mesi in ospedale dove le vennero estratte innumerevoli schegge con vari interventi, altre le rimasero in corpo finché visse. A seguito del racconto della giovinetta salvata, le Autorità le assegnarono una medaglia al valore civile. Io, pochi giorni dopo l'avvenimento, con l'intervento dei parenti, venni riportato a Sondrio in collegio ma qualcosa era successo dentro di me. Anche se non fui punito per la fuga, anzi, il caso, spiegabile solo come telepatia o forza del subconscio che mi aveva spinto alla fuga, destò meraviglia e simpatia. Non potevo più restare in collegio, mi sentivo più adulto di prima e decisi di arruolarmi volontario. Non avevo ancora 17 anni ma trovai la scappatoia. Alla mia età era preclusa ogni possibilità. Falsificai, con l'uso della scolorina, un certificato di nascita assegnandomi un anno in più, ottenni con una bugia la firma d'assenso di mia madre e feci domanda per entrare nel corpo dei Vigili del Fuoco. Fui accettato perché, dati i tempi, gli arruolamenti erano richiesti. Il primo passo era fatto e, come prevedevo, la possibilità di passare nelle forze armate era facilitata dal fatto di appartenere già ad un corpo militarizzato.
Riporto da una agendina tascabile dell'anno 1943-XXI E.F. da me usata come diario:
Mercoledì 10 marzo. Arrivo della cartolina
Domenica 14 marzo. Ore 8 arrivo in caserma a Sondrio. Ore 15 visita medica. Ore 17 partenza. Viaggio noioso e lungo. Sondrio/Milano/Bologna/Firenze/Pisa/Tirrenia.
Lunedì 15 marzo. Ore 14.30 arrivo a Tirrenia. Ore 16 vestito in divisa. Ore 17 primo bagno al mare. Ore 19 passeggiata a Livorno.
Martedì 16 marzo. Inizio esercitazioni.Mercoledì 17 marzo. Ore 13 altro bagno. Ore 19 uscita libera, andati a Tirrema e fatta una bevuta di Chianti. Ubriaco.
Giovedì 18 marzo. Ore 18 litigio con i terrapipina. Ore 19 pestata generale in camerata. Collaudati pugni Valtellinesi. Rotto un vetro e finiti tutti in cella di rigore per tutta la notte.
Venerdì 19 marzo. Stamattina scarcerazione. Paternale del Comandante e pagamento di 80 Lire di multa. Pagata volentieri ma soddisfatti di avere avuto il sopravvento sui catanesi. Allarme dal mare.
Sabato 20 marzo. Oggi abbiamo iniziato i tiri a segno con il moschetto. Andati a Marina di Pisa a presenziare per l'arrivo di un generale. Ore 17.45 altro allarme dal mare.
Domenica 21 marzo. Questa mattina visitati due campi trincerati italiani ed uno tedesco. Pomeriggio recato a stabilimenti cinematografici di Tirrenia e visto comparse ed attori. Raccolti 6 autografi. Girato film luce.
Allarme a sera tarda
Lunedì 22 marzo. Questa mattina cominciate esercitazioni con motopompe e tubi antincendio. A mezzogiorno aeroplani nemici lanciati spezzoni lungo la spiaggia.
Martedì 23 marzo. Questa mattina salti nei cerchi di fuoco e passaggi con auto protettore di amianto. Pomeriggio mitragliamenti a bassa quota di caccia nemici tipo Hurricane.
Mercoledì 24 marzo. Oggi alle 14.30 un cacciatorpediniere italiano é passato a poca distanza dalla spiaggia. Aveva un fianco squarciato e piegava su un lato. Era stato colpito da un siluro. Allarme aereo a sera.
Giovedì 25 marzo. Oggi teoria su estintori, pompe, pozzi, ecc. Spezzoni nemici lanciati sulla boscaglia prospiciente la caserma. Appiccato il fuoco. Inizio di incendio vinto subito. Primo battesimo del fuoco.
Venerdi 26 marzo. Oggi salti nel telone dal 3° piano. Prova di spegnimento con estintori da 30 litri.
Sabato 27 marzo. Esercitazioni sul telo slitta dal 4° piano. Salto dal 6° piano. Distribuiti fregi per libera uscita di domani. Allarme ore 22 dal mare.
Domenica 28 marzo. Per tutta la notte colpi di cannone sul mare in direzione dell'isola d'Elba. Livorno allarme nel porto. Oggi pomeriggio libera uscita. recato a Livorno e visto tante grandi navi da carico in porto.
Lunedì 29 marzo. 1 bombardamenti erano provocati dal convoglio tedesco in preparazione a Livorno. Oggi 4 mercantili e 2 cacciatorpediniere passati sul mare vicino alla costa. Un aereo nemico spezzonato colonna auto tedesca.
Martedì 30 marzo. Oggi esercitazione e prova di spegnimento fuoco nelle cantine e piani terreni. Pomeriggio manovra piani superiori con scale aeree. Arrivo di un generale a visitare le zone militari.
Mercoledì 31 marzo. Oggi sul tramonto un convoglio aereo partito da Pisa é passato a bassissima quota sopra la caserma. Di notte allarme e tutti nei camminamenti. Io ero di sentinella e tenuto mio posto fino a cessato allarme. Ultimo giorno del mese. Tutti contenti di essere arrivati a mezza strada. Questa sera alcuni rientrati ubriachi e fatto casino in camera.
Giovedì 1 aprile. Fatto il pesce d'aprile al nostro Comandante. Mare molte mosso e vento forte. Esercitazioni con scala a ramponi fino in cima alla torre. Un aereo nemico ha ferito un soldato tedesco con la mitragliatrice.
Venerdì 2 aprile. Oggi discesa 6° piano con funi divaricate e fune di comando. Esercitazione di salvataggio persone con scala italiana. Spegnimento di camino con estintori a schiuma.
Sabato 3 aprile. Oggi sono stato a Pisa per la visita militare. Nel ritorno il treno si é scontrato con auto tedesca, 8 feriti dei quali 5 gravi. A tarda sera, mentre si dormiva, una scossa di terremoto ha fatto tremare tutta la caserma.
(Quel 3 aprile 1943, passai la visita militare per l'ammissione al corso paracadutisti. Non aspettavo una chiamata così solerte. La domanda risaliva, solo a 10 giorni prima e pensavo ci volessero dei mesi. Fui comunque contento anche perché fui trovato idoneo. Con me aveva passato la visita anche un conterraneo di Morbegno.)
Domenica 4 aprile. Oggi mi sono recato a Marina di Pisa. A sera abbiamo fatto festa con ballo e musica in onore del Comandante il quale ha fatto suonare la ritirata con tre ore di ritardo.
Lunedì 5 aprile. Oggi sono caduto con la scala ma ne sono uscito incolume. La sabbia ha attutito il colpo. Nel pomeriggio esercitazioni di fuoco nei sotterranei con polmone artificiale. Allarme e qualche bomba caduta sul mare. Due davanti alla nostra caserma.
Martedì 6 aprile. Un forte temporale ci ha tenuti chiusi in camerata fino alle 15.30 poi fatta teoria su idranti e chiusini di spegnimento.
Mercoledì 7 aprile. Oggi é giunto un telegramma con la notizia di 200 vigili morti a Napoli in un incidente esplosivo. Grande parata a Marina di Pisa per l'arrivo di un gerarca da Firenze.Giovedì 8 aprile. Questa notte un infernale fuoco di mitragliatrice ha infranto i vetri della nostra camerata. Nessuno colpito.
Venerdì 9 aprile. Oggi prova di salvamento persone con scala aerea alta 15 metri montata su autocarro. Manovra di incendio in appartamenti privati al di sopra del 4° piano.
Sabato 10 aprile. Oggi riposo. Preparazione per fare le 24 ore di sentinella nei camminamenti e lungo la spiaggia. Sul tardi sono passati apparecchi nemici senza lanciare bombe.
Domenica 11 aprile. Per tutta la giornata, dalle 17 di ieri fino alle 17 di oggi sono stato di sentinella. Nulla é successo. Con oggi finisce la settimana di istruzione più pesante.
Lunedì 12 aprile. Questa mattina abbiamo fatto le prove per l'arrivo del generale. Alle ore 14 siamo sfilati con i moschetti, fino a Livorno. Nella sera l'allarme si é fatto sentire ancora.
Martedì 13 aprile. Oggi dal porto di Livorno sono uscite le navi del convoglio in preparazione scortate da una squadra navale, composta da corazzate, incrociatori e cacciatorpediniere.
Mercoledì 14 aprile. Ieri sera alle 22.30 un apparecchio italiano trimotore tipo B.R. 20 é caduto nella boscaglia incendiato. Hanno trovato la morte 2 dei 5 uomini dell'equipaggio. Fino a questa mattina abbiamo lavorato nel tentativo di salvare le carte dell'aeroplano e rastrellato il mare per trovare l'annegato.
Giovedì 15 aprile. Oggi é arrivato il generale. Abbiamo fatto i saggi di ginnastica e di esercitazioni. La sera ci siamo recati per l'ultima volta a Livorno.
Venerdì 16 aprile. Questa mattina ci hanno dato la divisa definitiva e resi i nostri abiti borghesi. Nel pomeriggio siamo partiti tutti assieme. Viaggio alquanto noioso perché fatto di notte e tutto in piedi. Stessa strada fatta nel venire e ripetuta nel tornare.
Sabato 17 aprile. Arrivo di mattina a Sondrio. Nel pomeriggio sono partito per Tirano in licenza di 3 giorni.

Qui termina il mio breve diario della trasferta per istruzioni in Toscana. Niente di importante ma ho voluto riportarlo come documento dei fatti di tutti i giorni, dell'epoca
Dallo stesso diario riporto alcune informazioni singolari. Matricola del mio moschetto 351934. carta d'identità 3773 142. Tessera P.N.F. 386012. Tessera di Volontariato 14174. Spedizioni lettere e biglietti postali nel distretto £. 0,25. Nel Regno £. 0,50. Per i militari £. 0,25. Cartoline £. 0,30. Militari £. 0,15. Lettere tra il Regno d'Italia e la Città del Vaticano £. 0,80. Tassa annua sul celibato £. 117,30 da 25 a 30 anni. £. 158,10 tra i 31 ed i 55 anni. £. 86,70 tra i 56 ed i 65 anni.

Quando ripresi servizio fui destinato a Milano dove ormai le incursioni aeree di bombardamento erano divenute frequentissime. Partecipai a molti interventi fra cui l'incendio del Teatro alla Scala. Ogni incendio era una avventura a sé, densa di pericoli e fatti rilevanti; dopo un po', per il numero elevato dei fatti, questo episodi diventarono una normale routine. Ricordo solo un fatto che voglio segnalare per la singolarità. Avevo partecipato al soccorso dei feriti ed al recupero dei morti in un condominio dove le bombe avevano colpito proprio il rifugio antiaereo provocando oltre cento morti. Al terzo giorno, il lezzo era ammorbante. Usavamo delle mascherine ma non servivano a molto. Solo con il passare delle ore subentrò una specie di assuefazione e sopportazione. Quando, alla fine del terzo giorno, venne dichiarata conclusa l'opera e potemmo concederci una pausa, io e un collega decidemmo di andare in un bar a bere qualcosa. Non ci rendevamo conto ma avevamo addosso il puzzo di cadavere, gli abiti ne erano impregnati così densamente che provocammo il vuoto nel locale!
Alla fine di maggio arrivò la desiderata cartolina dal distretto. Dovevo presentarmi al centro reclutamento di Viterbo. Ero riuscito nel mio intento. Fui destinato al corso paracadutisti, in forza alla 49' Compagnia del Battaglione Complementi della Divisione Nembo. Posta Militare 3300. Naturalmente tenni nascosta la notizia in famiglia per non provocare dolore ed apprensioni a mia madre, ancora ricoverata. Continuai a far credere che ero solo stato trasferito. All'entusiasmo dei primi giorni subentrò una triste realtà. Come me anche altre reclute avevano fatto la scelta di diventare paracadutisti spinti dal sentimento patriottico, dal desiderio di far parte di un'arma nuova ma soprattutto per spirito eroico e nobile.
Purtroppo l'ambiente era tutt'altro che eroico e nobile. Contrariamente ai primi arruolamenti nella "Folgore", totalmente composti da volontari dall'animo puro, al corso 1943 erano stati destinati, per punizione, i peggiori elementi di tutte le armi. La feccia dell'esercito era arrivata in quel caos e presto mi resi conto della violenza e della prevaricazione che una minoranza esercitava sulla massa in spregio alla disciplina ed al regolamento e, malgrado le punizioni, furti, violenze e minacce erano pane quotidiano.
A reciproca difesa si formarono dei gruppi regionali di mutua assistenza e gli scontri violenti erano di normale routine. Io facevo parte di un gruppo formato in prevalenza da valtellinesi, bergamaschi e bresciani ed i contrasti più frequenti erano con una banda di catanesi che godevano della protezione di un sergente loro concittadino.
Questo sergente era un vero e proprio delinquente, cattivo, ignorante e prepotente che abusava del suo grado per colpire e punirci senza motivo. Se in libera uscita ci capitava la sventura di incontrarlo di ronda, con una scusa qualsiasi ci puniva con il rientro anticipato in caserma. Era odiato a morte e qualcuno lo castigò in modo cruento. Ai primi di luglio, in occasione del primo lancio con il paracadute, quel sergente cadde a candela e si sfracellò al suolo. Erano state tagliate da ignoti 5 corde del suo paracadute. Venne inquisito tutto il corso ed una commissione superiore fece una approfondita inchiesta. Non venne mai scoperto il colpevole. Fummo tutti individualmente interrogati ma senza esito. Tutti dichiararono la loro estraneità ma ribadirono che, chi aveva commesso il fatto, aveva fatto bene. Subimmo una punizione generale con la sospensione della libera uscita e passammo alla storia dell'Esercito Italiano come un reparto di delinquenti. Non era quello che sognavamo quando ci arruolammo. Alcune compagnie furono destinate all'Aeroporto Militare di Foggia ed altre partirono per Valona in Albania.
Per la mia compagnia, con altre, arrivò, a fine agosto, l'ordine di trasferimento in Sardegna. Non ci fu il tempo materiale di esecuzione. Già precedentemente, a causa dei fatti politici conseguenti al 25 luglio 1943 con la caduta del regime, l'organizzazione militare era in preda ad una certa disorganizzazione forse a causa di epurazioni effettuate negli alti comandi.
Il crollo dell'8 settembre segnò la fine di tutto. Nel tardo pomeriggio, in un'atmosfera tragica e carica di senso di disfacimento generale, il comandante comunicò a tutti la fine della mobilitazione e la libertà di autodecisione per ognuno.Raccolte le cose personali, tutti presero la via di casa con ogni mezzo. Il comportamento di parte della popolazione civile che si abbandonò ai saccheggi e ad atti vandalici provocarono in me un senso di rivolta ed una rabbia repressa. purtroppo, in quei giorni, nessuno poteva fare nulla. Viaggiando su carri merci o treni regolari quando era possibile, presi la via di casa. Non esisteva più controllo né biglietti ferroviari, esisteva solo il pericolo di essere coinvolti in qualche rastrellamento da parte delle truppe tedesche che, senza complimenti, qualunque militare trovassero, lo spedivano, su vagoni chiusi, a qualche campo di concentramento. Anche il fatto di parlare la lingua tedesca non mi garantiva, per cui, come tutti, si faceva a rimpiattino tenendo d'occhio ogni stazione o fermata.
1 ferrovieri, in quel frangente, ci aiutavano e ci davano notizie. Giunsi in prossimità di Milano all'alba del 10 settembre ed il convoglio su cui mi trovavo fece una breve sosta allo scalo di Lambrate per dare a tutti i militari a bordo la possibilità di fuga, avvertiti dai ferrovieri che la stazione Centrale era presidiata dalle truppe germaniche. Le informazioni da parte dei borghesi erano che anche ogni strada di accesso a Milano era presidiata per cui presi la decisione di proseguire per la Valtellina, dove esistevano maggiori possibilità di eclissarmi.

INTERNAMENTO
Raggiunsi a piedi la stazione ferroviaria di Sesto San Giovanni dove, su indicazione di un ferroviere, mi nascosi su un vagone merci carico di laterizi con destinazione Sondrio. Vi giunsi nel tardo pomeriggio e mi diressi nell'unico posto che conoscevo e che mi era venuto alla mente; il Collegio Salesiano. Mi ricevette il Catechista che mi portò in direzione al cospetto di don Saluzzo. Non era trascorso ancora un anno dalla mia assenza ma l'impressione fu di un più lungo periodo. don Saluzzo, il Direttore, era molto vecchio, novantenne, era uno dei pochi se non l'unico superstite degli allievi che erano vissuti con San Giovanni Bosco. era ancora molto lucido di mente e di memoria. Quando fui al suo cospetto lo salutai e gli chiesi se si ricordasse di me. Ero solo uno dei 400 ex allievi ma la sua risposta mi meravigliò. Con la voce un po' tremula disse: "Tu sei Guasti, altroché se mi ricordo di te, eri un bel birichino e vedendo la divisa che porti non sei cambiato". Avevo lasciato il collegio con ancora i pantaloncini corti e mi ripresentavo con una divisa quasi sconosciuta, sporco e con la barba non fatta. Don Saluzzo, non solo si ricordò di me ma mi enumerò anche alcune delle marachelle che avevo commesso in passato. Mi chiese notizie e si dichiarò felice di rivedermi in salute e salvo dopo i gravi avvenimenti che avevano travagliato la Nazione. Diede disposizioni affinché fossi ospitato ed io lo rîngraziai vivamente. Potei lavarmi, mangiare e dormire in un letto. Al mattino presto, con la campanella della sveglia, mi preparai e ripresi la strada per Tirano dopo aver salutato e ricevuto la benedizione di don Saluzzo.
Era l'11 settembre 1943. A Tirano non ebbi molte alternative, la zona era presidiata da numerosi reparti tedeschi causa le numerose centrali idroelettriche esistenti nella valle. Non vi era più alcun governo legittimo ed il pericolo di deportazione era grande. La decisione presa d'accordo con i miei parenti del posto era stata veloce e determinata, passare il confine e consegnarmi per l'internamento alle Autorità neutrali Svizzere. Oltre a tutto, in Svizzera vivevano ben 3 zii ed una quindicina di cugini primi da parte della famiglia di mia madre, erano oramai cittadini svizzeri ed avrebbero potuto aiutarmi e rendermi più gradevole l'internamento. Passai il confine, attraverso i monti, quello stesso pomeriggio accompagnato da due contrabbandieri amici di famiglia.
Quando giunsi alla Gendarmeria Svizzera di Campocologno ero il solo militare italiano espatriato quel giorno, in quel posto. La mia presenza fu un avvenimento per il piccolo paese che distava solo due chilometri da Tirano. Ero stato sistemato provvisoriamente nel magazzino di una fabbrica del posto, la mia famiglia era molto conosciuta per cui ricevetti continue e numerose visite dei paesani, molti anche per la curiosità di vedere la mia divisa e chi la indossava dato che, a quei tempi ne avevano solo sentito parlare ma non avevano ancora mai visto un paracadutista. Dalla ingenua meraviglia che dimostravano mi sembrava di essere un extraterrestre. Comunque tutti portavano qualcosa ed in breve mi trovai sommerso di regali. Cioccolate, vasetti di marmellata, biscotti, formaggi, sigarette in abbondanza e tante altre cose. Prima di cena era già arrivato da Boschiavo zio Peppino con tre cugini. Speravano di potermi portare a casa con loro ma non fu assolutamente possibile perché oramai facevo parte di un ingranaggio di internamento militare inalterabile. Restarono con me fino a tardi e mi lasciarono con la promessa di inoltrare presso le Autorità la richiesta di ospitalità presso di loro.
