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LA
TESTIMONIANZA DI UN PROTAGONISTA: GIAN
MARIA GUASTI
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PRECOCE
DECISIONE
Ho vestito la divisa a 17 anni appena compiuti,
alla fine del 1942, volontario dopo che un
bombardamento su Milano aveva distrutto la
mia casa e ferito gravemente mia madre. Ho
finito la mia odissea alla fine del 1949 a
24 anni liberato, il 28 dicembre. dal carcere
politico di S. Vittore, dopo 7 anni di traversie:
tutta la mia giovinezza.
Ho avuto un'adolescenza serena e senza problemi.
La mia famiglia era benestante, e, per quanto
ricordi, a me ed alle mie sorelle, i nostri
genitori non fecero mancare nulla. Mio padre
era un professionista, socio in un magazzino
di materiali edili e mia madre, maestra sarta,
proprietaria di una sartoria con oltre dieci
lavoranti. Negli anni venti/trenta esisteva
molta sperequazione, poche famiglie abbienti
e tanta povertà ma non miseria. Non
esisteva lotta di classe od invidia e, nel
paese dove sono nato, tutti, ricchi e poveri,
convivevano con reciproco rispetto ed amicizia.
Tirano, in Valtellina, era un paese di confine
con la Svizzera ed automaticamente l'attività
maggiore era il contrabbando e, proprio per
questa ragione, esisteva una tacita omertà
per cui tutti sapevano ma nessuno parlava.
Io, come quasi tutti i ragazzini dai 7 ai
10 anni, di nascosto dalla famiglia, per spirito
di avventura e per guadagnare ben due Lire
di mancia, cioè una lauta merenda di
pane e fichi, facevo la civetta per i contrabbandieri.
Questo consisteva nel precedere gli spalloni
sui sentieri di montagna al confine e, ove
incontrassimo o notassimo pattuglie di finanzieri,
dare un segnale preventivamente concordato,
con canti, fischi o suono di armonica a bocca.
Questa atmosfera particolare sono convinto
che, in qualche modo, abbia agito sul mio
carattere. Erano gli anni in cui noi ragazzi
tentavamo di emulare le avventure dei "ragazzi
della via Paal"; inoltre, fin dalla scuola,
eravamo parte attiva della disciplina inculcataci
dalle organizzazioni fasciste. Ero entusiasta
dello sport che si faceva ogni sabato e mi
sentivo orgoglioso di quella divisa di Balilla.
Mio padre era socialista e lo rimase fino
alla morte. Tutti lo sapevano e lo rispettavano
per la sua onestà e sincerità.
Egli, d'altro canto non intralciò mai
la mia inclinazione al fascismo. Ricordo che
quando a 6 anni, all'inizio della scuola,
gli chiesi le 5 Lire per la tessera del Fascio,
me le diede senza dire una parola. Quando
non avevo ancora 11 anni, la mia famiglia
si trasferì a Milano. Io ero il nipote
prediletto di una sorella di mia madre, zia
Irene, che mi volle portare in Svizzera. Lei
era la segretaria dei Fasci Svizzeri, una
personalità per quei tempi e mi fece
seguire gli studi all'estero presso l'Istituto
Internazionale di Engadina. Durante l'estate
fui anche ospite sull'Adriatico, di una colonia
riservata ai figli degli italiani all'estero.
Durante questa vacanza ebbi la ventura di
essere scelto per fare la guardia d'onore
quando Mussolini parlò alla gioventù
Littoria di tutta Italia. Ero sull'attenti
e mi sentivo onorato ed orgoglioso per il
destino che mi aveva gratificato concedendomi
il rarissimo piacere di essere uno dei due
marinaretti, fra le migliaia presenti, a montare
la guardia d'onore di fianco al Duce a soli
due metri da lui. In quella occasione, per
ben due volte, lo sguardo di Mussolini incrociò
il mio e stentai a mantenermi freddo. Stetti
fermo sull'attenti, mentre il sangue mi bolliva
nelle vene.
Quando nel 1939, venti di guerra soffiavano
sull'Europa, dovetti affrontare il dilemma
se prendere la cittadinanza svizzera o tornare
in Italia. La decisione fu di tornare a Milano.
Continuai gli studi, presso il Collegio Salesiano
di Milano il primo anno, e poi, i seguenti,
presso l'Istituto Salesiano di Sondrio. Ero
molto vivace, discolo e riconosco di avere
dato a mia madre molte preoccupazioni e dispiaceri
per la mia condotta ribelle ed insofferente
all'eccesso di preghiere e liturgie a cui
eravamo obbligatoriamente soggetti. Un episodio
telepatico avvenne il 24 ottobre 1942. Quella
mattina, nel mio subconscio, sentii una forte
spinta a scappare dal collegio per andare
da mia madre a Milano.
Non avevo una ragione particolare ed inoltre,
scappare dal collegio, era una cosa molto
grave, passibile di espulsione, eppure dentro
di me, qualcosa mi rendeva determinato. A
quel tempo, per andare a Milano da Sondrio,
si impiegavano oltre quattro ore di treno
e la spesa era di oltre 20 Lire; un capitale
per un ragazzo. La spinta determinante era
tale che dovevo assolutamente riuscirci e
così portai in classe, per venderli
ai compagni, tutti gli oggetti di valore che
possedevo anche se di quelli non avrei mai
voluto privarmi. Ricordo di avere raccolto
una discreta cifra ma non abbastanza per cui,
ritornato in collegio, vendetti un soprabito
"trench" quasi nuovo ad un amico.
Approfittai della ricreazione del dopo pranzo
per scavalcare il muro e correre alla stazione.
Partii con il treno per Milano alle 14.30
circa. Durante il viaggio cominciai a rendermi
conto della gravità della decisione
presa e che cosa avrei potuto raccontare a
casa per giustificarmi. Quando sul treno a
Monza, dalla bocca dei locali, seppi che Milano
era stata bombardata quel tardo pomeriggio
mi prese una strana frenesia. Il treno era
molto in ritardo e quando giunse alla stazione
Centrale di Milano mi precipitai fuori in
preda ad un forte senso di affanno ed apprensione.
In mancanza di tram, a causa del bombardamento,
cominciai a correre in direzione di Porta
Vittoria. Era abbastanza lontana dalla stazione
la mia casa ma io feci l'intero percorso a
piedi, correndo a perdifiato. Intanto era
sceso il buio e vigeva l'oscuramento di guerra
ma conoscevo bene la città. Lungo il
percorso, poco oltre Porta Venezia, incontrai
un gran trambusto di persone ed automezzi
e la ragione mi fu subito chiara: dove prima
esisteva un palazzo non c'era che un cumulo
di macerie e centinaia di persone vi lavoravano
alacremente.
Non mi fermai ma corsi oltre ancora più
forte verso casa mia. Quando arrivai era molto
tardi. Dal piazzale Martini verso il viale
Molise dove abitavo mancavano poche centinaia
di metri e, percorrendoli, mi rallegrai di
non udire rumore come nel caso precedente
e più mi avvicinavo e più mi
tranquillizzava il silenzio e la quiete. Svoltai
l'ultimo angolo rasserenato di non vedere
gente e mi avvicinai già pensando nuovamente
a cosa avrei potuto dire per giustificare
la mia fuga. Pochi minuti ed una visione tragica
mi tolse il fiato! Il palazzo dove era la
mia casa era parzialmente ancora in piedi
ma attraverso le finestre si vedeva il cielo.
Era svuotato! Casa mia, al 4° piano, non
esisteva più come non esistevano più
gli altri piani. Urlai e piansi, il pensiero
di mia madre e delle mie sorelle mi paralizzava
ed inconsciamente correvo da ogni parte, intorno,
alla ricerca di non so che cosa. Tutto era
silenzioso e deserto. Quando riuscii a riprendermi
mi diressi, a pochi isolati di distanza, da
una famiglia amica. Suonai e mi aprirono.
Mi abbracciarono, e pressati dalle mie domande
mi riferirono i fatti.
Nel dolore le notizie non erano quelle che
temevo. Mia madre era all'ospedale ferita
ma viva e le mie sorelle erano salve perché
si trovavano al lavoro quando era caduta la
bomba. Erano ospiti a casa di altri amici.
Fino al mattino successivo non potevo recarmi
da mia madre e così, ospite in casa
dell'avv. Natoli, dormii con il loro figlio
Enrico, mio grande amico.
Fu oggetto di meraviglia il fatto che la mia
decisione di scappare dal collegio e raggiungere
Milano risalisse alle prime ore del mattino
mentre la bomba che colpì la mia casa
e mia madre cadde alle 18.20 di sera. Molti
parlarono di telepatia, preveggenza o richiamo
del sangue. Il mattino successivo fui accompagnato
all'ospedale; l'incontro con mia madre fu
molto commovente. Era fasciata dappertutto.
Era stata investita dall'esplosione mentre
si recava nel rifugio. Si era attardata per
aiutare una giovinetta ed al momento dello
scoppio la abbracciò proteggendola
istintivamente e salvandola dal peggio. Si
salvarono dal crollo per un caso fortuito;
un robusto mobile del pianterreno cadendo
contro il muro opposto creò una nicchia
ed una protezione sopra di loro evitando che
fossero schiacciate dalle macerie. Tutti gli
altri abitanti del palazzo si salvarono trovandosi
già nel rifugio antiaereo. Mia madre
trascorse 16 mesi in ospedale dove le vennero
estratte innumerevoli schegge con vari interventi,
altre le rimasero in corpo finché visse.
A seguito del racconto della giovinetta salvata,
le Autorità le assegnarono una medaglia
al valore civile. Io, pochi giorni dopo l'avvenimento,
con l'intervento dei parenti, venni riportato
a Sondrio in collegio ma qualcosa era successo
dentro di me. Anche se non fui punito per
la fuga, anzi, il caso, spiegabile solo come
telepatia o forza del subconscio che mi aveva
spinto alla fuga, destò meraviglia
e simpatia. Non potevo più restare
in collegio, mi sentivo più adulto
di prima e decisi di arruolarmi volontario.
Non avevo ancora 17 anni ma trovai la scappatoia.
Alla mia età era preclusa ogni possibilità.
Falsificai, con l'uso della scolorina, un
certificato di nascita assegnandomi un anno
in più, ottenni con una bugia la firma
d'assenso di mia madre e feci domanda per
entrare nel corpo dei Vigili del Fuoco. Fui
accettato perché, dati i tempi, gli
arruolamenti erano richiesti. Il primo passo
era fatto e, come prevedevo, la possibilità
di passare nelle forze armate era facilitata
dal fatto di appartenere già ad un
corpo militarizzato.
Riporto da una agendina tascabile dell'anno
1943-XXI E.F. da me usata come diario:
Mercoledì 10 marzo. Arrivo della cartolina
Domenica 14 marzo. Ore 8 arrivo in caserma
a Sondrio. Ore 15 visita medica. Ore 17 partenza.
Viaggio noioso e lungo. Sondrio/Milano/Bologna/Firenze/Pisa/Tirrenia.
Lunedì 15 marzo. Ore 14.30 arrivo a
Tirrenia. Ore 16 vestito in divisa. Ore 17
primo bagno al mare. Ore 19 passeggiata a
Livorno.
Martedì 16 marzo. Inizio esercitazioni.Mercoledì
17 marzo. Ore 13 altro bagno. Ore 19 uscita
libera, andati a Tirrema e fatta una bevuta
di Chianti. Ubriaco.
Giovedì 18 marzo. Ore 18 litigio con
i terrapipina. Ore 19 pestata generale in
camerata. Collaudati pugni Valtellinesi. Rotto
un vetro e finiti tutti in cella di rigore
per tutta la notte.
Venerdì 19 marzo. Stamattina scarcerazione.
Paternale del Comandante e pagamento di 80
Lire di multa. Pagata volentieri ma soddisfatti
di avere avuto il sopravvento sui catanesi.
Allarme dal mare.
Sabato 20 marzo. Oggi abbiamo iniziato i tiri
a segno con il moschetto. Andati a Marina
di Pisa a presenziare per l'arrivo di un generale.
Ore 17.45 altro allarme dal mare.
Domenica 21 marzo. Questa mattina visitati
due campi trincerati italiani ed uno tedesco.
Pomeriggio recato a stabilimenti cinematografici
di Tirrenia e visto comparse ed attori. Raccolti
6 autografi. Girato film luce.
Allarme a sera tarda
Lunedì 22 marzo. Questa mattina cominciate
esercitazioni con motopompe e tubi antincendio.
A mezzogiorno aeroplani nemici lanciati spezzoni
lungo la spiaggia.
Martedì 23 marzo. Questa mattina salti
nei cerchi di fuoco e passaggi con auto protettore
di amianto. Pomeriggio mitragliamenti a bassa
quota di caccia nemici tipo Hurricane.
Mercoledì 24 marzo. Oggi alle 14.30
un cacciatorpediniere italiano é passato
a poca distanza dalla spiaggia. Aveva un fianco
squarciato e piegava su un lato. Era stato
colpito da un siluro. Allarme aereo a sera.
Giovedì 25 marzo. Oggi teoria su estintori,
pompe, pozzi, ecc. Spezzoni nemici lanciati
sulla boscaglia prospiciente la caserma. Appiccato
il fuoco. Inizio di incendio vinto subito.
Primo battesimo del fuoco.
Venerdi 26 marzo. Oggi salti nel telone dal
3° piano. Prova di spegnimento con estintori
da 30 litri.
Sabato 27 marzo. Esercitazioni sul telo slitta
dal 4° piano. Salto dal 6° piano.
Distribuiti fregi per libera uscita di domani.
Allarme ore 22 dal mare.
Domenica 28 marzo. Per tutta la notte colpi
di cannone sul mare in direzione dell'isola
d'Elba. Livorno allarme nel porto. Oggi pomeriggio
libera uscita. recato a Livorno e visto tante
grandi navi da carico in porto.
Lunedì 29 marzo. 1 bombardamenti erano
provocati dal convoglio tedesco in preparazione
a Livorno. Oggi 4 mercantili e 2 cacciatorpediniere
passati sul mare vicino alla costa. Un aereo
nemico spezzonato colonna auto tedesca.
Martedì 30 marzo. Oggi esercitazione
e prova di spegnimento fuoco nelle cantine
e piani terreni. Pomeriggio manovra piani
superiori con scale aeree. Arrivo di un generale
a visitare le zone militari.
Mercoledì 31 marzo. Oggi sul tramonto
un convoglio aereo partito da Pisa é
passato a bassissima quota sopra la caserma.
Di notte allarme e tutti nei camminamenti.
Io ero di sentinella e tenuto mio posto fino
a cessato allarme. Ultimo giorno del mese.
Tutti contenti di essere arrivati a mezza
strada. Questa sera alcuni rientrati ubriachi
e fatto casino in camera.
Giovedì 1 aprile. Fatto il pesce d'aprile
al nostro Comandante. Mare molte mosso e vento
forte. Esercitazioni con scala a ramponi fino
in cima alla torre. Un aereo nemico ha ferito
un soldato tedesco con la mitragliatrice.
Venerdì 2 aprile. Oggi discesa 6°
piano con funi divaricate e fune di comando.
Esercitazione di salvataggio persone con scala
italiana. Spegnimento di camino con estintori
a schiuma.
Sabato 3 aprile. Oggi sono stato a Pisa per
la visita militare. Nel ritorno il treno si
é scontrato con auto tedesca, 8 feriti
dei quali 5 gravi. A tarda sera, mentre si
dormiva, una scossa di terremoto ha fatto
tremare tutta la caserma.
(Quel 3 aprile 1943, passai la visita militare
per l'ammissione al corso paracadutisti. Non
aspettavo una chiamata così solerte.
La domanda risaliva, solo a 10 giorni prima
e pensavo ci volessero dei mesi. Fui comunque
contento anche perché fui trovato idoneo.
Con me aveva passato la visita anche un conterraneo
di Morbegno.)
Domenica 4 aprile. Oggi mi sono recato a Marina
di Pisa. A sera abbiamo fatto festa con ballo
e musica in onore del Comandante il quale
ha fatto suonare la ritirata con tre ore di
ritardo.
Lunedì 5 aprile. Oggi sono caduto con
la scala ma ne sono uscito incolume. La sabbia
ha attutito il colpo. Nel pomeriggio esercitazioni
di fuoco nei sotterranei con polmone artificiale.
Allarme e qualche bomba caduta sul mare. Due
davanti alla nostra caserma.
Martedì 6 aprile. Un forte temporale
ci ha tenuti chiusi in camerata fino alle
15.30 poi fatta teoria su idranti e chiusini
di spegnimento.
Mercoledì 7 aprile. Oggi é giunto
un telegramma con la notizia di 200 vigili
morti a Napoli in un incidente esplosivo.
Grande parata a Marina di Pisa per l'arrivo
di un gerarca da Firenze.Giovedì 8
aprile. Questa notte un infernale fuoco di
mitragliatrice ha infranto i vetri della nostra
camerata. Nessuno colpito.
Venerdì 9 aprile. Oggi prova di salvamento
persone con scala aerea alta 15 metri montata
su autocarro. Manovra di incendio in appartamenti
privati al di sopra del 4° piano.
Sabato 10 aprile. Oggi riposo. Preparazione
per fare le 24 ore di sentinella nei camminamenti
e lungo la spiaggia. Sul tardi sono passati
apparecchi nemici senza lanciare bombe.
Domenica 11 aprile. Per tutta la giornata,
dalle 17 di ieri fino alle 17 di oggi sono
stato di sentinella. Nulla é successo.
Con oggi finisce la settimana di istruzione
più pesante.
Lunedì 12 aprile. Questa mattina abbiamo
fatto le prove per l'arrivo del generale.
Alle ore 14 siamo sfilati con i moschetti,
fino a Livorno. Nella sera l'allarme si é
fatto sentire ancora.
Martedì 13 aprile. Oggi dal porto di
Livorno sono uscite le navi del convoglio
in preparazione scortate da una squadra navale,
composta da corazzate, incrociatori e cacciatorpediniere.
Mercoledì 14 aprile. Ieri sera alle
22.30 un apparecchio italiano trimotore tipo
B.R. 20 é caduto nella boscaglia incendiato.
Hanno trovato la morte 2 dei 5 uomini dell'equipaggio.
Fino a questa mattina abbiamo lavorato nel
tentativo di salvare le carte dell'aeroplano
e rastrellato il mare per trovare l'annegato.
Giovedì 15 aprile. Oggi é arrivato
il generale. Abbiamo fatto i saggi di ginnastica
e di esercitazioni. La sera ci siamo recati
per l'ultima volta a Livorno.
Venerdì 16 aprile. Questa mattina ci
hanno dato la divisa definitiva e resi i nostri
abiti borghesi. Nel pomeriggio siamo partiti
tutti assieme. Viaggio alquanto noioso perché
fatto di notte e tutto in piedi. Stessa strada
fatta nel venire e ripetuta nel tornare.
Sabato 17 aprile. Arrivo di mattina a Sondrio.
Nel pomeriggio sono partito per Tirano in
licenza di 3 giorni.
Qui termina il mio breve diario della trasferta
per istruzioni in Toscana. Niente di importante
ma ho voluto riportarlo come documento dei
fatti di tutti i giorni, dell'epoca
Dallo stesso diario riporto alcune informazioni
singolari. Matricola del mio moschetto 351934.
carta d'identità 3773 142. Tessera
P.N.F. 386012. Tessera di Volontariato 14174.
Spedizioni lettere e biglietti postali nel
distretto £. 0,25. Nel Regno £.
0,50. Per i militari £. 0,25. Cartoline
£. 0,30. Militari £. 0,15. Lettere
tra il Regno d'Italia e la Città del
Vaticano £. 0,80. Tassa annua sul celibato
£. 117,30 da 25 a 30 anni. £.
158,10 tra i 31 ed i 55 anni. £. 86,70
tra i 56 ed i 65 anni.
Quando ripresi servizio fui destinato a Milano
dove ormai le incursioni aeree di bombardamento
erano divenute frequentissime. Partecipai
a molti interventi fra cui l'incendio del
Teatro alla Scala. Ogni incendio era una avventura
a sé, densa di pericoli e fatti rilevanti;
dopo un po', per il numero elevato dei fatti,
questo episodi diventarono una normale routine.
Ricordo solo un fatto che voglio segnalare
per la singolarità. Avevo partecipato
al soccorso dei feriti ed al recupero dei
morti in un condominio dove le bombe avevano
colpito proprio il rifugio antiaereo provocando
oltre cento morti. Al terzo giorno, il lezzo
era ammorbante. Usavamo delle mascherine ma
non servivano a molto. Solo con il passare
delle ore subentrò una specie di assuefazione
e sopportazione. Quando, alla fine del terzo
giorno, venne dichiarata conclusa l'opera
e potemmo concederci una pausa, io e un collega
decidemmo di andare in un bar a bere qualcosa.
Non ci rendevamo conto ma avevamo addosso
il puzzo di cadavere, gli abiti ne erano impregnati
così densamente che provocammo il vuoto
nel locale!
Alla fine di maggio arrivò la desiderata
cartolina dal distretto. Dovevo presentarmi
al centro reclutamento di Viterbo. Ero riuscito
nel mio intento. Fui destinato al corso paracadutisti,
in forza alla 49' Compagnia del Battaglione
Complementi della Divisione Nembo. Posta Militare
3300. Naturalmente tenni nascosta la notizia
in famiglia per non provocare dolore ed apprensioni
a mia madre, ancora ricoverata. Continuai
a far credere che ero solo stato trasferito.
All'entusiasmo dei primi giorni subentrò
una triste realtà. Come me anche altre
reclute avevano fatto la scelta di diventare
paracadutisti spinti dal sentimento patriottico,
dal desiderio di far parte di un'arma nuova
ma soprattutto per spirito eroico e nobile.
Purtroppo l'ambiente era tutt'altro che eroico
e nobile. Contrariamente ai primi arruolamenti
nella "Folgore", totalmente composti
da volontari dall'animo puro, al corso 1943
erano stati destinati, per punizione, i peggiori
elementi di tutte le armi. La feccia dell'esercito
era arrivata in quel caos e presto mi resi
conto della violenza e della prevaricazione
che una minoranza esercitava sulla massa in
spregio alla disciplina ed al regolamento
e, malgrado le punizioni, furti, violenze
e minacce erano pane quotidiano.
A reciproca difesa si formarono dei gruppi
regionali di mutua assistenza e gli scontri
violenti erano di normale routine. Io facevo
parte di un gruppo formato in prevalenza da
valtellinesi, bergamaschi e bresciani ed i
contrasti più frequenti erano con una
banda di catanesi che godevano della protezione
di un sergente loro concittadino.
Questo sergente era un vero e proprio delinquente,
cattivo, ignorante e prepotente che abusava
del suo grado per colpire e punirci senza
motivo. Se in libera uscita ci capitava la
sventura di incontrarlo di ronda, con una
scusa qualsiasi ci puniva con il rientro anticipato
in caserma. Era odiato a morte e qualcuno
lo castigò in modo cruento. Ai primi
di luglio, in occasione del primo lancio con
il paracadute, quel sergente cadde a candela
e si sfracellò al suolo. Erano state
tagliate da ignoti 5 corde del suo paracadute.
Venne inquisito tutto il corso ed una commissione
superiore fece una approfondita inchiesta.
Non venne mai scoperto il colpevole. Fummo
tutti individualmente interrogati ma senza
esito. Tutti dichiararono la loro estraneità
ma ribadirono che, chi aveva commesso il fatto,
aveva fatto bene. Subimmo una punizione generale
con la sospensione della libera uscita e passammo
alla storia dell'Esercito Italiano come un
reparto di delinquenti. Non era quello che
sognavamo quando ci arruolammo. Alcune compagnie
furono destinate all'Aeroporto Militare di
Foggia ed altre partirono per Valona in Albania.
Per la mia compagnia, con altre, arrivò,
a fine agosto, l'ordine di trasferimento in
Sardegna. Non ci fu il tempo materiale di
esecuzione. Già precedentemente, a
causa dei fatti politici conseguenti al 25
luglio 1943 con la caduta del regime, l'organizzazione
militare era in preda ad una certa disorganizzazione
forse a causa di epurazioni effettuate negli
alti comandi.
Il crollo dell'8 settembre segnò la
fine di tutto. Nel tardo pomeriggio, in un'atmosfera
tragica e carica di senso di disfacimento
generale, il comandante comunicò a
tutti la fine della mobilitazione e la libertà
di autodecisione per ognuno.Raccolte le cose
personali, tutti presero la via di casa con
ogni mezzo. Il comportamento di parte della
popolazione civile che si abbandonò
ai saccheggi e ad atti vandalici provocarono
in me un senso di rivolta ed una rabbia repressa.
purtroppo, in quei giorni, nessuno poteva
fare nulla. Viaggiando su carri merci o treni
regolari quando era possibile, presi la via
di casa. Non esisteva più controllo
né biglietti ferroviari, esisteva solo
il pericolo di essere coinvolti in qualche
rastrellamento da parte delle truppe tedesche
che, senza complimenti, qualunque militare
trovassero, lo spedivano, su vagoni chiusi,
a qualche campo di concentramento. Anche il
fatto di parlare la lingua tedesca non mi
garantiva, per cui, come tutti, si faceva
a rimpiattino tenendo d'occhio ogni stazione
o fermata.
1 ferrovieri, in quel frangente, ci aiutavano
e ci davano notizie. Giunsi in prossimità
di Milano all'alba del 10 settembre ed il
convoglio su cui mi trovavo fece una breve
sosta allo scalo di Lambrate per dare a tutti
i militari a bordo la possibilità di
fuga, avvertiti dai ferrovieri che la stazione
Centrale era presidiata dalle truppe germaniche.
Le informazioni da parte dei borghesi erano
che anche ogni strada di accesso a Milano
era presidiata per cui presi la decisione
di proseguire per la Valtellina, dove esistevano
maggiori possibilità di eclissarmi.
INTERNAMENTO
Raggiunsi a piedi la stazione ferroviaria
di Sesto San Giovanni dove, su indicazione
di un ferroviere, mi nascosi su un vagone
merci carico di laterizi con destinazione
Sondrio. Vi giunsi nel tardo pomeriggio e
mi diressi nell'unico posto che conoscevo
e che mi era venuto alla mente; il Collegio
Salesiano. Mi ricevette il Catechista che
mi portò in direzione al cospetto di
don Saluzzo. Non era trascorso ancora un anno
dalla mia assenza ma l'impressione fu di un
più lungo periodo. don Saluzzo, il
Direttore, era molto vecchio, novantenne,
era uno dei pochi se non l'unico superstite
degli allievi che erano vissuti con San Giovanni
Bosco. era ancora molto lucido di mente e
di memoria. Quando fui al suo cospetto lo
salutai e gli chiesi se si ricordasse di me.
Ero solo uno dei 400 ex allievi ma la sua
risposta mi meravigliò. Con la voce
un po' tremula disse: "Tu sei Guasti,
altroché se mi ricordo di te, eri un
bel birichino e vedendo la divisa che porti
non sei cambiato". Avevo lasciato il
collegio con ancora i pantaloncini corti e
mi ripresentavo con una divisa quasi sconosciuta,
sporco e con la barba non fatta. Don Saluzzo,
non solo si ricordò di me ma mi enumerò
anche alcune delle marachelle che avevo commesso
in passato. Mi chiese notizie e si dichiarò
felice di rivedermi in salute e salvo dopo
i gravi avvenimenti che avevano travagliato
la Nazione. Diede disposizioni affinché
fossi ospitato ed io lo rîngraziai vivamente.
Potei lavarmi, mangiare e dormire in un letto.
Al mattino presto, con la campanella della
sveglia, mi preparai e ripresi la strada per
Tirano dopo aver salutato e ricevuto la benedizione
di don Saluzzo.
Era l'11 settembre 1943. A Tirano non ebbi
molte alternative, la zona era presidiata
da numerosi reparti tedeschi causa le numerose
centrali idroelettriche esistenti nella valle.
Non vi era più alcun governo legittimo
ed il pericolo di deportazione era grande.
La decisione presa d'accordo con i miei parenti
del posto era stata veloce e determinata,
passare il confine e consegnarmi per l'internamento
alle Autorità neutrali Svizzere. Oltre
a tutto, in Svizzera vivevano ben 3 zii ed
una quindicina di cugini primi da parte della
famiglia di mia madre, erano oramai cittadini
svizzeri ed avrebbero potuto aiutarmi e rendermi
più gradevole l'internamento. Passai
il confine, attraverso i monti, quello stesso
pomeriggio accompagnato da due contrabbandieri
amici di famiglia.
Quando giunsi alla Gendarmeria Svizzera di
Campocologno ero il solo militare italiano
espatriato quel giorno, in quel posto. La
mia presenza fu un avvenimento per il piccolo
paese che distava solo due chilometri da Tirano.
Ero stato sistemato provvisoriamente nel magazzino
di una fabbrica del posto, la mia famiglia
era molto conosciuta per cui ricevetti continue
e numerose visite dei paesani, molti anche
per la curiosità di vedere la mia divisa
e chi la indossava dato che, a quei tempi
ne avevano solo sentito parlare ma non avevano
ancora mai visto un paracadutista. Dalla ingenua
meraviglia che dimostravano mi sembrava di
essere un extraterrestre. Comunque tutti portavano
qualcosa ed in breve mi trovai sommerso di
regali. Cioccolate, vasetti di marmellata,
biscotti, formaggi, sigarette in abbondanza
e tante altre cose. Prima di cena era già
arrivato da Boschiavo zio Peppino con tre
cugini. Speravano di potermi portare a casa
con loro ma non fu assolutamente possibile
perché oramai facevo parte di un ingranaggio
di internamento militare inalterabile. Restarono
con me fino a tardi e mi lasciarono con la
promessa di inoltrare presso le Autorità
la richiesta di ospitalità presso di
loro.
II mattino successivo, 12 settembre, di buon'ora
fui accompagnato alla stazione e messo su
un treno diretto verso l'interno. La scorta
predisposta dall'esercito svizzero mi prese
in consegna e notai, con grande meraviglia,
che si trattava di ben 4 angeli custodi, molto
seri, alieni ad ogni confidenza. Il viaggio
durò parecchie ore con vari cambi di
treni e soste in diverse stazioni. Mi ricordo
St. Moritz, Coira, Lucerna e Berna dove, nei
pressi, fui preso in forza in un campo d'internamento
dove già erano presenti numerosi italiani.
Conservo un gran brutto ricordo di quella
parentesi di internato. Non mi ero fatto un'idea
di cosa significasse essere internato in un
paese neutrale in tempo di guerra. Avevo fatto
questa scelta per evitare di finire in un
campo di concentramento in Germania, frastornato
dal caos conseguente il crollo militare e
civile accaduto l'8 settembre in Italia ma
l'impatto con la vita da internato mi fece
ripensare profondamente all'immediato futuro.
Già dal primo giorno venni portato,
senza alcun diritto di scelta, in una fattoria
dove erano in corso i lavori di trebbiatura.
La vita agreste mi é sempre piaciuta
e da bambino partecipavo con entusiasmo alla
vendemmia, alla pigiatura dell'uva ed alla
raccolta del fieno. Ricordo anche giornate
passate in campagna con gli armenti, il calore
delle stalle ed il profumo del latte appena
munto. Forse io ero tanto cambiato ma soprattutto
avevo temprato un carattere che cozzava contro
quel tipo di lavoro nelle campagne svizzere.
Innanzi tutto il modo come venivamo trattati.
Mai una : parola buona ma solo ordini e pretese.
I gendarmi non nascondevano il disprezzo per
noi italiani. Non ne capivo il motivo ma poi
lo giudicai una rivalsa nei riguardi di una
Nazione che per 20 anni, con il Fascismo,
si era fatta rispettare all'estero. La Svizzera
confinante, deve avere subito questo influsso.
Inoltre notavo molta presunzione ai livelli
minori ed il modo di comportarsi con noi evidenziava
la piccola vendetta della nullità nei
confronti del più forte caduto in disgrazia.
La bufala più forte venne dalla bocca
del gendarme che ci accompagnava. "Se
la Germania avesse fatto la guerra alla Svizzera
a quest'ora sarebbe stata sconfitta".
Non era una facezia e venne pronunciata con
convinzione assoluta. 1 miei rapporti con
gli svizzeri non furono buoni.
Il primo giorno la polvere della trebbiatura
mi aveva saturato i polmoni ed il secondo
giorno vomitai. Non ero il solo perché
anche ad altri era capitato ma nessuno se
ne preoccupava, anzi, nel mio caso, il contadino
svizzero pronunciò degli apprezzamenti
volgari e di scherno. Parlava in lingua tedesca
e non pensava che io lo capissi. Quando, sempre
in tedesco, gli risposi quello gli spettava
diventò paonazzo. Corse dai gendarmi
urlando inviperito ritornarono tutti e tre
investendomi con rabbia, insultandomi e dicendomi
come osavo io. morto di fame italiano, che
ero entrato in Svizzera ad elemosinare un
pezzo di pane ecc. ecc.
Venni accompagnato subito dal loro comandante
che mi preannunciò una punizione e
mi fece rientrare negli alloggiamenti. Il
mattino successivo mi rifiutai di andare al
lavoro caricando ancora maggiormente l'ira
dei gendarmi che fecero addirittura l'atto
frenato di bastonarmi con il fucile. La scena
venne seguita da tutti gli altri internati
e diventai involontariamente un simbolo. Quella
sera a me non diedero nulla da mangiare ma
non ne soffrii. Avevo da parte viveri miei
ed inoltre i compagni mi offrirono cibarie.
Fui segregato nei locali alloggiamento e controllato
dal gendarme di turno. Ricevetti una visita
da parte di altri internati di un campo vicino,
uno di questi il pugile Dejana, accompagnato
da un altro pugile meno noto che si chiama
Suigo. Senza perdere tempo mi dissero subito
quale era il loro progetto.
In Italia si era di nuovo formato il governo
fascista con la liberazione di Mussolini e
la loro intenzione era di tornare in Patria.
Progettavano la fuga ed se fossi stato d'accordo,
ero utile conoscendo il tedesco. Con me sfondavano
una porta aperta. Senza tanto ragionare aderii
subito alla proposta e mi esposero il loro
piano che non rappresentava grandi difficoltà.
Essendo il confine italiano irraggiungibile
per la distanza e le montagne, si proponevano
di sconfinare in Francia che distava soli
70/80 Km. Oltre confine si sarebbero consegnati
alle truppe tedesche di occupazione per essere
messi in condizioni di raggiungere l'Italia.
Ecco perché serviva uno che parlasse
il tedesco. Trascorsero un paio di giorni
impiegati a procurarci un po' di scorta viveri
ed una cartina della zona. Una sera tarda
uscimmo dal recinto senza dare nell'occhio
e ci avviammo a piedi in direzione di Neuchatel.
Eravamo in 5 e fino al mattino successivo
non si sarebbero accorti della nostra fuga.
Contavamo così di allontanarci il più
possibile ma dovevamo fare un'esperienza non
prevista. La popolazione Svizzera é
abitudinaria e molto curiosa per tutto quello
che non rientra nella normalità, prima
ancora di avere percorso 20 Km eravamo già
stati notati e sicuramente segnalati. Per
evitare di essere ripresi passammo la giornata
successiva fermi e nascosti in un campo di
granoturco.
La notte successiva, in ordine sparso, evitando
con ampi giri ogni casa o paese, raggiungemmo
il lago. Per proseguire dovevamo attraversare
il fiume affluente ma eravamo certi di essere
attesi sul ponte relativo che, oltre a tutto,
era illuminato a giorno.
In Svizzera non vigeva l'oscuramento e questo
era negativo in quel caso ma positivo perché
ci permetteva di spostarci al buio evitando
ogni luce che denunciasse una casa. Fummo
fortunati perché trovammo una barca
di pescatori con i relativi remi e, nel pieno
della notte, in assoluto silenzio, raggiungemmo
la sponda opposta. Chilometri ne avevamo fatto
il doppio del previsto per evitare luoghi
abitati ed anche per superare Neuchatel camminammo
parecchie ore in direzione diversa da quella
che portava al confine. 1 viveri ormai scarseggiavano,
le ore passavano e non avevamo progredito
nella direzione voluta per cui, in previsione
del nuovo giorno, ci dirigemmo decisamente
verso le montagne in direzione di Chaux de
Fonds. Per evitare luoghi abitati salimmo
molto in alto. Trovammo una casetta disabitata
che certamente serviva, nella stagione estiva,
ai contadini per il taglio e la raccolta del
fieno che si trovava ancora asciutto e profumato
nel fienile. In un locale al piano inferiore,
con la porta chiusa solo con un chiavistello,
trovammo delle patate e, nel camino esistente,
provvedemmo alla cottura. Fu un grave errore.
II fumo, probabilmente visto da lontano, denunciò
una presenza indebita e nel pieno pomeriggio,
mentre dormivamo nel fieno, ci trovammo scoperti
e circondati da un numeroso plotone di gendarmi.
Peccato perché ci trovavamo a soli
pochi chilometri dal confine francese che
avremmo raggiunto la notte successiva. Fummo
rinchiusi in una cella del carcere di Neuchatel
con vista sul lago attraverso le sbarre. Il
secondo giorno fummo trasportati al tribunale
di Biel dove un giudice, senza alcuna presenza
di difesa legale, nell'arco di 20 minuti pronunciò
i capi di accusa e la sentenza. I reati contestati
erano molteplici. Fuga dal campo, violazione
dei limiti territoriali imposti, violazione
di proprietà privata, furto (le patate)
con scasso (inesistente). La condanna: 3 mesi
in penitenziario. Lo stesso giorno, sotto
scorta, fummo condotti in una specie di lager
costituito da baracche circondate da filo
spinato, acquartierati in una di queste dove
si trovavano già alcuni italiani e
molti polacchi. In un'altra baracca vi erano
francesi, inglesi ed anche tre piloti americani
tutti internati e condannati per qualcosa
che avevano commesso. Il comandante svizzero
del penitenziario era un certo capitano Gauguin
che, si diceva, fosse stato nella Legione
Straniera. Era comunque un tipo molto duro
ed inflessibile. Il paese più vicino.
nel cui territorio ci trovavamo, era Sursee
nel Canton URI. Ricordo la particolarità
del terreno circostante, quando si saltava
tutto intorno il terreno ondulava e vibrava
come gli anelli provocati da un sasso nell'acqua.
Probabilmente era una torbiera su una palude.
Noi eravamo adibiti all'escavazione di canali
di drenaggio. Naturalmente non intendevamo
adeguarci ed una nuova fuga era stata subito
preventivata. Questa volta la direzione era
l'Italia, oltre il Passo del San Gottardo,
verso Bellinzona ed il Lago Maggiore. 1 polacchi,
con cui avevamo fatto amicizia, ci avrebbero
aiutato volentieri ed era importante perché,
essendo improbabile una loro fuga data la
lontananza della Polonia, godevano di maggiore
libertà, erano adibiti ai servizi e
venivano utilizzati per i compiti fuori dal
campo. Non sto a dilungarmi molto e mi limito
a precisare che da quel penitenziario, in
meno di tre mesi, avevamo già effettuato
ben tre fughe. La prima eravamo stati ripresi
prima del San Gottardo, rapati a zero per
punizione e tenuti cinque giorni in isolamento.
La seconda riuscimmo ad arrivare ad Airolo
nascosti in un carro merci, ma fummo localizzati,
ripresi e riportati al penitenziario. Quando
fui al cospetto del capitano Gauguin irato,
per prima cosa gridò "Rasir".
Con malcelata soddisfazione mi tolsi il basco
e: "Già fatto" dissi mostrando
la testa rapata da poco. Non potendo punirmi
con la pelata raddoppiò l'isolamento
a 10 giorni. La terza in dicembre. A differenza
delle precedenti fughe arrivammo in tre fino
ad Airolo superando la galleria del Gottardo,
all'esterno di un treno viaggiatori, a cavallo
dei respingenti ed aggrappati ai tiranti del
soffietto di collegamento fra i vagoni con
un grosso rischio, dato il grande freddo nella
galleria, di lasciare la presa e cadere fra
i binari. Da Airolo a Bellinzona viaggiammo
sotto i vagoni alloggiati nelle gabbie vuote
degli accumulatori. Da Bellinzona ci dirigemmo
subito verso la montagna sopra il Lago Maggiore.
Fummo localizzati e fermati da due gendarmi
in un paese di montagna nei pressi del confine.
Ci dichiarammo ebrei italiani in fuga dall'Italia,
appena entrati in Svizzera per essere internati.
Fummo creduti e mentre il graduato telefonava
dall'ufficio attiguo al locale al piano terreno
dove ci avevano lasciati soli, fuggimmo dalla
finestra sul retro ed allo spasimo, sorretti
dalla forza della disperazione, corremmo verso
la montagna ed il confine. Pioveva e, mano
a mano che salivamo, la pioggia si tramutava
in neve. Avevamo gli abiti inzuppati ed il
corpo intirizzito ma il timore di essere ripresi
ci metteva le ali ai piedi. Senza darci tregua
ed al limite della resistenza. con trenta
centimetri di neve fresca per terra, nel buio
della notte, superammo il crinale del monte
e ci buttammo in discesa dalla parte opposta.
Sfiniti e bagnati arrivammo ad un casotto
di montagna dove ci buttammo al riparo ed
all'asciutto. Tanta era la stanchezza che
non facemmo caso al particolare che ci eravamo
buttati su dei mucchi di ricci secchi di castagne.
Al primo chiarore dell'alba notammo un piccolo
paese più a valle e ci dirigemmo là.
Eravamo quasi sicuri di essere arrivati in
Italia, dato l'oscuramento, ma non eravamo
certi. Ad una contadina che di buona mattina
si era recata con un secchio alla fontana
chiedemmo: "Qui siamo in Italia?"
Alla risposta affermativa tirammo un respiro
di sollievo. La contadina, impietosita dal
nostro stato, ci invitò a seguirla
nella stalla calda dove ci offerse del latte
appena munto. Altri uomini presenti ci chiesero
da dove provenissimo. Ci trovavamo a Dumenza,
paese dei monti sopra Luino, ed era il 18
dicembre 1943.
La solidarietà ed accoglienza dei paesani
fu encomiabile. Ci procurarono abiti asciutti
e ci accompagnarono per sentieri sicuri fino
a Luino. Non avevamo documenti ed il pericolo
era rappresentato dai rastrellamenti tedeschi
che non facevano complimenti in quella zona
di confine. Contavamo di raggiungere almeno
Varese dove consegnarci alle Autorità
Militari Italiane. Senza soldi ci rivolgemmo
a dei ferrovieri che, credendoci renitenti,
ci aiutarono nascondendoci su un carro merci
colmo di tronchi diretto a Busto Arsizio dove
appena giunti ci presentammo alla locale caserma.