II mattino successivo, 12 settembre, di buon'ora fui accompagnato alla stazione e messo su un treno diretto verso l'interno. La scorta predisposta dall'esercito svizzero mi prese in consegna e notai, con grande meraviglia, che si trattava di ben 4 angeli custodi, molto seri, alieni ad ogni confidenza. Il viaggio durò parecchie ore con vari cambi di treni e soste in diverse stazioni. Mi ricordo St. Moritz, Coira, Lucerna e Berna dove, nei pressi, fui preso in forza in un campo d'internamento dove già erano presenti numerosi italiani. Conservo un gran brutto ricordo di quella parentesi di internato. Non mi ero fatto un'idea di cosa significasse essere internato in un paese neutrale in tempo di guerra. Avevo fatto questa scelta per evitare di finire in un campo di concentramento in Germania, frastornato dal caos conseguente il crollo militare e civile accaduto l'8 settembre in Italia ma l'impatto con la vita da internato mi fece ripensare profondamente all'immediato futuro. Già dal primo giorno venni portato, senza alcun diritto di scelta, in una fattoria dove erano in corso i lavori di trebbiatura. La vita agreste mi é sempre piaciuta e da bambino partecipavo con entusiasmo alla vendemmia, alla pigiatura dell'uva ed alla raccolta del fieno. Ricordo anche giornate passate in campagna con gli armenti, il calore delle stalle ed il profumo del latte appena munto. Forse io ero tanto cambiato ma soprattutto avevo temprato un carattere che cozzava contro quel tipo di lavoro nelle campagne svizzere. Innanzi tutto il modo come venivamo trattati. Mai una : parola buona ma solo ordini e pretese. I gendarmi non nascondevano il disprezzo per noi italiani. Non ne capivo il motivo ma poi lo giudicai una rivalsa nei riguardi di una Nazione che per 20 anni, con il Fascismo, si era fatta rispettare all'estero. La Svizzera confinante, deve avere subito questo influsso. Inoltre notavo molta presunzione ai livelli minori ed il modo di comportarsi con noi evidenziava la piccola vendetta della nullità nei confronti del più forte caduto in disgrazia. La bufala più forte venne dalla bocca del gendarme che ci accompagnava. "Se la Germania avesse fatto la guerra alla Svizzera a quest'ora sarebbe stata sconfitta". Non era una facezia e venne pronunciata con convinzione assoluta. 1 miei rapporti con gli svizzeri non furono buoni.
Il primo giorno la polvere della trebbiatura mi aveva saturato i polmoni ed il secondo giorno vomitai. Non ero il solo perché anche ad altri era capitato ma nessuno se ne preoccupava, anzi, nel mio caso, il contadino svizzero pronunciò degli apprezzamenti volgari e di scherno. Parlava in lingua tedesca e non pensava che io lo capissi. Quando, sempre in tedesco, gli risposi quello gli spettava diventò paonazzo. Corse dai gendarmi urlando inviperito ritornarono tutti e tre investendomi con rabbia, insultandomi e dicendomi come osavo io. morto di fame italiano, che ero entrato in Svizzera ad elemosinare un pezzo di pane ecc. ecc.
Venni accompagnato subito dal loro comandante che mi preannunciò una punizione e mi fece rientrare negli alloggiamenti. Il mattino successivo mi rifiutai di andare al lavoro caricando ancora maggiormente l'ira dei gendarmi che fecero addirittura l'atto frenato di bastonarmi con il fucile. La scena venne seguita da tutti gli altri internati e diventai involontariamente un simbolo. Quella sera a me non diedero nulla da mangiare ma non ne soffrii. Avevo da parte viveri miei ed inoltre i compagni mi offrirono cibarie.
Fui segregato nei locali alloggiamento e controllato dal gendarme di turno. Ricevetti una visita da parte di altri internati di un campo vicino, uno di questi il pugile Dejana, accompagnato da un altro pugile meno noto che si chiama Suigo. Senza perdere tempo mi dissero subito quale era il loro progetto.
In Italia si era di nuovo formato il governo fascista con la liberazione di Mussolini e la loro intenzione era di tornare in Patria. Progettavano la fuga ed se fossi stato d'accordo, ero utile conoscendo il tedesco. Con me sfondavano una porta aperta. Senza tanto ragionare aderii subito alla proposta e mi esposero il loro piano che non rappresentava grandi difficoltà. Essendo il confine italiano irraggiungibile per la distanza e le montagne, si proponevano di sconfinare in Francia che distava soli 70/80 Km. Oltre confine si sarebbero consegnati alle truppe tedesche di occupazione per essere messi in condizioni di raggiungere l'Italia. Ecco perché serviva uno che parlasse il tedesco. Trascorsero un paio di giorni impiegati a procurarci un po' di scorta viveri ed una cartina della zona. Una sera tarda uscimmo dal recinto senza dare nell'occhio e ci avviammo a piedi in direzione di Neuchatel. Eravamo in 5 e fino al mattino successivo non si sarebbero accorti della nostra fuga. Contavamo così di allontanarci il più possibile ma dovevamo fare un'esperienza non prevista. La popolazione Svizzera é abitudinaria e molto curiosa per tutto quello che non rientra nella normalità, prima ancora di avere percorso 20 Km eravamo già stati notati e sicuramente segnalati. Per evitare di essere ripresi passammo la giornata successiva fermi e nascosti in un campo di granoturco.
La notte successiva, in ordine sparso, evitando con ampi giri ogni casa o paese, raggiungemmo il lago. Per proseguire dovevamo attraversare il fiume affluente ma eravamo certi di essere attesi sul ponte relativo che, oltre a tutto, era illuminato a giorno.
In Svizzera non vigeva l'oscuramento e questo era negativo in quel caso ma positivo perché ci permetteva di spostarci al buio evitando ogni luce che denunciasse una casa. Fummo fortunati perché trovammo una barca di pescatori con i relativi remi e, nel pieno della notte, in assoluto silenzio, raggiungemmo la sponda opposta. Chilometri ne avevamo fatto il doppio del previsto per evitare luoghi abitati ed anche per superare Neuchatel camminammo parecchie ore in direzione diversa da quella che portava al confine. 1 viveri ormai scarseggiavano, le ore passavano e non avevamo progredito nella direzione voluta per cui, in previsione del nuovo giorno, ci dirigemmo decisamente verso le montagne in direzione di Chaux de Fonds. Per evitare luoghi abitati salimmo molto in alto. Trovammo una casetta disabitata che certamente serviva, nella stagione estiva, ai contadini per il taglio e la raccolta del fieno che si trovava ancora asciutto e profumato nel fienile. In un locale al piano inferiore, con la porta chiusa solo con un chiavistello, trovammo delle patate e, nel camino esistente, provvedemmo alla cottura. Fu un grave errore. II fumo, probabilmente visto da lontano, denunciò una presenza indebita e nel pieno pomeriggio, mentre dormivamo nel fieno, ci trovammo scoperti e circondati da un numeroso plotone di gendarmi. Peccato perché ci trovavamo a soli pochi chilometri dal confine francese che avremmo raggiunto la notte successiva. Fummo rinchiusi in una cella del carcere di Neuchatel con vista sul lago attraverso le sbarre. Il secondo giorno fummo trasportati al tribunale di Biel dove un giudice, senza alcuna presenza di difesa legale, nell'arco di 20 minuti pronunciò i capi di accusa e la sentenza. I reati contestati erano molteplici. Fuga dal campo, violazione dei limiti territoriali imposti, violazione di proprietà privata, furto (le patate) con scasso (inesistente). La condanna: 3 mesi in penitenziario. Lo stesso giorno, sotto scorta, fummo condotti in una specie di lager costituito da baracche circondate da filo spinato, acquartierati in una di queste dove si trovavano già alcuni italiani e molti polacchi. In un'altra baracca vi erano francesi, inglesi ed anche tre piloti americani tutti internati e condannati per qualcosa che avevano commesso. Il comandante svizzero del penitenziario era un certo capitano Gauguin che, si diceva, fosse stato nella Legione Straniera. Era comunque un tipo molto duro ed inflessibile. Il paese più vicino. nel cui territorio ci trovavamo, era Sursee nel Canton URI. Ricordo la particolarità del terreno circostante, quando si saltava tutto intorno il terreno ondulava e vibrava come gli anelli provocati da un sasso nell'acqua. Probabilmente era una torbiera su una palude. Noi eravamo adibiti all'escavazione di canali di drenaggio. Naturalmente non intendevamo adeguarci ed una nuova fuga era stata subito preventivata. Questa volta la direzione era l'Italia, oltre il Passo del San Gottardo, verso Bellinzona ed il Lago Maggiore. 1 polacchi, con cui avevamo fatto amicizia, ci avrebbero aiutato volentieri ed era importante perché, essendo improbabile una loro fuga data la lontananza della Polonia, godevano di maggiore libertà, erano adibiti ai servizi e venivano utilizzati per i compiti fuori dal campo. Non sto a dilungarmi molto e mi limito a precisare che da quel penitenziario, in meno di tre mesi, avevamo già effettuato ben tre fughe. La prima eravamo stati ripresi prima del San Gottardo, rapati a zero per punizione e tenuti cinque giorni in isolamento. La seconda riuscimmo ad arrivare ad Airolo nascosti in un carro merci, ma fummo localizzati, ripresi e riportati al penitenziario. Quando fui al cospetto del capitano Gauguin irato, per prima cosa gridò "Rasir". Con malcelata soddisfazione mi tolsi il basco e: "Già fatto" dissi mostrando la testa rapata da poco. Non potendo punirmi con la pelata raddoppiò l'isolamento a 10 giorni. La terza in dicembre. A differenza delle precedenti fughe arrivammo in tre fino ad Airolo superando la galleria del Gottardo, all'esterno di un treno viaggiatori, a cavallo dei respingenti ed aggrappati ai tiranti del soffietto di collegamento fra i vagoni con un grosso rischio, dato il grande freddo nella galleria, di lasciare la presa e cadere fra i binari. Da Airolo a Bellinzona viaggiammo sotto i vagoni alloggiati nelle gabbie vuote degli accumulatori. Da Bellinzona ci dirigemmo subito verso la montagna sopra il Lago Maggiore. Fummo localizzati e fermati da due gendarmi in un paese di montagna nei pressi del confine. Ci dichiarammo ebrei italiani in fuga dall'Italia, appena entrati in Svizzera per essere internati. Fummo creduti e mentre il graduato telefonava dall'ufficio attiguo al locale al piano terreno dove ci avevano lasciati soli, fuggimmo dalla finestra sul retro ed allo spasimo, sorretti dalla forza della disperazione, corremmo verso la montagna ed il confine. Pioveva e, mano a mano che salivamo, la pioggia si tramutava in neve. Avevamo gli abiti inzuppati ed il corpo intirizzito ma il timore di essere ripresi ci metteva le ali ai piedi. Senza darci tregua ed al limite della resistenza. con trenta centimetri di neve fresca per terra, nel buio della notte, superammo il crinale del monte e ci buttammo in discesa dalla parte opposta. Sfiniti e bagnati arrivammo ad un casotto di montagna dove ci buttammo al riparo ed all'asciutto. Tanta era la stanchezza che non facemmo caso al particolare che ci eravamo buttati su dei mucchi di ricci secchi di castagne. Al primo chiarore dell'alba notammo un piccolo paese più a valle e ci dirigemmo là. Eravamo quasi sicuri di essere arrivati in Italia, dato l'oscuramento, ma non eravamo certi. Ad una contadina che di buona mattina si era recata con un secchio alla fontana chiedemmo: "Qui siamo in Italia?" Alla risposta affermativa tirammo un respiro di sollievo. La contadina, impietosita dal nostro stato, ci invitò a seguirla nella stalla calda dove ci offerse del latte appena munto. Altri uomini presenti ci chiesero da dove provenissimo. Ci trovavamo a Dumenza, paese dei monti sopra Luino, ed era il 18 dicembre 1943.
La solidarietà ed accoglienza dei paesani fu encomiabile. Ci procurarono abiti asciutti e ci accompagnarono per sentieri sicuri fino a Luino. Non avevamo documenti ed il pericolo era rappresentato dai rastrellamenti tedeschi che non facevano complimenti in quella zona di confine. Contavamo di raggiungere almeno Varese dove consegnarci alle Autorità Militari Italiane. Senza soldi ci rivolgemmo a dei ferrovieri che, credendoci renitenti, ci aiutarono nascondendoci su un carro merci colmo di tronchi diretto a Busto Arsizio dove appena giunti ci presentammo alla locale caserma. Fummo estremamente fortunati perché si trattava di paracadutisti ed il sergente di servizio proveniva proprio da Viterbo e mi riconobbe. Verbalizzarono il nostro racconto e ci ospitarono tre giorni in attesa dei documenti dal distretto di Milano. Riuscii anche a telefonare alle mie sorelle, molto meravigliate di sapermi in Italia perché convinte fossi ancora internato in Svizzera. Fummo provvisti di regolare permesso militare di 15 giorni con l'obbligo di presentarci al distretto di Milano, alla scadenza, onde venire assegnati ai reparti. lo, dopo una breve sosta a Milano, mi diressi a Tirano dove contavo di passare il Natale con mia madre ed i parenti. Purtroppo, in conseguenza del freddo ed umidità patite nella fuga sulle montagne, mi colse una bronchite con febbre alta che mi tenne a letto per oltre 10 giorni. Il comandante della caserma e del Battaglione Alpini di Tirano era il Maggiore Gardini (padre del futuro campione di tennis) amico di famiglia che provvide a giustificarmi con il Distretto di Milano e che, dopo la convalescenza, il 28 gennaio 1944 mi arruolò con lui negli Alpini. I parenti della Svizzera, che si erano dati da fare per farmi avere una semilibertà, non mi perdonarono mai la fuga. Ormai erano diventati cittadini svizzeri e ne avevano acquisito la mentalità. Mi dissero successivamente che si erano sentiti molto umiliati di essere parenti stretti con quel poco di buono che era finito in penitenziario.

DIVISIONE ALPINA "MONTEROSA"
Il 15 febbraio venni trasferito al centro Addestramento di Novara e promosso caporale istruttore avendone la capacità per l'esperienza acquisita l'anno prima. Il concentramento truppe alpine a Novara presupponeva una successiva trasferta in Germania in un campo addestramento ed io fui scelto, con altri ufficiali e sottufficiali, a far parte di un limitato gruppo in partenza anticipata per motivi logistici. Partimmo il 18 febbraio in trenta. Meno di un plotone, al comando di un tenente milanese. La nostra era una normale trasferta con compiti organizzativi ma il tenente era un furbone e, sfruttando la situazione del momento specifico, ci tenne un discorsetto appena dopo il Brennero. Tutti d'accordo. Quando il treno giunse a ULM, schierati in ranghi perfetti e disciplinati davanti al comandante militare tedesco, il tenente pronunciò la frase: "Primi soldati italiani di nuovo a fianco dell'alleato Tedesco". Fu un successone. Saluti, strette di mano, invito a pranzo alla mensa ufficiali; brindisi, calorosa accoglienza da parte delle Autorità e presentazione e saluto da parte di un generale. Ero l'unico, fra tutti noi, che parlava il tedesco e questo mi gratificò di particolare cordialità e simpatia da parte dei capoccioni. Ebbi molto da fare perché ero continuamente chiamato e ricercato come "dolmecher". Fui anche battezzato con un nomignolo particolare a causa della pelle scura e dei capelli ed occhi neri. "Der Swarz" (il moro). Il giorno successivo arrivammo a Muzinghen dove esisteva un grande campo di istruzione ed esercitazione militare. Fummo sottoposti ad un intenso e duro corso di addestramento nello stile germanico che durò 15 giorni, fino a quando arrivarono le tradotte dall'Italia con le migliaia di alpini lasciati a Novara. Tutto il campo si trovava sotto la giurisdizione di un maggiore prussiano, categorico ed intransigente, che emanò delle particolari disposizioni. Erano annullati tutti i gradi di chiunque, ufficiali compresi, e gli unici con diritto di comando eravamo noi muniti di un bracciale rosso. Iniziò l'istruzione generale e per circa 30 giorni si verificò la strana situazione di un caporale che comandava la "a terra, in piedi" e tutto il resto a degli ufficiali. Io avevo nel mio plotone, un tenente, due sottotenenti e vari graduati e mi ci volle molto tatto per barcamenarmi, credo di esserci riuscito perché quando ripresero il loro grado, mi serbarono simpatia e cordialità.
II tenente Sulliotti di Torino, aiutante maggiore fu, nel dopoguerra, il mio testimone di nozze. I mesi trascorsi dai soldati italiani nei campi di addestramento furono indubbiamente duri. Ufficiali e soldati vennero sottoposti a tutte le esercitazioni previste per i militari germanici ma alla fine la Divisione Monterosa presentava un elevatissimo grado di combattività e di spirito di corpo unitamente ad un armamento ben più potente di quello tradizionale dell'Esercito Italiano.L'addestramento, duro ed inflessibile, durò circa 5 mesi e creò dei soldati eccellenti alla pari con i tedeschi. Il segreto della valenza stava proprio nel modo di istruzione militare. Un esempio. Fra le molte particolarità vi era anche la scuola coraggio. Consisteva, muniti di elmetto d'acciaio e di guanti appositi, nel tenere nella mano tesa sopra il capo il manico di una bomba a mano fino allo scoppio. Oppure, in occasione del lancio di bombe a mano, trovarsi in mezzo al poligono, seguire la traiettoria della bomba in arrivo e buttarsi fuori portata, sdraiati a terra, presentando la minima superficie del corpo riparato dall'elmetto, ed attendere lo scoppio. Queste ed altre manifestazioni di fuoco servivano a prendere confidenza con il pericolo ed il rischio in battaglia. Il I° luglio ricevetti la nomina a caporal maggiore mentre circolava la voce che si stava per rientrare in Italia. Il 15 luglio arrivò la notizia che la bandiera della divisione ci sarebbe stata consegnata da Mussolini in persona arrivato appositamente in Germania. I preparativi per la cerimonia furono febbrili perché la notizia era giunta inaspettata ed all'ultimo momento forse per ragioni di segretezza. Il giorno successivo, 16 luglio, tutta la Divisione era schierata nel grande piazzale in attesa. Quando le automobili di rappresentanza superarono il portone d'ingresso e dalla terza macchina scese il Duce un fremito dilagò fra i reparti schierati. La cerimonia fu molto spartana. Breve ma intenso il discorso. Vibrante il giuramento e commovente l'attimo in cui il generale Carloni, comandante della divisione, ricevette il tricolore con l'aquila repubblicana dalle mani di Mussolini che, con semplicità ed umiltà, dopo la consegna, si inchinò a baciare. Volle poi passare in rassegna i reparti e lo fece percorrendo fila per fila, davanti a tutti e tutti guardandoci negli occhi e soffermandosi, di tanto in tanto, per rivolgere una parola a qualcuno con la massima naturalezza e cordialità. Prima di ripartire ci salutò con un arrivederci in Italia. Era la seconda volta nella mia vita che mi trovavo al cospetto di Mussolini.
Il settimanale 'L'ORA", che veniva pubblicato nel territorio della R.S.I. dedicò, nel 1944 alla nostra preparazione in Germania questa descrizione:
La sveglia è, alle cinque d'estate ed alle sei d'inverno. Talvolta pere anche nelle ore notturne si .sente lui tramestio per le scale di qualche alloggiamento e un rumore nei cortili. Sono reparti che partono per marce lunghe e manovre a largo raggio.