Fummo estremamente fortunati perché
si trattava di paracadutisti ed il sergente
di servizio proveniva proprio da Viterbo e
mi riconobbe. Verbalizzarono il nostro racconto
e ci ospitarono tre giorni in attesa dei documenti
dal distretto di Milano. Riuscii anche a telefonare
alle mie sorelle, molto meravigliate di sapermi
in Italia perché convinte fossi ancora
internato in Svizzera. Fummo provvisti di
regolare permesso militare di 15 giorni con
l'obbligo di presentarci al distretto di Milano,
alla scadenza, onde venire assegnati ai reparti.
lo, dopo una breve sosta a Milano, mi diressi
a Tirano dove contavo di passare il Natale
con mia madre ed i parenti. Purtroppo, in
conseguenza del freddo ed umidità patite
nella fuga sulle montagne, mi colse una bronchite
con febbre alta che mi tenne a letto per oltre
10 giorni. Il comandante della caserma e del
Battaglione Alpini di Tirano era il Maggiore
Gardini (padre del futuro campione di tennis)
amico di famiglia che provvide a giustificarmi
con il Distretto di Milano e che, dopo la
convalescenza, il 28 gennaio 1944 mi arruolò
con lui negli Alpini. I parenti della Svizzera,
che si erano dati da fare per farmi avere
una semilibertà, non mi perdonarono
mai la fuga. Ormai erano diventati cittadini
svizzeri e ne avevano acquisito la mentalità.
Mi dissero successivamente che si erano sentiti
molto umiliati di essere parenti stretti con
quel poco di buono che era finito in penitenziario.
DIVISIONE ALPINA "MONTEROSA"
Il 15 febbraio venni trasferito al centro
Addestramento di Novara e promosso caporale
istruttore avendone la capacità per
l'esperienza acquisita l'anno prima. Il concentramento
truppe alpine a Novara presupponeva una successiva
trasferta in Germania in un campo addestramento
ed io fui scelto, con altri ufficiali e sottufficiali,
a far parte di un limitato gruppo in partenza
anticipata per motivi logistici. Partimmo
il 18 febbraio in trenta. Meno di un plotone,
al comando di un tenente milanese. La nostra
era una normale trasferta con compiti organizzativi
ma il tenente era un furbone e, sfruttando
la situazione del momento specifico, ci tenne
un discorsetto appena dopo il Brennero. Tutti
d'accordo. Quando il treno giunse a ULM, schierati
in ranghi perfetti e disciplinati davanti
al comandante militare tedesco, il tenente
pronunciò la frase: "Primi soldati
italiani di nuovo a fianco dell'alleato Tedesco".
Fu un successone. Saluti, strette di mano,
invito a pranzo alla mensa ufficiali; brindisi,
calorosa accoglienza da parte delle Autorità
e presentazione e saluto da parte di un generale.
Ero l'unico, fra tutti noi, che parlava il
tedesco e questo mi gratificò di particolare
cordialità e simpatia da parte dei
capoccioni. Ebbi molto da fare perché
ero continuamente chiamato e ricercato come
"dolmecher". Fui anche battezzato
con un nomignolo particolare a causa della
pelle scura e dei capelli ed occhi neri. "Der
Swarz" (il moro). Il giorno successivo
arrivammo a Muzinghen dove esisteva un grande
campo di istruzione ed esercitazione militare.
Fummo sottoposti ad un intenso e duro corso
di addestramento nello stile germanico che
durò 15 giorni, fino a quando arrivarono
le tradotte dall'Italia con le migliaia di
alpini lasciati a Novara. Tutto il campo si
trovava sotto la giurisdizione di un maggiore
prussiano, categorico ed intransigente, che
emanò delle particolari disposizioni.
Erano annullati tutti i gradi di chiunque,
ufficiali compresi, e gli unici con diritto
di comando eravamo noi muniti di un bracciale
rosso. Iniziò l'istruzione generale
e per circa 30 giorni si verificò la
strana situazione di un caporale che comandava
la "a terra, in piedi" e tutto il
resto a degli ufficiali. Io avevo nel mio
plotone, un tenente, due sottotenenti e vari
graduati e mi ci volle molto tatto per barcamenarmi,
credo di esserci riuscito perché quando
ripresero il loro grado, mi serbarono simpatia
e cordialità.
II tenente Sulliotti di Torino, aiutante maggiore
fu, nel dopoguerra, il mio testimone di nozze.
I mesi trascorsi dai soldati italiani nei
campi di addestramento furono indubbiamente
duri. Ufficiali e soldati vennero sottoposti
a tutte le esercitazioni previste per i militari
germanici ma alla fine la Divisione Monterosa
presentava un elevatissimo grado di combattività
e di spirito di corpo unitamente ad un armamento
ben più potente di quello tradizionale
dell'Esercito Italiano.L'addestramento, duro
ed inflessibile, durò circa 5 mesi
e creò dei soldati eccellenti alla
pari con i tedeschi. Il segreto della valenza
stava proprio nel modo di istruzione militare.
Un esempio. Fra le molte particolarità
vi era anche la scuola coraggio. Consisteva,
muniti di elmetto d'acciaio e di guanti appositi,
nel tenere nella mano tesa sopra il capo il
manico di una bomba a mano fino allo scoppio.
Oppure, in occasione del lancio di bombe a
mano, trovarsi in mezzo al poligono, seguire
la traiettoria della bomba in arrivo e buttarsi
fuori portata, sdraiati a terra, presentando
la minima superficie del corpo riparato dall'elmetto,
ed attendere lo scoppio. Queste ed altre manifestazioni
di fuoco servivano a prendere confidenza con
il pericolo ed il rischio in battaglia. Il
I° luglio ricevetti la nomina a caporal
maggiore mentre circolava la voce che si stava
per rientrare in Italia. Il 15 luglio arrivò
la notizia che la bandiera della divisione
ci sarebbe stata consegnata da Mussolini in
persona arrivato appositamente in Germania.
I preparativi per la cerimonia furono febbrili
perché la notizia era giunta inaspettata
ed all'ultimo momento forse per ragioni di
segretezza. Il giorno successivo, 16 luglio,
tutta la Divisione era schierata nel grande
piazzale in attesa. Quando le automobili di
rappresentanza superarono il portone d'ingresso
e dalla terza macchina scese il Duce un fremito
dilagò fra i reparti schierati. La
cerimonia fu molto spartana. Breve ma intenso
il discorso. Vibrante il giuramento e commovente
l'attimo in cui il generale Carloni, comandante
della divisione, ricevette il tricolore con
l'aquila repubblicana dalle mani di Mussolini
che, con semplicità ed umiltà,
dopo la consegna, si inchinò a baciare.
Volle poi passare in rassegna i reparti e
lo fece percorrendo fila per fila, davanti
a tutti e tutti guardandoci negli occhi e
soffermandosi, di tanto in tanto, per rivolgere
una parola a qualcuno con la massima naturalezza
e cordialità. Prima di ripartire ci
salutò con un arrivederci in Italia.
Era la seconda volta nella mia vita che mi
trovavo al cospetto di Mussolini.
Il settimanale 'L'ORA", che veniva pubblicato
nel territorio della R.S.I. dedicò,
nel 1944 alla nostra preparazione in Germania
questa descrizione:
La sveglia è, alle cinque d'estate
ed alle sei d'inverno. Talvolta pere anche
nelle ore notturne si .sente lui tramestio
per le scale di qualche alloggiamento e un
rumore nei cortili. Sono reparti che partono
per marce lunghe e manovre a largo raggio.
Alle sette, comunque, tutto il campo é
in movimento. Squadre che, fanno ginnastica,
salmerie che passano, compagnie che escono
cantando, batterie che vanno ai tiri.
Arriva ogni comandante, dice: "Buongiorno
camerali". E tutti con un urlo: "Buongiorno
signor tenente ". I reparti escono cantando.
Qui si canta con metodo. E quando mai in Germania
non c'è uri metodo per ogni cosa? ma
é giusto. Da decenni, da secoli, i
soldati in marcia cantano in modo discretamente
rumoroso e confuso. E spesso perdono il passo
invece di trovarlo. Qui si fa così.
Uno in testa da il "la" intonando
da solo la prima strofa, mettendo a priori
tutti d'accordo sul motivo e sul tono. Poi,
su ogni passo sinistro conta: uno, due, tre,
quattro. Dopo il quattro, sempre sul sinistro,
tutti iniziano nel modo giusto con controcanto,
accordi, pause, alti e bassi che.fan bellissimo
effetto.
Ci sono mostre canzoni che hanno acquisito
rilievo musicale. Se nostri soldati, per esempio,
passano attraverso una cittadina tedesca e
cantano: "La mamma di Rosina era gelosa
...", tutta la cittadina, pur non capendo
un'acca, sorride. Si canta anche in italiano
qualche graziosa canzone tedesca. I reparti
si disperdono così per tutti gli angoli
dell'immensa Ubungsplatz, cioè nella
zona di esercitazione, vasta 200/300 km quadrati
e anche di più. Lo spettacolo é
bellissimo un po' assurdo e irreale. Tu vedi
uomini sparsi sul fianco di una altura che
corrono, spariscono, riappaiono, rincorrono,
rispariscono. Sono squadre che provano l'attacco.
Giù ai margini del bosco vedi vampe
bianche e senti colpi feroci di cannoni. Alcune
batterie finiscono di squarciare, annientare,
massacrare un paio di carri armati russi che
fanno da bersaglio. Dove il terreno e il bosco
diventano svariatissimi e complicati, trovi
trincee, camminamenti, osservatori sugli alberi,
postazioni, ridotte, reticolati, fosse anticarro.
Qui le compagnie si abituano alla guerra rimanendo
a turno da 24 a 48 ore in trincea. "Poi
trovi gente sugli alberi. Son quelli dei collegamenti
che impiantano linee telefoniche. Ne trovi
altre alle prese con tronchi e terra e sassi.
Costruiscono ridotte e capanne di fortuna.
Altri vanno per le valli, mantenendo certe
distanze e certe regole di marcia: .fanno
l'avvicinamento o l'esplorazione o l'avanguardia.
Altri sparano a partiti contrapposti: manovra
a fuoco. Altri sembrano mazzi di sedano: imparano
a mimetizzarsi. Uno se ne va per il bosco
con una radio in spalla e parla tutto da solo,
pur camminando: un radio tele1grafista. C'è
il plotone che mette chili di esplosivi sotto
i reticolati, contro i fortini e li fa saltare:
i pionieri. C'è qualcuno che mette
uomo per uomo in una buca, con certi strani
tubi, intorno ad un enorme vecchio panzer:
assaltatori di carro. C'é un plotone
che procede a balzi, sparando, tirandosi dietro
delle barelle e raccogliendo gente distesa
a terra: porta feriti.
La Ubungsplatz-, é tutta piena di costruzioni,
di ordigni, di trovate. Ci Son sagome di inglesi
che si alzano e si abbassano a comando per
abituare i fucilieri a scoprirle sul terreno.
Ci sono carri armati di legno per far sparare
gli anticarro. Trincee reticolati e difése
a bizzeffe. Su questo grande teatro di prova
i Soldati imparano a perfezionare la loro
parte. Quando saranno sul fronte vero, non
ci sarà mai più nulla che riuscirà
loro nuovo e inusitato. Staranno al fronte
come a casa loro. Così passa la mattina.
Verso le undici tutti gli uomini sparsi per
la Ubungsplatz, si ordinano e, cantando, convergono
per mille stradette e sentieri verso il Lager.Un'ora
dopo, dal generale comandante all'ultimo soldato,
tutti mangiano: e, quello, che é bene
dire o ripetere, mangiano tutti la stessa
razione misurata al milligrammo. Quella del
milligrammo e un altro tipico pallino tedesco.
Tutte le calorie, le vitamine, il carburante
e il lubrificante per far camminare, correre
e combattere un ragazzone di vent'anni sono
stati misurati in milligrammi di farina, di
grassi, di patate, di zucchero. Così
non c'é pericolo che al ragazzo ventenne
cresca la pancia e, d'altra parte, non c'e
pericolo che deperisca. Infine, terzo pericolo
evitato, nulla c'e, delle riserve alimentari
della Germania, che possa essere sperperato
o mal distribuito.
Il rancio comincia, di solito, con una minestra
a base di miglio, trattato come il riso, che
i soldati chiamano "tritello". Segue
un piatto di patate condite e guarnite di
una fettina di carne di maiale o di vitello.
La lista può variare sulla base di
altre sacramentali razioni: burro, salarne,
formaggi, mele ed uno speciale alimento vischioso
che i soldati chiamano "inelassa"
e che é dolcissimo e ricercatissimo.
Pane di segala per seicento grammi al giorno,
oltre la spettanza di parce bianco data mensilmente
in bollivi. Surrogato di caffè talvolta
impallidito con latte, la mattina e spesso
la sera. Vino poco, birra a volontà
presso gli spacci.
Data la penuria di sigarette, c'e tutto un
commercio divertentissimo che serpeggia da
una camerata all'altra sulla base del baratto:
una razione di salame, tante sigarette, mezza
di mele, tante altre. Le quotazioni salgono
e scendono lungo il mese secondo la disponibilità
o la penuria di sigarette.
Con l'aria, frizzante di quegli altipiani,
con le istruzioni, le marce e le sveglie mattutine
l'appetito é sempre all'erta, le digestioni
sono rapidissime, il metabolismo é
perfetto. I grassi dimagriscono, i magri ingrassano.
Si raggiunge un punto in cui il fisico rende
al massimo e, come si dice, é "in
piena forma".
Nelle prime ore del pomeriggio ricominciano
le istruzioni, o teoriche o d'ordine chiuso,
o in campo aperto. L'addestramento .formale
é tanto curato quanto quello al combattimento.
Combinandosi i due criteri, capita anche di
vedere interi reparti che marciano, fanno
perfetti alt, dietrofront, conversioni e manovre
da parata con la maschera antigas sulla .faccia.
1 soldati della sanità, della veterinaria,
della sussistenza, del commissariato, insomma
di tutti quei corpi, specialità e servizi
che un tempo si consideravano di seconda e
terza linea, imparano l'arte della guerra
al pari del fante destinato alla trincea.
In un momento, se la necessità lo impone,
possono formare i cosiddetti "reparti
d'allarme", cioè possono trasformarsi
in puri combattenti che sanno adoperare alla
perfézione tutte le armi della fanteria.
Un'ora ancora del pomeriggio viene dedicata
alla pulizia delle armi. Il soldato é
in tal modo portato dall'abitudine a pulire,
a lustrare, ad accarezzare il proprio fucile
più di quanto una bella donna non si
curi le proprie unghie.
Si arriva così, verso le sei, di sera,
alla cena. Subito dopo i soldati vanno in
libera uscita. La libera uscita é più
lunga di quella stabilita dai nostri regolamenti.
Quando il periodo dell'addestramento giunse
a termine e fu imminente il rientro delle
divisioni in Italia, Mussolini volle recarsi
personalmente nei Lager per constatare il
grado di efficienza dei suoi soldati e il
loro spirito. La visita durò quattro
giorni, dal 16 al 20 luglio. Il Capo della
RSI, preceduto da qualche giorno in territorio
tedesco dal Ministro della Difesa, maresciallo
Graziani, si recò a visitare per primo
il campo di addestramento della divisione
"Monterosa" a Munzingen, nel Baden.
Mussolini arrivò a Munzingen nel pomeriggio
del 16 luglio. Erano con lui il Maresciallo
Graziani, il generale di corpo d'armata von
Veil, il vice ammiraglio Burckner, l'ambasciatore
di Germania in Italia, Rahn, il sottosegretario
agli Esteri della RSI, Mazzolini, l'ambasciatore
d'Italia a Berlino, Filippo Anfuso, il segretario
dei Fasci repubblicani in Germania e molti
altri funzionari e diplomatici. La divisione
era schierata a battaglioni affiancati. Incontro
al Duce, mentre la banda intonava "Giovinezza",
si fecero il comandante della "Monterosa",
generale Carloni, e i generali tedeschi Ott
e Piker, che sovrintendevano ai campi di addestramento.
Il Duce passò lentamente in rivista
l'imponente schieramento di ventimila alpini.
Poi, terminata la rassegna, salì su
un podio e salutò gli alpini gridando:
"Salve camerati della divisione Monterosa"
I ventimila Alpini risposero: "Salve
Duce"!
Mussolini, quindi, pronunciò
il seguente discorso:
"Ufficiali,
sottufficiali, e graduati della divisione
" Monterosa "!
Avevo promesso al vostro Comandante che avrei
visitato la vostra Divisione. Mantengo la
promessa e vengo tra voi. Tra poco ritornerete
in Patria; ritorno che smentisce le stolte
vocifèrazioni, le delittuose insinuazioni
che i complici del tradimento e i sicari al
soldo del nemico diffusero all'atto della
vostra partenza per la Germania.
Voi siete la prima grande unità che
torma a rivedere il cielo e il sole della
Patria tradita, divisa, tormentata dal nemico.
Voi costituite quindi la colonna maestra del
tempio, la pietra angolare della nuova costruzione
delle Forze armate italiane.
Come alpini, fieri della vostre eroiche tradizioni
consacrate in cento battaglie, voi meritate
questo sommo privilegio, e, come alpini, ne
valutate certamente l'onore e la responsabilità.
Durante questi mesi vi siete addestrati e
perfezionati nella tecnica del combattimento,
sotto la guida di istruttori che hanno preparato
i più forti tra i soldati del mondo,
come lo stesso nemico ha riconosciuto innumerevoli
volte.
Vivendo in mezzo a questo grande popolo alleato,
vi sarete convinti che esso merita la vittoria,
non solo grazie alla potenza dello sue armi,ma
grazie soprattutto alla disciplina della sua
volontà e al suo insuperabile spirito
di sacrificio.
Sicuro di interpretare anche il vostro sentimento,
voglio ringraziare il corpo degli istruttori
che si sono cameratescamente prodigati con
voi e per voi. Tornando in Italia non abbiate
la preoccupazione di incontrare sulla linea
del fuoco altri Italiani, sia pure incoscienti
o rinnegati. Insieme con pochi europei, incontrerete
genti d'Africa, d'Asia, di America, mercenari
senza ideali.
Lo spettacolo che la vostra divisione mi ha
offerto é stato in alto grado confortante.
Essa é, deve rimanere e rimarrà
una divisione di ferro.
L'Italia, che il fascismo aveva portato ai
fastigi dell'Impero, l'Italia riscattata cori
la Repubblica Sociale dal disonore e dal tradimento,
vi considera i suoi .figli migliori e ripone
in voi tutte le sue speranze.
Con il vostro contegno irreprensibile prima
del combattimento, durante e dopo, io sono
sicuro che non deluderete le sperane della
Patria, ma le aprirete il varco verso la liberazione
e la vittoria.
Terminato
il discorso, Mussolini consegnò le
bandiere ai comandanti dei tre reggimenti
della "Monterosa ". Poi, allorché
il Capo della RSI scese dal podio, gli alpini
ruppero i ranghi e si precipitarono verso
il Duce invocandolo a gran voce, in una atmosfera
di sincero entusiasmo che lasciò commossi
e stupiti italiani e tedeschi. Mussolini,
il cui riso rifletteva la profonda emozione
provata nel vedersi circondato da tante migliaia
di giovani che lo invocavano, cercò
di trattenersi il più a lungo possibile
tra i soldati repubblicani. Alle 19.30 infîne,
il Capo della RSI tenne rapporto agli ufficiali
della Divisione nella grande sala mensa, mentre
tutto intorno gli alpini della "Monterosa"
intonavano canzoni di guerra e della montagna.
Dal giorno 18 luglio, a scaglioni e con vari
treni, la Divisione prese la strada di casa.
Il mio reparto si mosse la sera del 19 luglio
ed il mattino successivo, con grande commozione,
il convoglio entrò in Italia. Nel tardo
pomeriggio giungemmo a Pavia dove era stato
stabilito il Comando della Divisione. A fine
mese, dopo il ciclo dei permessi per riabbracciare
le famiglie, un reggimento fu destinato al
fronte occidentale sulle Alpi, dalle Marittime
alle Cozie, mentre il secondo reggimento venne
dislocato in Liguria lungo la riviera di Levante
da Nervi al passo del Bracco. Il battaglione
di artiglieria alpina venne diviso in appoggio
ai due reggimenti. Un battaglione, formato
da volontari dei vari reparti, raggiunse il
fronte della Garfagnana. Questo battaglione
fu l'artefice dell'eroica avanzata fino alle
porte di Lucca. Durante la R.S.I. la guerra
fu di difesa e furono due soli gli episodi
di attacco ed avanzata da parte delle forze
Repubblicane, tutti e due furono effettuati
dalla Divisione Monterosa. Il primo episodio
fu l'attacco sul fronte della Garfagnana dove,
messi in fuga gli effettivi della 92' Divisione
"Bufalo" americana, i reparti alpini
furono fermati alle porte di Lucca non dai
nemici ma da precisi ordini del nostro comando
che reputava molto pericoloso sostenere una
battaglia in pianura dove le forze alleate,
già in allerta, godevano dell'appoggio
preponderante delle divisioni corazzate. 1
nostri reparti ritornarono di loro iniziativa
nelle precedenti posizioni sui monti della
Garfagnana. Il secondo episodio fu effettuato
in Alta Valle Susa dove, per rintuzzare azioni
di disturbo e presuntuosi proclami di azioni
vittoriose contro di noi da parte delle forze
francesi, gli Alpini della Monterosa vollero
dimostrare il loro valore e la loro forza
e determinazione scatenando un attacco dimostrativo
che sfociò nientemeno che nell'occupazione
della città francese di Briançon.
Anche qui dopo la dura lezione inflitta ai
transalpini, le nostre forze, ritornarono
allegramente soddisfatte nelle loro precedenti
posizioni.
LA GUERRA
FRATRICIDA
Io, particolarmente per la conoscenza della
lingua tedesca, fui assegnato alla Compagnia
Comando del Battaglione Aosta. Era il Battaglione
a cui erano assegnati tutti i compiti particolari,
con armamento leggero ed automatico, veloce
negli spostamenti, arrivava, con le sue compagnie,
o anche solo con un plotone certe volte, dove
occorreva un particolare appoggio ai reparti
che incontravano delle difficoltà oppure
per rintuzzare azioni di disturbo di reparti
partigiani che operavano lungo la riviera
di ponente nell'interno del territorio. Il
plotone a cui appartenevo fece parecchie uscite
della durata di due o tre giorni ma non capitò
quasi mai di avere degli scontri a fuoco.
Il nostro comando aveva degli informatori
ma anche i gruppi partigiani erano ben informati
sui nostri spostamenti e preferivano evitare
il contatto diretto che ritenevano superiore
alle loro capacità. Le informazioni
che ci pervenivano erano tutte dello stesso
tenore, la nostra preparazione ed il nostro
armamento con il volume di fuoco che poteva
esprimere, era molto temuto e le formazioni
irregolari preferivano abbandonare il campo
per ritornare a pericolo passato. Inoltre
sapevano che non facevamo rivalse e rispettavamo
la gente dei paesi attraversati anzi, da parte
della popolazione, ricevevamo una buona accoglienza.
Le località maggiormente soggette ai
nostri interventi erano il Passo della Scoffera,
Torriglia, la valle verso Bobbio Penice, la
zona di Borzonasca ed i monti alle spalle
di Chiavari, Lavagna e Sestri Levante. Nel
mese di agosto partecipai ad un grosso intervento
organizzato ad alto livello e con la partecipazione
di circa tremila effettivi di tutte le armi.
Fu deciso a seguito di varie imboscate subite
con la morte di parecchi militari e per un
attentato in un cinema di Genova che provocò
molte vittime. Venne effettuato nella zona
di Torriglia e durò una settimana,
il mio reparto, a parte una breve scaramuccia
a distanza, non ebbe occasioni di violenti
scontri a fuoco ma altri reparti incontrarono
resistenza e, seppi poi, finirono con la dispersione
di tutte le bande locali e con la fucilazione
di alcuni partigiani catturati. A settembre
tutto il mio battaglione venne mobilitato
e destinato alla occupazione ed al presidio
di una vasta zona nell'interno del territorio
dove operavano numerose Brigate Comuniste.
Con un grande spostamento di uomini e mezzi
raggiungemmo Bobbio in Val Trebbia ai piedi
del monte Penice, dove venne stabilito il
Comando. Un consistente reparto tedesco con
alcuni mezzi blindati ci affiancava nell'operazione.
Il territorio controllato era vasto e le nostre
pattuglie arrivavano fino nei pressi di Rivergaro
dove si incontravano con altre colonne provenienti
da Piacenza. Solo qualche sporadico caso di
colpi inoffensivi sparati da lontano fu segnalato
nel mese di settembre. Considerando che eventuali
scontri erano fra italiani era tacitamente
accettato il principio del "vivi e lascia
vivere" per cui si evitava di prendere
iniziative offensive limitando l'attività
all'occupazione per impedire la formazione
di grossi concentramenti partigiani. Eravamo
informati di gruppi irregolari non comunisti
che accettavano il "modus vivendi"
della tregua conveniente ad entrambe le parti.
Del resto le nostre forze erano formate da
alpini notoriamente non facinorosi, più
propensi ad una bella cantata che ad uno scontro
a fuoco, fermo restando che non erano però
disposti a subire. Le bande comuniste della
"Stella Rossa" e "Garibaldi"
invece perseguivano un altro scopo. Era generalizzato
fra loro il sistema ignobile, incivile e codardo
di colpire e fuggire per provocare ritorsioni
contro la popolazione inerme. Questo, nella
strategia dei capi che ricevevano disposizioni
politiche. serviva a fomentare l'odio verso
di noi.
I tedeschi cadevano ovunque in questo gioco
ed effettivamente erano odiati, ma il maggiore
Guarini. che comandava il Battaglione, era
un galantuomo e non si prestava a ritorsioni
di sorta. Presumibilmente, da parte comunista,
il fallimento del Sistema con noi irritava
gli alti comandi e metteva in cattiva luce
la base delle brigate che decisero una azione
in forze. Fummo informati dei loro piani e
tutti gli ufficiali e sottufficiali furono
convocati ed informati della imminente azione,
ricevendo precise disposizioni. Venne predisposto
un sistema di vigilanza su tutto il perimetro
interno a Bobbio, lungo vari chilometri ed
allertato giorno e notte non conoscendo da
quale parte sarebbe giunto l'attacco. Ogni
squadra vigilava un settore di 100/150 metri
con la mitragliatrice in postazione ad arresto
automatico. Questo sistema consisteva in un
semplice accorgimento molto valido. Ai due
lati della canna da fuoco venivano conficcati
a terra due robusti pioli e le sventagliate
andavano da un piolo all'altro a ventaglio
a varie riprese. Naturalmente i due estremi
del fuoco di sbarramento si intersecavano
con lo stesso sistema delle squadre di destra
e di sinistra creando praticamente una barriera
di fuoco quasi invalicabile. Il settore a
me assegnato era in una zona di vigneti, dal
lato del Monte Penice che, stando alle previsioni,
era considerata a basso rischio perché
notoriamente controllata da formazioni partigiane
di poca consistenza e tranquille ed inoltre,
davanti alla mia postazione, esisteva una
scarpata ripida e friabile poco praticabile.
Proprio per questo non venni rifornito di
dotazione supplementare di munizioni assegnate
invece alle squadre sul lato opposto verso
Rivergaro dove si presumeva arrivasse l'attacco.
Qualche stratega avversario aveva considerato
la stessa cosa o più probabilmente,
ben informato da spie, contava sul fattore
sorpresa e sull'imprevisto perché fu
proprio davanti alla mia postazione che avvenne
l'attacco e lo scontro e, senza volerlo, mi
diede modo di guadagnare una decorazione al
valore ed una citazione all'ordine del giorno
della Divisione. Trattandosi dell'azione più
importante e significativa della mia vita
militare ne riporto la cruda cronaca. Verso
le 5 del mattino del 4 ottobre un sommesso
rumore di pietre rotolanti mi mise in allerta.
Era ancora quasi buio ed in compagnia del
caporale Crivelli Gianfranco strisciai per
un centinaio di metri lungo i filari di vite,
fino a raggiungere il bordo della scarpata
dove, scrutando attentamente, intravidi delle
ombre in movimento; se ne contavano una decina
ma era ovvio che ve ne fossero altre. Rientrai
eccitato nella postazione. Mi ero mosso in
perfetto silenzio e non ero stato notato per
cui la sorpresa era dalla mia parte. Predisposi
la mitragliera e distribuii i ragazzi a raggiera
pronti al segnale di fuoco mentre feci partire
immediatamente un portaordini per dare l'allarme
al Comando e ricevere rinforzi di uomini e
munizioni. Circa 15 minuti dopo le ombre erano
fra i filari per cui diedi l'ordine di fuoco.
Iniziò una intensa, ininterrotta sequela
di raffiche in entrambi i sensi. Ero vicino
alla postazione della mitragliatrice e venni
informato che, di lì a poco, le munizioni
sarebbero terminate. Non vi era alcun segnale
di arrivo di rinforzi e la situazione divenne
precaria. Vi era il rischio di essere sopraffatti
ed uccisi per cui presi la decisione più
disperata, unica possibile in quel frangente.
Preparai 6 bombe a mano con i cordini di attivazione
già svitati, ne infilai gli anelli
di 5 in ogni dito della mano sinistra ed una
pronta nella mano destra e, ad un mio ordine,
la mitragliatrice cessò il fuoco ed
io corsi avanti per una decina di metri fra
i filari ed iniziai il lancio a destra ed
a manca. Fu nell'attimo che mi preparavo a
lanciare l'ultima bomba a mano che un boato
lacerante ed una vampa a pochi metri mi avvolse,
mi avevano lanciato una bomba che, come poi
mi spiegarono, per simpatia fece esplodere
anche la bomba che tenevo fra le dita. Ebbi
la sensazione di trovarmi in aria ma non percepii
più oltre. Quando ripresi i sensi ero
sorretto da due compagni e trascinato verso
una barella. Avevo ferite e sangue in ogni
parte del corpo e mi ritenevo gravissimo.
Quando giunsi in ospedale un gruppo di medici
provvide a ridurre le ferite che maciullavano
la mia mano destra che, rattrappita e sanguinolenta,
dava l'impressione di non esistere più.
Ero perfettamente cosciente e sentivo quando
tranciavano i brandelli di carne e vedevo
il lavoro dei medici sulla mia mano appoggiata
ad un pianetto laterale.
Ricordo di avere chiesto una sigaretta ed
una suora mi infondeva coraggio con buone
parole. Contemporaneamente altri infermieri
disinfettavano e fasciavano Altre ferite sul
ventre e sul petto, su entrambe le gambe,
sulla testa ed anche al braccio sinistro.
Alla fine ero più simile ad una mummia
egiziana ed un solo occhio mi permetteva di
vedere.
Lo stesso giorno ricevetti la visita di alti
ufficiali, sia italiani che tedeschi, e mi
resi conto di essere diventato una specie
di eroe. Il mio tenente mi dette informazioni
sugli avvenimenti dopo lo scontro. La mia
azione aveva messo in fuga gli aggressori
e fatto fallire l'attacco che, se fosse andato
a buon fine, avrebbe causato danni e morti
fra le nostre file. Avrebbe inoltre rischiato
di compromettere tutta l'operazione e sicuramente
avrebbe provocato una grande ed imprevedibile
rappresaglia che avrebbe danneggiato solo
la popolazione civile e questo era il vero
scopo degli attaccanti. Il mio era considerato
un atto di valore ed al Comando progettavano
il dovuto riconoscimento. Il mio trasferimento
all'ospedale militare Borsalino di Mandrogne
a cura di un'ambulanza tedesca, avvenne il
17 ottobre. Ai primi di novembre. proprio
in coincidenza con il mio diciannovesimo compleanno,
ricevetti in ospedale una rappresentanza del
Comando superiore Germanico che, con una cerimonia
semplice ma austera, nel più perfetto
stile tedesco. mi assegnò la Croce
di Ferro di Ia classe. Anche in questo si
riscontrava l'efficienza teutonica. In un
mese era stato deciso e provveduto in merito
mentre da parte italiana ero al corrente confidenzialmente
di una proposta per la medaglia di bronzo
ma non avevo ancora ricevuto alcunché
di ufficiale. In ospedale avevo per vicino
di letto Corrado Loiacono che diventò
poi, nel dopoguerra, un cantante televisivo
molto noto.
Il 18 novembre venni dimesso dall'ospedale
ed inviato in licenza di convalescenza di
28 giorni in attesa di congedo. Le varie ferite
sul corpo erano rimarginate mentre la mano
destra era ancora fasciata con un palmare
rigido. Nei giorni di convalescenza maturai
una decisione che non espressi ai miei famigliari
per non addolorarli. Rientrai al Comando Divisionale
di Pavia ed invece di essere congedato per
l'invalidità alla mano destra, con
la sinistra ed i denti strappai il congedo
sulla scrivania del colonnello chiedendo di
rientrare in servizio. Ricordo che all'obiezione
del colonnello risposi che avrei potuto sparare
anche con la mano sinistra. Fui accontentato.
Mi guadagnai una seconda citazione all'ordine
del giorno della Divisione, un encomio solenne
e la promozione a sergente per meriti di guerra.
Oramai ero un simbolo e non dovevo smentire
le aspettative per cui mi comportavo di conseguenza.
Venni preso in forza dallo stesso Comando
della Divisione ed assegnato alle missioni
speciali che richiedevano elementi di assoluta
fiducia. Dipendevo direttamente dal colonnello
Peron, vice comandante generale, e venni munito
di documenti particolari che mi davano tutti
i diritti di priorità assoluta su ogni
mezzo di trasporto militare e civile. Inoltre,
per acquisire una valenza superiore al mio
grado, mi venne fornita la tessera di iscrizione
ed appartenenza all'U.P.I. (Ufficio Politico
Investigativo) che era l'organizzazione militare
politica di controspionaggio. Con quella tessera
potevo agire al di fuori ed al di sopra di
qualunque normale Autorità civile o
militare.
La prima missione che mi fu assegnata consisteva
nel recupero di documenti trafugati da un
capitano disertore e possibilmente nella cattura
dello stesso. Le informazioni in possesso
del Comando lo segnalavano in una località
sul Lago di Como dove si trovava sfollata
la sua famiglia. Partii accompagnato e scortato
da due caporali, entrambi friulani, molto
fedeli e decisi. L'affiatamento si dimostrò
perfetto e li scelsi, in seguito, anche per
altre missioni. Furio era un colosso di forza
e statura. La "maschine pistole'' fra
le sue mani sembrava un giocattolo piccolo
e fragile. Un metro e novanta di muscoli con
un carattere allegro e gioviale sempre pronto
alla battuta ottimistica mentre Piero era
serio, taciturno e profondo osservatore di
tutto quanto si muoveva intorno a noi. Fu
proprio Piero a notare il pericolo sul battello
che da Como ci portava a destinazione. Eravamo
stati avvertiti che nella zona non esisteva
nessun insediamento militare ed eravamo anche
stati messi in guardia in merito ai carabinieri
locali che non davano affidamento. La zona
era considerata pericolosa e partigiana. Mancavano
pochissimi giorni a Natale ed il battello
era abbastanza affollato. Non pioveva ma il
cielo era grigio e sul lago persisteva una
foschia pregna di umidità e faceva
molto freddo. Ci trovavamo nel locale centrale
del battello attorniati da persone taciturne
con borse e fagotti. Venivamo osservati da
tutti in silenzio con sguardi ostili e le
donne preferivano voltare il viso dall'altra
parte. Ci trovavamo in navigazione al centro
del lago quando Piero notò strani movimenti
e mi comunicò sottovoce la situazione.
Le donne si erano tacitamente allontanate
ed attorno a noi si stavano ammassando solo
uomini con aria indifferente ma stranamente
tesi. Presi immediatamente l'iniziativa e
caricando e puntando minacciosamente la "machine
pistole" con la mano sinistra, con estrema
decisione ottenni una zona franca di alcuni
metri liberi intorno a noi. Il brusio e le
malcelate reazioni ci confermarono che si
stava progettando un'aggressione, forse per
impossessarsi delle nostre armi, e comunque
non era esclusa la nostra fine nelle acque
fredde del lago. Il resto della navigazione
fu normale. Nessuno esternò azioni
o movimenti di alcun genere e la risolutezza
da noi espressa, nonché il minaccioso
e continuo movimento intorno delle armi nelle
mani di Furio, erano un forte argomento dissuasivo
per chiunque. Una giovane ragazza, senza farsi
notare mi sussurrò nelle orecchie una
confidenza: "Attenti ai coltelli".
Quando finalmente il naviglio approdò
al molo scendemmo per primi, incattiviti ed
attenti destando una profonda meraviglia.
Evidentemente, in quel posto, la nostra presenza
era un avvenimento insolito ed inaspettato
e venivamo guardati come bestie rare. Sul
molo notai un personaggio che al nostro apparire
si era dato molto da fare contattando alcuni
presenti con aria sospetta. Non sapevamo dove
dirigerci e, chiedere informazioni, avrebbe
messo in allarme l'interessato per cui andai
diritto verso la persona notata chiedendogli
i documenti. Mentre mi consegnava un documento
di identità obiettò che, essendo
noi solo dei militari, non avevamo quel diritto.
Sicuramente era un qualcuno maiuscolo ma negò
di essere un'autorità locale. L'intervento
di un appuntato dei Carabinieri (forse fatto
avvertire) fu provvidenziale. Mostrai i miei
documenti particolari e l'appuntato, confuso
e meravigliato, non sapendo cosa fare altro
scattò sull'attenti facendo il saluto
militare. Il sorriso svanì dal viso
del borghese che si rese conto in quel momento
di trovarsi davanti qualcosa molto più
delle sue previsioni. Nessuno poteva conoscere
il motivo della nostra presenza quindi obbligai
entrambi a seguirci. Davanti io Furio e l'appuntato,
dietro alcuni metri il borghese, attentamente
controllato da Piero. Ero ormai convinto che
fosse un partigiano e non volevo permettergli
di diffondere l'allarme. Giunti in un posto
isolato dissi al Carabiniere di condurci alla
casa dove risiedeva il capitano e dovetti
vincere la sua titubanza disarmandolo e minacciandolo
di sanzione militare. Dopo circa mezzora di
salita su una stradina acciottolata arrivammo
ad una casetta con davanti un giardino. Il
cancello era aperto ed entrammo decisi. Era
abitata da due donne ed un uomo sui 30 anni,
fratello del ricercato, che dimostrava timore
e disagio per la sua situazione borghese in
età di richiamo alle armi. Sicuramente
era un renitente. Il panico si era diffuso
nella famiglia e questo era a nostro vantaggio
anzi, a tutti i presenti ammucchiati in un'unica
stanza, dichiarai che se non trovavo l'ex
capitano ed i documenti avrei consegnato tutti
al Comando Tedesco di Como e che avrei sparato
al minimo segno di rivolta. Non l'avrei certamente
fatto ma la paura ebbe il sopravvento e la
madre del ricercato piangendo disse che il
figlio non era più con loro. Si offrì
di consegnarci una borsa che si trovava nella
legnaia purché venissero lasciati tranquilli.
Mi accompagnò e quella borsa era proprio
il tascapane militare con varie carte fra
cui un elenco completo degli effettivi della
Divisione Monterosa. Mi considerai soddisfatto
non potendo fare altro. Portando con noi anche
il fratello presente ritornammo tutti al molo.
Non vi erano battelli in partenza e francamente
la situazione era diventata complicata, pesante
e pericolosa per cui provvidi al sequestro
di una motobarca compreso lo stesso barcaiolo
e, tenendo sotto tiro i tre sequestrati lasciati
a riva, presi il largo. Al Comando Tedesco
di Como, dove mi presentai per la relazione
e per il rientro a Pavia, mi dissero che se
li avessi preavvisati mi avrebbero assegnato
una scorta. Mi resi conto che avevamo corso
un forte pericolo ma pensai, senza dirlo,
che era stato meglio così altrimenti
chissà cosa sarebbe successo.
Nei primi giorni di gennaio mi venne assegnata
la missione più importante per la distanza
e l'estrema delicatezza che comportava. Mi
resi conto della grande fiducia che veniva
risposta in me e ne fui profondamente lusingato.
Al comando di Pavia fui "sequestrato"
per l'intera giornata da una commissione militare
composta da un nostro ufficiale e da due ufficiali
tedeschi che mi dettero istruzioni riservate
in merito alla missione da compiere. Il fatto
di trovarmi, io, sottufficiale, 19 anni appena
compiuti, seduto ad un tavolo di così
alto livello mi aveva messo inizialmente in
soggezione ma poi la cordialità dei
miei interlocutori ed il fatto che un maggiore
della Sicherait non mi trattasse da subalterno
mi rinfrancò e mi sentii più
fiducioso ed orgoglioso. Inoltre la palese
mia infermità, la relazione dei miei
valorosi precedenti esposti con particolare
enfasi dal capitano italiano e soprattutto
la Croce di Ferro bene in mostra erano le
migliori referenze. Ascoltai molto attentamente
quanto mi veniva esposto chiedendo precisazioni
o consigli dove occorresse ed il colloquio
fu molto cordiale. Evidentemente avevo risposto
positivamente alle loro aspettative perché.
a fine giornata, con estrema confidenza e
cameratismo fui invitato ad un brindisi. Il
giorno successivo venni fornito di numerosi
lasciapassare per me e per i due angeli di
scorta che erano Furio e Piero. Ci vennero
consegnate armi nuove e ci preparammo alla
trasferta che, per le difficoltà dei
mezzi di locomozione in quel particolare momento,
era di durata indefinita. A me venne consegnato
un voluminoso plico sigillato che rappresentava
il motivo della missione e che dovevo recapitare
a destinazione difendendolo ad oltranza. Con
il plico mi venne dato un pettorale da indossare
sotto la camicia nel quale riporlo. La destinazione
era Ingolstadt in Germania ed il contenuto
del plico (lo seppi solo in seguito) era l'elenco
completo dell'armamento della Divisione che
doveva essere rinnovato e sostituito e proprio
ad Ingolstadt aveva sede la fabbrica degli
specifici armamenti. Impiegai due intere giornate
per giungere a destinazione nella tarda serata
del secondo giorno e solo al mattino del terzo
giorno potei presentarmi al Comando Tedesco
locale e consegnare il plico. Il viaggio non
aveva rappresentato particolari difficoltà
escludendo naturalmente un paio di mitragliamenti
aerei ai treni su cui ci trovavamo, un violento
e deciso scontro con un reparto mongolo ad
Innsbruck per ottenere una branda e delle
coperte per passare la notte nella locale
stazione ferroviaria ed uno scontro verbale
con un generale tedesco, alla periferia nord
di Monaco. Quest'ultima vale la pena di raccontarla
perché rappresenta lo specchio reale
della situazione di quei tempi. Avevamo superato
Monaco e nelle prime ore del pomeriggio ci
trovavamo sulla strada che portava a nord
alla disperata ricerca di un passaggio su
qualsiasi mezzo di trasporto. Dopo vari tentativi
infruttuosi di fermare degli autoveicoli di
passaggio, che però non ci degnarono
di alcuna attenzione, presi la decisione di
usare la maniera forte. All'arrivo di una
autovettura ci piazzammo in mezzo alla strada
e con le armi puntate obbligammo la vettura
a fermarsi. Per caso e per colmo di disdetta
era proprio l'auto personale di un generale.