Alle sette, comunque, tutto il campo é in movimento. Squadre che, fanno ginnastica, salmerie che passano, compagnie che escono cantando, batterie che vanno ai tiri.
Arriva ogni comandante, dice: "Buongiorno camerali". E tutti con un urlo: "Buongiorno signor tenente ". I reparti escono cantando. Qui si canta con metodo. E quando mai in Germania non c'è uri metodo per ogni cosa? ma é giusto. Da decenni, da secoli, i soldati in marcia cantano in modo discretamente rumoroso e confuso. E spesso perdono il passo invece di trovarlo. Qui si fa così. Uno in testa da il "la" intonando da solo la prima strofa, mettendo a priori tutti d'accordo sul motivo e sul tono. Poi, su ogni passo sinistro conta: uno, due, tre, quattro. Dopo il quattro, sempre sul sinistro, tutti iniziano nel modo giusto con controcanto, accordi, pause, alti e bassi che.fan bellissimo effetto.
Ci sono mostre canzoni che hanno acquisito rilievo musicale. Se nostri soldati, per esempio, passano attraverso una cittadina tedesca e cantano: "La mamma di Rosina era gelosa ...", tutta la cittadina, pur non capendo un'acca, sorride. Si canta anche in italiano qualche graziosa canzone tedesca. I reparti si disperdono così per tutti gli angoli dell'immensa Ubungsplatz, cioè nella zona di esercitazione, vasta 200/300 km quadrati e anche di più. Lo spettacolo é bellissimo un po' assurdo e irreale. Tu vedi uomini sparsi sul fianco di una altura che corrono, spariscono, riappaiono, rincorrono, rispariscono. Sono squadre che provano l'attacco. Giù ai margini del bosco vedi vampe bianche e senti colpi feroci di cannoni. Alcune batterie finiscono di squarciare, annientare, massacrare un paio di carri armati russi che fanno da bersaglio. Dove il terreno e il bosco diventano svariatissimi e complicati, trovi trincee, camminamenti, osservatori sugli alberi, postazioni, ridotte, reticolati, fosse anticarro. Qui le compagnie si abituano alla guerra rimanendo a turno da 24 a 48 ore in trincea. "Poi trovi gente sugli alberi. Son quelli dei collegamenti che impiantano linee telefoniche. Ne trovi altre alle prese con tronchi e terra e sassi. Costruiscono ridotte e capanne di fortuna. Altri vanno per le valli, mantenendo certe distanze e certe regole di marcia: .fanno l'avvicinamento o l'esplorazione o l'avanguardia. Altri sparano a partiti contrapposti: manovra a fuoco. Altri sembrano mazzi di sedano: imparano a mimetizzarsi. Uno se ne va per il bosco con una radio in spalla e parla tutto da solo, pur camminando: un radio tele1grafista. C'è il plotone che mette chili di esplosivi sotto i reticolati, contro i fortini e li fa saltare: i pionieri. C'è qualcuno che mette uomo per uomo in una buca, con certi strani tubi, intorno ad un enorme vecchio panzer: assaltatori di carro. C'é un plotone che procede a balzi, sparando, tirandosi dietro delle barelle e raccogliendo gente distesa a terra: porta feriti.
La Ubungsplatz-, é tutta piena di costruzioni, di ordigni, di trovate. Ci Son sagome di inglesi che si alzano e si abbassano a comando per abituare i fucilieri a scoprirle sul terreno. Ci sono carri armati di legno per far sparare gli anticarro. Trincee reticolati e difése a bizzeffe. Su questo grande teatro di prova i Soldati imparano a perfezionare la loro parte. Quando saranno sul fronte vero, non ci sarà mai più nulla che riuscirà loro nuovo e inusitato. Staranno al fronte come a casa loro. Così passa la mattina. Verso le undici tutti gli uomini sparsi per la Ubungsplatz, si ordinano e, cantando, convergono per mille stradette e sentieri verso il Lager.Un'ora dopo, dal generale comandante all'ultimo soldato, tutti mangiano: e, quello, che é bene dire o ripetere, mangiano tutti la stessa razione misurata al milligrammo. Quella del milligrammo e un altro tipico pallino tedesco. Tutte le calorie, le vitamine, il carburante e il lubrificante per far camminare, correre e combattere un ragazzone di vent'anni sono stati misurati in milligrammi di farina, di grassi, di patate, di zucchero. Così non c'é pericolo che al ragazzo ventenne cresca la pancia e, d'altra parte, non c'e pericolo che deperisca. Infine, terzo pericolo evitato, nulla c'e, delle riserve alimentari della Germania, che possa essere sperperato o mal distribuito.
Il rancio comincia, di solito, con una minestra a base di miglio, trattato come il riso, che i soldati chiamano "tritello". Segue un piatto di patate condite e guarnite di una fettina di carne di maiale o di vitello. La lista può variare sulla base di altre sacramentali razioni: burro, salarne, formaggi, mele ed uno speciale alimento vischioso che i soldati chiamano "inelassa" e che é dolcissimo e ricercatissimo. Pane di segala per seicento grammi al giorno, oltre la spettanza di parce bianco data mensilmente in bollivi. Surrogato di caffè talvolta impallidito con latte, la mattina e spesso la sera. Vino poco, birra a volontà presso gli spacci.
Data la penuria di sigarette, c'e tutto un commercio divertentissimo che serpeggia da una camerata all'altra sulla base del baratto: una razione di salame, tante sigarette, mezza di mele, tante altre. Le quotazioni salgono e scendono lungo il mese secondo la disponibilità o la penuria di sigarette.
Con l'aria, frizzante di quegli altipiani, con le istruzioni, le marce e le sveglie mattutine l'appetito é sempre all'erta, le digestioni sono rapidissime, il metabolismo é perfetto. I grassi dimagriscono, i magri ingrassano. Si raggiunge un punto in cui il fisico rende al massimo e, come si dice, é "in piena forma".
Nelle prime ore del pomeriggio ricominciano le istruzioni, o teoriche o d'ordine chiuso, o in campo aperto. L'addestramento .formale é tanto curato quanto quello al combattimento. Combinandosi i due criteri, capita anche di vedere interi reparti che marciano, fanno perfetti alt, dietrofront, conversioni e manovre da parata con la maschera antigas sulla .faccia.
1 soldati della sanità, della veterinaria, della sussistenza, del commissariato, insomma di tutti quei corpi, specialità e servizi che un tempo si consideravano di seconda e terza linea, imparano l'arte della guerra al pari del fante destinato alla trincea. In un momento, se la necessità lo impone, possono formare i cosiddetti "reparti d'allarme", cioè possono trasformarsi in puri combattenti che sanno adoperare alla perfézione tutte le armi della fanteria.
Un'ora ancora del pomeriggio viene dedicata alla pulizia delle armi. Il soldato é in tal modo portato dall'abitudine a pulire, a lustrare, ad accarezzare il proprio fucile più di quanto una bella donna non si curi le proprie unghie.
Si arriva così, verso le sei, di sera, alla cena. Subito dopo i soldati vanno in libera uscita. La libera uscita é più lunga di quella stabilita dai nostri regolamenti.
Quando il periodo dell'addestramento giunse a termine e fu imminente il rientro delle divisioni in Italia, Mussolini volle recarsi personalmente nei Lager per constatare il grado di efficienza dei suoi soldati e il loro spirito. La visita durò quattro giorni, dal 16 al 20 luglio. Il Capo della RSI, preceduto da qualche giorno in territorio tedesco dal Ministro della Difesa, maresciallo Graziani, si recò a visitare per primo il campo di addestramento della divisione "Monterosa" a Munzingen, nel Baden. Mussolini arrivò a Munzingen nel pomeriggio del 16 luglio. Erano con lui il Maresciallo Graziani, il generale di corpo d'armata von Veil, il vice ammiraglio Burckner, l'ambasciatore di Germania in Italia, Rahn, il sottosegretario agli Esteri della RSI, Mazzolini, l'ambasciatore d'Italia a Berlino, Filippo Anfuso, il segretario dei Fasci repubblicani in Germania e molti altri funzionari e diplomatici. La divisione era schierata a battaglioni affiancati. Incontro al Duce, mentre la banda intonava "Giovinezza", si fecero il comandante della "Monterosa", generale Carloni, e i generali tedeschi Ott e Piker, che sovrintendevano ai campi di addestramento. Il Duce passò lentamente in rivista l'imponente schieramento di ventimila alpini.
Poi, terminata la rassegna, salì su un podio e salutò gli alpini gridando: "Salve camerati della divisione Monterosa" I ventimila Alpini risposero: "Salve Duce"!

Mussolini, quindi, pronunciò il seguente discorso:
"Ufficiali, sottufficiali, e graduati della divisione " Monterosa "!
Avevo promesso al vostro Comandante che avrei visitato la vostra Divisione. Mantengo la promessa e vengo tra voi. Tra poco ritornerete in Patria; ritorno che smentisce le stolte vocifèrazioni, le delittuose insinuazioni che i complici del tradimento e i sicari al soldo del nemico diffusero all'atto della vostra partenza per la Germania.
Voi siete la prima grande unità che torma a rivedere il cielo e il sole della Patria tradita, divisa, tormentata dal nemico. Voi costituite quindi la colonna maestra del tempio, la pietra angolare della nuova costruzione delle Forze armate italiane.
Come alpini, fieri della vostre eroiche tradizioni consacrate in cento battaglie, voi meritate questo sommo privilegio, e, come alpini, ne valutate certamente l'onore e la responsabilità.
Durante questi mesi vi siete addestrati e perfezionati nella tecnica del combattimento, sotto la guida di istruttori che hanno preparato i più forti tra i soldati del mondo, come lo stesso nemico ha riconosciuto innumerevoli volte.
Vivendo in mezzo a questo grande popolo alleato, vi sarete convinti che esso merita la vittoria, non solo grazie alla potenza dello sue armi,ma grazie soprattutto alla disciplina della sua volontà e al suo insuperabile spirito di sacrificio.
Sicuro di interpretare anche il vostro sentimento, voglio ringraziare il corpo degli istruttori che si sono cameratescamente prodigati con voi e per voi. Tornando in Italia non abbiate la preoccupazione di incontrare sulla linea del fuoco altri Italiani, sia pure incoscienti o rinnegati. Insieme con pochi europei, incontrerete genti d'Africa, d'Asia, di America, mercenari senza ideali.
Lo spettacolo che la vostra divisione mi ha offerto é stato in alto grado confortante. Essa é, deve rimanere e rimarrà una divisione di ferro.
L'Italia, che il fascismo aveva portato ai fastigi dell'Impero, l'Italia riscattata cori la Repubblica Sociale dal disonore e dal tradimento, vi considera i suoi .figli migliori e ripone in voi tutte le sue speranze.
Con il vostro contegno irreprensibile prima del combattimento, durante e dopo, io sono sicuro che non deluderete le sperane della Patria, ma le aprirete il varco verso la liberazione e la vittoria.

Terminato il discorso, Mussolini consegnò le bandiere ai comandanti dei tre reggimenti della "Monterosa ". Poi, allorché il Capo della RSI scese dal podio, gli alpini ruppero i ranghi e si precipitarono verso il Duce invocandolo a gran voce, in una atmosfera di sincero entusiasmo che lasciò commossi e stupiti italiani e tedeschi. Mussolini, il cui riso rifletteva la profonda emozione provata nel vedersi circondato da tante migliaia di giovani che lo invocavano, cercò di trattenersi il più a lungo possibile tra i soldati repubblicani. Alle 19.30 infîne, il Capo della RSI tenne rapporto agli ufficiali della Divisione nella grande sala mensa, mentre tutto intorno gli alpini della "Monterosa" intonavano canzoni di guerra e della montagna.
Dal giorno 18 luglio, a scaglioni e con vari treni, la Divisione prese la strada di casa. Il mio reparto si mosse la sera del 19 luglio ed il mattino successivo, con grande commozione, il convoglio entrò in Italia. Nel tardo pomeriggio giungemmo a Pavia dove era stato stabilito il Comando della Divisione. A fine mese, dopo il ciclo dei permessi per riabbracciare le famiglie, un reggimento fu destinato al fronte occidentale sulle Alpi, dalle Marittime alle Cozie, mentre il secondo reggimento venne dislocato in Liguria lungo la riviera di Levante da Nervi al passo del Bracco. Il battaglione di artiglieria alpina venne diviso in appoggio ai due reggimenti. Un battaglione, formato da volontari dei vari reparti, raggiunse il fronte della Garfagnana. Questo battaglione fu l'artefice dell'eroica avanzata fino alle porte di Lucca. Durante la R.S.I. la guerra fu di difesa e furono due soli gli episodi di attacco ed avanzata da parte delle forze Repubblicane, tutti e due furono effettuati dalla Divisione Monterosa. Il primo episodio fu l'attacco sul fronte della Garfagnana dove, messi in fuga gli effettivi della 92' Divisione "Bufalo" americana, i reparti alpini furono fermati alle porte di Lucca non dai nemici ma da precisi ordini del nostro comando che reputava molto pericoloso sostenere una battaglia in pianura dove le forze alleate, già in allerta, godevano dell'appoggio preponderante delle divisioni corazzate. 1 nostri reparti ritornarono di loro iniziativa nelle precedenti posizioni sui monti della Garfagnana. Il secondo episodio fu effettuato in Alta Valle Susa dove, per rintuzzare azioni di disturbo e presuntuosi proclami di azioni vittoriose contro di noi da parte delle forze francesi, gli Alpini della Monterosa vollero dimostrare il loro valore e la loro forza e determinazione scatenando un attacco dimostrativo che sfociò nientemeno che nell'occupazione della città francese di Briançon. Anche qui dopo la dura lezione inflitta ai transalpini, le nostre forze, ritornarono allegramente soddisfatte nelle loro precedenti posizioni.

LA GUERRA FRATRICIDA
Io, particolarmente per la conoscenza della lingua tedesca, fui assegnato alla Compagnia Comando del Battaglione Aosta. Era il Battaglione a cui erano assegnati tutti i compiti particolari, con armamento leggero ed automatico, veloce negli spostamenti, arrivava, con le sue compagnie, o anche solo con un plotone certe volte, dove occorreva un particolare appoggio ai reparti che incontravano delle difficoltà oppure per rintuzzare azioni di disturbo di reparti partigiani che operavano lungo la riviera di ponente nell'interno del territorio. Il plotone a cui appartenevo fece parecchie uscite della durata di due o tre giorni ma non capitò quasi mai di avere degli scontri a fuoco. Il nostro comando aveva degli informatori ma anche i gruppi partigiani erano ben informati sui nostri spostamenti e preferivano evitare il contatto diretto che ritenevano superiore alle loro capacità. Le informazioni che ci pervenivano erano tutte dello stesso tenore, la nostra preparazione ed il nostro armamento con il volume di fuoco che poteva esprimere, era molto temuto e le formazioni irregolari preferivano abbandonare il campo per ritornare a pericolo passato. Inoltre sapevano che non facevamo rivalse e rispettavamo la gente dei paesi attraversati anzi, da parte della popolazione, ricevevamo una buona accoglienza. Le località maggiormente soggette ai nostri interventi erano il Passo della Scoffera, Torriglia, la valle verso Bobbio Penice, la zona di Borzonasca ed i monti alle spalle di Chiavari, Lavagna e Sestri Levante. Nel mese di agosto partecipai ad un grosso intervento organizzato ad alto livello e con la partecipazione di circa tremila effettivi di tutte le armi. Fu deciso a seguito di varie imboscate subite con la morte di parecchi militari e per un attentato in un cinema di Genova che provocò molte vittime. Venne effettuato nella zona di Torriglia e durò una settimana, il mio reparto, a parte una breve scaramuccia a distanza, non ebbe occasioni di violenti scontri a fuoco ma altri reparti incontrarono resistenza e, seppi poi, finirono con la dispersione di tutte le bande locali e con la fucilazione di alcuni partigiani catturati. A settembre tutto il mio battaglione venne mobilitato e destinato alla occupazione ed al presidio di una vasta zona nell'interno del territorio dove operavano numerose Brigate Comuniste. Con un grande spostamento di uomini e mezzi raggiungemmo Bobbio in Val Trebbia ai piedi del monte Penice, dove venne stabilito il Comando. Un consistente reparto tedesco con alcuni mezzi blindati ci affiancava nell'operazione. Il territorio controllato era vasto e le nostre pattuglie arrivavano fino nei pressi di Rivergaro dove si incontravano con altre colonne provenienti da Piacenza. Solo qualche sporadico caso di colpi inoffensivi sparati da lontano fu segnalato nel mese di settembre. Considerando che eventuali scontri erano fra italiani era tacitamente accettato il principio del "vivi e lascia vivere" per cui si evitava di prendere iniziative offensive limitando l'attività all'occupazione per impedire la formazione di grossi concentramenti partigiani. Eravamo informati di gruppi irregolari non comunisti che accettavano il "modus vivendi" della tregua conveniente ad entrambe le parti. Del resto le nostre forze erano formate da alpini notoriamente non facinorosi, più propensi ad una bella cantata che ad uno scontro a fuoco, fermo restando che non erano però disposti a subire. Le bande comuniste della "Stella Rossa" e "Garibaldi" invece perseguivano un altro scopo. Era generalizzato fra loro il sistema ignobile, incivile e codardo di colpire e fuggire per provocare ritorsioni contro la popolazione inerme. Questo, nella strategia dei capi che ricevevano disposizioni politiche. serviva a fomentare l'odio verso di noi.