Gli attimi successivi furono tragici e da
brivido. Il sottufficiale autista e l'ufficiale
che accompagnava l'Autorità militare,
con urla rabbiose ed estrema decisione, ci
obbligarono ad alzare le braccia e le canne
delle loro armi sotto il nostro naso non facevano
presagire niente di buono. Per pochi ma lunghissimi
minuti rischiammo una sommaria sentenza di
morte. Il generale con il classico cappotto
dai grandi risvolti rossi, accortosi che parlavo
tedesco mi chiese il motivo della nostra presenza
in quel posto. Estrassi i documenti e glieli
consegnai con un prussiano saluto a braccio
teso e battuta di tacchi. L'effetto positivo
fu immediato. Alzando mezzo braccio in un
saluto da generale mi restituì i documenti
con un sorriso cameratesco ed un rispettoso
commento alla mia decorazione di croce di
ferro. Diede poi disposizione ai suoi ed il
seguito fu un successo. Egli era diretto ad
Ausburg, non proprio nella nostra direzione,
ma ci fece salire sulla sua automobile restringendoci
tutti un poco per fare posto. Furio e Piero
davanti con l'autista ed io, dietro, gomito
a gomito, con lui e l'ufficiale. Il viaggio
fu cordiale e parlammo amichevolmente dell'Italia.
Lui era stato in viaggio di nozze a Venezia
e, per servizio, fino a Milano. A metà
pomeriggio giungemmo ad Ausburg dove il generale
diede altre disposizioni per cui ci venne
messa a disposizione una camionetta. Mi salutò
ancora amichevolmente prima di lasciarci esprimendomi
alcune parole di lode per la decorazione già
acquisita malgrado la mia giovanissima età
preconizzandomi un fulgente futuro militare.
Non sapevo il suo nome perché non me
l'aveva detto ed io non avevo osato chiederlo.
Me lo disse il caporale che guidava la camionetta
ma francamente era complicato e di difficile
memoria. Fu così che alla sera giungemmo
ad Ingolstadt. Il ritorno a Pavia, dopo altri
due giorni passati ad Ingolstadt, fu più
pacifico. Fummo aggregati ad una colonna militare
tedesca diretta a Verona. Dei due giorni in
attesa della partenza conservo un buon ricordo.
Avevo conosciuto, nella fabbrica delle armi,
una graziosa operaia russa. A quei tempi i
convenevoli erano ridotti al minimo e passai
con lei ore piacevoli. Mi lasciò il
suo indirizzo ma dubito che sia mai ritornata
nella sua Patria Comunista dopo aver lavorato
in Germania. Proveniva da una cittadina Ucraina
presso Kiev ed era in possesso di una buona
istruzione. Chissà quale sarà
stato il suo destino. Spero bene per lei.
Era una creatura fine, buona e dolce e mi
auguro abbia potuto trovare una vita serena.
Successivamente effettuai varie altre missioni
con prevalenza di destinazione i nostri reparti
in Garfagnana. Portavo soprattutto documenti
dal Comando ed ero accolto con molta simpatia
perché fra i documenti c'erano anche
licenze e promozioni. Approfittavo delle attese
per vivere da vicino l'atmosfera della prima
linea. Dalle varie località in cui
ebbi la ventura di trovarmi, Calomini, Vergemoli,
Gallicano. Molazzana ed altre, potevo vedere
con il binocolo le linee nemiche ed anche
le bandiere americane, sui pennoni dei campi
dalla parte opposta del fiume Serchio. Mi
affascinavano i racconti di chi aveva effettuato
le uscite di pattuglia ed una volta tentai
di aggregarmi ma mi fu negato perché
non in forza in quel settore. Sarebbe stato
esaltante andare in terra di nessuno a fregare
al nemico fili telefonici di cui eravamo scarsi,
oppure, come mi riferirono, per una scommessa,
andare di notte a fregare addirittura una
bandiera americana togliendola dal pennone
di un campo nemico. Sembrava inverosimile
ma invece era tutto vero. Gli artefici della
bravata furono puniti. Però, che fegato!
Verso la metà di febbraio venni chiamato
dal colonnello che mi presentò ad un
Capitano. Si chiamava Scattolin Gino e da
borghese era un magistrato. Aveva avanzato
una proposta che il Comando aveva accolto
ed io ero stato scelto per affiancarlo nel
suo progetto. Il capitano Scattolin intendeva
creare una Compagnia di disciplina chiamando
a farne parte, con la promessa di perdono,
quegli ex alpini che per qualche grave reato
commesso erano stati condannati dal Tribunale
Militare e che si trovavano reclusi. Lo scopo
era di recuperare chi, pentito, volesse ritornare
a portare onorevolmente il cappello e la penna
nera. Confesso che all'inizio presi questo
incarico con scetticismo ma poi, seguendo
il capitano Scattolin nelle sue visite e colloqui
nei vari carceri, la cosa mi entusiasmò.
Il capitano era un buono in assoluto. Aveva
un grande cuore e, con quel suo tono pacato
a cui la pronuncia veneta dava ancor più
una paternalistica impronta, sapeva convincere.
E convinse anche me. Avevo perso nove anni
prima mio padre e mi sembrò di averne
trovato un'altro. Imparai a volergli bene
ed assecondai, con tutte le mie forze e capacità,
il suo progetto. Era trascorsa solo una settimana
e l'elenco dei potenziali effettivi della
Compagnia era già nutrito. Fra i condannati
ce n'erano due per i quali non era possibile
l'acquisizione essendo stati condannati a
morte. Uno si chiamava Bona ed era bresciano.
Era molto giovane. Proveniva dal battaglione
artiglieria da montagna ed era stato condannato
perché ritenuto responsabile di grave
negligenza avendo provocato la morte di un
artigliere ed il ferimento di altri per lo
scoppio di una granata. Era sinceramente addolorato
e con un profondo rimorso per la grave mancanza
commessa. Un altro, si chiamava Patetta, era
siciliano ed aveva già quasi quarant'anni;
proveniva dalla compagnia conducenti. Era
stato ritenuto responsabile di un furto di
parecchi muli che erano in sua custodia e
che aveva lasciati incustoditi per passare
la notte in compagnia di una donna. Aveva
aggravato la sua posizione disertando quando
si accorse della mancanza. Troppo tardi si
era reso conto della gravità degli
atti commessi e si dimostrava pentito e desideroso
di riscatto. Non era possibile un provvedimento
della Divisione per loro trattandosi di condannati
a morte. Solo la concessione della grazia
poteva valere e fu così che maturai
un grande progetto. Sarei andato a chiedere
la grazia per loro direttamente a Mussolini.
Il capitano provvide a preparare i fascicoli,
il Comando della Divisione ottenne l'udienza
ed io partii per Salò. Ero entusiasta
e galvanizzato, mi sentivo invaso da grande
gioia ma anche un po' timoroso del risultato.
AI Comando di Pavia mi avevano preparato il
curriculum del mio stato di servizio, degli
encomi e della decorazione proposta oltre
a quella già ricevuta. Mi avevano anche
dato credito asserendo che ero l'unico in
possesso dei requisiti per portare a buon
fine la richiesta. Ricordavo Mussolini quando
dodicenne avevo montato la guardia in colonia
vicino a lui. Ricordavo anche lo sguardo incrociato
con lui in occasione della sua visita a Munzinghen
quando aveva passato in rassegna la Divisione
fila per fila. Nei suoi occhi avevo visto
solo cose buone. Ora lo avrei visto per la
terza volta e forse, chissà, anche
avvicinato. Avevo il cuore in tumulto ed il
sangue bollente. Arrivai a destinazione dopo
una serie molteplice di controlli. Avevo viaggiato
tutta la notte e non avevo quasi dormito ma
mi sentivo fresco e pimpante. Mentre attendevo
nel corpo di guardia osservavo le divise particolari
dei fortunati che avevano l'onore di vegliare
sul Duce e le trovavo simili alla mia di paracadutista.
Il tempo passava. Ero arrivato circa alle
nove del mattino ed erano quasi le 11 senza
che nessuno mi potesse dare notizie. Oramai
avevo perso la speranza di incontrare Mussolini.
1 documenti erano stati ritirati da un tenente
e forse, dopo chissà ancora quanto
tempo, qualcuno me li avrebbe riportati. Mi
ero illuso ed avevo quasi perso anche ogni
speranza sull'esito del mio tentativo. Era
giustificabile. Chissà quante e quali
cose importanti venivano decise in quella
sede e non era possibile dare attenzione ad
una pratica come la mia. Attendevo solo la
riconsegna per ripartire. Ed invece avvenne
il miracolo. Verso le ore 13 lo stesso tenente
che aveva preso in consegna le mie pratiche
venne a prelevarmi. Le armi mi erano state
ritirate all'arrivo ma venni nuovamente perquisito
minuziosamente prima di essere accompagnato
verso la villa. Attesi ancora una buona mezzora
in un corridoio poi finalmente il tenente,
con un sorriso che mi ispirò ottimismo,
mi diede la grande notizia. "Vieni, andiamo
dal Duce". Ero estasiato e lo seguii
in uno studio dove, seduti ad alcune scrivanie,
stavano degli ufficiali e vicino ad una porta
due ufficiali tedeschi stazionavano parlando
fra loro. Pochi attimi e poi mi fece entrare
nello studio attiguo dove, seduto ad una scrivania,
c'era Mussolini. Mi sembrava di essere fuori
dal mondo. L'emozione mi paralizzava la voce
e quasi anche il respiro. Per fortuna nessuno
mi aveva ancora chiesto di parlare per cui
scattai sull'attenti con un perfetto saluto
romano effettuato con il braccio sinistro.
La mano destra era ancora irrigidita dal palmare
e dalle bende. Forse fa mia parentesi di silenzio
durò solo pochi attimi ma a me era
sembrata eterna. Non sapevo cosa fare o dire,
me ne stavo lì sull'attenti, annichilito.
Per fortuna una voce ruppe il silenzio: era
Mussolini che mi disse: "Riposo. vieni
avanti". Feci alcuni passi, forse 5 o
6 o più, non sono in grado di ricordare
perché in quel momento mi sembrava
di essere sospeso in aria. La voce di Mussolini
era sommessa. Non era quella voce squillante
dei suoi discorsi. Il tenente prima di introdurmi
nell' ufficio mi aveva detto di usare la parola
"Eccellenza" con il Duce ma la voce
proprio non mi veniva. Per fortuna parlò
nuovamente Mussolini. "Tu sei della Monterosa.
Mi hanno riferito il motivo della tua visita
e sono soddisfatto della formazione di quella
che avete chiamato Compagnia di Disciplina.
Il generale Carloni ha avuto un'eccellente
idea. Portagli i miei saluti quando torni
alla Divisione". Forse avrei dovuto dire
qualcosa ma continuai a restare muto tanto
che fu proprio Mussolini a riprendere dopo
aver dato un'occhiata alle carte. "Ho
letto le tue note caratteristiche. bravo,
l'Italia ha bisogno di soldati come te. Ora
dimmi cosa sei venuto a chiedermi". Vincendo
la staticità in cui mi trovavo riuscii
a parlare. "Eccellenza" (e dicendo
questa parola ero nuovamente scattato sull'attenti).
"Ho portato una richiesta di grazia per
due alpini che desiderano continuare a combattere
per l' Italia. Solo voi potete concedere questa
grazia". Non ricordo le parole esatte
che dissi. Ricordo solo che mi ero un po'
impappinato e forse avevo ripetuto alcune
parole ma il nesso era quello anche se sicuramente
ero diventato rosso in viso per l'emozione.
Mussolini aveva capito la situazione e mi
guardò sorridendo tanto che mi sentii
meno in soggezione. Poi il cuore mi batté
forte alle sue successive parole. Disse rivolgendosi
al tenente: "Ho già firmato le
richieste di grazia, sono dal segretario,
le consegni al sergente" poi rivolgendosi
a me: "sei un ottimo soldato malgrado
la tua giovane età, continua così
e fa in modo di essere un fulgido esempio
per i rinnovati effettivi della vostra Compagnia
di Disciplina. Sursum corda". Poi alzò
il braccio in un saluto che ricambiai immediatamente.
La visita era durata 10 o forse 15 minuti.
Un tempo estremamente piccolo in confronto
di tutta una vita ma nella mia ha lasciato
un'impronta indelebile. Tante volte successivamente
ho rivissuto quei momenti e sempre mi sono
rammaricato con me stesso per la soggezione
che mi aveva impedito tutto. Cento volte forse
sono riandato col pensiero. da sveglio e nel
sonno, a quei momenti fatidici della mia vita
ed ogni volta trovavo le parole ed il comportamento
giusti che nella occasione reale mi erano
mancati. Forse chiunque, al mio posto, si
sarebbe intimorito come capitò a me.
Ho anche dimenticato di nominare il capitano
Scattolin vero ideatore della Compagnia di
Disciplina. Lo voglio ricordare qui: capitano
Scattolin Gino, Via Canova 6, Treviso. Mi
pare di ricordare che svolgesse il suo lavoro
di Magistrato a Mirano Veneto. Quando, nei
mesi successivi la tragica morte di Mussolini,
ripensavo a quelle parole e a quello sguardo
bonario e rivedevo i suoi occhi un po' tristi
che forse presagivano i futuri eventi, confesso
di avere provato tanta tenerezza e un sublime
caloroso ricordo ed un rabbioso rancore verso
chi lo aveva ucciso in un modo così
spietato ed inumano.
Quando ritornai al Comando non stavo nella
pelle. Portavo due documenti di grazia in
cui pochi avevano creduto, io compreso. Dovetti
raccontare il mio incontro con Mussolini decine
e decine di volte a tutti i livelli e soprattutto
mi ripagò in modo sublime, l'abbraccio
affettuoso del cap. Scattolin al quale, mentre
mi stringeva commosso, scappò una lacrima
e la voce si incrinò. A fine febbraio
la Compagnia di Disciplina era una realtà.
Ricevemmo gli ordini di servizio e ci preparammo
a partire per la destinazione assegnataci.
Salutai con un poco di commozione Furio e
Piero con cui avevo stabilito oramai un rapporto
fraterno ripromettendoci di ritrovarci quanto
prima. Gli eventi purtroppo precipitarono
e non li vidi più. La destinazione
era Chiavari come sede del Comando di Compagnia.
A me venne riservata una gradita sorpresa.
Mi assegnarono il Comando Militare di Lavagna
con compiti particolari fra cui la responsabilità
di zona antisbarco con il nome in codice di
"Marina III". Avevo inoltre la responsabilità
del posto di blocco alla periferia verso Cavi
e la giurisdizione sulla città e sull'entroterra
relativo. Preciso che Marina III era considerata
anche un avamposto perché oltre, fino
a Sestri Levante, non esistevano altri presidi
e la zona era ritenuta ad alto rischio partigiano.
Per far fronte all'attività di un tale
presidio mi erano stati assegnati 12 uomini,
pochi ma per ovviare al numero ridotto chiesi
ed ottenni di poterli scegliere. Bona e Patetta
furono i primi che scelsi oltre alla ricerca
di un buon mitragliere e la richiesta esaudita
di una dotazione speciale di armi automatiche
leggere. La sede del Comando assegnatomi era
ciò che di meglio si potesse desiderare.
Una palazzina a due piani, simile ad un piccolo
castello, in zona dominante sul mare alla
periferia di Lavagna verso Cavi. Nel vasto
terreno scosceso che portava in alto erano
stati costruiti due bunker di cemento, a prova
di cannonate, rivolti verso il mare. A livello
del tetto una serie di merli permettevano
una valida sorveglianza circostante al riparo
da franchi tiratori mentre l'unico lato debole
era il terreno alle spalle, verso l'interno
confinante con campi coltivati ed una zona
boscosa. Da quel lato, specialmente nelle
ore notturne, poteva venire qualche pericolo
perché il perimetro del terreno del
Caposaldo era di soli 40/50 metri. Inoltrai
subito in merito un rapporto con una richiesta
di mine antiuomo ma mi dissero che la trafila
sarebbe stata lunga per cui provvidi con scaltrezza
ed immediatezza. Mi procurai un buon numero
di dischi di legno tutti uguali facendo tagliare
a fette un palo della luce. Li feci verniciare
di nero e quindi, in pieno giorno e curando
che a distanza vi fossero contadini al lavoro
che potessero osservare, provvidi a farli
interrare a caso distribuiti in tutta la fascia
del terreno a monte sistemando, con dovizia,
una serie di cartelli avvisatori di "
Attenzione pericolo! terreno minato!".
Per dare maggiore credibilità alla
cosa, alcuni giorni dopo, in un pomeriggio
di sole, lanciai inosservato una bomba a mano
al centro del terreno. Lo scoppio richiamò
l'attenzione dei vicini e dei contadini ed
io feci circolare la voce che il caldo ed
una difettosa posa avessero provocato lo scoppio
di una mina. Il risultato fu assoluto perché
da quella parte non ebbi mai fastidi. Per
questa idea ebbi il divertito plauso sia del
capitano Scattolin che del Comando Tedesco
di Chiavari che assegnò, a Marina Illa,
al mio fianco, un sergente ed un caporale
con compiti logistici. Erano persone simpatiche
e bonarie. Intelligente e sempre pronto alla
battuta ed alla risata il sergente Schulz;
calmo e con l'eterna aria da subalterno il
caporale Schumeker. Evidentemente il caposaldo
aveva una discreta importanza perché
il nemico ci onorò di uno specifico
attacco da parte di cacciabombardieri che
riuscirono solo a colpire il posto di blocco
senza provocare altri danni.
I due mesi circa trascorsi al Comando di Marina
Illa furono un susseguirsi di normale routine.
Pattugliamenti, controlli al posto di blocco,
interventi su segnalazione del Comando e solo
in poche occasioni avvennero fatti di un certo
rilievo. II più importante avvenne
quando un nostro sergente diretto al comando
di Sesti Levante venne catturato da partigiani
nella zona di Cavi. Scattò immediatamente
l'allarme ed un'azione di ricerca e di salvataggio.
lo, con soli tre miei ragazzi, presi l'iniziativa
di dirigermi velocemente attraverso la montagna
sopra Cavi per tagliare la via verso i monti.
Fu una mossa indovinata perché un gruppetto
di partigiani armati si trovarono preclusa
la via di fuga e tornarono, dopo un breve
conflitto a fuoco, verso la costa. Nel corso
di un successivo rastrellamento effettuato
dalle Brigate Nere e da un reparto tedesco
vennero catturati una dozzina di irregolari.
Il nostro sergente catturato enne ritrovato
morto, crivellato di colpi, in un boschetto.
A causa di questo, nei giorni successivi,
il Tribunale Militare decretò alcune
condanne a morte eseguite mediante fucilazione.
Da parte mia, nel corso dell'operazione, trovai
nascosto in un fienile un giovane tremante
ed impaurito. Lo trattenni fino all'arrivo
del capitano Scattolin. Provvedemmo insieme
all'interrogatorio ed accertammo trattarsi
di un renitente.
Non aveva armi ma quasi sicuramente faceva
parte di qualche banda partigiana della zona.
Aveva forse 17/18 anni ed era privo di documenti.
Se lo avessimo consegnato alle Brigate Nere
oppure ai tedeschi avrebbe fatto una brutta
fine. Data la giovane età la decisione
fu di rilasciarlo dopo un'ammonizione di guai
seri se fosse stato ritrovato in cattiva compagnia.
Quando lo accompagnai ai limiti della boscaglia
dicendogli di andarsene non si mosse. Era
evidentemente incredulo e temeva fosse l'inganno
di una finta libertà con esecuzione
sommaria. ]Dovetti provvedere energicamente
dicendogli di considerarmi un fratello maggiore
e gli rifilai un calcio nel sedere gridandogli
di andarsene. Ci volle un secondo calcio per
farlo decidere. Scappò come una lepre
e chissà se avrà saputo valutare
e riconoscere la nostra estrema dabbenaggine.
I rapporti con la popolazione furono genericamente
buoni. Ero venuto a conoscenza che nella zona
operava una brigata partigiana comandata da
un capo violento e di pochi scrupoli. La stessa
popolazione ne era terrorizzata e temevano
rappresaglie se avessero intrattenuto rapporti
con noi. Era noto come "Virgola"
nome di battaglia ed effettivamente era considerato
delinquente e sanguinario nella valutazione
del nostro Comando Superiore. Non era errata
la nomea.
Nell' autunno del 1945, ad oltre 6 mesi dalla
fine della guerra, un reparto di Polizia Militare
americano sgominò una banda di feroci
rapinatori che operava Passo del Bracco ai
danni dei mezzi che transitavano. Nel conflitto
a fuoco venne ucciso il capobanda, già
ex partigiano con il nome di "Virgola".
Contro il presidio di Marina III vennero effettuati
alcuni attacchi tutti finiti con la ingloriosa
fuga dei malintenzionati respinti da un volume
di fuoco che non lasciava possibilità
alcuna. Noi non subimmo danni personali. Una
nota a parte voglio fare a lode dei ragazzi
che componevano il mio presidio. Li chiamavo
ragazzi anche se qualcuno non lo era più.
Provenivano tutti dalla reclusione per avere
commesso qualcosa ma devo loro il mio massimo
consenso ed approvazione per il loro comportamento
fedele e disciplinato. Una nota particolare
al siciliano Patetta (già condannato
a morte) per la sua sincera amicizia ed assoluta
fedeltà. Non mi lasciava mai. Ogni
iniziativa prendessi, anche pericolosa, lo
trovavo sempre al mio fianco pronto a rischiare
per salvaguardare la mia incolumità.
Più volte, in occasione dei turni di
libera uscita, i ragazzi erano stati avvicinati
da qualcuno che più o meno velatamente
li incitava alla diserzione oppure al tradimento
per arrivare all'annientamento del Presidio
ed all'eliminazione di chi lo comandava. Anche
se non fu mai loro possibile la cattura del
colpevole, perché sempre avvicinati
singolarmente in luoghi ostili, quelle proposte
non trovarono mai credito ed i ragazzi si
premurarono di riferirmele. Lo statuto della
Compagnia di Disciplina prevedeva, da parte
mia, un rapporto settimanale sul comportamento
dei singoli. Le sole parole da me usate erano:
buono, valido, eccellente, fedele, capace
e meritevole. Feci riavere a Chiapponi il
suo grado di caporale nominandolo vice. Conservo
di tutti un ricordo fraterno e riconoscente.
24/04/45
INIZIO DELLA FINE
Erano circa le ore 14 quando ricevetti l'ordine
di abbandonare la postazione Marina Illa per
raggiungere, con i miei soldati, il concentramento
di forze a Chiavari. Già dalla sera
precedente, ma soprattutto dal primo mattino,
attendevo ordini. Era maturata un'atmosfera
di grande tensione e la notte non avevamo
quasi dormito. Rumori e movimenti da parte
della popolazione, passaggio sul lungomare
di automezzi e cingolati provenienti da Sestri
Levante e diretti verso ovest, ai quali eravamo
demandati a dare sicurezza nell'ambito del
settore di nostra competenza territoriale,
ci avevano concesso solo dei brevi sonnellini
fra un turno e l'altro. Io, in particolare,
per la responsabilità del comando e
la tensione dell'eccezionale momento senza
ancora saperne i motivi, quasi non avevo chiuso
occhio. Avevo cercato, in più occasioni,
di sapere da qualche componente della colonna
motorizzata notizie relative a tanto movimento
ma senza esito, nessuno sapeva niente di preciso.
Conoscendo la lingua tedesca, retaggio di
due anni di studio a Zuoz in Engadina, provai
con i tedeschi mischiati alla colonna ma nemmeno
da loro riuscii a sapere nulla di preciso.
Tutti erano tranquilli e calmi per cui reputavo
trattarsi di un normale se pur grande spostamento
di forze e di mezzi fatto in notturna per
evitare il pericolo di attacchi aerei. Oltre
tutto, a quei tempi, vigeva la regola del
"Taci! Il nemico ti ascolta" per
cui era normale non commentare le cose. All'alba
il movimento era sensibilmente diminuito limitandosi
al passaggio di pochi reparti a piedi. Avevo
notato divise di ogni genere. Alpini, Decima
Mas, Granatieri, Brigate nere, G.N.R. alternati
a vari reparti tedeschi. Schulz, ed il caporale
con lui, verso le 9, a seguito di disposizioni
dal loro comando, lasciarono la postazione
diretti a Chiavari.
Schulz non precisò se si trattasse
di soluzione provvisoria o definitiva. Ci
salutammo cordialmente come dovessimo rivederci
prima di sera. Verso le 10 Abate, incaricato
di vedetta sul tetto, mi riferì di
aver notato con il binocolo movimento di civili,
forse partigiani, sulle montagne verso Santa
Giulia. Pensai che, lo spiegamento di forze
notturno sulla litoranea, avesse impaurito
irregolari. renitenti o anche solo civili
dei paesi a mare, che si erano rifugiati sul
monte.
Nulla faceva presagire quanto di li a poco
sarebbe maturato. Da oltre un'ora era cessato
qualsiasi movimento di forze sulla litoranea.
Nessuno più era passato dal nostro
posto di blocco. Poco dopo mezzogiorno alcune
raffiche di mitragliatrice arrivarono improvvise
sulla nostra postazione dalla boscaglia ad
un centinaio di metri da noi verso monte.
Non fecero alcun danno tranne scheggiare il
muro. Presi immediatamente provvedimenti allertando
la squadra. Ero abbastanza tranquillo perchè
tutta la striscia di terreno libero a monte,
cintata con filo spinato e con vistosi cartelli
"Terreno minato", ci garantiva che
nessuno avrebbe osato attaccare da quella
parte. Il mio trucco delle finte mine funzionava.
Feci sparare dal terrazzo superiore delle
raffiche nel folto del bosco e da quel momento
tutto tornò tranquillo. Successivamente
giudicai quella scaramuccia some un tentativo
di qualche gruppo partigiano di avvicinarsi
a Chiavari. Inconsapevolmente Marina III era
rimasto l'ultimo baluardo dalla Repubblica
Sociale verso Sestri Levante. La nostra reazione
aveva consigliato prudenza ed attesa. Quando
poco dopo, verso le 14, lasciai Marina III
con le dovute precauzioni di difesa mi resi
per la prima volta conto che qualcosa di grave
stava accadendo. Con il binocolo vedevo nettamente
gruppi partigiani che avanzavano occupando
la zona e la strada che noi avevamo lasciata
alle nostre spalle poco prima. Probabilmente,
ormai sicuri del nostro ritiro, avevano atteso
evitando lo scontro armato. La Verità,
che diventò immediatamente reale, fu
che stavamo ritirandoci e che, per qualche
motivo che ancora non conoscevo, abbandonavamo
la Riviera di Levante. A Chiavari una ridda
di notizie si accavallarono da "Radio
scarpone" (così chiamavamo le
notizie che ci arrivavano di bocca in bocca).
Appresi che il fronte in Toscana aveva ceduto
e che le truppe Anglo-Americane erano già
arrivate a La Spezia. Fui aggregato alla Compagnia
Comando con il capitano Scattolin e, dopo
una breve sosta di assestamento e riorganizzazione,
prendemmo la via verso Rapallo. Facevamo oramai
parte di una grande colonna in ritirata che
procedeva a passo d'uomo. Nei pressi di Zoagli
prendemmo posizione sul fianco del monte sovrastante.
Fu una sosta tutt'altro che tranquilla. Verso
le 18 cominciarono ad arrivare le prime granate
che esplosero attorno a noi nel bosco. Il
bombardamento continuò a bordate fino
alle 20.30 circa. solo tre o quattro bombe
caddero a qualche decina di metri da noi e
per fortuna ne uscimmo illesi. II bombardamento
riprese verso le 22. La notte passò
nel timore di essere colpiti.
Nel buio non avevamo idea da dove provenissero
le granate. Più tardi ci dissero che
eravamo stati cannoneggiati dal mare da navi
alleate. Nella relativa calma sopravvenuta
nel primo mattino del 25 aprile vennero riorganizzati
i reparti e ci giunse notizia di morti e feriti
colpiti nella notte dalle granate in altri
settori. Riprendemmo la marcia verso ponente
con destinazione Recco dove si trovava già
il grosso delle nostre forze. La situazione
era abbastanza caotica. Notizie si accavallavano
a notizie e tutte in contraddizione fra loro.
Prima ci dissero che eravamo diretti a Genova;
poi nel pomeriggio giunse notizia che forse
gli Alleati erano sbarcati proprio a Genova
e che la nostra destinazione era Novi Ligure
passando dal Passo della Scoffera. Intanto
la marcia proseguiva senza inconvenienti.
L'unico incidente di cui venimmo a conoscenza
fu che un reparto della Decima fece un'incursione
a Santa Margherita Ligure dove, dal balcone
di un Albergo, sventolava una bandiera rossa
appaiata ad una bandiera spagnola. Si trattava
di una cantonata da parte di un colonnello
spagnolo antifranchista che, con intempestiva
decisione e probabilmente male informato,
aveva anticipato i tempi. Pensando di essere
oramai al sicuro, aveva esternato la sua idea
di parte esponendo le bandiere con il risultato
di vedersele bruciare e di diventare a sua
volta prigioniero. Che fine abbia fatto nel
caos di quei fatidici giorni non l'ho mai
saputo. Giungemmo a Recco verso mezzogiorno.
Il paesaggio era una distesa di macerie e
case distrutte. Il viadotto ferroviario che
attraversava con alte arcate la valle sopra
l'agglomerato urbano aveva richiamato bombardamenti
aerei per interromperne l'utilizzazione e
ne aveva fatto le spese l'intera città.
Ci assestammo un paio di chilometri oltre
sulla strada per Uscio.
Una strana pace era sopravvenuta intorno a
noi ma si percepiva un'atmosfera densa di
incognite. Nel pomeriggio ci raggiunsero finalmente
notizie sicure ed altrettanti ordini. Genova
era stata occupata e la destinazione era verso
Nord dove avremmo dovuto riunirci al grosso
dell'Esercito Repubblicano per organizzarne
il nuovo fronte di guerra nella zona di Serravalle
Scrivia. Al reparto a cui appartenevo venne
assegnato il compito di retroguardia. Assistemmo
al passaggio di tutte le forze componenti
la colonna in ritirata verso Uscio. Si trattava
in tutto di circa 12.000 uomini di varie armi,
tedeschi compresi. Molti automezzi e pezzi
di artiglieria leggera distribuiti lungo tutta
la colonna.
Mi meravigliò il fatto che l'aviazione
alleata non intervenisse con bombardamenti
dal cielo. Noi avevamo impiegato il pomeriggio
ad assestarci su una linea di eventuale difesa
verso ipotetiche forze nemiche che potessero
risalire la valle e minacciare il ritiro della
colonna. Rimanemmo nelle postazioni assunte
in una attenta attesa carica di tensione ma
nulla accadde.
Un profondo silenzio ci circondava e solo
lontano, verso la costa nella sera, udivamo
di tanto in tanto, delle esplosioni; segnale
evidente che da qualche parte si combatteva.
Il giorno successivo, 26 aprile, cominciammo
a muoverci al seguito della colonna. Al nostro
fianco un plotone di Marò della San
Marco si alternava a noi nello spostamento.
Tutto andò liscio fino alla tarda mattinata
poi, improvvisamente, alle nostre spalle un
sordo rumore di cingolati in movimento mi
fece presagire quello che temevamo. Nell'arco
di una mezzora potevamo vedere, nitidamente
lungo i tornanti più a valle dietro
di noi una fila di carri armati che ci seguivano.
Un reparto corazzato alleato era a non più
di un chilometro da noi. Gli ordini erano
perentori. Fermare il nemico ad ogni costo.
Un reparto di guastatori della San Marco ci
raggiunse con automezzi leggeri trainanti
carrelli colmi di esplosivi e razzi anticarro
tipo Panzerfaust.
La situazione mi eccitava. L'imminenza della
battaglia mi galvanizzava e, memore del corso
di guastatore fatto alla Nembo, mi misi a
disposizione. Dei 12 componenti la mia squadra
non tutti erano eroi. Mi resi conto di timori
e di dubbi da parte di qualcuno e così
decisi in proposito. Fermo restando l'obbligo
di presenza da parte del mitragliere Bona
e del portamunizioni Abate lasciai agli altri
la libertà di scegliere chi voleva
restare con me. Il fedelissimo siciliano Patetta,
il napoletano Moresco, i milanesi Panetti
e Tanzarella ed il torinese Barbetta restarono.
Gli altri con il caporale Chiapponi proseguirono
per raggiungere la compagnia. Iniziò
un'attività frenetica nella scelta
delle posizioni da cui far partire i razzi
prevedendo nel contempo la possibilità
di ritirata. La copertura doveva essere garantita
dal mitragliere Bona per cui venne scelto
uno sperone dominante sul quale ricavare la
piazzola per la mitragliatrice. Distribuii
gli altri nei punti strategici della strada
e, in particolare, ad ogni curva muniti di
razzi e bombe a mano.
I guastatori della San Marco provvedevano
a minare ogni ponticello o punto critico che
potesse bloccare la strada. L'attesa non fu
lunga.
Il primo mezzo corazzato sbucò dalla
curva precedente una mezzora dopo a circa
trenta metri da noi. L'emozione fu fortissima.
Non avevo mai visto prima di allora un carro
armato così grande. Mi sembrava una
casa in movimento. Vidi nitidamente la stella
circolata dell'esercito americano ed i numeri
di matricola scritti sulla corazza. Partirono
due razzi ed uno lo prese in pieno nel cingolo
bloccandolo. Erano circa le ore 13. Non avevamo
nemmeno mangiato perché ci era mancato
il tempo ma avevamo avuto il primo successo.
La strada era stretta e non permetteva ad
altri carri di proseguire per cui, con relativa
calma, arretrammo alla curva successiva. La
botta forse inaspettata aveva bloccato l'avanzata
dei carri e ne approfittammo per mangiare
qualcosa a turno.
La reazione non tardò. Una serie nutrita
di colpi di cannone e di mortaio arrivarono
ma il dosso ci copriva abbastanza. Venne l'ordine
di arretrare mentre l'esplosione di una mina,
posta dai guastatori, faceva franare a valle
un pezzo di strada. Fino oltre le 15 i carri
restarono fermi e solo i mortai continuarono
a sparare senza danni da parte nostra trovandoci
fuori tiro. Nel cielo si profilò una
squadriglia di cacciabombardieri che in picchiata
sganciarono bombe ma ben oltre le nostre postazioni.
Probabilmente il loro obiettivo era più
a monte verso il grosso della colonna. Altre
squadriglie seguirono e per tutto il resto
del pomeriggio fu un inferno ma noi eravamo
al sicuro. Trovandoci molto vicino alla testa
della loro colonna non correvamo il rischio
di essere colpiti e le esplosioni avvenivano
lontano. Non potemmo fare a meno di considerare
che, scegliendo il maggior pericolo del contatto
diretto con le loro forze, fummo invece beneficiati
dai bombardamenti.
Il volume delle esplosioni e del fuoco contraereo
che si udiva ci faceva presagire l'intensità
della battaglia che avveniva. Da parte nostra
continuò il lento ripiegamento continuando
a minare ed a far saltare ogni punto idoneo
della strada. Fu solo verso le 16 che riudimmo
i motori dei mezzi corazzati in movimento.
Non era facile avanzare.
I danni provocati da noi alla strada erano
gravi e potevamo stare abbastanza tranquilli
inoltre, la botta ricevuta, sicuramente consigliava
loro la prudenza. Nessun movimento di fanteria
a piedi era segnalata dalle pattuglie nel
bosco fuori strada ed il resto del pomeriggio
trascorse per noi positivamente.
L'incognita era il sopravvento del buio per
cui, oltre una valletta che ci dava il vantaggio
della posizione, scavammo delle postazioni
preparandoci a pernottare con i lanciarazzi
a fianco. Le ondate dei cacciabombardieri
cessarono all' imbrunire. Le notizie che ci
pervennero dal Comando erano gravi. Il bombardamento
era stato pesante ed i danni subiti rilevanti
con un numero imprecisato ma alto di vittime.
Alcune ore trascorsero nella relativa calma
che ci permise persino un po' di riposo e
di sonno. Purtroppo, verso le 23, il bombardamento
riprese. Erano cannoni che sparavano con un
volume di fuoco spaventoso. Sopra le nostre
teste era continuo il sibilo dei proiettili
di artiglieria che andavano a colpire oltre
le nostre postazioni. L'inferno di fuoco senza
interruzioni continuò fino alle prime
luci dell'alba successiva. Per tutta la notte
non furono possibili contatti con il comando
a causa dell'intensità del fuoco d'artiglieria
ed il fumo acre delle esplosioni ci prendeva
la gola.
Verso le 6 del mattino del 27 aprile mandai
Moresco al comando per riferire ed avere eventuali
ordini. Il tempo era uggioso e grigio, nuvole
basse avvolgevano il paesaggio riducendo la
visibilità a poche centinaia di metri,
un'umidità intensa impregnava gli indumenti
ed arrivava fino alla pelle facendoci rabbrividire
ma, in compenso ci garantiva una certa immunità
non potendo essere visti dai ricognitori.
La calma era assoluta e, dopo l'inferno del
bombardamento notturno persino quasi irreale.
Una sensazione di timorosa apprensione catalizzava
i miei pensieri e mi incuteva un senso di
attesa di qualcosa di indefinito.
Mi dedicai al controllo delle armî dei
miei soldati parlando cordialmente e scambiando
con loro le varie impressioni del momento.
Il morale era alto ma in tutti esisteva una
certa preoccupazione per l'immediato futuro.
Approfittando de turno di guardia a cura dei
Marò ci preparammo la frugale colazione
con i viveri di conforto personali. A Chiavari,
in previsione della marcia di trasferta, erano
state distribuite le razioni individuali e,
per svuotare i magazzini ed alleggerire il
carico degli scarsi automezzi, le dotazioni
furono abbondanti. Coperti dalle nuvole potemmo
persino accendere un bel fuoco per scaldarci
e su cui preparare quello che chiamavamo caffè
ma che in realtà era surrogato d'orzo.
Verso le ore 7 Moresco tornò con cattive
notizie. gravi oltre ogni possibile previsione.
Il bombardamento aveva decimato il contingente
preso in pieno da ore di fuoco e senza ripari
validi. La conca di Uscio era diventata la
tomba per molti nostri compagni che, in una
notte di concentrazione di centinaia, forse
migliaia di tiri di artiglieria. non avevano
avuto scampo.
I reparti si erano sbandati ed il caos era
generale. Aveva rintracciato solo un Tenente
della Compagnia Comando che però non
poteva dare disposizioni essendo in corso
un tentativo di riorganizzazione. In attesa
di nuovi ordini la responsabilità era
sulle mie spalle ed a me spettavano le decisioni.
Le notizie si accavallavano di momento in
momento e tutte pessime. Appena arrivava una
notizia, prima di ogni e qualsiasi decisione
ne giungeva una nuova. Dai Marò della
San Marco arrivò la più grave.
Davanti a noi, verso la valle Scrivia dove
eravamo diretti, il territorio era già
occupato da truppe nemiche e per proseguire
dovevamo aprirci la strada combattendo. Anche
dalla parte della val Trebbia le informazioni
erano simili tanto che prese forma la realtà
del momento "Eravamo circondati."
La parola "resa" non faceva parte
del nostro vocabolario ed inoltre, fra le
varie notizie, ci era giunta anche quella
che, oltre il Po, la Repubblica Sociale era
ancora compatta e dovevamo tentare di arrivare
là. Ordinai ai ragazzi di tenere pronti
gli zaini affardellati per ogni e qualsiasi
decisione di spostamento urgente e decisi
di recarmi personalmente al Comando. Giunsi
nel posto dove doveva trovarsi il Comando
verso le 8.30 chiedendo informazioni ai vari
reparti incontrati. Alcuni alti ufficiali
erano raccolti in un boschetto in Consiglio.
Il tempo era ancora pessimo ed aveva ripreso
a piovere. Mi presentai al tenente Steiner
che, malgrado il suo cognome tedesco, era
italianissimo; parlava con la erre moscia
e con un forte accento bresciano. Da lui seppi
che, fin dal primo mattino, dalla parte del
Passo della Scoffera vi era stato un contatto
di tregua con le forze nemiche americane che
ci avevano propostola resa. Capii il perchè
di quella calma, prima inspiegabile, che regnava
intorno. L'idea della resa non voleva proprio
entrarmi nel cervello. Un senso di rivolta
e di rabbia mi prese e cominciai a pensare
a cosa fare per non arrendermi. Non ne ebbi
il tempo. Quasi immediatamente giunse l'ordine
generale di tregua e che non si dovesse assolutamente
sparare in attesa di nuovi ordini. Occupai
il tempo facendo un giro di ricerca di Chiapponi
e degli altri ma senza esito. Gruppi misti
di mostrine e divise diverse si alternavano
ma tutte facce sconosciute. Molto movimento
da parte dei reparti della Sanità occupatissimi
a fasciare ferite sotto improvvisati ripari
di teli da tenda tesi a riparare dalla pioggia.
Eventuali morti erano evidentemente già
stati raccolti perchè non ne vidi ma
comunque la visibilità intorno era
scarsissima. Il terreno era un continuo susseguirsi
di crateri di bombe ed alberi tranciati e
scomposti a terra. Mi resi conto di quale
inferno doveva essere stata la notte precedente.
Ritornai sui miei passi per non perdere l'orientamento
fra la nebbiolina, la pioggia ed il fumo di
invisibili fuochi di ristoro. Anche un forte
odore di cordite delle esplosioni regnava
ancora sospeso nell'aria. Quando arrivai nuovamente
dal Tenente appresi anche i nuovi definitivi
ordini. Dopo due incontri fra parlamentari
delle opposte forze, gli americani ci avevano
concesso la resa con l'onore delle armi ed
il nostro Comando aveva accettato. Nessuno
e per nessuna ragione doveva agire impulsivamente
perchè ciò avrebbe pregiudicato
la vita di tutti. Avevamo avuto molte perdite
e tantissimi feriti, non c'era altra alternativa
che la resa con onore. Io personalmente mi
sentivo molto umiliato e non riuscivo a rendermi
conto della realtà. Il prossimo futuro
era un'incognita che non prendeva alcuna forma
come se al di là della corta visuale
ci fosse il vuoto. Ritornai dai miei ragazzi
quasi vergognandomi di dover riferire loro
le estreme decisioni. Fui favorito dal fatto
che ne erano già venuti a conoscenza
dai Marò. Gli ordini erano di non sparare
per nessuna ragione ma di tenere le armi.
Raccolti gli zaini ci avviammo verso la conca
in silenzio. Poche parole vennero scambiate
nel tragitto anche perchè non si sapeva
cosa dire. Ci aggregammo ad un reparto di
artiglieri alpini comandati da un capitano
e con loro proseguimmo la marcia. Non c'era
possibilità di rintracciare la nostra
compagnia. Nella tarda mattinata giungemmo
ad uno spiazzo dove alcuni ufficiali disponevano
i vari reparti alla resa. Ci dissero di tenere
le armi ma di renderle inutilizzabili rompendo
i percussori o deformando, con colpi di pietra,
il settore di caricamento o la canna. Procedemmo
a questa operazione secondo gli ordini ma
confesso che un grosso nodo di pianto mi gonfiava
la gola. Quelle armi, sempre tenute così
pulite, ora venivano violentate da noi stessi.
Era inconcepibile ma reale. Il mio mitragliatore
prima e la pistola poi, vennero resi inutilizzabili.
Che pena, quella pistola, una P.38 assegnatami
con la nomina a sergente, non mi aveva mai
lasciato.