I tedeschi cadevano ovunque in questo gioco ed effettivamente erano odiati, ma il maggiore Guarini. che comandava il Battaglione, era un galantuomo e non si prestava a ritorsioni di sorta. Presumibilmente, da parte comunista, il fallimento del Sistema con noi irritava gli alti comandi e metteva in cattiva luce la base delle brigate che decisero una azione in forze. Fummo informati dei loro piani e tutti gli ufficiali e sottufficiali furono convocati ed informati della imminente azione, ricevendo precise disposizioni. Venne predisposto un sistema di vigilanza su tutto il perimetro interno a Bobbio, lungo vari chilometri ed allertato giorno e notte non conoscendo da quale parte sarebbe giunto l'attacco. Ogni squadra vigilava un settore di 100/150 metri con la mitragliatrice in postazione ad arresto automatico. Questo sistema consisteva in un semplice accorgimento molto valido. Ai due lati della canna da fuoco venivano conficcati a terra due robusti pioli e le sventagliate andavano da un piolo all'altro a ventaglio a varie riprese. Naturalmente i due estremi del fuoco di sbarramento si intersecavano con lo stesso sistema delle squadre di destra e di sinistra creando praticamente una barriera di fuoco quasi invalicabile. Il settore a me assegnato era in una zona di vigneti, dal lato del Monte Penice che, stando alle previsioni, era considerata a basso rischio perché notoriamente controllata da formazioni partigiane di poca consistenza e tranquille ed inoltre, davanti alla mia postazione, esisteva una scarpata ripida e friabile poco praticabile. Proprio per questo non venni rifornito di dotazione supplementare di munizioni assegnate invece alle squadre sul lato opposto verso Rivergaro dove si presumeva arrivasse l'attacco. Qualche stratega avversario aveva considerato la stessa cosa o più probabilmente, ben informato da spie, contava sul fattore sorpresa e sull'imprevisto perché fu proprio davanti alla mia postazione che avvenne l'attacco e lo scontro e, senza volerlo, mi diede modo di guadagnare una decorazione al valore ed una citazione all'ordine del giorno della Divisione. Trattandosi dell'azione più importante e significativa della mia vita militare ne riporto la cruda cronaca. Verso le 5 del mattino del 4 ottobre un sommesso rumore di pietre rotolanti mi mise in allerta. Era ancora quasi buio ed in compagnia del caporale Crivelli Gianfranco strisciai per un centinaio di metri lungo i filari di vite, fino a raggiungere il bordo della scarpata dove, scrutando attentamente, intravidi delle ombre in movimento; se ne contavano una decina ma era ovvio che ve ne fossero altre. Rientrai eccitato nella postazione. Mi ero mosso in perfetto silenzio e non ero stato notato per cui la sorpresa era dalla mia parte. Predisposi la mitragliera e distribuii i ragazzi a raggiera pronti al segnale di fuoco mentre feci partire immediatamente un portaordini per dare l'allarme al Comando e ricevere rinforzi di uomini e munizioni. Circa 15 minuti dopo le ombre erano fra i filari per cui diedi l'ordine di fuoco. Iniziò una intensa, ininterrotta sequela di raffiche in entrambi i sensi. Ero vicino alla postazione della mitragliatrice e venni informato che, di lì a poco, le munizioni sarebbero terminate. Non vi era alcun segnale di arrivo di rinforzi e la situazione divenne precaria. Vi era il rischio di essere sopraffatti ed uccisi per cui presi la decisione più disperata, unica possibile in quel frangente. Preparai 6 bombe a mano con i cordini di attivazione già svitati, ne infilai gli anelli di 5 in ogni dito della mano sinistra ed una pronta nella mano destra e, ad un mio ordine, la mitragliatrice cessò il fuoco ed io corsi avanti per una decina di metri fra i filari ed iniziai il lancio a destra ed a manca. Fu nell'attimo che mi preparavo a lanciare l'ultima bomba a mano che un boato lacerante ed una vampa a pochi metri mi avvolse, mi avevano lanciato una bomba che, come poi mi spiegarono, per simpatia fece esplodere anche la bomba che tenevo fra le dita. Ebbi la sensazione di trovarmi in aria ma non percepii più oltre. Quando ripresi i sensi ero sorretto da due compagni e trascinato verso una barella. Avevo ferite e sangue in ogni parte del corpo e mi ritenevo gravissimo. Quando giunsi in ospedale un gruppo di medici provvide a ridurre le ferite che maciullavano la mia mano destra che, rattrappita e sanguinolenta, dava l'impressione di non esistere più. Ero perfettamente cosciente e sentivo quando tranciavano i brandelli di carne e vedevo il lavoro dei medici sulla mia mano appoggiata ad un pianetto laterale.
Ricordo di avere chiesto una sigaretta ed una suora mi infondeva coraggio con buone parole. Contemporaneamente altri infermieri disinfettavano e fasciavano Altre ferite sul ventre e sul petto, su entrambe le gambe, sulla testa ed anche al braccio sinistro. Alla fine ero più simile ad una mummia egiziana ed un solo occhio mi permetteva di vedere.
Lo stesso giorno ricevetti la visita di alti ufficiali, sia italiani che tedeschi, e mi resi conto di essere diventato una specie di eroe. Il mio tenente mi dette informazioni sugli avvenimenti dopo lo scontro. La mia azione aveva messo in fuga gli aggressori e fatto fallire l'attacco che, se fosse andato a buon fine, avrebbe causato danni e morti fra le nostre file. Avrebbe inoltre rischiato di compromettere tutta l'operazione e sicuramente avrebbe provocato una grande ed imprevedibile rappresaglia che avrebbe danneggiato solo la popolazione civile e questo era il vero scopo degli attaccanti. Il mio era considerato un atto di valore ed al Comando progettavano il dovuto riconoscimento. Il mio trasferimento all'ospedale militare Borsalino di Mandrogne a cura di un'ambulanza tedesca, avvenne il 17 ottobre. Ai primi di novembre. proprio in coincidenza con il mio diciannovesimo compleanno, ricevetti in ospedale una rappresentanza del Comando superiore Germanico che, con una cerimonia semplice ma austera, nel più perfetto stile tedesco. mi assegnò la Croce di Ferro di Ia classe. Anche in questo si riscontrava l'efficienza teutonica. In un mese era stato deciso e provveduto in merito mentre da parte italiana ero al corrente confidenzialmente di una proposta per la medaglia di bronzo ma non avevo ancora ricevuto alcunché di ufficiale. In ospedale avevo per vicino di letto Corrado Loiacono che diventò poi, nel dopoguerra, un cantante televisivo molto noto.
Il 18 novembre venni dimesso dall'ospedale ed inviato in licenza di convalescenza di 28 giorni in attesa di congedo. Le varie ferite sul corpo erano rimarginate mentre la mano destra era ancora fasciata con un palmare rigido. Nei giorni di convalescenza maturai una decisione che non espressi ai miei famigliari per non addolorarli. Rientrai al Comando Divisionale di Pavia ed invece di essere congedato per l'invalidità alla mano destra, con la sinistra ed i denti strappai il congedo sulla scrivania del colonnello chiedendo di rientrare in servizio. Ricordo che all'obiezione del colonnello risposi che avrei potuto sparare anche con la mano sinistra. Fui accontentato. Mi guadagnai una seconda citazione all'ordine del giorno della Divisione, un encomio solenne e la promozione a sergente per meriti di guerra. Oramai ero un simbolo e non dovevo smentire le aspettative per cui mi comportavo di conseguenza. Venni preso in forza dallo stesso Comando della Divisione ed assegnato alle missioni speciali che richiedevano elementi di assoluta fiducia. Dipendevo direttamente dal colonnello Peron, vice comandante generale, e venni munito di documenti particolari che mi davano tutti i diritti di priorità assoluta su ogni mezzo di trasporto militare e civile. Inoltre, per acquisire una valenza superiore al mio grado, mi venne fornita la tessera di iscrizione ed appartenenza all'U.P.I. (Ufficio Politico Investigativo) che era l'organizzazione militare politica di controspionaggio. Con quella tessera potevo agire al di fuori ed al di sopra di qualunque normale Autorità civile o militare.
La prima missione che mi fu assegnata consisteva nel recupero di documenti trafugati da un capitano disertore e possibilmente nella cattura dello stesso. Le informazioni in possesso del Comando lo segnalavano in una località sul Lago di Como dove si trovava sfollata la sua famiglia. Partii accompagnato e scortato da due caporali, entrambi friulani, molto fedeli e decisi. L'affiatamento si dimostrò perfetto e li scelsi, in seguito, anche per altre missioni. Furio era un colosso di forza e statura. La "maschine pistole'' fra le sue mani sembrava un giocattolo piccolo e fragile. Un metro e novanta di muscoli con un carattere allegro e gioviale sempre pronto alla battuta ottimistica mentre Piero era serio, taciturno e profondo osservatore di tutto quanto si muoveva intorno a noi. Fu proprio Piero a notare il pericolo sul battello che da Como ci portava a destinazione. Eravamo stati avvertiti che nella zona non esisteva nessun insediamento militare ed eravamo anche stati messi in guardia in merito ai carabinieri locali che non davano affidamento. La zona era considerata pericolosa e partigiana. Mancavano pochissimi giorni a Natale ed il battello era abbastanza affollato. Non pioveva ma il cielo era grigio e sul lago persisteva una foschia pregna di umidità e faceva molto freddo. Ci trovavamo nel locale centrale del battello attorniati da persone taciturne con borse e fagotti. Venivamo osservati da tutti in silenzio con sguardi ostili e le donne preferivano voltare il viso dall'altra parte. Ci trovavamo in navigazione al centro del lago quando Piero notò strani movimenti e mi comunicò sottovoce la situazione. Le donne si erano tacitamente allontanate ed attorno a noi si stavano ammassando solo uomini con aria indifferente ma stranamente tesi. Presi immediatamente l'iniziativa e caricando e puntando minacciosamente la "machine pistole" con la mano sinistra, con estrema decisione ottenni una zona franca di alcuni metri liberi intorno a noi. Il brusio e le malcelate reazioni ci confermarono che si stava progettando un'aggressione, forse per impossessarsi delle nostre armi, e comunque non era esclusa la nostra fine nelle acque fredde del lago. Il resto della navigazione fu normale. Nessuno esternò azioni o movimenti di alcun genere e la risolutezza da noi espressa, nonché il minaccioso e continuo movimento intorno delle armi nelle mani di Furio, erano un forte argomento dissuasivo per chiunque. Una giovane ragazza, senza farsi notare mi sussurrò nelle orecchie una confidenza: "Attenti ai coltelli".
Quando finalmente il naviglio approdò al molo scendemmo per primi, incattiviti ed attenti destando una profonda meraviglia. Evidentemente, in quel posto, la nostra presenza era un avvenimento insolito ed inaspettato e venivamo guardati come bestie rare. Sul molo notai un personaggio che al nostro apparire si era dato molto da fare contattando alcuni presenti con aria sospetta. Non sapevamo dove dirigerci e, chiedere informazioni, avrebbe messo in allarme l'interessato per cui andai diritto verso la persona notata chiedendogli i documenti. Mentre mi consegnava un documento di identità obiettò che, essendo noi solo dei militari, non avevamo quel diritto. Sicuramente era un qualcuno maiuscolo ma negò di essere un'autorità locale. L'intervento di un appuntato dei Carabinieri (forse fatto avvertire) fu provvidenziale. Mostrai i miei documenti particolari e l'appuntato, confuso e meravigliato, non sapendo cosa fare altro scattò sull'attenti facendo il saluto militare. Il sorriso svanì dal viso del borghese che si rese conto in quel momento di trovarsi davanti qualcosa molto più delle sue previsioni. Nessuno poteva conoscere il motivo della nostra presenza quindi obbligai entrambi a seguirci. Davanti io Furio e l'appuntato, dietro alcuni metri il borghese, attentamente controllato da Piero. Ero ormai convinto che fosse un partigiano e non volevo permettergli di diffondere l'allarme. Giunti in un posto isolato dissi al Carabiniere di condurci alla casa dove risiedeva il capitano e dovetti vincere la sua titubanza disarmandolo e minacciandolo di sanzione militare. Dopo circa mezzora di salita su una stradina acciottolata arrivammo ad una casetta con davanti un giardino. Il cancello era aperto ed entrammo decisi. Era abitata da due donne ed un uomo sui 30 anni, fratello del ricercato, che dimostrava timore e disagio per la sua situazione borghese in età di richiamo alle armi. Sicuramente era un renitente. Il panico si era diffuso nella famiglia e questo era a nostro vantaggio anzi, a tutti i presenti ammucchiati in un'unica stanza, dichiarai che se non trovavo l'ex capitano ed i documenti avrei consegnato tutti al Comando Tedesco di Como e che avrei sparato al minimo segno di rivolta. Non l'avrei certamente fatto ma la paura ebbe il sopravvento e la madre del ricercato piangendo disse che il figlio non era più con loro. Si offrì di consegnarci una borsa che si trovava nella legnaia purché venissero lasciati tranquilli. Mi accompagnò e quella borsa era proprio il tascapane militare con varie carte fra cui un elenco completo degli effettivi della Divisione Monterosa. Mi considerai soddisfatto non potendo fare altro. Portando con noi anche il fratello presente ritornammo tutti al molo. Non vi erano battelli in partenza e francamente la situazione era diventata complicata, pesante e pericolosa per cui provvidi al sequestro di una motobarca compreso lo stesso barcaiolo e, tenendo sotto tiro i tre sequestrati lasciati a riva, presi il largo. Al Comando Tedesco di Como, dove mi presentai per la relazione e per il rientro a Pavia, mi dissero che se li avessi preavvisati mi avrebbero assegnato una scorta. Mi resi conto che avevamo corso un forte pericolo ma pensai, senza dirlo, che era stato meglio così altrimenti chissà cosa sarebbe successo.
Nei primi giorni di gennaio mi venne assegnata la missione più importante per la distanza e l'estrema delicatezza che comportava. Mi resi conto della grande fiducia che veniva risposta in me e ne fui profondamente lusingato. Al comando di Pavia fui "sequestrato" per l'intera giornata da una commissione militare composta da un nostro ufficiale e da due ufficiali tedeschi che mi dettero istruzioni riservate in merito alla missione da compiere. Il fatto di trovarmi, io, sottufficiale, 19 anni appena compiuti, seduto ad un tavolo di così alto livello mi aveva messo inizialmente in soggezione ma poi la cordialità dei miei interlocutori ed il fatto che un maggiore della Sicherait non mi trattasse da subalterno mi rinfrancò e mi sentii più fiducioso ed orgoglioso. Inoltre la palese mia infermità, la relazione dei miei valorosi precedenti esposti con particolare enfasi dal capitano italiano e soprattutto la Croce di Ferro bene in mostra erano le migliori referenze. Ascoltai molto attentamente quanto mi veniva esposto chiedendo precisazioni o consigli dove occorresse ed il colloquio fu molto cordiale. Evidentemente avevo risposto positivamente alle loro aspettative perché. a fine giornata, con estrema confidenza e cameratismo fui invitato ad un brindisi. Il giorno successivo venni fornito di numerosi lasciapassare per me e per i due angeli di scorta che erano Furio e Piero. Ci vennero consegnate armi nuove e ci preparammo alla trasferta che, per le difficoltà dei mezzi di locomozione in quel particolare momento, era di durata indefinita. A me venne consegnato un voluminoso plico sigillato che rappresentava il motivo della missione e che dovevo recapitare a destinazione difendendolo ad oltranza. Con il plico mi venne dato un pettorale da indossare sotto la camicia nel quale riporlo. La destinazione era Ingolstadt in Germania ed il contenuto del plico (lo seppi solo in seguito) era l'elenco completo dell'armamento della Divisione che doveva essere rinnovato e sostituito e proprio ad Ingolstadt aveva sede la fabbrica degli specifici armamenti. Impiegai due intere giornate per giungere a destinazione nella tarda serata del secondo giorno e solo al mattino del terzo giorno potei presentarmi al Comando Tedesco locale e consegnare il plico. Il viaggio non aveva rappresentato particolari difficoltà escludendo naturalmente un paio di mitragliamenti aerei ai treni su cui ci trovavamo, un violento e deciso scontro con un reparto mongolo ad Innsbruck per ottenere una branda e delle coperte per passare la notte nella locale stazione ferroviaria ed uno scontro verbale con un generale tedesco, alla periferia nord di Monaco. Quest'ultima vale la pena di raccontarla perché rappresenta lo specchio reale della situazione di quei tempi. Avevamo superato Monaco e nelle prime ore del pomeriggio ci trovavamo sulla strada che portava a nord alla disperata ricerca di un passaggio su qualsiasi mezzo di trasporto. Dopo vari tentativi infruttuosi di fermare degli autoveicoli di passaggio, che però non ci degnarono di alcuna attenzione, presi la decisione di usare la maniera forte. All'arrivo di una autovettura ci piazzammo in mezzo alla strada e con le armi puntate obbligammo la vettura a fermarsi. Per caso e per colmo di disdetta era proprio l'auto personale di un generale. Gli attimi successivi furono tragici e da brivido. Il sottufficiale autista e l'ufficiale che accompagnava l'Autorità militare, con urla rabbiose ed estrema decisione, ci obbligarono ad alzare le braccia e le canne delle loro armi sotto il nostro naso non facevano presagire niente di buono. Per pochi ma lunghissimi minuti rischiammo una sommaria sentenza di morte. Il generale con il classico cappotto dai grandi risvolti rossi, accortosi che parlavo tedesco mi chiese il motivo della nostra presenza in quel posto. Estrassi i documenti e glieli consegnai con un prussiano saluto a braccio teso e battuta di tacchi. L'effetto positivo fu immediato. Alzando mezzo braccio in un saluto da generale mi restituì i documenti con un sorriso cameratesco ed un rispettoso commento alla mia decorazione di croce di ferro. Diede poi disposizione ai suoi ed il seguito fu un successo. Egli era diretto ad Ausburg, non proprio nella nostra direzione, ma ci fece salire sulla sua automobile restringendoci tutti un poco per fare posto. Furio e Piero davanti con l'autista ed io, dietro, gomito a gomito, con lui e l'ufficiale. Il viaggio fu cordiale e parlammo amichevolmente dell'Italia. Lui era stato in viaggio di nozze a Venezia e, per servizio, fino a Milano. A metà pomeriggio giungemmo ad Ausburg dove il generale diede altre disposizioni per cui ci venne messa a disposizione una camionetta. Mi salutò ancora amichevolmente prima di lasciarci esprimendomi alcune parole di lode per la decorazione già acquisita malgrado la mia giovanissima età preconizzandomi un fulgente futuro militare. Non sapevo il suo nome perché non me l'aveva detto ed io non avevo osato chiederlo. Me lo disse il caporale che guidava la camionetta ma francamente era complicato e di difficile memoria. Fu così che alla sera giungemmo ad Ingolstadt. Il ritorno a Pavia, dopo altri due giorni passati ad Ingolstadt, fu più pacifico. Fummo aggregati ad una colonna militare tedesca diretta a Verona. Dei due giorni in attesa della partenza conservo un buon ricordo. Avevo conosciuto, nella fabbrica delle armi, una graziosa operaia russa. A quei tempi i convenevoli erano ridotti al minimo e passai con lei ore piacevoli. Mi lasciò il suo indirizzo ma dubito che sia mai ritornata nella sua Patria Comunista dopo aver lavorato in Germania. Proveniva da una cittadina Ucraina presso Kiev ed era in possesso di una buona istruzione. Chissà quale sarà stato il suo destino. Spero bene per lei. Era una creatura fine, buona e dolce e mi auguro abbia potuto trovare una vita serena. Successivamente effettuai varie altre missioni con prevalenza di destinazione i nostri reparti in Garfagnana. Portavo soprattutto documenti dal Comando ed ero accolto con molta simpatia perché fra i documenti c'erano anche licenze e promozioni. Approfittavo delle attese per vivere da vicino l'atmosfera della prima linea. Dalle varie località in cui ebbi la ventura di trovarmi, Calomini, Vergemoli, Gallicano. Molazzana ed altre, potevo vedere con il binocolo le linee nemiche ed anche le bandiere americane, sui pennoni dei campi dalla parte opposta del fiume Serchio. Mi affascinavano i racconti di chi aveva effettuato le uscite di pattuglia ed una volta tentai di aggregarmi ma mi fu negato perché non in forza in quel settore. Sarebbe stato esaltante andare in terra di nessuno a fregare al nemico fili telefonici di cui eravamo scarsi, oppure, come mi riferirono, per una scommessa, andare di notte a fregare addirittura una bandiera americana togliendola dal pennone di un campo nemico. Sembrava inverosimile ma invece era tutto vero. Gli artefici della bravata furono puniti. Però, che fegato! Verso la metà di febbraio venni chiamato dal colonnello che mi presentò ad un Capitano. Si chiamava Scattolin Gino e da borghese era un magistrato. Aveva avanzato una proposta che il Comando aveva accolto ed io ero stato scelto per affiancarlo nel suo progetto. Il capitano Scattolin intendeva creare una Compagnia di disciplina chiamando a farne parte, con la promessa di perdono, quegli ex alpini che per qualche grave reato commesso erano stati condannati dal Tribunale Militare e che si trovavano reclusi. Lo scopo era di recuperare chi, pentito, volesse ritornare a portare onorevolmente il cappello e la penna nera. Confesso che all'inizio presi questo incarico con scetticismo ma poi, seguendo il capitano Scattolin nelle sue visite e colloqui nei vari carceri, la cosa mi entusiasmò. Il capitano era un buono in assoluto. Aveva un grande cuore e, con quel suo tono pacato a cui la pronuncia veneta dava ancor più una paternalistica impronta, sapeva convincere. E convinse anche me. Avevo perso nove anni prima mio padre e mi sembrò di averne trovato un'altro. Imparai a volergli bene ed assecondai, con tutte le mie forze e capacità, il suo progetto. Era trascorsa solo una settimana e l'elenco dei potenziali effettivi della Compagnia era già nutrito. Fra i condannati ce n'erano due per i quali non era possibile l'acquisizione essendo stati condannati a morte. Uno si chiamava Bona ed era bresciano. Era molto giovane. Proveniva dal battaglione artiglieria da montagna ed era stato condannato perché ritenuto responsabile di grave negligenza avendo provocato la morte di un artigliere ed il ferimento di altri per lo scoppio di una granata. Era sinceramente addolorato e con un profondo rimorso per la grave mancanza commessa. Un altro, si chiamava Patetta, era siciliano ed aveva già quasi quarant'anni; proveniva dalla compagnia conducenti. Era stato ritenuto responsabile di un furto di parecchi muli che erano in sua custodia e che aveva lasciati incustoditi per passare la notte in compagnia di una donna. Aveva aggravato la sua posizione disertando quando si accorse della mancanza. Troppo tardi si era reso conto della gravità degli atti commessi e si dimostrava pentito e desideroso di riscatto. Non era possibile un provvedimento della Divisione per loro trattandosi di condannati a morte. Solo la concessione della grazia poteva valere e fu così che maturai un grande progetto. Sarei andato a chiedere la grazia per loro direttamente a Mussolini. Il capitano provvide a preparare i fascicoli, il Comando della Divisione ottenne l'udienza ed io partii per Salò. Ero entusiasta e galvanizzato, mi sentivo invaso da grande gioia ma anche un po' timoroso del risultato. AI Comando di Pavia mi avevano preparato il curriculum del mio stato di servizio, degli encomi e della decorazione proposta oltre a quella già ricevuta. Mi avevano anche dato credito asserendo che ero l'unico in possesso dei requisiti per portare a buon fine la richiesta. Ricordavo Mussolini quando dodicenne avevo montato la guardia in colonia vicino a lui. Ricordavo anche lo sguardo incrociato con lui in occasione della sua visita a Munzinghen quando aveva passato in rassegna la Divisione fila per fila. Nei suoi occhi avevo visto solo cose buone. Ora lo avrei visto per la terza volta e forse, chissà, anche avvicinato. Avevo il cuore in tumulto ed il sangue bollente. Arrivai a destinazione dopo una serie molteplice di controlli. Avevo viaggiato tutta la notte e non avevo quasi dormito ma mi sentivo fresco e pimpante. Mentre attendevo nel corpo di guardia osservavo le divise particolari dei fortunati che avevano l'onore di vegliare sul Duce e le trovavo simili alla mia di paracadutista. Il tempo passava. Ero arrivato circa alle nove del mattino ed erano quasi le 11 senza che nessuno mi potesse dare notizie. Oramai avevo perso la speranza di incontrare Mussolini. 1 documenti erano stati ritirati da un tenente e forse, dopo chissà ancora quanto tempo, qualcuno me li avrebbe riportati. Mi ero illuso ed avevo quasi perso anche ogni speranza sull'esito del mio tentativo. Era giustificabile. Chissà quante e quali cose importanti venivano decise in quella sede e non era possibile dare attenzione ad una pratica come la mia. Attendevo solo la riconsegna per ripartire. Ed invece avvenne il miracolo. Verso le ore 13 lo stesso tenente che aveva preso in consegna le mie pratiche venne a prelevarmi. Le armi mi erano state ritirate all'arrivo ma venni nuovamente perquisito minuziosamente prima di essere accompagnato verso la villa. Attesi ancora una buona mezzora in un corridoio poi finalmente il tenente, con un sorriso che mi ispirò ottimismo, mi diede la grande notizia. "Vieni, andiamo dal Duce". Ero estasiato e lo seguii in uno studio dove, seduti ad alcune scrivanie, stavano degli ufficiali e vicino ad una porta due ufficiali tedeschi stazionavano parlando fra loro. Pochi attimi e poi mi fece entrare nello studio attiguo dove, seduto ad una scrivania, c'era Mussolini. Mi sembrava di essere fuori dal mondo. L'emozione mi paralizzava la voce e quasi anche il respiro. Per fortuna nessuno mi aveva ancora chiesto di parlare per cui scattai sull'attenti con un perfetto saluto romano effettuato con il braccio sinistro. La mano destra era ancora irrigidita dal palmare e dalle bende. Forse fa mia parentesi di silenzio durò solo pochi attimi ma a me era sembrata eterna. Non sapevo cosa fare o dire, me ne stavo lì sull'attenti, annichilito. Per fortuna una voce ruppe il silenzio: era Mussolini che mi disse: "Riposo. vieni avanti". Feci alcuni passi, forse 5 o 6 o più, non sono in grado di ricordare perché in quel momento mi sembrava di essere sospeso in aria. La voce di Mussolini era sommessa. Non era quella voce squillante dei suoi discorsi. Il tenente prima di introdurmi nell' ufficio mi aveva detto di usare la parola "Eccellenza" con il Duce ma la voce proprio non mi veniva. Per fortuna parlò nuovamente Mussolini. "Tu sei della Monterosa. Mi hanno riferito il motivo della tua visita e sono soddisfatto della formazione di quella che avete chiamato Compagnia di Disciplina. Il generale Carloni ha avuto un'eccellente idea. Portagli i miei saluti quando torni alla Divisione". Forse avrei dovuto dire qualcosa ma continuai a restare muto tanto che fu proprio Mussolini a riprendere dopo aver dato un'occhiata alle carte. "Ho letto le tue note caratteristiche. bravo, l'Italia ha bisogno di soldati come te. Ora dimmi cosa sei venuto a chiedermi". Vincendo la staticità in cui mi trovavo riuscii a parlare. "Eccellenza" (e dicendo questa parola ero nuovamente scattato sull'attenti). "Ho portato una richiesta di grazia per due alpini che desiderano continuare a combattere per l' Italia. Solo voi potete concedere questa grazia". Non ricordo le parole esatte che dissi. Ricordo solo che mi ero un po' impappinato e forse avevo ripetuto alcune parole ma il nesso era quello anche se sicuramente ero diventato rosso in viso per l'emozione. Mussolini aveva capito la situazione e mi guardò sorridendo tanto che mi sentii meno in soggezione. Poi il cuore mi batté forte alle sue successive parole. Disse rivolgendosi al tenente: "Ho già firmato le richieste di grazia, sono dal segretario, le consegni al sergente" poi rivolgendosi a me: "sei un ottimo soldato malgrado la tua giovane età, continua così e fa in modo di essere un fulgido esempio per i rinnovati effettivi della vostra Compagnia di Disciplina. Sursum corda". Poi alzò il braccio in un saluto che ricambiai immediatamente. La visita era durata 10 o forse 15 minuti. Un tempo estremamente piccolo in confronto di tutta una vita ma nella mia ha lasciato un'impronta indelebile. Tante volte successivamente ho rivissuto quei momenti e sempre mi sono rammaricato con me stesso per la soggezione che mi aveva impedito tutto. Cento volte forse sono riandato col pensiero. da sveglio e nel sonno, a quei momenti fatidici della mia vita ed ogni volta trovavo le parole ed il comportamento giusti che nella occasione reale mi erano mancati. Forse chiunque, al mio posto, si sarebbe intimorito come capitò a me. Ho anche dimenticato di nominare il capitano Scattolin vero ideatore della Compagnia di Disciplina. Lo voglio ricordare qui: capitano Scattolin Gino, Via Canova 6, Treviso. Mi pare di ricordare che svolgesse il suo lavoro di Magistrato a Mirano Veneto. Quando, nei mesi successivi la tragica morte di Mussolini, ripensavo a quelle parole e a quello sguardo bonario e rivedevo i suoi occhi un po' tristi che forse presagivano i futuri eventi, confesso di avere provato tanta tenerezza e un sublime caloroso ricordo ed un rabbioso rancore verso chi lo aveva ucciso in un modo così spietato ed inumano.
Quando ritornai al Comando non stavo nella pelle. Portavo due documenti di grazia in cui pochi avevano creduto, io compreso. Dovetti raccontare il mio incontro con Mussolini decine e decine di volte a tutti i livelli e soprattutto mi ripagò in modo sublime, l'abbraccio affettuoso del cap. Scattolin al quale, mentre mi stringeva commosso, scappò una lacrima e la voce si incrinò. A fine febbraio la Compagnia di Disciplina era una realtà. Ricevemmo gli ordini di servizio e ci preparammo a partire per la destinazione assegnataci. Salutai con un poco di commozione Furio e Piero con cui avevo stabilito oramai un rapporto fraterno ripromettendoci di ritrovarci quanto prima. Gli eventi purtroppo precipitarono e non li vidi più. La destinazione era Chiavari come sede del Comando di Compagnia. A me venne riservata una gradita sorpresa.
Mi assegnarono il Comando Militare di Lavagna con compiti particolari fra cui la responsabilità di zona antisbarco con il nome in codice di "Marina III". Avevo inoltre la responsabilità del posto di blocco alla periferia verso Cavi e la giurisdizione sulla città e sull'entroterra relativo. Preciso che Marina III era considerata anche un avamposto perché oltre, fino a Sestri Levante, non esistevano altri presidi e la zona era ritenuta ad alto rischio partigiano. Per far fronte all'attività di un tale presidio mi erano stati assegnati 12 uomini, pochi ma per ovviare al numero ridotto chiesi ed ottenni di poterli scegliere. Bona e Patetta furono i primi che scelsi oltre alla ricerca di un buon mitragliere e la richiesta esaudita di una dotazione speciale di armi automatiche leggere. La sede del Comando assegnatomi era ciò che di meglio si potesse desiderare. Una palazzina a due piani, simile ad un piccolo castello, in zona dominante sul mare alla periferia di Lavagna verso Cavi. Nel vasto terreno scosceso che portava in alto erano stati costruiti due bunker di cemento, a prova di cannonate, rivolti verso il mare. A livello del tetto una serie di merli permettevano una valida sorveglianza circostante al riparo da franchi tiratori mentre l'unico lato debole era il terreno alle spalle, verso l'interno confinante con campi coltivati ed una zona boscosa. Da quel lato, specialmente nelle ore notturne, poteva venire qualche pericolo perché il perimetro del terreno del Caposaldo era di soli 40/50 metri. Inoltrai subito in merito un rapporto con una richiesta di mine antiuomo ma mi dissero che la trafila sarebbe stata lunga per cui provvidi con scaltrezza ed immediatezza. Mi procurai un buon numero di dischi di legno tutti uguali facendo tagliare a fette un palo della luce. Li feci verniciare di nero e quindi, in pieno giorno e curando che a distanza vi fossero contadini al lavoro che potessero osservare, provvidi a farli interrare a caso distribuiti in tutta la fascia del terreno a monte sistemando, con dovizia, una serie di cartelli avvisatori di " Attenzione pericolo! terreno minato!". Per dare maggiore credibilità alla cosa, alcuni giorni dopo, in un pomeriggio di sole, lanciai inosservato una bomba a mano al centro del terreno. Lo scoppio richiamò l'attenzione dei vicini e dei contadini ed io feci circolare la voce che il caldo ed una difettosa posa avessero provocato lo scoppio di una mina. Il risultato fu assoluto perché da quella parte non ebbi mai fastidi. Per questa idea ebbi il divertito plauso sia del capitano Scattolin che del Comando Tedesco di Chiavari che assegnò, a Marina Illa, al mio fianco, un sergente ed un caporale con compiti logistici. Erano persone simpatiche e bonarie. Intelligente e sempre pronto alla battuta ed alla risata il sergente Schulz; calmo e con l'eterna aria da subalterno il caporale Schumeker. Evidentemente il caposaldo aveva una discreta importanza perché il nemico ci onorò di uno specifico attacco da parte di cacciabombardieri che riuscirono solo a colpire il posto di blocco senza provocare altri danni.
I due mesi circa trascorsi al Comando di Marina Illa furono un susseguirsi di normale routine. Pattugliamenti, controlli al posto di blocco, interventi su segnalazione del Comando e solo in poche occasioni avvennero fatti di un certo rilievo. II più importante avvenne quando un nostro sergente diretto al comando di Sesti Levante venne catturato da partigiani nella zona di Cavi. Scattò immediatamente l'allarme ed un'azione di ricerca e di salvataggio. lo, con soli tre miei ragazzi, presi l'iniziativa di dirigermi velocemente attraverso la montagna sopra Cavi per tagliare la via verso i monti. Fu una mossa indovinata perché un gruppetto di partigiani armati si trovarono preclusa la via di fuga e tornarono, dopo un breve conflitto a fuoco, verso la costa. Nel corso di un successivo rastrellamento effettuato dalle Brigate Nere e da un reparto tedesco vennero catturati una dozzina di irregolari. Il nostro sergente catturato enne ritrovato morto, crivellato di colpi, in un boschetto. A causa di questo, nei giorni successivi, il Tribunale Militare decretò alcune condanne a morte eseguite mediante fucilazione. Da parte mia, nel corso dell'operazione, trovai nascosto in un fienile un giovane tremante ed impaurito. Lo trattenni fino all'arrivo del capitano Scattolin. Provvedemmo insieme all'interrogatorio ed accertammo trattarsi di un renitente.
Non aveva armi ma quasi sicuramente faceva parte di qualche banda partigiana della zona. Aveva forse 17/18 anni ed era privo di documenti. Se lo avessimo consegnato alle Brigate Nere oppure ai tedeschi avrebbe fatto una brutta fine. Data la giovane età la decisione fu di rilasciarlo dopo un'ammonizione di guai seri se fosse stato ritrovato in cattiva compagnia. Quando lo accompagnai ai limiti della boscaglia dicendogli di andarsene non si mosse. Era evidentemente incredulo e temeva fosse l'inganno di una finta libertà con esecuzione sommaria. ]Dovetti provvedere energicamente dicendogli di considerarmi un fratello maggiore e gli rifilai un calcio nel sedere gridandogli di andarsene. Ci volle un secondo calcio per farlo decidere. Scappò come una lepre e chissà se avrà saputo valutare e riconoscere la nostra estrema dabbenaggine. I rapporti con la popolazione furono genericamente buoni. Ero venuto a conoscenza che nella zona operava una brigata partigiana comandata da un capo violento e di pochi scrupoli. La stessa popolazione ne era terrorizzata e temevano rappresaglie se avessero intrattenuto rapporti con noi. Era noto come "Virgola" nome di battaglia ed effettivamente era considerato delinquente e sanguinario nella valutazione del nostro Comando Superiore. Non era errata la nomea.
Nell' autunno del 1945, ad oltre 6 mesi dalla fine della guerra, un reparto di Polizia Militare americano sgominò una banda di feroci rapinatori che operava Passo del Bracco ai danni dei mezzi che transitavano. Nel conflitto a fuoco venne ucciso il capobanda, già ex partigiano con il nome di "Virgola". Contro il presidio di Marina III vennero effettuati alcuni attacchi tutti finiti con la ingloriosa fuga dei malintenzionati respinti da un volume di fuoco che non lasciava possibilità alcuna. Noi non subimmo danni personali. Una nota a parte voglio fare a lode dei ragazzi che componevano il mio presidio. Li chiamavo ragazzi anche se qualcuno non lo era più. Provenivano tutti dalla reclusione per avere commesso qualcosa ma devo loro il mio massimo consenso ed approvazione per il loro comportamento fedele e disciplinato. Una nota particolare al siciliano Patetta (già condannato a morte) per la sua sincera amicizia ed assoluta fedeltà. Non mi lasciava mai. Ogni iniziativa prendessi, anche pericolosa, lo trovavo sempre al mio fianco pronto a rischiare per salvaguardare la mia incolumità. Più volte, in occasione dei turni di libera uscita, i ragazzi erano stati avvicinati da qualcuno che più o meno velatamente li incitava alla diserzione oppure al tradimento per arrivare all'annientamento del Presidio ed all'eliminazione di chi lo comandava. Anche se non fu mai loro possibile la cattura del colpevole, perché sempre avvicinati singolarmente in luoghi ostili, quelle proposte non trovarono mai credito ed i ragazzi si premurarono di riferirmele. Lo statuto della Compagnia di Disciplina prevedeva, da parte mia, un rapporto settimanale sul comportamento dei singoli. Le sole parole da me usate erano: buono, valido, eccellente, fedele, capace e meritevole. Feci riavere a Chiapponi il suo grado di caporale nominandolo vice. Conservo di tutti un ricordo fraterno e riconoscente.

24/04/45
INIZIO DELLA FINE
Erano circa le ore 14 quando ricevetti l'ordine di abbandonare la postazione Marina Illa per raggiungere, con i miei soldati, il concentramento di forze a Chiavari. Già dalla sera precedente, ma soprattutto dal primo mattino, attendevo ordini. Era maturata un'atmosfera di grande tensione e la notte non avevamo quasi dormito. Rumori e movimenti da parte della popolazione, passaggio sul lungomare di automezzi e cingolati provenienti da Sestri Levante e diretti verso ovest, ai quali eravamo demandati a dare sicurezza nell'ambito del settore di nostra competenza territoriale, ci avevano concesso solo dei brevi sonnellini fra un turno e l'altro. Io, in particolare, per la responsabilità del comando e la tensione dell'eccezionale momento senza ancora saperne i motivi, quasi non avevo chiuso occhio. Avevo cercato, in più occasioni, di sapere da qualche componente della colonna motorizzata notizie relative a tanto movimento ma senza esito, nessuno sapeva niente di preciso. Conoscendo la lingua tedesca, retaggio di due anni di studio a Zuoz in Engadina, provai con i tedeschi mischiati alla colonna ma nemmeno da loro riuscii a sapere nulla di preciso.
Tutti erano tranquilli e calmi per cui reputavo trattarsi di un normale se pur grande spostamento di forze e di mezzi fatto in notturna per evitare il pericolo di attacchi aerei. Oltre tutto, a quei tempi, vigeva la regola del "Taci! Il nemico ti ascolta" per cui era normale non commentare le cose. All'alba il movimento era sensibilmente diminuito limitandosi al passaggio di pochi reparti a piedi. Avevo notato divise di ogni genere. Alpini, Decima Mas, Granatieri, Brigate nere, G.N.R. alternati a vari reparti tedeschi. Schulz, ed il caporale con lui, verso le 9, a seguito di disposizioni dal loro comando, lasciarono la postazione diretti a Chiavari.
Schulz non precisò se si trattasse di soluzione provvisoria o definitiva. Ci salutammo cordialmente come dovessimo rivederci prima di sera. Verso le 10 Abate, incaricato di vedetta sul tetto, mi riferì di aver notato con il binocolo movimento di civili, forse partigiani, sulle montagne verso Santa Giulia. Pensai che, lo spiegamento di forze notturno sulla litoranea, avesse impaurito irregolari. renitenti o anche solo civili dei paesi a mare, che si erano rifugiati sul monte.
Nulla faceva presagire quanto di li a poco sarebbe maturato. Da oltre un'ora era cessato qualsiasi movimento di forze sulla litoranea. Nessuno più era passato dal nostro posto di blocco. Poco dopo mezzogiorno alcune raffiche di mitragliatrice arrivarono improvvise sulla nostra postazione dalla boscaglia ad un centinaio di metri da noi verso monte. Non fecero alcun danno tranne scheggiare il muro. Presi immediatamente provvedimenti allertando la squadra. Ero abbastanza tranquillo perchè tutta la striscia di terreno libero a monte, cintata con filo spinato e con vistosi cartelli "Terreno minato", ci garantiva che nessuno avrebbe osato attaccare da quella parte. Il mio trucco delle finte mine funzionava.