Era tanto per me. Un simbolo, la sicurezza;
l'emblema del comando, tutto!Quel che restava
era solo una profonda tristezza piena di incognite.
Ne approfittai per salutare i miei ragazzi.
E' vero. Li avevo sempre chiamati ragazzi
e non uomini anche se, come Patetta, avevano
quasi il doppio della mia età. Erano
diventati la mia famiglia, i miei fratelli,
ci volevamo bene. Ci abbracciammo tutti ed
in quell'abbraccio stretto, commovente e profondo
sentii tutto il rispetto e l'affetto che mi
avevano sempre portato con ubbidienza e disciplina.
Sentii la stima ed il ringraziamento per non
averli mai rimbrottati nè richiamati
con cattiveria ed alcune lacrime dicevano
anche molto di più.
QUANDO I DELINQUENTI
ASSURGONO AL POTERE
Fummo inquadrati in ranghi ordinati e passammo
davanti ad un reparto americano schierato
che ci onorava presentando le armi. Subito
dopo buttammo le nostre armi in una valletta
alla rinfusa sotto gli occhi vigili di controllori
militari americani. Era la prima volta che
mi trovavo faccia a faccia con uomini con
divise tanto diverse dalle nostre e soprattutto
con una maggioranza di uomini di colore. Mi
sembrava irreale, incredibile, eppure era
vero, quegli uomini ci avevano vinti. Non
li avevo mai immaginati così i nemici
ma soprattutto non avevo mai pensato che potessero
vincere. Non ebbi molto tempo per fare delle
considerazioni. Pochi metri oltre il punto
dove avevamo buttato le armi, un folto gruppo
di energumeni di colore ed in divisa, con
la minaccia di una pistola, si impossessarono
di orologi, catenine e qualunque oggetto di
valore avessimo e poi, un secondo gruppo,
ci strappava dalle spalle gli zaini che venivano
ammucchiati su degli autocarri senza darci
il tempo ne la possibilità di recuperare
eventuali oggetti personali contenuti in essi.
Ma forse era proprio questo che volevano;
impossessarsi di eventuali valori. Quei vincitori
esercitavano l' incivile e medioevale diritto
di preda. Fu un tremendo "choc"
per tutti. Il modo violento usato e l'appropriazione
barbara di cose a noi care fecero nascere
in ognuno di noi un violento odio per quegli
uomini. In un attimo fu distrutto il rispetto
per quella divisa, rispetto che era sorto
nel momento dell'onore delle armi e con esso
veniva meno anche l'orgoglio, la fede e l'onore
lasciando posto ad una profonda e sordida
rabbia. A distanza di tempo penso che l'immagine
della civile America, in quei momenti, abbia
perso molto vanificando anni di propaganda
democratica. Quello che era avvenuto era una
vera e propria rapina, violenta ed incivile,
che richiamava alla mente lo storico "Vae
victis" in versione peggiore perchè
almeno Brenno era un barbaro e non aveva pretese
di portatore di civiltà, libertà
e giustizia. Da quel momento iniziava il nostro
calvario. Le violenze ed i soprusi erano senza
limiti, venivamo considerati solo bestie e
come tali trattati. Non avevamo mangiato nulla
dal mattino ed erano forse le prime ore pomeridiane.
Eravamo ammucchiati in uno spiazzo fangoso,
sotto la fitta pioggia, guardati da soldati
armati con tutta l'aria di sparare al minimo
segno di rivolta. Le armi, tenute pronte con
due mani e sempre puntate su di noi non lasciavano
dubbi in proposito. Forse un'ora più
tardi, evidentemente finite le operazioni
di resa. venimmo incolonnati ed iniziò
la marcia che, nel tardo pomeriggio per il
gruppo a cui appartenevo, si concluse nel
campo sportivo del paese di Ferrada. Evidentemente.
dato l'alto numero dei prigionieri, eravamo
stati divisi in vari gruppi.
Non ricordo chi, successivamente in prigionia
a Coltano, mi disse che i superstiti della
conca di Uscio furono 3.500. Eravamo 12.000.
Che fine avevano fatto gli altri? Morti? Riusciti
a fuggire? Chissà! Nessuno mai si interessò
di noi e della nostra odissea. Eravamo solo
bestie e, per i governi d'Italia del primo
dopoguerra, anche peggio. Nel campo di Ferrada,
poco dopo il nostro arrivo e con il beneplacito
dell'Autorità Militare americana che
ci aveva in consegna, entrarono vari gruppi
di partigiani con tanto rosso addosso, armati
più di odio e di malvagità che
di armi proprie. Giravano in mezzo a noi scegliendo,
chissà con quale criterio, alcuni prigionieri
in prevalenza ufficiali e graduati. Ebbi la
sventura di essere scelto, forse perchè
sergente; forse perchè li avevo istintivamente
guardati con disprezzo. Fummo fatti uscire
fra l'indifferenza dei militari di guardia
e spinti verso il paese dove. a cura di una
moltitudine di uomini ed anche donne, avvinazzati
ed ubriachi. subimmo il primo di una lunga
serie di linciaggi nel nome della civiltà
comunista. Non avevo ancora venti anni ma
da quel momento, e per tutto il resto della
mia vita, imparai ad odiare profondamente
i comunisti e il Comunismo.
Era questa la nuova Era che si apriva all'umanità?
Erano questi i vincitori? Che desolazione!
Molto meglio la morte tanto desiderata dall'inizio
dell'iniquo castigo a cui ero sottoposto.
Per nostra fortuna la giornata era alla fine
ed il buio incombeva anticipato dalla giornata
piovosa e dal cielo di piombo e con il buio
diminuirono anche le violenze e le angherie
probabilmente perchè, data l'ora, il
gruppo di carcerieri si era ridotto notevolmente.
Eravamo nelle mani di una Brigata Partigiana
che, mi era sembrato di capire, si chiamava
Stella Rossa.
Alcuni degli uomini che ne facevano parte
indossava capi militari, giacche grigioverdi
camicie e pantaloni alla zuava, ma non erano
ex militari. Niente nel loro comportamento
denotava un passato inquadramento nell'esercito.
Fra loro nessuno aveva particolare autorità
sugli altri, anzi, erano frequenti le intolleranze
ed i reciproci insulti e liti. Eravamo rinchiusi
in un locale che probabilmente era abitualmente
adibito a magazzino. Un forte odore faceva
supporre la vicinanza di una stalla ed un
fienile. Il pavimento era di spesse assi di
legno per fortuna asciutto così da
attenuare il freddo ed i brividi che provocava
l'umidità dei nostri abiti zuppi di
pioggia. Dal mattino eravamo digiuni; nessuno
si era curato di provvedere in merito, ma
al confronto delle violenze subite, la pancia
vuota era il male minore. Stavamo al buio
perchè il locale era privo di illuminazione
e solo di tanto in tanto venivamo inquadrati
nel fascio di luce di una torcia elettrica
che l'addetto alla nostra sorveglianza puntava
su di noi attraverso una finestra priva di
vetri ma dotata di una robusta inferriata.
Il buio inoltre ci impediva reciproche conoscenze
o scambi di parole.
Solo lamenti ed imprecazioni ed una cieca
ricerca di una posizione sul pavimento per
riuscire a riposare. Non ci era nemmeno possibile
sapere quanti fossimo. Finiva una giornata,
sinceramente la peggiore di tutta la nostra
vita passata. II giorno precedente nessuno
di noi avrebbe potuto immaginare la tragicità
degli avvenimenti che si erano accavallati
in tale quantità ed in così
breve spazio di tempo. Era il 27 aprile dell'anno
1945. Al mattino eravamo uomini, soldati,
forti sani e dotati di personalità
e dignità. Alla sera ci ritrovavamo
ridotti al livello di animali torturati, umiliati,
privati di ogni diritto in balia di individui
barbari e violenti. Alle prime luci dell'alba
del 28 aprile il mucchio informe sul pavimento
cominciò ad agitarsi. Finalmente potevamo
guardarci in faccia e sgranchirci gli arti
senza scalciare qualcuno come era successo
nelle ore notturne. Qualcuno non aveva dormito
per niente ma la maggior parte qualche sonnellino
era riuscito a farlo. Io avevo alternato il
profondo stato di agitazione in cui mi trovavo
a brevi periodi di sonno continuamente interrotto
dai movimenti dei vicini o dagli interventi
di controllo dei nostri carcerieri. Il pensiero
correva alle cose che in quei particolari
momenti avevano acquisito enorme importanza.
La famiglia, la mamma, le sorelle, i tempi
della scuola ed i volti delle persone che
avevano significato qualcosa nella nostra
vita. Purtroppo difficilmente riuscivo a completare
con l'immaginazione il corso dei ricordi.
Qualcosa sempre sopraggiungeva ad interromperli.
Mentre, nel primo chiarore del mattino, mi
rendevo conto dell'ambiente e delle persone
che mi circondavano fui interpellato da un
capitano della X MAS che mi chiese quanti
anni avessi e da dove provenissi. Era anche
lui lombardo di Pavia e dimostrava circa 40/45
anni. Mi rivolse alcune frasi buone e paternalistiche
soffermandosi a notare, con rammarico e dispiacere,
la mia giovane età alla luce della
tragica situazione. Fu allora che mi resi
conto come tutti gli individui intorno a me
fossero più avanti negli anni. Ero
l'unico giovanissimo in quel frangente. Tutti,
nelle ore successive, mi trattarono con affettuosità
e ciò mi fu di grande consolazione
e stimolo.
Con il sopravvento della luce del giorno iniziò
un fitto scambio di parole ed opinioni. Era
comunque convinzione generale che per noi
non esistesse futuro. La sete era generale
perchè anche l'acqua mancava. Un sergente
della Divisione Littorio, che aveva subito
particolari violenze a causa della sua divisa,
con il volto tumefatto, un occhio completamente
nero gonfio e chiuso e l'altro ridotto ad
appena una fessura, apparire di due partigiani
venuti a controllare chiese dell' acqua ed
in cambio ottenne un calcio nella pancia ed
una serie di insulti.
L'ultima acqua che avevamo bevuto era quella
della pioggia che ci era arrivata in bocca
il giorno prima e le numerose ferite ed ecchimosi
di cui eravamo tutti coperti accentuavano
la sete. Il capitano di Pavia, che si chiamava
Rossetti, prese l'iniziativa di organizzare
e mettere un po' d'ordine. Era l'unico ufficiale
di grado superiore presente fra noi oltre
un sottotenente. Particolare strano che i
partigiani entrati nel campo di Ferrada non
ne avessero scelti di più ma la spiegazione
venne proprio per bocca del capitano. Non
ne avevano trovati altri perché gli
americani avevano dirottato tutti gli ufficiali
in un gruppo a parte mentre il capitano Rossetti
ed il sottotenente Viale, per loro scelta
e disgrazia, rimasero con i loro soldati.
Dal breve censimento effettuato risultò
che solo una decina di noi, me compreso, erano
sottufficiali. Gli altri tutti graduati e
truppa con prevalenza di Milizia, X Mas, e
Div. Littorio. Di alpini, oltre a me, solo
un caporale della Compagnia Servizi. Analizzando
la qualità del gruppo il riscontro
era che nessuna personalità di spicco
esisteva e si trattava solo di povera gente
in divisa.
Se, come si presumeva, i partigiani ci avevano
preso per darsi importanza, per esibizione
o per vendetta, il risultato non era certo
lusinghiero per loro: avevano fra le mani
uomini qualsiasi senza particolari posizioni
o colpe. Ma evidentemente, come avevano dimostrato
sino a quel momento, i nostri carcerieri erano
di livello molto basso, sia socialmente che
di intelligenza, dimostravano solo ottusità,
comportamenti volgari e violenti, grande cattiveria
e mancanza assoluta di qualsiasi barlume di
civiltà. Nessuno di loro aveva cercato
un sia pur minimo colloquio con noi e da quando
ci avevano prelevato non ci era stato dato
cibo, né acqua ed a quel punto erano
trascorse oltre 24 ore dall'ultima frugale
colazione. Di tanto in tanto, oltre l'inferriata,
si affacciava qualcuno, donne e ragazzi in
particolare, che, dopo un'occhiata curiosa,
si allontanavano ridendo.
Non ho mai capito quale ilarità potesse
creare la vista di uomini pesti e laceri come
eravamo noi. Il tempo era relativamente migliorato,
non pioveva ma il cielo era denso di nubi.
Qualche breve e debole raggio di sole compariva
a tratti subito sopraffatto dal grigiore.
Più avanti nella mattinata finalmente
qualcuno si fece vivo. Preceduto da particolare
animazione e grida la porta venne aperta e,
con un gruppo di partigiani armati, fece il
suo ingresso un tipo che aveva l'aria del
capo. Aveva un cinturone da ufficiale ed una
pistola nel fodero, era degnato di rispetto
dai suoi uomini e, prima di parlare, girò
a lungo lo sguardo su tutti. Chiamato, il
capitano Rossetti si fece avanti ed iniziò
uno scambio di domande e risposte. Il colloquio
fu breve e freddo, le parole più usate
dall'interlocutore furono "Fascisti",
"Assassini", "Bastardi"
ed altro. concludendo con la dichiarazione
che eravamo tutti "da ammazzare".
L'unico lato positivo di quella visita fu
che dopo una mezzora circa, la porta si aprì
e ci venne distribuito del pane e dell'acqua.
Il pane era il classico a mattone nero delle
truppe tedesche. probabilmente trovato in
qualche deposito. Nelle prime ore del pomeriggio
fummo fatti uscire ed incolonnati, iniziò
così la marcia verso il basso che,
dalle rare indicazioni stradali, era in direzione
di Lavagna e Chiavari.
Il primo paese che superammo fu Cicagna e
fu anche la prima dose di legnate, insulti
e sputi. La cosa si ripeteva ad ogni paese
che superavamo ed i nostri accompagnatori
non facevano nulla per evitare il linciaggio,
anzi, ridevano soddisfatti alla vista. Lungo
la strada giungemmo ad un, paese che, mi pare
di ricordare, si chiamasse Monleone.
Qui ebbi la mia personale reazione di rabbia
e disgusto.
Davanti al sagrato della chiesa, circondato
da uomini con fazzoletti rossi, stava. tronfio
e goduto con un gran sorriso sulla bocca,
il prete. Aveva anche lui, sopra la lunga
tonaca nera, il suo fazzoletto rosso al collo.
Rideva divertito e parlava con i vicini senza
il minimo segno di commiserazione per noi,
pesti, sanguinanti e laceri. I miei ultimi
studi li avevo fatti in collegio dai Salesiani
e tonache nere ne avevo viste tante. Non ero
mai stato particolarmente docile né
bigotto ma fino a quel momento avevo sempre
avuto profondo rispetto per l'abito talare.
La rabbia mi prese e senza pensare, istintivamente,
giunto davanti al sacerdote feci un passo
fuori dalla fila e, guardandolo negli occhi
con odio, gridai: "Dio ti stramaledica
prete della malora". Non ebbi modo di
vedere la sua reazione. Uno degli armati di
scorta mi appioppò una botta terribile
sul capo con la canna del fucile che teneva
fra le mani e, prima che potessi rialzare
la testa che avevo avvolta fra le braccia
per ripararmi, avevo superato il punto di
parecchio. Ricordo solo che, nell'attimo della
mia frase, il suo volto era immediatamente
diventato pallido, sul suo viso una smorfia
di sorpresa muta aveva preso il posto del
riso. Un insistente rivolo di sangue mi scendeva
sull'occhio sinistro e sulla guancia fino
ad infilarsi nel collo. Qualcuno dei miei
compagni mi passò un fazzoletto col
quale cercai di tamponare la ferita. La marcia
proseguì fra le peggiori angherie che
mente umana potesse partorire. Quando, nel
tardo pomeriggio, giungemmo sulla costa, quello
che avevamo già subito era nulla in
confronto a quanto dovemmo ancora subire.
Ci fecero passare in lunga fila, fra ali di
energumeni picchiatori pieni di cieco furore.
vere e proprie forche caudine, noi potevamo
solo cercare di ripararci dalle botte che
arrivavano senza interruzione ed in ogni parte
del corpo. Pugni, calci, colpi con oggetti
vari, le donne con gli zoccoli, sputi, insulti
feroci, sassate e legnate nelle gambe. Durò
forse mezzora quel calvario ma sembrò
senza fine. Quando finalmente ci fecero entrare
in un campo sportivo finì quell' infernale
bolgia. In quel campo esisteva una vasca on
un rubinetto che erogava acqua a volontà
e potemmo tutti dissetarci e lavare le ferite.
Circa un'ora più tardi ci fecero ammucchiare
in piedi in un angolo e ricevemmo la sgradita
visita di una specie di brutta copia di un
commissario Bolscevico con tanto di giacca
di pelle nera e cinturone, pistola alla vita,
mitra a tracolla ed immancabile fazzoletto
rosso. Con tanta arrogante prosopopea e boria
ma con poche parole frammiste ad insulti ci
comunicò che il giorno successivo saremmo
stati processati dal popolo e condannati.
Mi rimase impresso quello sguardo bieco e
cattivo particolarmente perchè si capiva
che era una persona colta, dalla parola forbita
che però contrastava con quell'aspetto
di boia truce che rappresentava. Senza mezzi
termini ci annunciò già l'esito
della condanna che sarebbe stata emessa il
giorno successivo. Condanna a morte per tutti.
Molti anni dopo, negli anni ottanta, seguendo
le cronache sulle brigate rosse alla televisione
sono quasi certo di averlo riconosciuto nella
persona dell'avvocato Lazagna, coinvolto marginalmente
in quell'inchiesta. Quel giorno finì
con il nostro trasferimento nella soffitta
di una scuola senza altro cibo.
-29/4/4-5 -
IL CALVARIO DELLA GIUSTIZIA
ROSSA
Eravamo stati ammucchiati, la sera precedente,
in un sottotetto al secondo piano di un edificio
scolastico dopo aver subito le peggiori angherie
che esseri umani potessero immaginare. Le
violenze minori erano le percosse ricevute
da donne che si accanivano a zoccolate sulle
nostre teste. Colpi con il calcio dei fucili,
calci negli stinchi e nei testicoli che, oltre
al dolore, lasciavano delle profonde abrasioni
sull'interno delle cosce. Colpi di coltello
che pur frenati dagli indumenti, lasciavano
ferite sanguinanti. Pugni dove capitava e
quelli che raggiungevano il ventre lasciavano
chi li riceveva senza fiato. Così,
dopo le forche caudine del passaggio fra due
ali di folla impazzita ed urlante, eravamo
giunti alla relativa pace di quel sottotetto.
La notte era trascorsa insonne, nessuno era
riuscito a dormire in quelle ore che, era
ormai certo, erano le ultime che ci restavano
da vivere. Io me ne ero rimasto quasi sempre
rannicchiato con la schiena contro il muro
e con i pensieri che correvano a ricordare
i momenti più significativi della mia
breve ma intensa vita passata.
Non ricordavo nulla da rimproverarmi o fatti
di cui pentirmi. La mia giovinezza era limpida
e colma di valori spirituali e di profondo
amore per quella Patria che, in quei momenti
angosciosi, reputavo ormai finita, preda di
traditori, delinquenti e nemici della civiltà
che, come sciacalli, pasteggiavano sui resti
di un corpo non vinto da loro ma dalla potenza
di altre nazioni. Oramai non esisteva più,
per noi, la possibilità di vivere per
cui nulla e nessuna speranza albergava nel
mio cuore per il futuro.
Davanti a me esisteva solo il vuoto, il nulla.
Tutto questo e tante altre considerazioni
mi facevano accettare, con fatalismo e senza
recriminazioni, la soluzione tragica della
morte che, da li a qualche ora, sarebbe sopravvenuta.
L'unico pensiero che mi portava alla commozione
era quello di mia madre e delle mie sorelle.
Mi mancava solo la possibilità di riabbracciarle
e baciarle per l'ultima volta e poter rivolgere
loro le mie ultime parole d'amore. Ogni qual
volta questo pensiero mi assillava lo scacciavo
per non essere preso dalla debolezza dello
spirito. Ero forte e deciso a morire con orgoglio
senza mostrare alcun segno di cedimento e
con il massimo disprezzo per i carnefici.
La luce del mattino ci annunciava il nascere
di un giorno tragico ed il tempo accompagnava
l'imminente tragedia con una pioggerella fitta
ed un cielo plumbeo. Che ora fosse non era
possibile sapere perchè nessuno possedeva
più un orologio. La rapina subita,
dopo la resa, non ci aveva lasciato nulla.
I "liberatori" ci avevano liberato
di ogni cosa avesse valore: orologi, catenelle,
soldi ed anche indumenti tanto che molti erano
in preda a brividi di freddo trovandosi con
la sola canottiera.
Il tempo trascorreva veloce ed ogni qualvolta
la porta si apriva il battito del cuore accelerava
reputando giunto il momento fatale. Invece
quella porta si aprì frequentemente
per introdurre individui armati con vistosi
fazzoletti rossi collo che ci passavano in
rassegna alla ricerca forse di qualche viso
noto. Il loro comportamento era violento e
persecutorio proprio come ricordavo di avere
visto al cinema nelle pellicole sulla rivoluzione
russa e sulla guerra civile spagnola. Francamente
mi meravigliai che nessuno riconoscesse me
in particolare dato che. per due mesi. ero
stato il comandante proprio di "Marina
III" a Cavi di Lavagna ed a Lavagna ero
abbastanza noto. Più tardi, nel calvario
della piazza, guardandomi riflesso nello specchio
che faceva da spalla ad un negozio di barbiere,
mi resi conto del perchè. Io stesso
quasi non mi riconoscevo. Il viso tumefatto,
gli occhi gonfi quasi chiusi, un fazzoletto
annodato sulla fronte per fermare il sangue
che colava sugli occhi ed i numerosi lividi
mi avevano cambiato i connotati. Forse questo
mi aveva salvato da ulteriori torture da parte
di qualche giustiziere di turno, dato che,
oltre tutto, ero privo di giacca e con i pantaloni
strappati e, forse, ero talmente conciato
da fare pietà anche a dei boia. L'attesa
del peggio si prolungava nella mattinata.