Feci sparare dal terrazzo superiore delle raffiche nel folto del bosco e da quel momento tutto tornò tranquillo. Successivamente giudicai quella scaramuccia some un tentativo di qualche gruppo partigiano di avvicinarsi a Chiavari. Inconsapevolmente Marina III era rimasto l'ultimo baluardo dalla Repubblica Sociale verso Sestri Levante. La nostra reazione aveva consigliato prudenza ed attesa. Quando poco dopo, verso le 14, lasciai Marina III con le dovute precauzioni di difesa mi resi per la prima volta conto che qualcosa di grave stava accadendo. Con il binocolo vedevo nettamente gruppi partigiani che avanzavano occupando la zona e la strada che noi avevamo lasciata alle nostre spalle poco prima. Probabilmente, ormai sicuri del nostro ritiro, avevano atteso evitando lo scontro armato. La Verità, che diventò immediatamente reale, fu che stavamo ritirandoci e che, per qualche motivo che ancora non conoscevo, abbandonavamo la Riviera di Levante. A Chiavari una ridda di notizie si accavallarono da "Radio scarpone" (così chiamavamo le notizie che ci arrivavano di bocca in bocca). Appresi che il fronte in Toscana aveva ceduto e che le truppe Anglo-Americane erano già arrivate a La Spezia. Fui aggregato alla Compagnia Comando con il capitano Scattolin e, dopo una breve sosta di assestamento e riorganizzazione, prendemmo la via verso Rapallo. Facevamo oramai parte di una grande colonna in ritirata che procedeva a passo d'uomo. Nei pressi di Zoagli prendemmo posizione sul fianco del monte sovrastante. Fu una sosta tutt'altro che tranquilla. Verso le 18 cominciarono ad arrivare le prime granate che esplosero attorno a noi nel bosco. Il bombardamento continuò a bordate fino alle 20.30 circa. solo tre o quattro bombe caddero a qualche decina di metri da noi e per fortuna ne uscimmo illesi. II bombardamento riprese verso le 22. La notte passò nel timore di essere colpiti.
Nel buio non avevamo idea da dove provenissero le granate. Più tardi ci dissero che eravamo stati cannoneggiati dal mare da navi alleate. Nella relativa calma sopravvenuta nel primo mattino del 25 aprile vennero riorganizzati i reparti e ci giunse notizia di morti e feriti colpiti nella notte dalle granate in altri settori. Riprendemmo la marcia verso ponente con destinazione Recco dove si trovava già il grosso delle nostre forze. La situazione era abbastanza caotica. Notizie si accavallavano a notizie e tutte in contraddizione fra loro. Prima ci dissero che eravamo diretti a Genova; poi nel pomeriggio giunse notizia che forse gli Alleati erano sbarcati proprio a Genova e che la nostra destinazione era Novi Ligure passando dal Passo della Scoffera. Intanto la marcia proseguiva senza inconvenienti. L'unico incidente di cui venimmo a conoscenza fu che un reparto della Decima fece un'incursione a Santa Margherita Ligure dove, dal balcone di un Albergo, sventolava una bandiera rossa appaiata ad una bandiera spagnola. Si trattava di una cantonata da parte di un colonnello spagnolo antifranchista che, con intempestiva decisione e probabilmente male informato, aveva anticipato i tempi. Pensando di essere oramai al sicuro, aveva esternato la sua idea di parte esponendo le bandiere con il risultato di vedersele bruciare e di diventare a sua volta prigioniero. Che fine abbia fatto nel caos di quei fatidici giorni non l'ho mai saputo. Giungemmo a Recco verso mezzogiorno. Il paesaggio era una distesa di macerie e case distrutte. Il viadotto ferroviario che attraversava con alte arcate la valle sopra l'agglomerato urbano aveva richiamato bombardamenti aerei per interromperne l'utilizzazione e ne aveva fatto le spese l'intera città.
Ci assestammo un paio di chilometri oltre sulla strada per Uscio.
Una strana pace era sopravvenuta intorno a noi ma si percepiva un'atmosfera densa di incognite. Nel pomeriggio ci raggiunsero finalmente notizie sicure ed altrettanti ordini. Genova era stata occupata e la destinazione era verso Nord dove avremmo dovuto riunirci al grosso dell'Esercito Repubblicano per organizzarne il nuovo fronte di guerra nella zona di Serravalle Scrivia. Al reparto a cui appartenevo venne assegnato il compito di retroguardia. Assistemmo al passaggio di tutte le forze componenti la colonna in ritirata verso Uscio. Si trattava in tutto di circa 12.000 uomini di varie armi, tedeschi compresi. Molti automezzi e pezzi di artiglieria leggera distribuiti lungo tutta la colonna.
Mi meravigliò il fatto che l'aviazione alleata non intervenisse con bombardamenti dal cielo. Noi avevamo impiegato il pomeriggio ad assestarci su una linea di eventuale difesa verso ipotetiche forze nemiche che potessero risalire la valle e minacciare il ritiro della colonna. Rimanemmo nelle postazioni assunte in una attenta attesa carica di tensione ma nulla accadde.
Un profondo silenzio ci circondava e solo lontano, verso la costa nella sera, udivamo di tanto in tanto, delle esplosioni; segnale evidente che da qualche parte si combatteva. Il giorno successivo, 26 aprile, cominciammo a muoverci al seguito della colonna. Al nostro fianco un plotone di Marò della San Marco si alternava a noi nello spostamento. Tutto andò liscio fino alla tarda mattinata poi, improvvisamente, alle nostre spalle un sordo rumore di cingolati in movimento mi fece presagire quello che temevamo. Nell'arco di una mezzora potevamo vedere, nitidamente lungo i tornanti più a valle dietro di noi una fila di carri armati che ci seguivano. Un reparto corazzato alleato era a non più di un chilometro da noi. Gli ordini erano perentori. Fermare il nemico ad ogni costo. Un reparto di guastatori della San Marco ci raggiunse con automezzi leggeri trainanti carrelli colmi di esplosivi e razzi anticarro tipo Panzerfaust.
La situazione mi eccitava. L'imminenza della battaglia mi galvanizzava e, memore del corso di guastatore fatto alla Nembo, mi misi a disposizione. Dei 12 componenti la mia squadra non tutti erano eroi. Mi resi conto di timori e di dubbi da parte di qualcuno e così decisi in proposito. Fermo restando l'obbligo di presenza da parte del mitragliere Bona e del portamunizioni Abate lasciai agli altri la libertà di scegliere chi voleva restare con me. Il fedelissimo siciliano Patetta, il napoletano Moresco, i milanesi Panetti e Tanzarella ed il torinese Barbetta restarono. Gli altri con il caporale Chiapponi proseguirono per raggiungere la compagnia. Iniziò un'attività frenetica nella scelta delle posizioni da cui far partire i razzi prevedendo nel contempo la possibilità di ritirata. La copertura doveva essere garantita dal mitragliere Bona per cui venne scelto uno sperone dominante sul quale ricavare la piazzola per la mitragliatrice. Distribuii gli altri nei punti strategici della strada e, in particolare, ad ogni curva muniti di razzi e bombe a mano.
I guastatori della San Marco provvedevano a minare ogni ponticello o punto critico che potesse bloccare la strada. L'attesa non fu lunga.
Il primo mezzo corazzato sbucò dalla curva precedente una mezzora dopo a circa trenta metri da noi. L'emozione fu fortissima. Non avevo mai visto prima di allora un carro armato così grande. Mi sembrava una casa in movimento. Vidi nitidamente la stella circolata dell'esercito americano ed i numeri di matricola scritti sulla corazza. Partirono due razzi ed uno lo prese in pieno nel cingolo bloccandolo. Erano circa le ore 13. Non avevamo nemmeno mangiato perché ci era mancato il tempo ma avevamo avuto il primo successo. La strada era stretta e non permetteva ad altri carri di proseguire per cui, con relativa calma, arretrammo alla curva successiva. La botta forse inaspettata aveva bloccato l'avanzata dei carri e ne approfittammo per mangiare qualcosa a turno.
La reazione non tardò. Una serie nutrita di colpi di cannone e di mortaio arrivarono ma il dosso ci copriva abbastanza. Venne l'ordine di arretrare mentre l'esplosione di una mina, posta dai guastatori, faceva franare a valle un pezzo di strada. Fino oltre le 15 i carri restarono fermi e solo i mortai continuarono a sparare senza danni da parte nostra trovandoci fuori tiro. Nel cielo si profilò una squadriglia di cacciabombardieri che in picchiata sganciarono bombe ma ben oltre le nostre postazioni. Probabilmente il loro obiettivo era più a monte verso il grosso della colonna. Altre squadriglie seguirono e per tutto il resto del pomeriggio fu un inferno ma noi eravamo al sicuro. Trovandoci molto vicino alla testa della loro colonna non correvamo il rischio di essere colpiti e le esplosioni avvenivano lontano. Non potemmo fare a meno di considerare che, scegliendo il maggior pericolo del contatto diretto con le loro forze, fummo invece beneficiati dai bombardamenti.
Il volume delle esplosioni e del fuoco contraereo che si udiva ci faceva presagire l'intensità della battaglia che avveniva. Da parte nostra continuò il lento ripiegamento continuando a minare ed a far saltare ogni punto idoneo della strada. Fu solo verso le 16 che riudimmo i motori dei mezzi corazzati in movimento. Non era facile avanzare.
I danni provocati da noi alla strada erano gravi e potevamo stare abbastanza tranquilli inoltre, la botta ricevuta, sicuramente consigliava loro la prudenza. Nessun movimento di fanteria a piedi era segnalata dalle pattuglie nel bosco fuori strada ed il resto del pomeriggio trascorse per noi positivamente.
L'incognita era il sopravvento del buio per cui, oltre una valletta che ci dava il vantaggio della posizione, scavammo delle postazioni preparandoci a pernottare con i lanciarazzi a fianco. Le ondate dei cacciabombardieri cessarono all' imbrunire. Le notizie che ci pervennero dal Comando erano gravi. Il bombardamento era stato pesante ed i danni subiti rilevanti con un numero imprecisato ma alto di vittime. Alcune ore trascorsero nella relativa calma che ci permise persino un po' di riposo e di sonno. Purtroppo, verso le 23, il bombardamento riprese. Erano cannoni che sparavano con un volume di fuoco spaventoso. Sopra le nostre teste era continuo il sibilo dei proiettili di artiglieria che andavano a colpire oltre le nostre postazioni. L'inferno di fuoco senza interruzioni continuò fino alle prime luci dell'alba successiva. Per tutta la notte non furono possibili contatti con il comando a causa dell'intensità del fuoco d'artiglieria ed il fumo acre delle esplosioni ci prendeva la gola.
Verso le 6 del mattino del 27 aprile mandai Moresco al comando per riferire ed avere eventuali ordini. Il tempo era uggioso e grigio, nuvole basse avvolgevano il paesaggio riducendo la visibilità a poche centinaia di metri, un'umidità intensa impregnava gli indumenti ed arrivava fino alla pelle facendoci rabbrividire ma, in compenso ci garantiva una certa immunità non potendo essere visti dai ricognitori. La calma era assoluta e, dopo l'inferno del bombardamento notturno persino quasi irreale.
Una sensazione di timorosa apprensione catalizzava i miei pensieri e mi incuteva un senso di attesa di qualcosa di indefinito.
Mi dedicai al controllo delle armî dei miei soldati parlando cordialmente e scambiando con loro le varie impressioni del momento. Il morale era alto ma in tutti esisteva una certa preoccupazione per l'immediato futuro. Approfittando de turno di guardia a cura dei Marò ci preparammo la frugale colazione con i viveri di conforto personali. A Chiavari, in previsione della marcia di trasferta, erano state distribuite le razioni individuali e, per svuotare i magazzini ed alleggerire il carico degli scarsi automezzi, le dotazioni furono abbondanti. Coperti dalle nuvole potemmo persino accendere un bel fuoco per scaldarci e su cui preparare quello che chiamavamo caffè ma che in realtà era surrogato d'orzo. Verso le ore 7 Moresco tornò con cattive notizie. gravi oltre ogni possibile previsione. Il bombardamento aveva decimato il contingente preso in pieno da ore di fuoco e senza ripari validi. La conca di Uscio era diventata la tomba per molti nostri compagni che, in una notte di concentrazione di centinaia, forse migliaia di tiri di artiglieria. non avevano avuto scampo.
I reparti si erano sbandati ed il caos era generale. Aveva rintracciato solo un Tenente della Compagnia Comando che però non poteva dare disposizioni essendo in corso un tentativo di riorganizzazione. In attesa di nuovi ordini la responsabilità era sulle mie spalle ed a me spettavano le decisioni. Le notizie si accavallavano di momento in momento e tutte pessime. Appena arrivava una notizia, prima di ogni e qualsiasi decisione ne giungeva una nuova. Dai Marò della San Marco arrivò la più grave. Davanti a noi, verso la valle Scrivia dove eravamo diretti, il territorio era già occupato da truppe nemiche e per proseguire dovevamo aprirci la strada combattendo. Anche dalla parte della val Trebbia le informazioni erano simili tanto che prese forma la realtà del momento "Eravamo circondati." La parola "resa" non faceva parte del nostro vocabolario ed inoltre, fra le varie notizie, ci era giunta anche quella che, oltre il Po, la Repubblica Sociale era ancora compatta e dovevamo tentare di arrivare là. Ordinai ai ragazzi di tenere pronti gli zaini affardellati per ogni e qualsiasi decisione di spostamento urgente e decisi di recarmi personalmente al Comando. Giunsi nel posto dove doveva trovarsi il Comando verso le 8.30 chiedendo informazioni ai vari reparti incontrati. Alcuni alti ufficiali erano raccolti in un boschetto in Consiglio.
Il tempo era ancora pessimo ed aveva ripreso a piovere. Mi presentai al tenente Steiner che, malgrado il suo cognome tedesco, era italianissimo; parlava con la erre moscia e con un forte accento bresciano. Da lui seppi che, fin dal primo mattino, dalla parte del Passo della Scoffera vi era stato un contatto di tregua con le forze nemiche americane che ci avevano propostola resa. Capii il perchè di quella calma, prima inspiegabile, che regnava intorno. L'idea della resa non voleva proprio entrarmi nel cervello. Un senso di rivolta e di rabbia mi prese e cominciai a pensare a cosa fare per non arrendermi. Non ne ebbi il tempo. Quasi immediatamente giunse l'ordine generale di tregua e che non si dovesse assolutamente sparare in attesa di nuovi ordini. Occupai il tempo facendo un giro di ricerca di Chiapponi e degli altri ma senza esito. Gruppi misti di mostrine e divise diverse si alternavano ma tutte facce sconosciute. Molto movimento da parte dei reparti della Sanità occupatissimi a fasciare ferite sotto improvvisati ripari di teli da tenda tesi a riparare dalla pioggia. Eventuali morti erano evidentemente già stati raccolti perchè non ne vidi ma comunque la visibilità intorno era scarsissima. Il terreno era un continuo susseguirsi di crateri di bombe ed alberi tranciati e scomposti a terra. Mi resi conto di quale inferno doveva essere stata la notte precedente.
Ritornai sui miei passi per non perdere l'orientamento fra la nebbiolina, la pioggia ed il fumo di invisibili fuochi di ristoro. Anche un forte odore di cordite delle esplosioni regnava ancora sospeso nell'aria. Quando arrivai nuovamente dal Tenente appresi anche i nuovi definitivi ordini. Dopo due incontri fra parlamentari delle opposte forze, gli americani ci avevano concesso la resa con l'onore delle armi ed il nostro Comando aveva accettato. Nessuno e per nessuna ragione doveva agire impulsivamente perchè ciò avrebbe pregiudicato la vita di tutti. Avevamo avuto molte perdite e tantissimi feriti, non c'era altra alternativa che la resa con onore. Io personalmente mi sentivo molto umiliato e non riuscivo a rendermi conto della realtà. Il prossimo futuro era un'incognita che non prendeva alcuna forma come se al di là della corta visuale ci fosse il vuoto. Ritornai dai miei ragazzi quasi vergognandomi di dover riferire loro le estreme decisioni. Fui favorito dal fatto che ne erano già venuti a conoscenza dai Marò. Gli ordini erano di non sparare per nessuna ragione ma di tenere le armi. Raccolti gli zaini ci avviammo verso la conca in silenzio. Poche parole vennero scambiate nel tragitto anche perchè non si sapeva cosa dire. Ci aggregammo ad un reparto di artiglieri alpini comandati da un capitano e con loro proseguimmo la marcia. Non c'era possibilità di rintracciare la nostra compagnia. Nella tarda mattinata giungemmo ad uno spiazzo dove alcuni ufficiali disponevano i vari reparti alla resa. Ci dissero di tenere le armi ma di renderle inutilizzabili rompendo i percussori o deformando, con colpi di pietra, il settore di caricamento o la canna. Procedemmo a questa operazione secondo gli ordini ma confesso che un grosso nodo di pianto mi gonfiava la gola. Quelle armi, sempre tenute così pulite, ora venivano violentate da noi stessi. Era inconcepibile ma reale. Il mio mitragliatore prima e la pistola poi, vennero resi inutilizzabili. Che pena, quella pistola, una P.38 assegnatami con la nomina a sergente, non mi aveva mai lasciato.
Era tanto per me. Un simbolo, la sicurezza; l'emblema del comando, tutto!Quel che restava era solo una profonda tristezza piena di incognite. Ne approfittai per salutare i miei ragazzi. E' vero. Li avevo sempre chiamati ragazzi e non uomini anche se, come Patetta, avevano quasi il doppio della mia età. Erano diventati la mia famiglia, i miei fratelli, ci volevamo bene. Ci abbracciammo tutti ed in quell'abbraccio stretto, commovente e profondo sentii tutto il rispetto e l'affetto che mi avevano sempre portato con ubbidienza e disciplina. Sentii la stima ed il ringraziamento per non averli mai rimbrottati nè richiamati con cattiveria ed alcune lacrime dicevano anche molto di più.

QUANDO I DELINQUENTI ASSURGONO AL POTERE
Fummo inquadrati in ranghi ordinati e passammo davanti ad un reparto americano schierato che ci onorava presentando le armi. Subito dopo buttammo le nostre armi in una valletta alla rinfusa sotto gli occhi vigili di controllori militari americani. Era la prima volta che mi trovavo faccia a faccia con uomini con divise tanto diverse dalle nostre e soprattutto con una maggioranza di uomini di colore. Mi sembrava irreale, incredibile, eppure era vero, quegli uomini ci avevano vinti. Non li avevo mai immaginati così i nemici ma soprattutto non avevo mai pensato che potessero vincere. Non ebbi molto tempo per fare delle considerazioni. Pochi metri oltre il punto dove avevamo buttato le armi, un folto gruppo di energumeni di colore ed in divisa, con la minaccia di una pistola, si impossessarono di orologi, catenine e qualunque oggetto di valore avessimo e poi, un secondo gruppo, ci strappava dalle spalle gli zaini che venivano ammucchiati su degli autocarri senza darci il tempo ne la possibilità di recuperare eventuali oggetti personali contenuti in essi. Ma forse era proprio questo che volevano; impossessarsi di eventuali valori. Quei vincitori esercitavano l' incivile e medioevale diritto di preda. Fu un tremendo "choc" per tutti. Il modo violento usato e l'appropriazione barbara di cose a noi care fecero nascere in ognuno di noi un violento odio per quegli uomini. In un attimo fu distrutto il rispetto per quella divisa, rispetto che era sorto nel momento dell'onore delle armi e con esso veniva meno anche l'orgoglio, la fede e l'onore lasciando posto ad una profonda e sordida rabbia. A distanza di tempo penso che l'immagine della civile America, in quei momenti, abbia perso molto vanificando anni di propaganda democratica. Quello che era avvenuto era una vera e propria rapina, violenta ed incivile, che richiamava alla mente lo storico "Vae victis" in versione peggiore perchè almeno Brenno era un barbaro e non aveva pretese di portatore di civiltà, libertà e giustizia. Da quel momento iniziava il nostro calvario. Le violenze ed i soprusi erano senza limiti, venivamo considerati solo bestie e come tali trattati. Non avevamo mangiato nulla dal mattino ed erano forse le prime ore pomeridiane. Eravamo ammucchiati in uno spiazzo fangoso, sotto la fitta pioggia, guardati da soldati armati con tutta l'aria di sparare al minimo segno di rivolta. Le armi, tenute pronte con due mani e sempre puntate su di noi non lasciavano dubbi in proposito. Forse un'ora più tardi, evidentemente finite le operazioni di resa. venimmo incolonnati ed iniziò la marcia che, nel tardo pomeriggio per il gruppo a cui appartenevo, si concluse nel campo sportivo del paese di Ferrada. Evidentemente. dato l'alto numero dei prigionieri, eravamo stati divisi in vari gruppi.
Non ricordo chi, successivamente in prigionia a Coltano, mi disse che i superstiti della conca di Uscio furono 3.500. Eravamo 12.000. Che fine avevano fatto gli altri? Morti? Riusciti a fuggire? Chissà! Nessuno mai si interessò di noi e della nostra odissea. Eravamo solo bestie e, per i governi d'Italia del primo dopoguerra, anche peggio. Nel campo di Ferrada, poco dopo il nostro arrivo e con il beneplacito dell'Autorità Militare americana che ci aveva in consegna, entrarono vari gruppi di partigiani con tanto rosso addosso, armati più di odio e di malvagità che di armi proprie. Giravano in mezzo a noi scegliendo, chissà con quale criterio, alcuni prigionieri in prevalenza ufficiali e graduati. Ebbi la sventura di essere scelto, forse perchè sergente; forse perchè li avevo istintivamente guardati con disprezzo. Fummo fatti uscire fra l'indifferenza dei militari di guardia e spinti verso il paese dove. a cura di una moltitudine di uomini ed anche donne, avvinazzati ed ubriachi. subimmo il primo di una lunga serie di linciaggi nel nome della civiltà comunista. Non avevo ancora venti anni ma da quel momento, e per tutto il resto della mia vita, imparai ad odiare profondamente i comunisti e il Comunismo.
Era questa la nuova Era che si apriva all'umanità? Erano questi i vincitori? Che desolazione! Molto meglio la morte tanto desiderata dall'inizio dell'iniquo castigo a cui ero sottoposto. Per nostra fortuna la giornata era alla fine ed il buio incombeva anticipato dalla giornata piovosa e dal cielo di piombo e con il buio diminuirono anche le violenze e le angherie probabilmente perchè, data l'ora, il gruppo di carcerieri si era ridotto notevolmente. Eravamo nelle mani di una Brigata Partigiana che, mi era sembrato di capire, si chiamava Stella Rossa.
Alcuni degli uomini che ne facevano parte indossava capi militari, giacche grigioverdi camicie e pantaloni alla zuava, ma non erano ex militari. Niente nel loro comportamento denotava un passato inquadramento nell'esercito. Fra loro nessuno aveva particolare autorità sugli altri, anzi, erano frequenti le intolleranze ed i reciproci insulti e liti. Eravamo rinchiusi in un locale che probabilmente era abitualmente adibito a magazzino. Un forte odore faceva supporre la vicinanza di una stalla ed un fienile. Il pavimento era di spesse assi di legno per fortuna asciutto così da attenuare il freddo ed i brividi che provocava l'umidità dei nostri abiti zuppi di pioggia. Dal mattino eravamo digiuni; nessuno si era curato di provvedere in merito, ma al confronto delle violenze subite, la pancia vuota era il male minore. Stavamo al buio perchè il locale era privo di illuminazione e solo di tanto in tanto venivamo inquadrati nel fascio di luce di una torcia elettrica che l'addetto alla nostra sorveglianza puntava su di noi attraverso una finestra priva di vetri ma dotata di una robusta inferriata. Il buio inoltre ci impediva reciproche conoscenze o scambi di parole.
Solo lamenti ed imprecazioni ed una cieca ricerca di una posizione sul pavimento per riuscire a riposare. Non ci era nemmeno possibile sapere quanti fossimo. Finiva una giornata, sinceramente la peggiore di tutta la nostra vita passata. II giorno precedente nessuno di noi avrebbe potuto immaginare la tragicità degli avvenimenti che si erano accavallati in tale quantità ed in così breve spazio di tempo. Era il 27 aprile dell'anno 1945. Al mattino eravamo uomini, soldati, forti sani e dotati di personalità e dignità. Alla sera ci ritrovavamo ridotti al livello di animali torturati, umiliati, privati di ogni diritto in balia di individui barbari e violenti. Alle prime luci dell'alba del 28 aprile il mucchio informe sul pavimento cominciò ad agitarsi. Finalmente potevamo guardarci in faccia e sgranchirci gli arti senza scalciare qualcuno come era successo nelle ore notturne. Qualcuno non aveva dormito per niente ma la maggior parte qualche sonnellino era riuscito a farlo. Io avevo alternato il profondo stato di agitazione in cui mi trovavo a brevi periodi di sonno continuamente interrotto dai movimenti dei vicini o dagli interventi di controllo dei nostri carcerieri. Il pensiero correva alle cose che in quei particolari momenti avevano acquisito enorme importanza. La famiglia, la mamma, le sorelle, i tempi della scuola ed i volti delle persone che avevano significato qualcosa nella nostra vita. Purtroppo difficilmente riuscivo a completare con l'immaginazione il corso dei ricordi. Qualcosa sempre sopraggiungeva ad interromperli. Mentre, nel primo chiarore del mattino, mi rendevo conto dell'ambiente e delle persone che mi circondavano fui interpellato da un capitano della X MAS che mi chiese quanti anni avessi e da dove provenissi. Era anche lui lombardo di Pavia e dimostrava circa 40/45 anni. Mi rivolse alcune frasi buone e paternalistiche soffermandosi a notare, con rammarico e dispiacere, la mia giovane età alla luce della tragica situazione. Fu allora che mi resi conto come tutti gli individui intorno a me fossero più avanti negli anni. Ero l'unico giovanissimo in quel frangente. Tutti, nelle ore successive, mi trattarono con affettuosità e ciò mi fu di grande consolazione e stimolo.
Con il sopravvento della luce del giorno iniziò un fitto scambio di parole ed opinioni. Era comunque convinzione generale che per noi non esistesse futuro. La sete era generale perchè anche l'acqua mancava. Un sergente della Divisione Littorio, che aveva subito particolari violenze a causa della sua divisa, con il volto tumefatto, un occhio completamente nero gonfio e chiuso e l'altro ridotto ad appena una fessura, apparire di due partigiani venuti a controllare chiese dell' acqua ed in cambio ottenne un calcio nella pancia ed una serie di insulti.
L'ultima acqua che avevamo bevuto era quella della pioggia che ci era arrivata in bocca il giorno prima e le numerose ferite ed ecchimosi di cui eravamo tutti coperti accentuavano la sete. Il capitano di Pavia, che si chiamava Rossetti, prese l'iniziativa di organizzare e mettere un po' d'ordine. Era l'unico ufficiale di grado superiore presente fra noi oltre un sottotenente. Particolare strano che i partigiani entrati nel campo di Ferrada non ne avessero scelti di più ma la spiegazione venne proprio per bocca del capitano. Non ne avevano trovati altri perché gli americani avevano dirottato tutti gli ufficiali in un gruppo a parte mentre il capitano Rossetti ed il sottotenente Viale, per loro scelta e disgrazia, rimasero con i loro soldati. Dal breve censimento effettuato risultò che solo una decina di noi, me compreso, erano sottufficiali. Gli altri tutti graduati e truppa con prevalenza di Milizia, X Mas, e Div. Littorio. Di alpini, oltre a me, solo un caporale della Compagnia Servizi. Analizzando la qualità del gruppo il riscontro era che nessuna personalità di spicco esisteva e si trattava solo di povera gente in divisa.
Se, come si presumeva, i partigiani ci avevano preso per darsi importanza, per esibizione o per vendetta, il risultato non era certo lusinghiero per loro: avevano fra le mani uomini qualsiasi senza particolari posizioni o colpe. Ma evidentemente, come avevano dimostrato sino a quel momento, i nostri carcerieri erano di livello molto basso, sia socialmente che di intelligenza, dimostravano solo ottusità, comportamenti volgari e violenti, grande cattiveria e mancanza assoluta di qualsiasi barlume di civiltà. Nessuno di loro aveva cercato un sia pur minimo colloquio con noi e da quando ci avevano prelevato non ci era stato dato cibo, né acqua ed a quel punto erano trascorse oltre 24 ore dall'ultima frugale colazione. Di tanto in tanto, oltre l'inferriata, si affacciava qualcuno, donne e ragazzi in particolare, che, dopo un'occhiata curiosa, si allontanavano ridendo.
Non ho mai capito quale ilarità potesse creare la vista di uomini pesti e laceri come eravamo noi. Il tempo era relativamente migliorato, non pioveva ma il cielo era denso di nubi. Qualche breve e debole raggio di sole compariva a tratti subito sopraffatto dal grigiore. Più avanti nella mattinata finalmente qualcuno si fece vivo. Preceduto da particolare animazione e grida la porta venne aperta e, con un gruppo di partigiani armati, fece il suo ingresso un tipo che aveva l'aria del capo. Aveva un cinturone da ufficiale ed una pistola nel fodero, era degnato di rispetto dai suoi uomini e, prima di parlare, girò a lungo lo sguardo su tutti. Chiamato, il capitano Rossetti si fece avanti ed iniziò uno scambio di domande e risposte. Il colloquio fu breve e freddo, le parole più usate dall'interlocutore furono "Fascisti", "Assassini", "Bastardi" ed altro. concludendo con la dichiarazione che eravamo tutti "da ammazzare". L'unico lato positivo di quella visita fu che dopo una mezzora circa, la porta si aprì e ci venne distribuito del pane e dell'acqua. Il pane era il classico a mattone nero delle truppe tedesche. probabilmente trovato in qualche deposito. Nelle prime ore del pomeriggio fummo fatti uscire ed incolonnati, iniziò così la marcia verso il basso che, dalle rare indicazioni stradali, era in direzione di Lavagna e Chiavari.
Il primo paese che superammo fu Cicagna e fu anche la prima dose di legnate, insulti e sputi. La cosa si ripeteva ad ogni paese che superavamo ed i nostri accompagnatori non facevano nulla per evitare il linciaggio, anzi, ridevano soddisfatti alla vista. Lungo la strada giungemmo ad un, paese che, mi pare di ricordare, si chiamasse Monleone.
Qui ebbi la mia personale reazione di rabbia e disgusto.
Davanti al sagrato della chiesa, circondato da uomini con fazzoletti rossi, stava. tronfio e goduto con un gran sorriso sulla bocca, il prete. Aveva anche lui, sopra la lunga tonaca nera, il suo fazzoletto rosso al collo. Rideva divertito e parlava con i vicini senza il minimo segno di commiserazione per noi, pesti, sanguinanti e laceri. I miei ultimi studi li avevo fatti in collegio dai Salesiani e tonache nere ne avevo viste tante. Non ero mai stato particolarmente docile né bigotto ma fino a quel momento avevo sempre avuto profondo rispetto per l'abito talare. La rabbia mi prese e senza pensare, istintivamente, giunto davanti al sacerdote feci un passo fuori dalla fila e, guardandolo negli occhi con odio, gridai: "Dio ti stramaledica prete della malora". Non ebbi modo di vedere la sua reazione. Uno degli armati di scorta mi appioppò una botta terribile sul capo con la canna del fucile che teneva fra le mani e, prima che potessi rialzare la testa che avevo avvolta fra le braccia per ripararmi, avevo superato il punto di parecchio. Ricordo solo che, nell'attimo della mia frase, il suo volto era immediatamente diventato pallido, sul suo viso una smorfia di sorpresa muta aveva preso il posto del riso. Un insistente rivolo di sangue mi scendeva sull'occhio sinistro e sulla guancia fino ad infilarsi nel collo. Qualcuno dei miei compagni mi passò un fazzoletto col quale cercai di tamponare la ferita. La marcia proseguì fra le peggiori angherie che mente umana potesse partorire. Quando, nel tardo pomeriggio, giungemmo sulla costa, quello che avevamo già subito era nulla in confronto a quanto dovemmo ancora subire. Ci fecero passare in lunga fila, fra ali di energumeni picchiatori pieni di cieco furore. vere e proprie forche caudine, noi potevamo solo cercare di ripararci dalle botte che arrivavano senza interruzione ed in ogni parte del corpo. Pugni, calci, colpi con oggetti vari, le donne con gli zoccoli, sputi, insulti feroci, sassate e legnate nelle gambe. Durò forse mezzora quel calvario ma sembrò senza fine. Quando finalmente ci fecero entrare in un campo sportivo finì quell' infernale bolgia. In quel campo esisteva una vasca on un rubinetto che erogava acqua a volontà e potemmo tutti dissetarci e lavare le ferite.
Circa un'ora più tardi ci fecero ammucchiare in piedi in un angolo e ricevemmo la sgradita visita di una specie di brutta copia di un commissario Bolscevico con tanto di giacca di pelle nera e cinturone, pistola alla vita, mitra a tracolla ed immancabile fazzoletto rosso. Con tanta arrogante prosopopea e boria ma con poche parole frammiste ad insulti ci comunicò che il giorno successivo saremmo stati processati dal popolo e condannati. Mi rimase impresso quello sguardo bieco e cattivo particolarmente perchè si capiva che era una persona colta, dalla parola forbita che però contrastava con quell'aspetto di boia truce che rappresentava. Senza mezzi termini ci annunciò già l'esito della condanna che sarebbe stata emessa il giorno successivo. Condanna a morte per tutti. Molti anni dopo, negli anni ottanta, seguendo le cronache sulle brigate rosse alla televisione sono quasi certo di averlo riconosciuto nella persona dell'avvocato Lazagna, coinvolto marginalmente in quell'inchiesta. Quel giorno finì con il nostro trasferimento nella soffitta di una scuola senza altro cibo.

-29/4/4-5 -
IL CALVARIO DELLA GIUSTIZIA ROSSA
Eravamo stati ammucchiati, la sera precedente, in un sottotetto al secondo piano di un edificio scolastico dopo aver subito le peggiori angherie che esseri umani potessero immaginare. Le violenze minori erano le percosse ricevute da donne che si accanivano a zoccolate sulle nostre teste. Colpi con il calcio dei fucili, calci negli stinchi e nei testicoli che, oltre al dolore, lasciavano delle profonde abrasioni sull'interno delle cosce. Colpi di coltello che pur frenati dagli indumenti, lasciavano ferite sanguinanti. Pugni dove capitava e quelli che raggiungevano il ventre lasciavano chi li riceveva senza fiato. Così, dopo le forche caudine del passaggio fra due ali di folla impazzita ed urlante, eravamo giunti alla relativa pace di quel sottotetto. La notte era trascorsa insonne, nessuno era riuscito a dormire in quelle ore che, era ormai certo, erano le ultime che ci restavano da vivere. Io me ne ero rimasto quasi sempre rannicchiato con la schiena contro il muro e con i pensieri che correvano a ricordare i momenti più significativi della mia breve ma intensa vita passata.
Non ricordavo nulla da rimproverarmi o fatti di cui pentirmi. La mia giovinezza era limpida e colma di valori spirituali e di profondo amore per quella Patria che, in quei momenti angosciosi, reputavo ormai finita, preda di traditori, delinquenti e nemici della civiltà che, come sciacalli, pasteggiavano sui resti di un corpo non vinto da loro ma dalla potenza di altre nazioni. Oramai non esisteva più, per noi, la possibilità di vivere per cui nulla e nessuna speranza albergava nel mio cuore per il futuro.
Davanti a me esisteva solo il vuoto, il nulla. Tutto questo e tante altre considerazioni mi facevano accettare, con fatalismo e senza recriminazioni, la soluzione tragica della morte che, da li a qualche ora, sarebbe sopravvenuta. L'unico pensiero che mi portava alla commozione era quello di mia madre e delle mie sorelle. Mi mancava solo la possibilità di riabbracciarle e baciarle per l'ultima volta e poter rivolgere loro le mie ultime parole d'amore. Ogni qual volta questo pensiero mi assillava lo scacciavo per non essere preso dalla debolezza dello spirito. Ero forte e deciso a morire con orgoglio senza mostrare alcun segno di cedimento e con il massimo disprezzo per i carnefici.
La luce del mattino ci annunciava il nascere di un giorno tragico ed il tempo accompagnava l'imminente tragedia con una pioggerella fitta ed un cielo plumbeo. Che ora fosse non era possibile sapere perchè nessuno possedeva più un orologio. La rapina subita, dopo la resa, non ci aveva lasciato nulla. I "liberatori" ci avevano liberato di ogni cosa avesse valore: orologi, catenelle, soldi ed anche indumenti tanto che molti erano in preda a brividi di freddo trovandosi con la sola canottiera.
Il tempo trascorreva veloce ed ogni qualvolta la porta si apriva il battito del cuore accelerava reputando giunto il momento fatale. Invece quella porta si aprì frequentemente per introdurre individui armati con vistosi fazzoletti rossi collo che ci passavano in rassegna alla ricerca forse di qualche viso noto. Il loro comportamento era violento e persecutorio proprio come ricordavo di avere visto al cinema nelle pellicole sulla rivoluzione russa e sulla guerra civile spagnola. Francamente mi meravigliai che nessuno riconoscesse me in particolare dato che. per due mesi. ero stato il comandante proprio di "Marina III" a Cavi di Lavagna ed a Lavagna ero abbastanza noto. Più tardi, nel calvario della piazza, guardandomi riflesso nello specchio che faceva da spalla ad un negozio di barbiere, mi resi conto del perchè. Io stesso quasi non mi riconoscevo. Il viso tumefatto, gli occhi gonfi quasi chiusi, un fazzoletto annodato sulla fronte per fermare il sangue che colava sugli occhi ed i numerosi lividi mi avevano cambiato i connotati. Forse questo mi aveva salvato da ulteriori torture da parte di qualche giustiziere di turno, dato che, oltre tutto, ero privo di giacca e con i pantaloni strappati e, forse, ero talmente conciato da fare pietà anche a dei boia. L'attesa del peggio si prolungava nella mattinata.
Il tempo era migliorato e non pioveva più. Dall'esterno ci giungevano lontane le urla e gli schiamazzi della folla ed un altoparlante che alternava frasi urlate a musiche da ballo. Dall'unico finestrino piccolo, circolare, che dava un po' di luce al locale si vedevano solo altri tetti. Venne purtroppo il momento che precedeva la nostra fine.