Il tempo era migliorato e non pioveva più.
Dall'esterno ci giungevano lontane le urla
e gli schiamazzi della folla ed un altoparlante
che alternava frasi urlate a musiche da ballo.
Dall'unico finestrino piccolo, circolare,
che dava un po' di luce al locale si vedevano
solo altri tetti. Venne purtroppo il momento
che precedeva la nostra fine.
Fra tutte le ipotesi fatte la notte precedente
aveva prevalso la convinzione, esternata da
un ufficiale della X MAS che si era anche
preso l'incarico di contarci, che ci avrebbero
fucilati probabilmente sulla spiaggia a ridosso
della massicciata ferroviaria dove esistevano
anche delle fortificazioni antisbarco in cemento.
Eravamo esattamente 5l. Ci fecero uscire in
fila indiana con sghignazzate di scherno,
insulti e bestemmie. Scendendo le scale qualche
calcio nella schiena faceva rotolare lungo
la rampa il malcapitato che lo riceveva. Giunti
sulla strada si ripeteva lo spettacolo del
giorno prima. Due ali di folla urlante con
uno stretto passaggio al centro. In fila indiana
si percorreva quel calvario. Io, per caso,
fui tenuto fra gli ultimi e questo forse mi
risparmiò più forti percosse
essendosi, la folla, già sfogata e
stancata con i primi. Giunsi così sulla
piazza della cittadina antistante il mare
dove, macabra sceneggiata, alcuni tavoli erano
posti al centro e sopra i quali, uno alla
volta, veniva fatto salire il malcapitato
del momento. Una "giuria" composta
da individui con camicie rosse, fazzoletti
rossi, armi in mano o a tracolla, senza minimamente
conoscere il nome o menzionare accuse, chiedeva
solo alla folla il giudizio che invariabilmente
era sempre lo stesso, urlato dai presenti,
A MORTE! A MORTE!.
Questo era ciò che in seguito fu definito
"Tribunale del Popolo". Ma il popolo
era veramente quello? Nella piazza erano presenti
mille forse più persone, tutte con
qualcosa di rosso addosso. Ricordo che qualche
pezzo di tela rossa rettangolare sfilacciata
su un lato denotava di essere stata strappata
da una bandiera tricolore di cui interessava
solo la parte rossa. Povera Italia. La folla
presente non poteva rappresentare l'Italia
ma solo una piccola parte, sanguinaria e colorata,
che però prevaricava e dimostrava con
la violenza e le minacce, la propria appartenenza
alla peggiore ideologia politica.
In quei giorni violenti, il popolo buono,
il popolo onesto e civile non scendeva in
strada per non essere vittima, a sua volta,
della furia rossa. Così fummo, tutti
senza eccezioni, condannati a morte. Ed ogni
condannato, dopo la sentenza, veniva consegnato
a due partigiani armati che facevano la fila,
a due a due, in attesa del perverso piacere
di poter avere il patriottico incarico di
uccidere un odiato nemico. Anche nella piazza
fui fra gli ultimi a salire sul tavolo senza
una specifica ragione. Forse perchè
molto giovane e la precedenza veniva data
ai più avanti negli anni presumendoli
più colpevoli. Mentre si svolgeva il
macabro rito ed attendevo il mio turno a suon
di ulteriori botte, sputi e violenze, udivo,
dalla spiaggia, le detonazioni che significavano
la morte di chi mi aveva preceduto. Ogni condanna
richiedeva pochi minuti ma, dato il numero,
forse erano trascorse un paio d'ore e presumo
fosse circa mezzogiorno. Per gli ultimi, forse
per stanchezza o noia, il tempo di condanna
veniva accelerato e si arrivava, presumo,
ad un minuto a testa. Il successivo veniva
fatto salire sul tavolo prima ancora che il
precedente fosse sceso ed il grido A MORTE
non aveva interruzione ed era diventato una
tragica cantilena. Quando venni spinto verso
la panca che faceva da scalino ai tavoli mi
resi conto di essere il quartultimo. L'urlo
A MORTE gridato per me non mi fece grande
impressione; oramai era fatale ed atteso e
le spinte ed il brevissimo tempo impiegato
per la condanna non mi permisero alcuna considerazione
o reazione. Mi presero in consegna per l'esecuzione
due partigiani molto diversi fra loro. Uno
giovane, muscoloso, pochi anni oltre i miei
diciannove, dotato di molta prosopopea e volontà
di esibirsi come eroe giustizialista. lo chiamavano
Tino, 1'altro di mezza età, magro,
taciturno e con uno sguardo indifferente.
Forse, anche fra i giustizieri, i peggiori
avevano preso il sopravvento e la precedenza
così, a me, erano rimasti i mediocri.
Fui portato verso un angolo della piazza dove
il giovane voleva esibire la sua vittima ad
alcune ragazze ed amici posando a eroe vincitore
ed invitando, chi voleva, a sfogare su di
me l'odio verso i fascisti vinti. La sosta
in quel luogo si prolungò un poco perchè
il più anziano dei due si allontanò
dicendo che andava a bere un bicchiere e sarebbe
tornato subito lasciandomi in balia del giovane.
Non lo vidi più; gli eventi precipitarono
di li a poco con la comparsa di un prepotente
energumeno, forse ubriaco, assetato di odio
e di sangue e pieno di boria che, fendendo
la folla intorno, mi si parò davanti,
con un mitra fra le mani, urlando "questo
lo ammazzo io" e mi puntò violentemente
la canna del mitra allo stomaco facendomi
mancare il respiro. Con l'aria del primo attore
della commedia mi disse "Hai niente da
dire prima che ti ammazzi"? In quel momento
mi resi conto che era giunta la mia ora e
proprio perchè oramai rassegnato ebbi
un attimo di debolezza chiedendo di poter
scrivere a mia madre. La risposta fu "ai
bastardi fascisti questo non è possibile".
Per reazione, mi prese una profonda rabbia
e gli urlai tutto il peggio che conoscevo
"vigliacco" "porco" "traditore,
"bastardo" "figlio di puttana"
ed altro aspettandomi la raffica che avrebbe
posto fine alla mia vita. Lo vidi diventare
paonazzo e tremare di rabbia e forse era veramente
un vigliacco o forse temeva, data la vicinanza,
di colpire altra gente per cui, sollevato
il mitra a due mani, me lo diede in testa
con tutta la sua forza. Una botta tremenda.
Caddi per terra e lui continuò la sua
opera prendendomi a calci rabbiosi. Ogni calcio
sul mento mi faceva battere la testa contro
il muro della casa tanto che ricordo solo
i primi calci dolorosi, i successivi li sentivo
come ovattati nel sonno. Ero svenuto o forse
già più morto che vivo. Non
so quanti calci presi e quanto tempo passò,
presumo non tanto. Quando ripresi i sensi
mi resi conto che un militare americano di
colore mi sorreggeva e mi caricava su un gippone
mentre un suo compagno, pistolone alla mano,
teneva a bada gli esagitati minacciando di
sparare. Non ho avuto modo di ringraziare
i miei salvatori che, senza parlare, né
io riuscivo a pronunciare parole, dopo avermi
lasciato in un ospedale da campo americano,
non vidi più. Venni lavato e medicato
e, dopo alcuni giorni, portato al Campo di
Concentramento di S. Rossore nella pineta
del Tombolo in Toscana. Forse il linciaggio
a cui ero stato sottoposto aveva richiamato
l'attenzione e la pietà di quella pattuglia
americana di passaggio che era intervenuta
salvandomi la vita.
Non so e non mi risulta che altri si siano
salvati da quella carneficina. Forse io fui
l'unico superstite?
Un giornale edito a Genova, in un articolo
postumo sulle stragi perpetrate dalle Brigate
Partigiane in Liguria, così si espresse:
"..... ma le stragi di maggiore portata
si verificarono quasi certamente nella riviera
di Levante e nelle Vallate che la congiungono
con le regioni circostanti. In quelle valli
riposano i resti di centinaia di ufficiali
e soldati delle divisioni "Monterosa"
e "San Marco", massacrati e sepolti
in località rimaste sempre sconosciute".
- 4/5/45 - San Rossore
PRIGIONIA
Giunsi a questo campo nella tarda mattinata
del 4 Maggio. Un autocarro militare Americano,
fin dalle prime ore del mattino, aveva fatto
un giro di raccolta in vari presidi. Io fui
uno dei primi. Quando venni prelevato e caricato
dall'ospedale militare nella zona del delta
del fiume Magra in provincia di La Spezia,
prima di me c'erano solo altri due prigionieri
già appartenenti alla G.N.R., mi dissero
che erano stati prelevati dal carcere di La
Spezia. Successivamente, con varie altre fermate,
l'autocarro si riempì tanto che fummo
obbligati a viaggiare in piedi, per mancanza
di posto. Io mi sentivo particolarmente stanco.
Le gambe, sottoposte ai sobbalzi di un percorso
prevalentemente accidentato, mi reggevano
a fatica e fu con enorme sollievo che, dopo
circa tre ore di percorso, posai i piedi a
terra. Fummo fatti passare in una grande tenda
dove numerosi Furieri, a turno, ci prendevano
i dati personali. Completata la schedatura
ci venne assegnato un numero appeso al collo.
Io, da quel momento, diventai il P.W.E. n.
760229 ed appresi che quel campo aveva il
n.339.
Incolonnati raggiungemmo una vasta radura
delimitata da una tripla serie di reticolati.
Nell'interno del campo esistevano vari pini
marittimi che davano al paesaggio una nota
piacevole. Una serie di tende allineate in
varie file con ampi spazi intermedi ci accolsero.
Francamente, alla luce di quanto ci circondava,
non potevamo lamentarci, ci aspettavamo di
peggio.
Venimmo divisi in gruppi di 24 assegnati ad
ogni tenda e ci venne fornita una coperta
militare ed un telo mimetico da posare sulla
sabbia per dormire. All'interno della tenda
la sabbia era asciutta ed ognuno ebbe un suo
posto assegnato. Nominato per ogni tenda un
capo responsabile (con prevalenza il più
alto in grado) finalmente ci venne distribuito
da mangiare. Tre scatoloni di viveri assortiti
per ogni tenda. Fu una gradevole sorpresa.
Ogni scatolone conteneva un piacevole assortimento,
carne in scatola e prosciutto in scatola,
verdura in palline secche, gallette, biscotti,
frutta sciroppata, crocchette di riso soffiato,
cioccolato, bevande e persino caramelle. La
divisione in 8 risultava una razione discreta
e varia. Sapemmo poi che quella scatola era
la razione giornaliera del soldato americano.
Tutto ciò accompagnato da un cielo
azzurro, l'aria fresca che giungeva fino lì
dal mare vicino e la sosta riposante all'ombra
dei pini ci faceva accettare la prigionia
con ottimismo, quasi una dolce vacanza. Purtroppo
questa pacchia durò pochissimo. Evidentemente
le scatole piene di cose buone e nutrienti
erano una soluzione provvisoria dettata dalla
situazione di emergenza di prigionieri come
noi imprevisti ed una impreparata organizzazione
da parte del comando Americano che, finito
repentinamente il conflitto, non prevedeva
tanti prigionieri. Eravamo a conoscenza da
radio "filo spinato" che di campi
come il nostro ne esistevano parecchi nella
zona per cui, essendo noi poco meno di 1.000
uomini si presumeva un totale di 8.000/10.000
prigionieri. Nessuno poteva immaginare ciò
che, qualche settimana più tardi, a
Coltano, divenne una realtà. 35.000
uomini di tutte le armi della Repubblica Sociale
ammassati in un unico enorme campo diviso
in 10 settori.
Per noi a S. Rossore le piacevoli scatole
durarono solo 5 giorni e poi, forniti di personale
gavetta, il vitto divenne quello che fu per
mesi e mesi la nostra ossessione; La PAPPINA!.
Consisteva in una brodaglia densa composta
da leguminose in polvere che ogni giorno variava
di colore fra il verdastro ed il nocciola/marrone
ma il gusto non cambiava: era sempre lo stesso.
Sulla `'pappina" vennero fatte varie
supposizioni fra cui quella maggiormente accreditata
era che, (scartata la provenienza americana
in quanto si presumeva che mai soldato americano
avrebbe mangiato tale intruglio), probabilmente
si trattava di bottino di guerra rastrellato
nei depositi in Germania. Effettivamente assomigliava
molto alla "Suppe" delle cucine
militari tedesche. La pineta di S. Rossore
dove ci trovavamo era la riserva di caccia
Reale ed è tuttora la stessa cosa riservata
al Presidente della Repubblica. La permanenza
a S. Rossore durò circa un mese. Evidentemente
le autorità militari americane, sotto
la cui giurisdizione ci trovavamo come prigionieri
di guerra, avevano occupato quel tempo nella
costruzione di un vero campo di concentramento
prigionieri in località Coltano.
COLTANO
Questo campo si trovava più a sud,
in provincia di Livorno, nella zona del Tombolo
ed aveva la denominazione "Campo n. 338".
Era formato da 10 settori uniti in un unico
complesso enorme situato su una spianata senza
alberi. Ogni settore era diviso da quello
attiguo da una doppia fila di barriere di
filo spinato. 11 lato esterno. confinante
con il mondo libero, aveva una prima barriera
di cavalli di frisia delimitante una striscia
di terra di nessuno larga circa 10 metri e
quindi una alta e robusta barriera di pali
e filo spinato fitto. Circa 5 metri oltre
una barriera gemella più esterna rappresentava
l'ultimo baluardo. Lungo questa ultima barriera,
in corrispondenza di ogni settore, svettava
alta una torre, portante una garitta circondata
da camminamento, sulla quale una sentinella
vigilava con una mitragliatrice piazzata in
direzione interna. Più volte al giorno,
fra i due reticolati alti, passava una pattuglia
che controllava l'integrità delle barriere.
1 10 settori erano posizionati in due file
di 5 divisi fra loro da un largo viale lungo
quanto il campo e sul quale transitavano in
continuazione automezzi militari diretti,
sia al settore 5 adibito al comando del campo
ed agli alloggiamenti militari americani,
sia al settore 4 adibito ai servizi fra cui
principalmente la cucina cd il magazzino viveri.
Io arrivai a Coltano il 10 giugno 1945 e fui
assegnato alla 5a Compagnia nel settore n.
7, l'alloggiamento era in piccole tende tipo
canadese a due posti. Il mio compagno di tenda
era un simpatico ed allegro napoletano di
mezza età che si chiamava Tito. Di
fronte al settore 7 c'era il settore 4 oltre
il viale centrale. La barriera in corrispondenza
di questo viale era semplice e non era complessa
ed invalicabile come quella esterna. Per alcuni
prigionieri decisi, spregiudicati ed avventurosi
fra cui c'ero anch'io, passato un po' di tempo
e presa confidenza con l'andazzo del campo,
in varie occasioni si oltrepassava alla chetichella
per andare negli altri settori del campo con
i quali esistevano continui contatti e scambi
di notizie. Il rischio, se sorpresi, era di
finire alcuni giorni nel recinto punitivo.
Questo recinto merita una particolare menzione.
Era formato da tanti piccoli box indipendenti,
simili a gabbie per cani, di un metro per
due. Tutti i lati erano barriere di filo spinato
alle quali evidentemente non ci si poteva
appoggiare la schiena per riposare e ad una
altezza di un metro e mezzo una griglia fitta
sempre di filo spinato impediva la posizione
eretta per cui si poteva solo stare sdraiati,
seduti od in ginocchio ed assolutamente impossibilitati
a camminare. La mente che aveva partorito
quella punizione pensavamo appartenesse sicuramente
ad un ex galeotto di Sing-Sing! Io ci finii
solo una volta per tre giorni. Il campo di
Coltano era denominato dai nostri carcerieri
"Fascist Criminal Camp" ed era alla
mercé delle periodiche sadiche esibizioni
dei vari comandanti che si succedevano. Il
comando non veniva assegnato ad ufficiali
normali ma scelti fra la feccia che sicuramente
esisteva nell'esercito americano e forse l'assegnazione
veniva fatta a seguito di punizione. Solo
così si potevano spiegare le disposizioni
incivili e crudeli che venivano emanate "una
tantum" senza specifici motivi. Citerò
le più barbare:
1) Non venivano curate le malattie. Tubercolosi,
bronchiti, polmoniti, malattie veneree, Gastroenteriti
ecc. ecc... Chi ne era affetto o moriva o
trascinava il suo male. Ufficiali medici prigionieri
si mobilitavano ma con pochi risultati mancando
i medicinali.
2) Mutilati ed invalidi gravi erano completamente
privi di assistenza, abbandonati al loro destino.
3) Uno dei comandanti arrivò ad ordinare
lo smontaggio delle tende ogni mattino ed
il rimontaggio solo a sera. Questo per farci
rimanere al sole cocente di luglio tutto il
giorno privandoci anche dell'acqua. Per fortuna
questa barbarie durò solo una decina
di giorni.
4) Un'altro comandante, invece della regolare
distribuzione della pappina, faceva portare
le marmitte in prossimità dell'ingresso
del settore lasciando poi la libertà
di assalto da parte degli affamati. Il primo
giorno di questo sistema causò molti
feriti schiacciati dai più lontani
e la maggior parte restò senza cibo
che finì a terra per il rovesciamento
delle marmitte. In seguito fu poi l'organizzazione
interna a disciplinare le successive distribuzioni.
Questi ed altri atteggiamenti erano all'ordine
del giorno nel campo.
Il comandante del settore n° 7, dove io
mi trovavo, era il maggiore Arillo della X
MAS, Medaglia d'oro al valore militare che
gli venne concessa come realizzatore dell'ardita
beffa effettuata con i famosi maiali subacquei
che forzarono la baia di Gibilterra minando
ed affondando varie navi inglesi. Un giorno
entrò nel nostro settore un ufficiale
inglese fortemente scortato che fece chiamare
il comandante Arillo. Evidentemente voleva
conoscere l'eroe nemico. Quando Arillo arrivò
si pose correttamente sull'attenti e salutò
militarmente con la mano alla fronte. L'ufficiale
inglese non era certo un gentiluomo e forse
era a Gibilterra quando subì la beffa
perchè. senza parlare, colpì
Arillo con il frustino facendogli cadere il
basco. Atto ignobile. Comunque Arillo non
si scompose e, sempre sull'attenti. pronunciò
queste parole: "La nostra disciplina
ci insegna che senza berretto si saluta. così"
ed elevò il braccio in un impeccabile
saluto romano seguito da una valanga di applausi
da tutti noi. L'ufficiale inglese, livido,
si ritirò e credo che la lezione che
ricevette fosse per lui la peggiore umiliazione.
Malgrado gli eccessi di certi comandanti,
per nostra fortuna, si avvicendarono negli
ultimi mesi di prigionia anche ufficiali fedeli
al motto: "Vivi e lascia vivere".
Non mancava l'iniziativa da parte di elementi
attivi e creativi. Una serie di iniziative
presero corpo a cura di una minoranza che
rifuggiva la generale indifferenza ed abulia
della massa. Nei vari settori si riusciva
a scrivere, a mano, i periodici notiziari
che poi venivano scambiati. Il settore n°
7 fondò un notiziario settimanale chiamato
4 effe. 4 effe stava per fam-fuco-frec-fastidi.
Fra i collaboratori, quasi tutti milanesi,
c'ero anch'io che da tempo tenevo una specie
di diario di prigionia messo insieme con cartone
di scatola e fogli forniti dal cappellano
che mi aveva procurato anche una matita ed
ogni tanto mi ospitava nella tenda-cappella
dove esisteva anche penna ed inchiostro. Ho
scritto tutto quello che mi passava per la
testa, sogni, divagazioni, poesie, facezie
ed ho raccolto nel diario quasi tutto. A ricordare
la prigionia a Coltano, come migliore testimonianza,
lascio, qui di seguito, spazio al contenuto
del diario.
Molte cose lette oggi forse fanno un po' ridere
ma allora non facevano ridere ma erano tutta
la nostra vita. Voglio prima solo stigmatizzare
la mia particolare situazione di allora. Dal
giorno 24 aprile non avevo più potuto
avere la possibilità di alcun contatto
con la famiglia. Seppi poi, al ritorno a casa,
che mi avevano creduto morto. Nei primi giorni
di maggio mia sorella Renata con una zia che
si era procurata validi documenti dal Comando
C.L.N. (Massima autorità di quel tempo)
era arrivata in Liguria alla mia ricerca.
Dopo tante peregrinazioni infruttuose giunse
al Comando di Chiavari dove un capo partigiano,
che mi aveva conosciuto e mi odiava, le disse
che sicuramente ero morto perchè se
fossi giunto vivo nelle sue mani mi avrebbe
fucilato lui. Vennero fatte delle ricerche
tramite la Croce Rossa appoggiate da amici
di famiglia influenti ed il risultato fu che
un Gianmaria Guasti era stato sepolto, con
altri Repubblichini, in una tomba comune nel
cimitero di Bottrighe in provincia di Reggio
Emilia. Mia madre fece celebrare messe funebri
alla mia memoria. Solo verso la fine di agosto
seppero tutti che ero vivo da un biglietto
da me scritto a Coltano, munito di indirizzo
e lanciato. avvolto ad una pietra, oltre la
barriera dei reticolati. Una ragazza in bicicletta
lo aveva raccolto e, per mia fortuna, inviato
a destinazione. Una sconosciuta a cui serbo
tanta riconoscenza.
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