Fra tutte le ipotesi fatte la notte precedente aveva prevalso la convinzione, esternata da un ufficiale della X MAS che si era anche preso l'incarico di contarci, che ci avrebbero fucilati probabilmente sulla spiaggia a ridosso della massicciata ferroviaria dove esistevano anche delle fortificazioni antisbarco in cemento. Eravamo esattamente 5l. Ci fecero uscire in fila indiana con sghignazzate di scherno, insulti e bestemmie. Scendendo le scale qualche calcio nella schiena faceva rotolare lungo la rampa il malcapitato che lo riceveva. Giunti sulla strada si ripeteva lo spettacolo del giorno prima. Due ali di folla urlante con uno stretto passaggio al centro. In fila indiana si percorreva quel calvario. Io, per caso, fui tenuto fra gli ultimi e questo forse mi risparmiò più forti percosse essendosi, la folla, già sfogata e stancata con i primi. Giunsi così sulla piazza della cittadina antistante il mare dove, macabra sceneggiata, alcuni tavoli erano posti al centro e sopra i quali, uno alla volta, veniva fatto salire il malcapitato del momento. Una "giuria" composta da individui con camicie rosse, fazzoletti rossi, armi in mano o a tracolla, senza minimamente conoscere il nome o menzionare accuse, chiedeva solo alla folla il giudizio che invariabilmente era sempre lo stesso, urlato dai presenti, A MORTE! A MORTE!.
Questo era ciò che in seguito fu definito "Tribunale del Popolo". Ma il popolo era veramente quello? Nella piazza erano presenti mille forse più persone, tutte con qualcosa di rosso addosso. Ricordo che qualche pezzo di tela rossa rettangolare sfilacciata su un lato denotava di essere stata strappata da una bandiera tricolore di cui interessava solo la parte rossa. Povera Italia. La folla presente non poteva rappresentare l'Italia ma solo una piccola parte, sanguinaria e colorata, che però prevaricava e dimostrava con la violenza e le minacce, la propria appartenenza alla peggiore ideologia politica.
In quei giorni violenti, il popolo buono, il popolo onesto e civile non scendeva in strada per non essere vittima, a sua volta, della furia rossa. Così fummo, tutti senza eccezioni, condannati a morte. Ed ogni condannato, dopo la sentenza, veniva consegnato a due partigiani armati che facevano la fila, a due a due, in attesa del perverso piacere di poter avere il patriottico incarico di uccidere un odiato nemico. Anche nella piazza fui fra gli ultimi a salire sul tavolo senza una specifica ragione. Forse perchè molto giovane e la precedenza veniva data ai più avanti negli anni presumendoli più colpevoli. Mentre si svolgeva il macabro rito ed attendevo il mio turno a suon di ulteriori botte, sputi e violenze, udivo, dalla spiaggia, le detonazioni che significavano la morte di chi mi aveva preceduto. Ogni condanna richiedeva pochi minuti ma, dato il numero, forse erano trascorse un paio d'ore e presumo fosse circa mezzogiorno. Per gli ultimi, forse per stanchezza o noia, il tempo di condanna veniva accelerato e si arrivava, presumo, ad un minuto a testa. Il successivo veniva fatto salire sul tavolo prima ancora che il precedente fosse sceso ed il grido A MORTE non aveva interruzione ed era diventato una tragica cantilena. Quando venni spinto verso la panca che faceva da scalino ai tavoli mi resi conto di essere il quartultimo. L'urlo A MORTE gridato per me non mi fece grande impressione; oramai era fatale ed atteso e le spinte ed il brevissimo tempo impiegato per la condanna non mi permisero alcuna considerazione o reazione. Mi presero in consegna per l'esecuzione due partigiani molto diversi fra loro. Uno giovane, muscoloso, pochi anni oltre i miei diciannove, dotato di molta prosopopea e volontà di esibirsi come eroe giustizialista. lo chiamavano Tino, 1'altro di mezza età, magro, taciturno e con uno sguardo indifferente. Forse, anche fra i giustizieri, i peggiori avevano preso il sopravvento e la precedenza così, a me, erano rimasti i mediocri.
Fui portato verso un angolo della piazza dove il giovane voleva esibire la sua vittima ad alcune ragazze ed amici posando a eroe vincitore ed invitando, chi voleva, a sfogare su di me l'odio verso i fascisti vinti. La sosta in quel luogo si prolungò un poco perchè il più anziano dei due si allontanò dicendo che andava a bere un bicchiere e sarebbe tornato subito lasciandomi in balia del giovane. Non lo vidi più; gli eventi precipitarono di li a poco con la comparsa di un prepotente energumeno, forse ubriaco, assetato di odio e di sangue e pieno di boria che, fendendo la folla intorno, mi si parò davanti, con un mitra fra le mani, urlando "questo lo ammazzo io" e mi puntò violentemente la canna del mitra allo stomaco facendomi mancare il respiro. Con l'aria del primo attore della commedia mi disse "Hai niente da dire prima che ti ammazzi"? In quel momento mi resi conto che era giunta la mia ora e proprio perchè oramai rassegnato ebbi un attimo di debolezza chiedendo di poter scrivere a mia madre. La risposta fu "ai bastardi fascisti questo non è possibile". Per reazione, mi prese una profonda rabbia e gli urlai tutto il peggio che conoscevo "vigliacco" "porco" "traditore, "bastardo" "figlio di puttana" ed altro aspettandomi la raffica che avrebbe posto fine alla mia vita. Lo vidi diventare paonazzo e tremare di rabbia e forse era veramente un vigliacco o forse temeva, data la vicinanza, di colpire altra gente per cui, sollevato il mitra a due mani, me lo diede in testa con tutta la sua forza. Una botta tremenda. Caddi per terra e lui continuò la sua opera prendendomi a calci rabbiosi. Ogni calcio sul mento mi faceva battere la testa contro il muro della casa tanto che ricordo solo i primi calci dolorosi, i successivi li sentivo come ovattati nel sonno. Ero svenuto o forse già più morto che vivo. Non so quanti calci presi e quanto tempo passò, presumo non tanto. Quando ripresi i sensi mi resi conto che un militare americano di colore mi sorreggeva e mi caricava su un gippone mentre un suo compagno, pistolone alla mano, teneva a bada gli esagitati minacciando di sparare. Non ho avuto modo di ringraziare i miei salvatori che, senza parlare, né io riuscivo a pronunciare parole, dopo avermi lasciato in un ospedale da campo americano, non vidi più. Venni lavato e medicato e, dopo alcuni giorni, portato al Campo di Concentramento di S. Rossore nella pineta del Tombolo in Toscana. Forse il linciaggio a cui ero stato sottoposto aveva richiamato l'attenzione e la pietà di quella pattuglia americana di passaggio che era intervenuta salvandomi la vita.
Non so e non mi risulta che altri si siano salvati da quella carneficina. Forse io fui l'unico superstite?
Un giornale edito a Genova, in un articolo postumo sulle stragi perpetrate dalle Brigate Partigiane in Liguria, così si espresse: "..... ma le stragi di maggiore portata si verificarono quasi certamente nella riviera di Levante e nelle Vallate che la congiungono con le regioni circostanti. In quelle valli riposano i resti di centinaia di ufficiali e soldati delle divisioni "Monterosa" e "San Marco", massacrati e sepolti in località rimaste sempre sconosciute".

- 4/5/45 - San Rossore
PRIGIONIA
Giunsi a questo campo nella tarda mattinata del 4 Maggio. Un autocarro militare Americano, fin dalle prime ore del mattino, aveva fatto un giro di raccolta in vari presidi. Io fui uno dei primi. Quando venni prelevato e caricato dall'ospedale militare nella zona del delta del fiume Magra in provincia di La Spezia, prima di me c'erano solo altri due prigionieri già appartenenti alla G.N.R., mi dissero che erano stati prelevati dal carcere di La Spezia. Successivamente, con varie altre fermate, l'autocarro si riempì tanto che fummo obbligati a viaggiare in piedi, per mancanza di posto. Io mi sentivo particolarmente stanco. Le gambe, sottoposte ai sobbalzi di un percorso prevalentemente accidentato, mi reggevano a fatica e fu con enorme sollievo che, dopo circa tre ore di percorso, posai i piedi a terra. Fummo fatti passare in una grande tenda dove numerosi Furieri, a turno, ci prendevano i dati personali. Completata la schedatura ci venne assegnato un numero appeso al collo. Io, da quel momento, diventai il P.W.E. n. 760229 ed appresi che quel campo aveva il n.339.
Incolonnati raggiungemmo una vasta radura delimitata da una tripla serie di reticolati. Nell'interno del campo esistevano vari pini marittimi che davano al paesaggio una nota piacevole. Una serie di tende allineate in varie file con ampi spazi intermedi ci accolsero.
Francamente, alla luce di quanto ci circondava, non potevamo lamentarci, ci aspettavamo di peggio.
Venimmo divisi in gruppi di 24 assegnati ad ogni tenda e ci venne fornita una coperta militare ed un telo mimetico da posare sulla sabbia per dormire. All'interno della tenda la sabbia era asciutta ed ognuno ebbe un suo posto assegnato. Nominato per ogni tenda un capo responsabile (con prevalenza il più alto in grado) finalmente ci venne distribuito da mangiare. Tre scatoloni di viveri assortiti per ogni tenda. Fu una gradevole sorpresa. Ogni scatolone conteneva un piacevole assortimento, carne in scatola e prosciutto in scatola, verdura in palline secche, gallette, biscotti, frutta sciroppata, crocchette di riso soffiato, cioccolato, bevande e persino caramelle. La divisione in 8 risultava una razione discreta e varia. Sapemmo poi che quella scatola era la razione giornaliera del soldato americano.
Tutto ciò accompagnato da un cielo azzurro, l'aria fresca che giungeva fino lì dal mare vicino e la sosta riposante all'ombra dei pini ci faceva accettare la prigionia con ottimismo, quasi una dolce vacanza. Purtroppo questa pacchia durò pochissimo. Evidentemente le scatole piene di cose buone e nutrienti erano una soluzione provvisoria dettata dalla situazione di emergenza di prigionieri come noi imprevisti ed una impreparata organizzazione da parte del comando Americano che, finito repentinamente il conflitto, non prevedeva tanti prigionieri. Eravamo a conoscenza da radio "filo spinato" che di campi come il nostro ne esistevano parecchi nella zona per cui, essendo noi poco meno di 1.000 uomini si presumeva un totale di 8.000/10.000 prigionieri. Nessuno poteva immaginare ciò che, qualche settimana più tardi, a Coltano, divenne una realtà. 35.000 uomini di tutte le armi della Repubblica Sociale ammassati in un unico enorme campo diviso in 10 settori.
Per noi a S. Rossore le piacevoli scatole durarono solo 5 giorni e poi, forniti di personale gavetta, il vitto divenne quello che fu per mesi e mesi la nostra ossessione; La PAPPINA!. Consisteva in una brodaglia densa composta da leguminose in polvere che ogni giorno variava di colore fra il verdastro ed il nocciola/marrone ma il gusto non cambiava: era sempre lo stesso.
Sulla `'pappina" vennero fatte varie supposizioni fra cui quella maggiormente accreditata era che, (scartata la provenienza americana in quanto si presumeva che mai soldato americano avrebbe mangiato tale intruglio), probabilmente si trattava di bottino di guerra rastrellato nei depositi in Germania. Effettivamente assomigliava molto alla "Suppe" delle cucine militari tedesche. La pineta di S. Rossore dove ci trovavamo era la riserva di caccia Reale ed è tuttora la stessa cosa riservata al Presidente della Repubblica. La permanenza a S. Rossore durò circa un mese. Evidentemente le autorità militari americane, sotto la cui giurisdizione ci trovavamo come prigionieri di guerra, avevano occupato quel tempo nella costruzione di un vero campo di concentramento prigionieri in località Coltano.

COLTANO
Questo campo si trovava più a sud, in provincia di Livorno, nella zona del Tombolo ed aveva la denominazione "Campo n. 338". Era formato da 10 settori uniti in un unico complesso enorme situato su una spianata senza alberi. Ogni settore era diviso da quello attiguo da una doppia fila di barriere di filo spinato. 11 lato esterno. confinante con il mondo libero, aveva una prima barriera di cavalli di frisia delimitante una striscia di terra di nessuno larga circa 10 metri e quindi una alta e robusta barriera di pali e filo spinato fitto. Circa 5 metri oltre una barriera gemella più esterna rappresentava l'ultimo baluardo. Lungo questa ultima barriera, in corrispondenza di ogni settore, svettava alta una torre, portante una garitta circondata da camminamento, sulla quale una sentinella vigilava con una mitragliatrice piazzata in direzione interna. Più volte al giorno, fra i due reticolati alti, passava una pattuglia che controllava l'integrità delle barriere. 1 10 settori erano posizionati in due file di 5 divisi fra loro da un largo viale lungo quanto il campo e sul quale transitavano in continuazione automezzi militari diretti, sia al settore 5 adibito al comando del campo ed agli alloggiamenti militari americani, sia al settore 4 adibito ai servizi fra cui principalmente la cucina cd il magazzino viveri.
Io arrivai a Coltano il 10 giugno 1945 e fui assegnato alla 5a Compagnia nel settore n. 7, l'alloggiamento era in piccole tende tipo canadese a due posti. Il mio compagno di tenda era un simpatico ed allegro napoletano di mezza età che si chiamava Tito. Di fronte al settore 7 c'era il settore 4 oltre il viale centrale. La barriera in corrispondenza di questo viale era semplice e non era complessa ed invalicabile come quella esterna. Per alcuni prigionieri decisi, spregiudicati ed avventurosi fra cui c'ero anch'io, passato un po' di tempo e presa confidenza con l'andazzo del campo, in varie occasioni si oltrepassava alla chetichella per andare negli altri settori del campo con i quali esistevano continui contatti e scambi di notizie. Il rischio, se sorpresi, era di finire alcuni giorni nel recinto punitivo. Questo recinto merita una particolare menzione. Era formato da tanti piccoli box indipendenti, simili a gabbie per cani, di un metro per due. Tutti i lati erano barriere di filo spinato alle quali evidentemente non ci si poteva appoggiare la schiena per riposare e ad una altezza di un metro e mezzo una griglia fitta sempre di filo spinato impediva la posizione eretta per cui si poteva solo stare sdraiati, seduti od in ginocchio ed assolutamente impossibilitati a camminare. La mente che aveva partorito quella punizione pensavamo appartenesse sicuramente ad un ex galeotto di Sing-Sing! Io ci finii solo una volta per tre giorni. Il campo di Coltano era denominato dai nostri carcerieri "Fascist Criminal Camp" ed era alla mercé delle periodiche sadiche esibizioni dei vari comandanti che si succedevano. Il comando non veniva assegnato ad ufficiali normali ma scelti fra la feccia che sicuramente esisteva nell'esercito americano e forse l'assegnazione veniva fatta a seguito di punizione. Solo così si potevano spiegare le disposizioni incivili e crudeli che venivano emanate "una tantum" senza specifici motivi. Citerò le più barbare:

1) Non venivano curate le malattie. Tubercolosi, bronchiti, polmoniti, malattie veneree, Gastroenteriti ecc. ecc... Chi ne era affetto o moriva o trascinava il suo male. Ufficiali medici prigionieri si mobilitavano ma con pochi risultati mancando i medicinali.
2) Mutilati ed invalidi gravi erano completamente privi di assistenza, abbandonati al loro destino.
3) Uno dei comandanti arrivò ad ordinare lo smontaggio delle tende ogni mattino ed il rimontaggio solo a sera. Questo per farci rimanere al sole cocente di luglio tutto il giorno privandoci anche dell'acqua. Per fortuna questa barbarie durò solo una decina di giorni.
4) Un'altro comandante, invece della regolare distribuzione della pappina, faceva portare le marmitte in prossimità dell'ingresso del settore lasciando poi la libertà di assalto da parte degli affamati. Il primo giorno di questo sistema causò molti feriti schiacciati dai più lontani e la maggior parte restò senza cibo che finì a terra per il rovesciamento delle marmitte. In seguito fu poi l'organizzazione interna a disciplinare le successive distribuzioni.

Questi ed altri atteggiamenti erano all'ordine del giorno nel campo.
Il comandante del settore n° 7, dove io mi trovavo, era il maggiore Arillo della X MAS, Medaglia d'oro al valore militare che gli venne concessa come realizzatore dell'ardita beffa effettuata con i famosi maiali subacquei che forzarono la baia di Gibilterra minando ed affondando varie navi inglesi. Un giorno entrò nel nostro settore un ufficiale inglese fortemente scortato che fece chiamare il comandante Arillo. Evidentemente voleva conoscere l'eroe nemico. Quando Arillo arrivò si pose correttamente sull'attenti e salutò militarmente con la mano alla fronte. L'ufficiale inglese non era certo un gentiluomo e forse era a Gibilterra quando subì la beffa perchè. senza parlare, colpì Arillo con il frustino facendogli cadere il basco. Atto ignobile. Comunque Arillo non si scompose e, sempre sull'attenti. pronunciò queste parole: "La nostra disciplina ci insegna che senza berretto si saluta. così" ed elevò il braccio in un impeccabile saluto romano seguito da una valanga di applausi da tutti noi. L'ufficiale inglese, livido, si ritirò e credo che la lezione che ricevette fosse per lui la peggiore umiliazione. Malgrado gli eccessi di certi comandanti, per nostra fortuna, si avvicendarono negli ultimi mesi di prigionia anche ufficiali fedeli al motto: "Vivi e lascia vivere". Non mancava l'iniziativa da parte di elementi attivi e creativi. Una serie di iniziative presero corpo a cura di una minoranza che rifuggiva la generale indifferenza ed abulia della massa. Nei vari settori si riusciva a scrivere, a mano, i periodici notiziari che poi venivano scambiati. Il settore n° 7 fondò un notiziario settimanale chiamato 4 effe. 4 effe stava per fam-fuco-frec-fastidi.
Fra i collaboratori, quasi tutti milanesi, c'ero anch'io che da tempo tenevo una specie di diario di prigionia messo insieme con cartone di scatola e fogli forniti dal cappellano che mi aveva procurato anche una matita ed ogni tanto mi ospitava nella tenda-cappella dove esisteva anche penna ed inchiostro. Ho scritto tutto quello che mi passava per la testa, sogni, divagazioni, poesie, facezie ed ho raccolto nel diario quasi tutto. A ricordare la prigionia a Coltano, come migliore testimonianza, lascio, qui di seguito, spazio al contenuto del diario.
Molte cose lette oggi forse fanno un po' ridere ma allora non facevano ridere ma erano tutta la nostra vita. Voglio prima solo stigmatizzare la mia particolare situazione di allora. Dal giorno 24 aprile non avevo più potuto avere la possibilità di alcun contatto con la famiglia. Seppi poi, al ritorno a casa, che mi avevano creduto morto. Nei primi giorni di maggio mia sorella Renata con una zia che si era procurata validi documenti dal Comando C.L.N. (Massima autorità di quel tempo) era arrivata in Liguria alla mia ricerca. Dopo tante peregrinazioni infruttuose giunse al Comando di Chiavari dove un capo partigiano, che mi aveva conosciuto e mi odiava, le disse che sicuramente ero morto perchè se fossi giunto vivo nelle sue mani mi avrebbe fucilato lui. Vennero fatte delle ricerche tramite la Croce Rossa appoggiate da amici di famiglia influenti ed il risultato fu che un Gianmaria Guasti era stato sepolto, con altri Repubblichini, in una tomba comune nel cimitero di Bottrighe in provincia di Reggio Emilia. Mia madre fece celebrare messe funebri alla mia memoria. Solo verso la fine di agosto seppero tutti che ero vivo da un biglietto da me scritto a Coltano, munito di indirizzo e lanciato. avvolto ad una pietra, oltre la barriera dei reticolati. Una ragazza in bicicletta lo aveva raccolto e, per mia fortuna, inviato a destinazione. Una sconosciuta a cui serbo tanta riconoscenza.